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“Gli ammutinati delle trincee” – Presentazione libro e proiezione video

“Gli ammutinati delle trincee” – Presentazione libro e proiezione video

SABATO 30 MAGGIO

Presso la Federazione Anarchica Livornese, Via degli Asili 33

h 18 presentazione del libro con l’autore Marco Rossi

Gli Ammutinati delle trincee”

dalla guerra in Libia al primo conflitto mondiale 1911-1918 (BFS, 2014)

h 20.30 aperitivo/buffet

h 21.30 proiezione del fi lmatoNon c’è solo la vittoria”, regia ed edizione Federico Cataldi, regia episodio Giovanna Massimetti (durata 51 min.)

 

La Prima guerra mondiale, spesso defi nita il tragico atto di nascita del Ventesimo secolo, rimane l’evento storico che ha determinato i traumi, i confl itti, le trasformazioni non solo nella società, ma nella coscienza collettiva e nell’esperienza umana di milioni di persone e, in particolare, dei ceti popolari e delle classi subalterne di ogni paese. Furono infatti queste ultime a pagare maggiormente gli effetti laceranti di quella guerra, voluta dal potere economico, dai governi e dai rispettivi nazionalismi, per affermare un’egemonia imperialista, conquistare territori e incrementare i profi tti dell’industria bellica. La Grande guerra rappresenta il naufragio della civiltà moderna, nella quale è coinvolta pienamente l’Italia liberale che già con la spedizione in Libia (1911-12) aveva anticipato eventi, strategie e temi che troveranno un’altra conferma negli anni 1914-18. Non tutti i contadini e gli operai travolti dalla guerra accettarono passivamente di morire – da Tripoli a Caporetto – per interessi e logiche non loro. Prigionieri delle trincee, questi non-sottomessi combatterono una loro guerra dentro la guerra, ammutinandosi agli ordini criminosi dei generali, disertando, dandosi alla macchia, animando rivolte per difendersi da una patria che li mandava al massacro e li voleva assassini di altri sfruttati. Questa ricerca al rovescio vuole dare voce al loro coraggio di restare umani, anche a rischio della fucilazione per disfattismo.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

 

vol 300515

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1915-2015: “Guerra alla guerra!”

riceviamo e volentieri pubblichiamo

1915-2015: “Guerra alla guerra!”

“Né gulasch né amatriciana, né birra né vino per questo centenario di disgrazia. O banchetto con tutti e quattro. Qui si viaggia in terra di nessuno. E chi se ne frega delle nazioni”.

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi.

Il 24 maggio la retorica nazionalista “festeggia” l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale.
Le fanfare patriottarde dei media e dei politici celebrano l’inizio di quella carneficina mondiale, proprio mentre si inneggia all’uso della forza e dell’esercito per fermare l’arrivo dal sud del mediterraneo di profughi e di migranti, di povera gente in fuga dalla guerra, dalla miseria e dallo sfruttamento, e destinata a trovare una morte anonima in mare, la segregazione in campi di internamento o un futuro di nuove schiavitù e razzismo.
Povera gente come lo furono le vittime della Prima guerra mondiale: lavoratori, operai e contadini di ogni paese, strappati alle proprie famiglie e alle proprie case per essere gettati in un insensato carnaio per gli interessi dei fabbricanti di armi, delle monarchie e dei governi, costretti – sotto la minaccia della fucilazione – ad uccidere altri operai e contadini solo perché nati al di là di un confine.
Noi vorremo ricordare proprio questi milioni di giovani, contadini e operai vittime del militarismo ed anche quanti si rivoltarono e disertarono la guerra. Intendiamo così rinnovare le ragioni dell’opposizione attiva ai nazionalismi e all’imperialismo, rivendicando le esperienze internazionaliste e antimilitariste che hanno attraversato tutti i conflitti.
Per questo, domenica 24 maggio, nel centenario dell’entrata in guerra dello Stato italiano, vogliamo rendere omaggio al “nemico” di allora, portando un ricordo floreale ai 94 soldati austro-ungheresi, morti in prigionia nel campo di Coltano, sepolti presso il Cimitero monumentale dei Lupi (vicino al Quadrato dei Francesi).
L’appuntamento, per quanti continuano a rifiutare la logica della guerra, è alle ore 11 all’entrata del cimitero.

ANTIMILITARISTE E ANTIMILITARISTI CONTRO OGNI FRONTIERA

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Comunicato FAI: Solidarietà a Luca e Silvano! Basta con i razzisti e il governo che li protegge!

Solidarietà a Luca e Silvano! Basta con i razzisti e il governo che li protegge!

Il Convegno Nazionale della Federazione Anarchica Italiana, riunito a Livorno il 16 e 17 maggio 2015, esprime la propria solidarietà a Luca e Silvano, e agli altri compagni feriti a freddo dopo una violenta carica di polizia e carabinieri, schierati per impedire le contestazioni popolari in occasione di un comizio del leader razzista e fascista Matteo Salvini a Massa sabato 16 maggio, come nei giorni precedenti ad Ancona, come a Foggia, come in tante altre località.

Salvini è l’esponente di un’alleanza elettorale di estrema destra che comprende forze che hanno come portavoce esponenti neofascisti; in Toscana e nelle Marche attorno alla lega si è coalizzato il museo degli orrori neofascisti; in Toscana in particolare la Lega ha riciclato vecchi missini e ha avuto un’impostazione marcatamente fascista. I comizi di Salvini sono l’occasione per i fascisti di tornare in piazza.

Un governo violento, che si rifiuta di restituire il maltolto ai pensionati e di assumere i precari della scuola, protegge il razzista Salvini che esprime, in forme brutali e provocatorie, il razzismo che fa parte integrante della politica sociale ed estera del governo Renzi.

La storia ci insegna che i governi della repubblica non hanno esitato ad usare i fascisti, uccidere i compagni nelle piazze, fare le stragi di Stato, ricorrere insomma alla guerra civile strisciante per imporre la politica antipopolare. Questo governo non è da meno, e l’esibizione di Salvini nelle piazze è un’occasione per cariche, pestaggi e denunce contro gli elementi più attivi. Il governo spera così di indebolire la reazione popolare alla politica di miseria e di guerra che porta avanti.

Gli anarchici sono a fianco di Luca e Silvano, gli anarchici continueranno a mettersi di traverso alle iniziative dei razzisti e dei fascisti, assieme a tanti altri che in questi giorni sono scesi in piazza dovunque, convinti che il fascismo sarà definitivamente sconfitto quando saranno eliminati dalla società le sue principali fonti: l’apparato militare, la gerarchia ecclesiastica, l’intreccio fra grande capitale ed aristocrazia finanziaria.

