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Festival del libro alla Ex Caserma: banchetto, dibattiti e cena benefit

 

Questo fine settimana saremo presenti alla IV edizione del Festival del Libro della Ex Caserma Occupata con un banchetto di Zeroincondotta Edizioni, Umanità Nova e con altro materiale, giornali, libri anarchici.

Due nostri compagni interverranno anche al dibattito “Dalla Grecia alla rotta balcanica, esperienza di solidarietà tra e con migranti” alle ore 17.30 di sabato 25 settembre.

Domenica sera sosteniamo la cassa di resistenza con la Cena benefit all’Ex Caserma Occupata a conclusione del Festival

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Assemblea cittadina contro la guerra e per il ritiro delle missioni militari

BASTA GUERRE E FRONTIERE
SOLIDARIETÀ ALLA POPOLAZIONE AFGHANA

Nell’ottobre 2001 iniziava l’invasione dell’Afghanistan. Anche l’Italia, nel quadro della NATO, ha partecipato all’occupazione militare del paese che negli ultimi 20 anni ha mantenuto la popolazione in condizioni di miseria, oppressione, guerra, violenza patriarcale. Ora la restaurazione del regime talebano avviene anche per gli accordi fatti dagli USA, con la complicità dell’Italia. La vicenda afghana mostra a cosa portino le missioni militari, e mostra tragicamente l’urgenza di prendere l’iniziativa per il ritiro immediato delle missioni ancora in corso, per garantire la libertà di movimento ai profughi, per rilanciare l’impegno di solidarietà concreta tra i soggetti sfruttati e oppressi in tutto il mondo. In particolare in sostegno alle donne e a tutt* coloro che in questi giorni in Afghanistan stanno levando la propria voce per la libertà.

PER IL RITIRO DELLE MISSIONI MILITARI!

Le missioni militari italiane all’estero sono 40, di cui ben 18 in Africa. Tra 2020 e 2021, in piena pandemia, il governo ha avviato 4 nuove missioni. Nel Golfo di Guinea, nel Sahel, in Somalia, nello Stretto di Hormuz. Tra le motivazioni ufficiali di queste missioni: “proteggere gli asset estrattivi di ENI”. Dal 2018 è presente un contingente militare italiano in Libia che tutela gli impianti dell’ENI, che non ha lasciato il paese neanche durante la guerra civile.

La strategia militare italiana è sempre più aggressiva e predatoria, apertamente imperialista e neocoloniale. Mentre cresce lo scontro tra l’imperialismo di USA, Cina e Russia, si torna a parlare proprio per le missioni coloniali in Africa di un esercito europeo. Le ragioni che muovono le missioni di guerra sono sempre le stesse: controllo delle risorse; spartizione delle aree di influenza politica ed economica e repressione delle istanze sociali e di classe; controllo delle zone considerate centrali per i movimenti migratori; pubblicità per armamenti, mezzi ed equipaggiamenti militari.

Anche per sostenere queste guerre la spesa militare dello Stato italiano è in costante aumento. Nel 2020, mentre di fronte alla pandemia collassava il servizio sanitario lo Stato italiano aveva deciso di aumentare a 24,97 miliardi la spesa militare per il 2021. Un aumento dell’8,1 % rispetto all’anno precedente, a cui corrisponde una riduzione della spesa sociale, in particolare sanità e scuola.

Abbiamo costituito un coordinamento formato da forze politiche, sindacali, realtà associative e singol*, unite per lanciare una campagna per fermare il crescente intervento militare dello stato italiano all’estero, convinte che solo l’opposizione dal basso possa contrapporsi efficacemente a questa politica.

Invitiamo tutte le persone e le realtà interessate a partecipare a una prima occasione pubblica di confronto per lanciare la campagna:

Assemblea Cittadina
Sabato 2 ottobre ore 16
Piazza Garibaldi
(in caso di pioggia si terrà in sotto il loggiato di Piazza della Pescheria in Venezia)

Per contattare il coordinamento scrivere a: no_missioni_livorno@anche.no

“Basta missioni militari!”
Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari italiane all’estero

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Basta violenza dei tribunali – Presidio a Livorno 16/09 h 17

GIOVEDI 16 SETTEMBRE ORE 17 PRESIDIO DAVANTI DL TRIBUNALE DI LIVORNO IN VIA FALCONE E BORSELLINO PER CONTESTARE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA EMESSA DAL TRIBUNALE DI LIVORNO PER UN CASO DI VIOLENZA

La sentenza di Livorno che, come riportato su “Il Tirreno” del 11.9.21, assolve un maresciallo dei carabinieri, ex comandate del nucleo dell’ispettorato del lavoro di Livorno, dall’accusa di violenza sessuale, mostra ancora una volta come anche i tribunali siano luoghi in cui troppo spesso si consuma violenza.
Le motivazioni dell’assoluzione sono sconvolgenti, poiché sottolineano il ruolo attivo e quindi consenziente, secondo la giudice, della donna costretta con la violenza a praticare sesso orale.