Il Convegno Nazionale della Federazione Anarchica Italiana

16 maggio 2015

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Primo Maggio in Turchia: sfida alla repressione statale

questo articolo comparirà sul numero 16 di Umanità Nova, in diffusione da domani.

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Primo Maggio in Turchia: sfida alla repressione statale

Anche in Turchia le manifestazioni del Primo Maggio quest’anno avranno un’importanza particolare.
Infatti la giornata internazionale dei lavoratori, che già in Turchia vede ogni anno grandi manifestazioni sfidare la repressione e i divieti imposti dallo Stato, acquisisce nell’attuale contesto politico e sociale del paese un significato ancora più forte. Ad oggi (27 aprile) non vi sono notizie chiare su come si svolgeranno le manifestazioni ad Istanbul e nelle altre città e sulle misure repressive che saranno messe in atto dal governo, possiamo però provare a delineare il complesso contesto in cui si terrà quest’anno il Primo Maggio in Turchia.

Lo Stato turco continua a fare la guerra, fuori ma soprattutto dentro i propri confini.
La forte militarizzazione del confine tra il territorio statale turco e quello siriano, in atto dallo scorso settembre per isolare la Rojava e sostenere lo Stato Islamico contro il processo rivoluzionario in corso nella Rojava, continua a fare strage. L’esercito turco ha ucciso nelle ultime settimane 4 persone che tentavano di attraversare il confine, gli arrestati sono invece 32. Alcuni episodi delle ultime settimane ci mostrano la brutalità dell’esercito turco, lo scorso 20 aprile ad esempio 5 giovani di origine araba sono stati torturati dopo essere stati arrestati mentre tentavano di entrare in territorio turco dalla zona di Cezire, nella Rojava – il kurdistan occidentale in territorio statale siriano. Un altro caso grave è quello avvenuto a Uludere, distretto della provincia di Şirnak, dove le truppe hanno aperto il fuoco su un gruppo di persone che svolgono attività di commercio transfrontaliero, ferendone 4.

La lotta contro le centrali nucleari in Turchia ha conosciuto nell’ultimo mese un certo sviluppo. Lo scorso 14 aprile durante la cerimonia di inaugurazione dei lavori per la costruzione della prima centrale nucleare turca ad Akkuyu, nel distretto di Mersin, un folto gruppo di contestatori ha bloccato i cancelli del sito di costruzione per impedire la cerimonia. La polizia è intervenuta con gli idranti per disperdere i manifestanti e aprire i cancelli. Il 25 aprile a Sinop, sul Mar Nero, dove è in programma la costruzione di un’altra centrale nucleare, si è tenuta una manifestazione alla quale ha partecipato, con uno striscione che riportava “Il nucleare è morte, il capitalismo è disastro”, anche Patika Ekoloji Kolektifi, collettivo anarchico ecologista legato al gruppo anarchico DAF (Azione Anarchica Rivoluzionaria) di Istanbul.

Tra il 24 e il 25 aprile, mentre la Repubblica Turca ha celebrato il centenario della battaglia di Gallipoli, la polizia ha represso molte delle manifestazioni che negli stessi giorni si tenevano per commemorare il centenario del genocidio degli armeni, perpetrato proprio nel 1915 dall’Impero ottomano. Ad Istanbul la polizia ha disperso una manifestazione di studenti all’interno dell’Università Tecnica ITU, ed ha attaccato la manifestazione che si è tenuta a Kadikoy, sulla sponda asiatica, arrestando sette persone.

Il 25 aprile scorso a Istanbul di fronte al consolato francese in Istiklal Caddesi, a poche decine di metri da Piazza Taksim, si è tenuta una conferenza stampa nella quale un ampio cartello di forze politiche e sindacali hanno dichiarato “Il Primo Maggio saremo in piazza Taksim”. Dichiarazione molto significativa se pensiamo che Piazza Taksim, oltre ad essere teatro della dura lotta contro la distuzione di Gezi Park nel 2013, è la piazza in cui il Primo Maggio del 1977 furono uccisi 34 lavoratori che partecipavano alla manifestazione, in una strage di stato che aprì la strado alla dittatura militare. Da allora, con l’unica eccezione di una parziale apertura della piazza ai manifestanti tra il 2010 ed il 2012, il Primo Maggio in Piazza Taksim è proibito e la polizia ogni anno scioglie con ogni mezzo i cortei che provano ad entrare nella piazza. La conferenza stampa era stata convocata da organizzazioni sindacali come DISK e KESK, dall’Ordine degli ingegneri e degli architetti, dall’ordine dei medici, da alcuni dei principali partiti d’opposizione, tra cui CHP e HDP, dai gruppi anarchici DAF e İstanbul Anarşİ İnİsİyatİfİ, e dagli altri gruppi della sinistra rivoluzionaria.

L’organizzazione studentesca LAF (Lise Anarşist Faaliyet) legata al gruppo anarchico DAF ha lanciato un appello agli studenti in vista del Primo Maggio, ricordando i giovani uccisi dallo Stato durante scontri e manifestazioni negli ultimi anni, e ricordando Ceylan Ozalp, combattente curda. Ecco il documento del LAF:

“C’è una lotta il Primo Maggio!

Questa lotta è la lotta di Ali Ismail che è stato picchiato ed ucciso, è la lotta di Berkin che fu colpito in testa da un candelotto lacrimogeno sparato dalla polizia, è la lotta di Ceylan che fu colpita dalle bombe di mortaio, è la lotta di Uğur a cui ha sparato l’esercito, è la lotta dei nostri fratelli che sono stati assassinati dagli stati.

Questa lotta è la lotta del Primo Maggio vietato nel sangue.
Questa lotta è la lotta della gente che ciononostante per anni è scesa in piazza per il Primo Maggio vietato.
Questa lotta è la lotta degli studenti delle scuole superiori, che rifiutano ogni autorità e scendono in strada.

Questa lotta è la lotta degli oppressi contro gli oppressori in ogni ambito della vita.

Il Primo Maggio saremo nelle strade per rifiutare ogni tipo di autorità, contro lo Stato e contro gli omicidi di stato e chiamiamo tutti gli studenti delle scuole superiori a “la lotta”.

C’è una lotta il Primo Maggio. Partecipa anche tu alla lotta!

Lise Anarşist Faaliyet
(Azione Anarchica delle scuole superiori)”

Ma sul Primo Maggio di quest’anno pesano in Turchia anche le prossime elezioni legislative, per il rinnovo del parlamento e dell’esecutivo, che si terranno ad inizio giugno. Dopo la vittoria alle presidenziali Erdoğan e il suo partito islamista-conservatore AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), anche se sembrano perdere un po’ di consenso, puntano ad una conferma del loro ruolo alla guida del paese, in modo da procedere con la revisione della costituzione. Ma chi sembra puntare di più su queste elezioni è l’HDP (Partito Democratico dei Popoli) il partito di opposizione che sostiene i diritti dei curdi, e che punta a superare la soglia di sbarramento – altissima – del 10% per entrare in parlamento. Sono già presenti in parlamento 29 deputati eletti nel 2011 come indipendenti e che costituiscono ora il gruppo parlamentare dell’HDP che è stato fondato nel 2013. Con le prossime elezioni l’HDP punta quindi a essere presente in parlamento come partito, per questo ha ottenuto il sostegno per le elezioni anche da altri partiti di sinistra. Anche il partito di opposizione CHP (Partito Repubblicano del Popolo) della sinistra autoritaria, laica e nazionalista di tradizione kemalista tende a vedere favorevolmente l’elezione di deputati HDP.
La tensione politica in Turchia sta crescendo con l’approssimarsi delle elezioni, i cui risultati potrebbero inasprire i conflitti in corso nella regione o aprirne di nuovi anche all’interno della Turchia.

Certo per molti questo Primo Maggio in Turchia sarà una partita da giocare sul piano della contesa elettorale, per gli anarchici invece il Primo Maggio sarà una giornata di lotta e di azione diretta, contro lo Stato e il Capitale, fuori e contro ogni inganno elettorale. Nella giornata del Primo Maggio gli Anarchici ad Istanbul come a Milano ed in centinaia di altre città del mondo saranno nelle strade con gli oppressi e gli sfruttati, per una società di liberi e di eguali.

Dario Antonelli

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Federazione Anarchica Livornese, comunicato per la scomparsa di Garibaldo Benifei

La Federazione Anarchica Livornese è vicina all’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti in lutto per la scomparsa di Garibaldo Benifei. Ricorda la comune battaglia contro il regime fascista, che riunì persone di diverse tendenze politiche, e la tenace e lucida opera di testimonianza e divulgazione delle ragioni dell’antifascismo che lo ha visto impegnato fino all’ultimo. Esprime le proprie condoglianze alla moglie Osmana e alla famiglia tutta.

La Commissione di Corrispondenza
della Federazione Anarchica Livornese

Livorno, 25 aprile 2015

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Salvini, fascista! Livorno non ti vuole!

Salvini, fascista! Livorno non ti vuole!

Dopo la provocatoria presenza del nazileghista Borghezio, a Livorno mercoledì 22 aprile è arrivato anche Salvini, per una tappa del suo tour elettorale in vista delle elezioni regionali.
Stando alle notizie date nei giorni precedenti dalla stampa locale, il leader leghista sarebbe dovuto arrivare alle 9:30 al gazebo della Lega Nord in Via Grande, vicino alla zona del mercato, per poi passeggiare tra le strade del centro, tra i negozi e i banchi degli ambulanti.

La mattina di mercoledì 22 però, tra i banchi del mercato la tensione è alta, nessuno vuole essere strumentalizzato dalla Lega e i commenti della gente sono tutti contro Salvini. Le camionette di polizia e carabinieri presidiano tutti gli accessi alle strade del mercato e gli agenti in borghese controllano in forze la zona.
Già venti minuti prima dell’orario previsto per il suo arrivo, un centinaio persone si raccolgono dove la Lega avrebbe dovuto montare il proprio gazebo.
Ci sono donne e uomini, giovani e meno giovani, operai, facchini e muratori, ambulanti del mercato, pensionati, studenti e disoccupati, facce di ogni paese, tutti livornesi. Tutti là per impedire a Salvini di venire al mercato di piazza Cavallotti per il suo solito spot razzista.
La Lega non ha montato nessun gazebo, è riuscita solo ad aprire un banchino dall’altra parte della strada, protetta su ogni lato da cordoni di agenti in assetto antisommossa.
Quando da dietro i caschi blu si alzano una bandiera leghista ed una bandiera del Granducato di toscana con i colori degli Asburgo-Lorena, parte la contestazione vera e propria, viene aperto uno striscione e tutti cantano Bella Ciao, da una finestra qualcuno sventola una bandiera rossa. La folla dei contestatori cresce, i passanti si uniscono alla manifestazione spontanea e partono i primi slogan: “Salvini, fascista! Livorno non ti vuole!”, “siamo tutti clandestini!”, “Se ci sono i disoccupati, la colpa è dei padroni e non degli immigrati!”.

Quando, in ritardo, arriva Salvini passando da una strada laterale per evitare le contestazioni, i manifestanti sono ormai più di 200. Allora la protesta si fa più intensa e molti riescono, aggirando il primo cordone di polizia in borghese, ad arrivare di fronte agli scudi dell’antisommossa, a pochi metri dal gruppetto di leghisti che si fanno selfie con il proprio capo. Gli slogan e i cori coprono completamente le parole di Salvini, che quando sale in piedi su una panchina per parlare al microfono, da bravo collezionista di felpe, indossa una maglia con su scritto “Livorno” che accende ancora di più la contestazione. A quel punto una fitta pioggia di pomodori e uova lo costringe a scendere dalla panchina e a passare la parola ad un altro leghista. È ormai chiaro che Salvini non farà nessuna passeggiata per il mercato.
Dopo pochi minuti, i leghisti concludono il breve comizio, e Salvini per rispondere alle domande dei giornalisti senza essere sovrastato dagli slogan dei dimostranti deve allontanarsi di circa un centinaio di metri, in una Via della Madonna deserta e blindata. La visita dello showman padano dura poco più di mezzora, un corteo di mezzi della polizia lo scorta verso la prossima tappa del suo tour elettorale.

Lo sparuto gruppo di leghisti, protetto dai cordoni delle forze del disordine, resta per una ventina di minuti circondato dai manifestanti, che continuano a scandire slogan e bruciano una bandiera della Lega che qualche timido padano aveva probabilmente abbandonato a terra allontanandosi. Quando alla fine i sostenitori di Salvini se ne vanno via in macchina scortati dalla polizia, la folla dei contestatori si dirada e la manifestazione si scioglie.