Sono le motivazioni che abbiamo sentito tante volte in altre occasioni, compreso il famoso processo del Circeo di tanti anni fa.
E la storia continua. Nei tribunali si continuano a riconoscere attenuanti al femminicida in preda a “tempesta emotiva”, si assolvono gli stupratori di una donna ritenuta dal giudice “troppo brutta” perchè la sua denuncia di stupro possa essere ritenuta credibile e così via.

Sentenze vergognose, che di fatto legittimano la violenza, lo stupro e perfino le uccisioni di donne, mostrando quanto la violenza patriarcale sia radicata nelle istituzioni e negli ambienti giudiziari, oltre che nella società.
Ci si indigna per la situazione delle donne in Afghanistan, che è oggettivamente drammatica e che merita tutta la nostra incondizionata solidarietà; si denuncia la non adesione alla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere da parte di alcuni governi, questione che è senz’altro grave.

Ma si ignora la violenza sessista che permea la nostra società, si oscurano le pesantissime discriminazioni presenti a casa nostra, nel “civile” Occidente, nelle nostre “democratiche” istituzioni, nelle nostre “illuminate” aule di tribunale.
Le motivazioni della sentenza di Livorno, riportate dalla stampa, sono vergognose, offensive, violente, sessiste, anacronistiche. In appello questa situazione deve essere ribaltata. E va ribaltata nell’intera società
Anche con sentenze come queste, che puntualmente disconoscono le ragioni di chi subisce la violenza e giustificano gli stupratori, si propaga la cultura dello stupro che è alla base di tanti atti di violenza.

Dall’inizio dell’anno sono state ammazzate circa 8 donne al mese, 6 solo in questa ultima settimana. Donne uccise da uomini violenti, familiari nella maggior parte dei casi. E moltissimi sono i casi di violenza sessuale che vedono responsabili proprio uomini in divisa.

Contro la cultura dello stupro presente nella società patriarcale, nelle istituzioni, nei tribunali, NonUnaDiMeno lotta a fianco delle donne e di tutte le soggettività, per liberare le nostre vite dalla violenza.

GIOVEDÌ 16 SETTEMBRE ORE 17 TUTT3 DAVANTI AL TRIBUNALE A LIVORNO IN VIA FALCONE E BORSELLINO.
PRESIDIO ORGANIZZATO DA NUDM LIVORNO

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Presidio 11 settembre: Basta guerre e frontiere solidarietà alla popolazione afghana!

Sabato 11 settembre h 17 Piazza Grande
Basta guerre e frontiere
Solidarietà alla popolazione afghana
Per il ritiro delle missioni militari all’estero.
XXXX Invitando tutte le realtà e i singoli a partecipare, si chiede di evitare la presenza di bandiere e striscioni di singole sigle, dal momento che si tratta della prima iniziativa pubblica di un coordinamento unitario XXXX
20 anni fa iniziava la “guerra al terrore”, con l’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 a cui seguì nel marzo 2003 l’invasione dell’Iraq. Una guerra che ha portato terrore, morte, distruzione in quei paesi, una guerra a cui l’Italia, nel quadro della NATO, ha partecipato con un grande dispiegamento di soldati e mezzi militari.
Giustificata dalla “caccia” ai responsabili degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, fu subito chiaro che l’intervento militare della coalizione non si sarebbe limitato ad una “operazione di polizia internazionale” ma si sarebbe trasformato in una guerra d’invasione. Dopo venti anni di occupazione, gran parte della popolazione afghana vive ancora nella miseria, nell’oppressione, nella guerra, nella violenza patriarcale. In queste settimane grazie agli accordi con gli USA e con la complicità dei suoi alleati, viene restaurato il regime talebano. La vicenda afghana mostra quali siano le conseguenze delle missioni militari, e mostra tragicamente l’urgenza di prendere l’iniziativa per il ritiro immediato delle missioni ancora in corso, per garantire la libertà di movimento ai profughi e a tutt* coloro che sono in fuga dal paese, per rilanciare l’impegno di
solidarietà concreta tra i soggetti sfruttati e oppressi in tutto il mondo.