Il fascista Salvini non è riuscito a fare un passo nel centro di Livorno e non ha neanche visto il mercato, di cui ha potuto però apprezzare “al volo” alcuni prodotti ortofrutticoli. La mattina del 22 aprile a Livorno è stato dimostrato che la propaganda della Lega può essere spezzata. La foto del giorno di Salvini non è quella di un “capitano” che dispensa strette di mano tra la gente, ma quella di un politico che mostra uno dei pomodori che la gente gli ha lanciato contro. Lo spot non è riuscito, il pubblico stavolta ha fatto irruzione sulla scena, senza preoccuparsi delle conseguenze mediatiche della contestazione.
La risposta della città, di chi a Livorno rifiuta il razzismo e il fascismo, di chi respinge la propaganda della Lega, è stata un segnale importante, che si intreccia con le contestazioni che ci sono state anche in altre città Toscane in questi giorni, con il grande corteo contro il comizio di Salvini a Roma il 28 febbraio scorso, con la contestazione a Torino di un mese fa, e con tutte le altre manifestazioni di protesta contro la propaganda della Lega. Ma la contestazione di Salvini a Livorno si salda anche con la manifestazione dei lavoratori di sabato 18 aprile, che ha portato in piazza anche la lotta contro le politiche del governo che cercano di spezzare la solidarietà tra gli sfruttati.
Salvini ha promesso che tornerà a Livorno, speriamo che da bravo politico non mantenga le promesse, ma nel caso dovesse tornare speriamo che torni in estate, in modo che possa assaggiare gli ottimi cocomeri del mercato.

Un* che c’era

Segue il volantino unitario diffuso nel corso mattinata al mercato:

Fuori Salvini!

Abbiamo appreso che la mattina di mercoledi 22 dalle ore 9:30, in via Grande, all’angolo con via del Giglio nella zona del mercato, sarà presente il razzista Matteo Salvini per un tour elettorale (da noi pagato).
Riteniamo che tale presenza sia una chiara e forte provocazione (iniziata con la presenza di Borghezio sabato 18) verso l’intera città di Livorno. Riteniamo indispensabile far capire in modo determinato che tale presenza è da ripudiare senza se e senza ma, soprattutto in questo tragico momento in cui, cercando la libertà, si muore a causa di politiche migratorie assassine, che Salvini vorrebbe ancora più restrittive. La propaganda vile e bugiarda della Lega prova in questi giorni anche a strumentalizzare l’ennesima strage in mare dello scorso 19 aprile. Centinaia di persone che cercavano di raggiungere le coste italiane sono state uccise dalle politiche migratorie dell’UE e dell’Italia di cui la stessa Lega è protagonista. Salvini in questa occasione torna a parlare di “invasione”, sciacallando sulla morte dei profughi e negando di fatto la realtà, perché il numero di italiani emigrati all’estero per lavoro ormai supera il numero di immigrati.

Cosa cerca Salvini? Sappiamo bene che la disoccupazione, così come gli sfratti, che raggiungono a Livorno livelli altissimi, sono causate dalle politiche dei governi, di cui anche la Lega Nord nel corso degli anni si è resa complice. Ma Salvini cerca tramite spot populisti di strumentalizzare l’impoverimento della gente gettando ogni responsabilità sui migranti, accusandoli di “rubare” case e lavoro.
Inoltre la Lega di Salvini si posta sempre più verso la destra fascista, creando alleanze con gruppi e partitini razzisti, xefonobi e fascisti, come casapound e alba dorata.
La giornata di sabato 18 Aprile ha lasciato un impronta chiara per quello che e legato alla questione del lavoro; tutte le nuove leggi sul lavoro (ad es. jobs act) hanno l’obiettivo di dividere i lavoratori, peggiorare tutte le condizioni lavorative e creare conflitti, all’interno della stessa classe sociale, tra i soggetti più deboli e ricattabili.
Noi sappiamo che la ricchezza nel nostro paese c’è ma è detenuta da soggetti speculativi come banche, capitalisti, e soggetti appartenenti alla casta politica. Mafia capitale ne è l’esempio più evidente: nella “Roma ladrona” i fascisti e i razzisti fanno affari gestendo l’emergenza immigrati, così come gli imprenditori della Lega fanno soldi a palate sfruttando i lavoratori immigrati.
Il futuro dei lavoratori nella regione governata dalla Lega è: lavoro gratis all’EXPO, la nuova frontiera della schiavitù.
I soldi necessari per avere garantite tutte le esigenze della popolazione, istruzione, sanità e servizi pubblici, ci sono. Lo dimostrano i miliardi destinati alle spese militari, all’EXPO, o a fallimentari investimenti in inutili grandi opere come la Tav.
Chiudiamo facendo un appello a tutte le realtà che ripudiano soggetti che minano alle libertà e propagano odio razziale a essere presenti in piazza per far capire che a Livorno non c’è spazio per loro.

“Salvini Livorno non ti vuole”

 

questo resoconto uscirà sul prossimo numero di Umanità Nova

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CONTRO PADRONI, GOVERNANTI E SPECULATORI RESPINGERE IL RICATTO OCCUPAZIONALE ORGANIZZARSI PER LOTTARE

corteo 180415

(foto di Giacomo Bazzi)

Pubblichiamo il testo del volantino diffuso durante il corteo di sabato 18 aprile organizzato da Coordinamento Lavoratori Livornesi

CONTRO PADRONI, GOVERNANTI E SPECULATORI

RESPINGERE IL RICATTO OCCUPAZIONALE

ORGANIZZARSI PER LOTTARE

Gli Anarchici Livornesi partecipano alla manifestazione del 18 Aprile indetta dal Coordinamento dei Lavoratori e delle Lavoratrici Livornesi ribadendo che la crisi economica è stata l’occasione per un gigantesco sabotaggio della produzione e della distribuzione, sabotaggio operato dai capitalisti con l’appoggio del governo e delle banche, allo scopo di distruggere il movimento operaio e 50 anni di conquiste e i miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari.

Livorno è un esempio di questa catastrofe: la disoccupazione giovanile è altissima, la cassaintegrazione è aumentata vertiginosamente. Il risultato è che tanti livornesi fuggono all’estero.

Anche nella nostra città, come altrove, vengono proposte “Grandi Opere”, vedi il Nuovo Ospedale e la Darsena Europa (come se non bastasse l’esperienza dell’inutile e dannoso Rigassificatore), che richiedono investimenti di miliardi di euro. Questi progetti sono presentati come soluzione per risolvere il problema della disoccupazione, in realtà sono solo l’ennesima occasione per fare affari sulla pelle dei lavoratori. Infatti queste opere invece di rispondere ai nostri bisogni, sono destinate a creare solo gigantesche speculazioni, favorire gruppi economici e di potere, a creare consensi elettorali attorno ai partiti che promuovono politiche contrarie agli interessi dei lavoratori.

Alla politica del degrado ambientale, del saccheggio dei territori, della speculazione edilizia e finanziaria, della estorsione di risorse e reddito ai danni dei lavoratori si devono opporre scelte che vengono dal basso e che devono essere controllate dal basso.

Un esempio lo dà “Vertenza Livorno”, rete per la difesa dell’ambiente e della salute, che ha individuato alcune proposte concrete (polo per la gestione dei rifiuti urbani e per le energie rinnovabili, bonifica delle aree dismesse a carico dei proprietari) per uscire dalla crisi senza l’uso delle grandi opere.

I lavoratori organizzati, anche in collegamento con lavoratori di altre località, devono vigilare per la difesa dell’occupazione fuori da ogni ricatto, per il rispetto dei regolamenti, contro lo straordinario, il lavoro nero e le nuove forme di precarizzazione, con la volontà di superare il modo di produzione capitalistico.

Per questo è importante sostenere tutte le lotte che si svolgono a livello locale. Altrettanto importante è agganciarsi ad una dimensione più vasta e sostenere le mobilitazioni che sono in atto nel paese, a partire dallo sciopero indetto nella scuola contro il piano Renzi e dalle manifestazioni previste a Milano (30 aprile, 1,2,3 maggio) contro l’Expo, evento che si configura come occasione di speculazione, corruzione e sfruttamento massiccio dei lavoratori addetti, nei confronti dei quali sono sospese le più elementari tutele e garanzie.

AZIONE DIRETTA

AUTOGESTIONE

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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PISA: occupata scienze politiche contro l’EXPO, tre giorni di iniziative

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riceviamo e pubblichiamo:

COMUNICATO OCCUPAZIONE DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE

L’Assemblea dell’Aula R ha deciso di occupare simbolicamente il dipartimento nei giorni 17, 18 e 19 aprile 2015 per una serie di iniziative su Expo 2015.
Come Aula R riteniamo necessario sensibilizzare sul tema di Expo e sull’impronta culturale che l’esposizione universale lascerà in eredità.
Expo 2015 renderà Milano la grande vetrina del capitalismo e di tutte le contraddizioni che esso rappresenta. Pertanto riteniamo fondamentale che venga svolto nei locali dell’Università un momento di riflessione critica e sensibilizzazione in merito a questo tema, per non fermarsi all’immagine positiva che Istituzioni e media vogliono diffondere.
No a Expo perchè sinonimo di grandi opere finanziate con denaro pubblico a profitto di pochi e già ricchi.
A partire dalle grandi opere finanziate con denaro pubblico che porteranno profitto solamente ai noti Impregilo e CMC, per quanto riguarda costruzione e smantellamento dell’area espositiva, e alle multinazionali in merito a sponsorizzazione e partecipazione, quali McDonald’s, Monsanto, Nestlè, San Pellegrino, gruppo Finmeccanica, Eni. Ricordiamo infatti, dati alla mano, che circa il 90% dei finanziamenti per Expo 2015 sono pubblici1 ma che chi trarrà profitto dall’evento saranno solo enti privati.
Expo 2015 consacra l’ arricchimento delle multinazionali a discapito dei territori e delle comunità sempre più impoverite.
No a Expo, perché Expo è sinonimo di precarietà.
Non si limita solamente allo spreco di denaro pubblico, ma va a colpire direttamente il mondo del lavoro: vista l’applicazione pratica del Jobs Act, Expo si qualifica come fiera della precarietà.
In un momento storico in cui la disoccupazione giovanile tocca punte del 47%, il grande evento propone contratti di volontariato. Expo ci chiede prestazioni gratuite volontarie, mentre l’amministratore delegato di Expo Spa, Giuseppe Sala, riceve una retribuzione di 423.000 euro2. Uno sfruttamento mascherato da volontariato. La campagna di reclutamento finora non ha riscosso un grande successo: di 18000 volontari richiesti, risultano aver fatto domanda circa 8500.
No a Expo, perché Expo è sinonimo di un sapere acritico e asservito.
L’apprendistato, che prevede alternanza di fasi di insegnamento pratico e teorico, risulta essere la tipologia di contratto più utilizzata nell’Expo, una forma contrattuale che non prevede alcun tipo di assunzione al termine del periodo di apprendistato. Se consideriamo che i ritmi di lavoro imposti a chi lavorerà all’Expo con questi contratti impediranno di fatto ogni tipo di formazione, risulta ancora più chiaro che l’apprendistato è solo un paravento per poter disporre di manodopera a costo bassissimo.
Anche scuola e università rientrano in questo grande progetto attraverso il protocollo di intesa tra MIUR ed Expo. Gli studenti delle scuole medie superiori sono obbligati all’alternanza scuola lavoro mascherata da tirocinio per ottenere crediti formativi, in tale modo, quello che dovrebbe essere un momento di crescita e formazione della coscienza diventa formazione della manodopera.
No Expo, perché Expo è sinonimo di un certo “modus operandi”.
Tutte le leggi che il Governo non è riuscito a far approvare entrano di fatto automaticamente in vigore con Expo, trampolino di lancio delle politiche di austerità. Il paradigma dell’emergenza è ciò che spinge lo Sblocca Italia: il ritardo nei preparativi dell’evento ha fatto sì che la gestione di questa “grande opera” venisse inizialmente delegata dal livello locale a quello nazionale, per poi passare in seconda battuta al settore privato, facendo crollare ogni standard di sicurezza. Con questo modello di emergenzialità pianificata diminuiscono tempi e controlli nei lavori, favorendo le infiltrazioni criminali e mafiose, come nella migliore tradizione italiana.
No a Expo, perché Expo è sinonimo di devastazione territoriale e cementificazione.
Non solo per quanto attiene alla realtà di Milano, ma anche per le multinazionali protagoniste che, seppur con nuove etichette green, sono da anni responsabili di danneggiamento, inquinamento e devastazione dei territori in tutto il mondo, e dello sfruttamento e impoverimento delle comunità che vi vivono.
No a Expo, perché Expo è sinonimo di mistificazione.
Con il suo linguaggio e la sua retorica Expo ha messo in atto una vera e propria opera di propaganda, vendendosi come sostenibile e rispettoso di territori, comunità e differenze culturali.

No a Expo, perché Expo non nutre il pianeta. Nutre solo le multinazionali.
No a Expo, perché Expo non dà energia alla vita. La distrugge.

Assemblea Aula R

INIZIATIVE:

Venerdì 17:
dalle ore 17: ColPol Firenze: scuola, università, lavoro giovanile.
Cobas Pisa: lavoro, contratti, assunzioni.
Federazione Anarchica Livornese: grandi opere e grandi truffe.

A seguire: aperitivo con con il Coro Garibaldi d’Assalto e dj set dell’Aula Horror

Alle ore 2 “Dall’Expo all’apocalisse: proiezione del film L’alba dei morti dementi”

Sabato 18:
ore 17: “Cos’è il cibo, chi è il cibo?” a cura di attivisti antispecisti NoExpo

ore 21: “Expopolis” a cura del Collettivo Offtopic da Milano

A seguire P.U.M factory: NoExpo, Yes Party! – Rezna, Angelyno, Sterling, Dadapop

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Ventiquattresimo anniversario della strage del Moby Prince, la lotta continua

questo articolo sarà pubblicato sul prossimo numer del settimanale anarchico Umanità Nova

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Ventiquattresimo anniversario della strage del Moby Prince, la lotta continua

Venerdì 10 aprile è stato il ventiquattresimo anniversario della più grande strage sul lavoro dal dopoguerra. La strage del Moby Prince. Proprio alla vigilia dell’anniversario l’ottava commissione del Senato, quella che si occupa dei lavori pubblici, e quindi anche dei trasporti, ha approvato all’unanimità la proposta di commissione d’inchiesta che sarà ora sottoposta al voto del Senato.
La commissione d’inchiesta, se sarà istituita, avrà due anni di tempo per indagare sui tempi di sopravvivenza a bordo, sulla dinamica di collisione con la petroliera Agip Abruzzo, sui problemi della sicurezza a bordo e sul ritardo nei soccorsi.
Se da una parte vi è la speranza che questa commissione, se costituita, possa contribuire al riconoscimento di una verità ufficiale, dall’altra vi è la consapevolezza che le istituzioni politiche e giudiziarie dello Stato hanno finora coperto e protetto i veri responsabili.
La verità che è stata finora negata nelle aule di tribunale e nei grandi palazzi della politica, è invece ben nota ai familiari delle vittime e a tutti coloro che li sostengono. La verità è viva nella lotta dei familiari delle vittime della strage del Moby Prince, così come in quella dei familiari delle vittime della strage di Viareggio e di tutte le stragi, così come nelle lotte per la sicurezza sul lavoro e la salute della popolazione, contro le stragi sul lavoro e le nocività.
È per questo che venerdì 10 aprile, molti livornesi sono scesi in piazza al fianco dei familiari delle vittime, dando vita ad un corteo molto più numeroso rispetto a quelli degli anni passati. Da notare un particolare vergognoso: durante il passaggio del corteo davanti al Comune, al Duomo e all’arrivo all’Andana degli anelli in Porto, i militari della Folgore che da un mese occupano le strade del centro per la cosiddetta operazione “strade sicure” si sono messi in mostra a lato della strada, impugnando le loro armi da guerra, per poi rientrare nei propri mezzi dopo il passaggio del corteo.
Alla commemorazione ufficiale, che vede ogni anno, prima del corteo, il saluto delle autorità cittadine ai familiari delle vittime nella sala consiliare del Comune di Livorno, erano presenti anche un pugno di parlamentari, a fianco del Prefetto, del Questore e dei vertici militari. Di fronte ad essi, e a decine di altre persone, sono intervenuti i familiari delle vittime della strage del Moby Prince e di Viareggio, ma anche il ferroviere Riccardo Antonini, che è stato licenziato dalle Ferrovie a causa del suo impegno per la sicurezza sul lavoro, a fianco dei familiari di Viareggio.
Tutti gli interventi hanno messo in evidenza le responsabilità delle autorità politiche e giudiziarie, ma alcuni interventi hanno di fatto messo alla sbarra i parlamentari e le autorità presenti.
Riportiamo di seguito l’intervento nella sala consiliare del Comune tenuto da Giacomo Sini, figlio di una delle vittime e compagno del Collettivo Anarchico Libertario di Livorno.

“Sono passati ventiquattro anni da quella terribile notte nella quale centoquaranta persone vennero assassinate nel rogo del traghetto “Moby prince”. Assassinate è il termine migliore che può essere utilizzato per descrivere le dinamiche che hanno caratterizzato la morte dei nostri familiari.
Un traghetto, il Moby Prince, che nella notte del 10 Aprile del 1991, su ordine dell’armatore della Navarma, Onorato, viaggiava con l’impianto splinter spento, con un solo radar funzionante dei tre presenti a bordo e con un’apparecchiatura radio che presentava notevoli problematiche legate a frequenti cali di frequenza; a causa di quest’ultimo difetto, il traghetto non riuscì ad inviare alla capitaneria di porto un may day chiaro, nei tragici momenti della collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Secondo il RINA (Registro Italiano Navale ed Aeronautico), ente predisposto a valutare la sicurezza delle navi ed approvarne l’autorizzazione alla navigazione, il traghetto non presentava problematiche tali da impedirne la partenza. Il tutto nell’ottica del risparmio in materia di sicurezza, per permettere comunque alla Navarma di effettuare la tratta Livorno-Olbia, senza l’onere delle spese sulla manutenzione del traghetto.
Una realtà sconcertante che ha visto, con il passare degli anni, alzarsi in gran coro comune una serie di dichiarazioni da parte di organi istituzionali che hanno affermato la necessità di dover far emergere la verità sulla vicenda. Successivamente è stata promessa, come nelle migliori delle propagande, una maggiore attenzione agli investimenti sulla sicurezza nel mondo del lavoro, in modo che tali vicende non potessero più ripetersi. Ed ecco che negli ultimi anni si è prospettata una realtà ben diversa dalle rappresentazioni di un miglioramento della sicurezza nei luoghi di lavoro millantate dai governi che si sono susseguiti; le condizioni sono piuttosto peggiorate e le tragedie consumate dall’arroganza del profitto hanno caratterizzato la storia degli ultimi anni. Anni nei quali si è costantemente parlato di una salvaguardia esclusiva degli interessi dell’imprenditoria italiana e nella fattispecie di grandi padroni d’azienda, erogando incentivi e finanziamenti agevolati ad imprese produttive, nei quali difficilmente si fa riferimento alla parola sicurezza. Il tutto a discapito di milioni di lavoratori che vedono diminuirsi sensibilmente una serie di garanzie sul posto di lavoro. Non scordiamoci mai che la tragedia del Moby prince è stata la più grande strage sul lavoro dell’Italia post guerra.
A tal proposito credo sia doveroso ricordare l’ennesimo morto sul lavoro, assassinato da tali logiche proprio in questa città, Priscillano Inoc. Un morto sul lavoro che si verifica ancora una volta nel comparto portuale livornese. In un contesto nel quale si parla di allargamento del porto e progetti di megadarsene che favoriscono i già abbondanti introiti dei medesimi padroni, passano difatti in secondo piano i ritardi pesanti nel rinnovo del protocollo di sicurezza del lavoro portuale. Credo sia vergognoso discutere di tali progetti dinnanzi ad una situazione di già persistente condizione di schiavitù con orari di lavoro indecenti e situazioni, da tempo denunciate dai lavoratori stessi, di ingente insicurezza, fondamenta ben visibili per degli omicidi come quello di Priscillano e per stragi come quella della Moby Prince. In questi passaggi mi chiedo nuovamente Come fosse possibile che ad un un traghetto che svolgeva la tratta Livorno-Olbia venisse realmente permesso di viaggiare con tutte quelle carenze in materia di sicurezza della navigazione. La risposta viene da sé, guardando al numero di introiti che la Navarma è riuscita a riscuotere negli anni successivi alla tragedia sino ad oggi, continuando a navigare in simili condizioni, riscuotendo inoltre un buon numero d’incidenti. Fatalità, come venne ricordato dal ministro della marina al tempo della vicenda? Disattenzioni generali, come venne ribadito dal contesto mediatico nazionale? A voi le risposte reali, a loro il potere di schiacciarle con metodi di sopraffazione. Metodi che non hanno mai vinto grazie ai forti legami di solidarietà nati con gli anni che hanno permesso a quelle risposte di emergere con forza e presentare la realtà dei fatti, divenendo verità; 3 colpevoli: Onorato, l’armatore della Navarma Lines per le carenze del traghetto. Sergio Albanese, comandante della capitaneria di porto di Livorno che nella notte del 10 Aprile rimase in silenzio radio per ore senza coordinare i soccorsi, allontanando chi si era permesso di tentare di salvare delle vite Superina, comandante dell’Agip Abruzzo che ha fatto di tutto per concentrare i soccorsi verso la sua nave, riuscendo ad affermare che chi lo aveva speronato fosse una bettolina.
Arriviamo poi negli ultimi mesi del 2014, all’ennesima notizia di una tragedia consumata nei mari: il rogo del traghetto della Norman Atlantic che ha provocato nel giro di poche ore la morte accertata di 13 persone. Ancora una volta emergono dei fatti che non lasciano alcun dubbio sulle responsabilità dell’armatore del traghetto della Anek e la connivenza con il RINA in materia di concessioni alla navigabilità. Lo stesso RINA torna ad essere per l’ennesima volta un protagonista negativo della vicenda, dato il ruolo cruciale nell’affidare voti sufficienti durante le ispezioni precedenti alla partenza del traghetto, consentendone l’operatività. Inoltre, ad oggi, ispettori del registro navale hanno compiuto nei mesi scorsi numerosi sopralluoghi all’interno del traghetto, procedendo al suo trasferimento dal porto di Brindisi a quello di Bari, dove risiede la procura competente sul fatto. Un caso? Certamente la questione è passata inosservata grazie a motivazioni burocratiche. Personalmente lo ritengo un atto grave che può sovraintendere l’ennesimo tentativo di intromissione, per la copertura di certe responsabilità dello stesso RINA. Il traghetto della Norman Atlantic aveva dei malfunzionamenti: le porte taglia fuoco non erano conformi per i protocolli d’intesa internazionali ed i sistemi d’emergenza (luci e batterie)erano spariti. In questi passaggi rivedo tutte le medesime dinamiche che hanno accompagnato la storia della strage del Moby Prince e continuo a chiedermi come sia possibile che esse continuino imperterrite ad accadere in un imbarazzante silenzio-sdegno che viene fortunatamente tagliato dalla rabbia di chi subisce le conseguenze di tali dinamiche. Dinamiche possibili purtroppo, mi rispondo, quando capisco che chi, osservando che i colpevoli della più grande tragedia della marineria italiana sono rimasti ad oggi impuniti, può permettersi di agire con le stesse prerogative. Non è propaganda affermare che la giustizia ufficiale difenda gli interessi di chi uccide. Inoltre, nella vicenda della Norman Atlantic, come spesso purtroppo accade nelle tratte di mare che collegano i porti del mediterraneo e dell’Adriatico, è emersa la notizia della presenza di un buon numero di clandestini che si trovavano all’interno di alcuni TIR nelle aree garage. Ecco che nel valzer delle dichiarazioni inerenti le cause dell’incendio, si è tentato attraverso canali mediatici importanti e vari apparati istituzionali, di concentrare l’attenzione sulla vicenda dei migranti presenti a bordo, finendo per addossare le cause dell’incendio all’accensione di un fuoco da parte di questi ultimi per difendersi dal freddo nel reparto garage. Stessa dinamica nel 1991, quando si tentò da subito di scagionare le responsabilità dell’armatore della Moby Prince, addossando vigliaccamente tutte le colpe alla disattenzione dell’equipaggio intento a guardare una partita di calcio. Si è attuato nuovamente quel tentativo di marginalizzare la problematica delle politiche di deregolamentazione sulla sicurezza della navigazione, attaccando in quest’ultimo caso la fascia di soggetti più deboli e ben strumentalizzabili, i migranti.
E’ bene ricordarsi che a causa di politiche d’ingresso in Europa altamente discriminatorie, che vedono nell’uomo una merce utile solo in materia di fabbisogno di manodopera per diverse aziende, più di 23 mila migranti sono morti davanti agli occhi di chi oggi continua imperterrito a riempirsi la bocca della necessità di operare più attenzione al mondo della sicurezza della navigazione. Quegli attori che, grazie al continuo attacco ai diritti dei lavoratori ed ai conseguenti tagli in materia di sicurezza, salvaguardano il profitto di chi continua ad uccidere con il beneplacito della giustizia italiana. Depistaggi, insabbiamenti, minacce, ricatti, manomissione delle prove, menzogne. In questi 24 anni chi voleva che non si facesse luce sulla strage del Moby Prince ha provato in ogni modo ad ostacolare chi ancora oggi continua a portare avanti la battaglia per la verità e la giustizia. Sono metodi ben noti, gli stessi usati per coprire le responsabilità delle stragi di stato e delle bombe fasciste. Sono gli stessi metodi usati per coprire le responsabilità di industriali, speculatori e politici che per fare affari avvelenano ed uccidono la popolazione.
Ecco quindi che mi preme ricordare ancora una volta la convinzione che siano le mobilitazioni di base e le battaglie comuni a difesa di una differente idea di giustizia a portare ad una vittoria contro gli abusi e la sopraffazione. Una lotta che ogni anno viene rilanciata nelle parole d’ordine di verità e giustizia sulla strage del Moby Prince, perché non si tratta solo di dare una risposta a noi, familiari delle vittime, o di far luce su una vicenda oscura, ma la battaglia assume un significato più grande, che coinvolge tutti e che possa contribuire ad arrivare un giorno a poter dire che nessuno dovrà più subire il dolore che noi continuiamo a vivere.”

Dario Antonelli

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Kurdistan: Una Rivoluzione necessaria

Kurdistan: Una Rivoluzione necessaria

A due mesi dalla “vittoria”, intorno a Kobanê si combatte ancora. A fine gennaio le YPG/YPJ e le altre forze che hanno contribuito alla resistenza avevano spezzato l’assedio delle truppe dello Stato Islamico iniziato nel settembre dell’anno scorso. In questi due mesi i combattimenti sono continuati nei villaggi che circondano la città e ancora adesso, soprattutto a Sud, si combatte a pochi chilometri da Kobanê. In questi due mesi è iniziato anche il lento rientro in città dei civili che erano fuggiti in Turchia durante l’assedio, sfidando la repressione dello Stato turco al confine e nei campi profughi gestiti dal governo. Si tratta però di un processo molto lento, non solo perché la città è completamente distrutta ma anche a causa della mancanza di sicurezza. Infatti tutta l’area è piena di mine e nelle case sono state lasciate trappole esplosive dalle truppe dello Stato Islamico in ritirata.

I prossimi mesi saranno probabilmente decisivi per comprendere quali saranno gli sviluppi non solo della situazione a Kobanê, ma più in generale nella Rojava, nel Kurdistan e per l’intera regione.

Con il progressivo arretramento delle truppe dello Stato Islamico intorno alla città di Kobanê si porrà in modo sempre più forte la questione della ricostruzione e della ripopolazione della città. Sappiamo che vi sono diverse idee in proposito, si parla di mantenere come museo una parte della città distrutta, di costruire una città nuova a fianco alla vecchia, di ricostruire la città più grande in modo che possa ospitare tutti coloro che vorranno venire ad abitarla (si ricordi che a Kobanê avevano trovato rifugio, prima dell’assedio numerosi profughi da altre aree della Siria).

Ma al di là di questi progetti più o meno definiti, la linea finora sostenuta dal consiglio esecutivo del cantone di Kobanê è quella di non accettare ingerenze da parte di multinazionali o grandi interessi speculativi nella ricostruzione. Tra l’altro al momento a causa della militarizzazione del confine messa in atto dal governo turco, i cantoni della Rojava sono di fatto sotto embargo e non possono quindi ricevere aiuti di alcun genere se non in modo più o meno illegale. È possibile il passaggio di persone e aiuti solo là dove è forte una presenza solidale in territorio turco, come appunto è successo vicino Kobanê, dove nei villaggi in territorio turco lungo il confine hanno portato avanti un’intensa attività di solidarietà molti gruppi rivoluzionari tra cui il gruppo anarchico DAF.

La militarizzazione del confine da parte della Turchia è molto forte ovunque vi sia un territorio in mano alle forze curde. Questo perché lo Stato turco sostiene lo Stato Islamico non solo a Kobanê ma ovunque sia utile come forza controrivoluzionaria da impiegare per eliminare ogni possibilità di cambiamento sociale nella regione.

Nei prossimi mesi probabilmente si definirà in modo più chiaro quali saranno le tendenze prevalenti nell’organizzazione politica e sociale dei cantoni e quali modelli politici ed economici saranno presi come riferimento. Fino ad ora la situazione di guerra ha rinviato di fatto la questione, poiché ogni attività economica è stata orientata di fatto al sostegno dello sforzo bellico. In particolare i cantoni di Afrin e Kobanê hanno potuto sostenere la guerra grazie al cantone di Cezire, il più sicuro e il più ricco dei tre, a causa della presenza di pozzi petroliferi e della parziale apertura del confine con il territorio del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) di Barzani, nell’Iraq settentrionale, grazie a un certo numero di peshmerga (truppe regolari del KRG) di stanza lungo il confine che si sono schierate negli ultimi mesi con le YPG/YPJ della Rojava.

La questione della ricostruzione e le elezioni in Cezire, che dovrebbero aver luogo all’inizio dell’estate possono essere un punto di svolta per una situazione che ha visto coesistere finora più tendenze e modelli economici e politici.

Saranno importanti anche le elezioni legislative in Turchia a giugno, sulle quali punta molto il partito HDP (Partito Democratico dei Popoli) che sostiene la causa curda e cerca di riunire parte della sinistra turca. La soglia di sbarramento per entrare in parlamento è fissata al 10%, un limite molto alto, ma che l’HDP potrebbe riuscire a superare. Per l’HDP queste elezioni sono importanti per contare nella revisione della costituzione e nel processo di pace in corso tra lo Stato turco e il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Alcune forze della sinistra rivoluzionaria turca, così come gli anarchici, non condividono questa strategia parlamentare e ritengono invece che si debba proseguire il processo rivoluzionario in corso nella Rojava e estenderlo nella regione.

In effetti, al di là degli sviluppi che ci potranno essere, di fatto quella in Rojava è una situazione rivoluzionaria. La mancanza di un governo dotato di un apparato repressivo che possa ostacolare la libera riorganizzazione della società, la mancanza di un esercito regolare e la presenza invece di unità di autodifesa, la presenza di assemblee e comitati territoriali nei quali la popolazione ha diretto potere decisionale. In questa situazione i compagni anarchici del gruppo DAF (Devrimci Anarşist Faaliyet – Azione Anarchica Rivoluzionaria) sono attivi e presenti come forza riconosciuta nel movimento curdo, al quale potano il loro contributo. In questo contesto cercano di aprire la strada alla rivoluzione sociale, prendendo come obiettivo non l’autonomia o il confederalismo democratico, ma l’anarchia.

Chiaramente, questi processi avvengono in un contesto regionale molto complesso. La presenza di ricchi giacimenti petroliferi, l’incrociarsi di interessi strategici contrapposti, la ferma volontà delle potenze mondiali e regionali di bloccare o recuperare ogni possibile cambiamento sociale reale, che possa mettere in discussione lo Stato e il capitale. Questi e molti altri fattori rendono forse più difficile che altrove lo sviluppo di un processo rivoluzionario in questa regione.

Ma abbiamo visto già chiaramente in Libia e in Egitto che dove non si è in grado di porre all’ordine del giorno la rivoluzione sociale, si lascia spazio alle guerre imperialiste e alle dittature, siano esse laiche o religiose. È lo stesso vicolo cieco in cui può portare la strategia parlamentare in Turchia, così come altre scelte che mirino a bloccare il processo rivoluzionario.

Dario Antonelli

ovunque kobane

Articolo pubblicato su Umanità Nova

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