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Nasce Coordinamento “Basta missioni militari!” sabato 11 presidio

Sabato 11 settembre h 17 Piazza Grande
Basta guerre e frontiere
Solidarietà alla popolazione afghana
Per il ritiro delle missioni militari all’estero

20 anni fa iniziava la “guerra al terrore”, con l’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 a cui seguì nel marzo 2003 l’invasione dell’Iraq. Una guerra che ha portato terrore, morte, distruzione in quei paesi, una guerra a cui l’Italia, nel quadro della NATO, ha partecipato con un grande dispiegamento di soldati e mezzi militari.
Giustificata dalla “caccia” ai responsabili degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, fu subito chiaro che l’intervento militare della coalizione non si sarebbe limitato ad una “operazione di polizia internazionale” ma si sarebbe trasformato in una guerra d’invasione. Dopo venti anni di occupazione, gran parte della popolazione afghana vive ancora nella miseria, nell’oppressione, nella guerra, nella violenza patriarcale. In queste settimane grazie agli accordi con gli USA e con la complicità dei suoi alleati, viene restaurato il regime talebano. La vicenda afghana mostra quali siano le conseguenze delle missioni militari, e mostra tragicamente l’urgenza di prendere l’inziativa per il ritiro immediato delle missioni ancora in corso, per garantire la libertà di movimento ai profughi e a tutt* coloro che sono in fuga dal paese, per rilanciare l’impegno di
solidarietà concreta tra i soggetti sfruttati e oppressi in tutto il mondo.

Il presidio dell’11 settembre in Piazza Grande è organizzato dal Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari all’estero. Di seguito il testo di presentazione del Coordinamento.

BASTA MISSIONI MILITARI!

Si è costituito a Livorno il Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari italiane all’estero. Questo coordinamento ha lo scopo di lanciare una campagna per fermare il
crescente intervento militare dello Stato italiano all’estero. Al momento le missioni militari sono 40, di cui ben 18 in Africa.

Per giustificare l’invio delle truppe in zone di guerra il governo italiano ha cercato, soprattutto nei decenni passati, di dipingere d’arcobaleno i suoi carri armati utilizzando la retorica della “missione
umanitaria” o addirittura “di pace”. Negli ultimi anni la retorica è cambiata, e sempre più spesso il governo parla di difesa “dell’interesse nazionale” o“delle risorse strategiche”. Un cambiamento della propaganda ufficiale che risponde alle esigenze di una nuova strategia militare, più aggressiva e predatoria.

Al di là delle giustificazioni ufficiali, le ragioni che muovono le missioni di guerra sono sempre le stesse: controllo delle risorse, ossia dei siti estrattivi e delle principali infrastrutture che ne permettono il passaggio; spartizione delle aree di influenza politica ed economica e repressione delle istanze sociali e di classe; controllo delle zone considerate centrali per i movimenti migratori; pubblicità per armamenti, mezzi ed equipaggiamenti militari italiani per i governi delle regioni in cui sono impiegati.

Questo è evidente se guardiamo a cosa corrisponde ciò che il governo italiano chiama “Mediterraneo allargato”, questo spazio geografico che è considerato di “interesse nazionale” è delimitato a nord dalla Libia, dal Golfo di Guinea a ovest e dal Corno d’Africa a est. Ma questo
interesse che viene definito nazionale non è che l’interesse delle classi dominanti, del governo, delle grandi multinazionali.

Basti pensare al ruolo dell’ENI che ha impianti importanti sia in Libia sia nel Delta del Niger, e dopotutto la missione della Marina Militare italiana nel Golfo di Guinea ha ufficialmente l’obiettivo di difendere le strutture dell’ENI, oltre alla cosiddetta lotta alla “pirateria”. In alcune di queste zone la guerra si combatte davvero, come in Sahel. Qui la Francia si trova da anni impantanata in un conflitto sanguinoso che ha già fatto molte vittime civili, ed è in questo contesto di guerra che
stanno intervenendo anche le truppe italiane, con la partecipazione alla missione Takuba a supporto dei francesi e con la costruzione di una base italiana in Niger. La forte presenza militare italiana garantita dalle missioni determina povertà per le popolazioni locali e grossi affari per l’industria bellica.

Anche per sostenere queste guerre la spesa militare dello Stato italiano è in costante aumento. Nel 2020, mentre di fronte alla pandemia collassava il servizio sanitario, già devastato da decenni di tagli, privatizzazioni e peggioramento delle condizioni di lavoro, lo Stato italiano aveva deciso di aumentare a 24,97 miliardi la spesa militare per il 2021. Un aumento dell’8,1 % rispetto all’anno precedente, deciso nonostante la situazione di crisi imposta da anni e rafforzata dall’emergenza sanitaria ponesse ben altre priorità. L’aumento delle spese militari è soprattutto andato a scapito della spesa sociale, in particolare sanità e scuola. Inoltre parte consistente dei finanziamenti
previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per la transizione ecologica e digitale, se le accaparrerà la Difesa con la scusa dell’innovazione delle Forze Armate.

Si tratta di risorse sottratte alla collettività, ai salari, agli ammortizzatori sociali, alle pensioni, alla sanità, ai consultori e ai centri antiviolenza, alla scuola, all’assistenza, alle bonifiche, alla messa in sicurezza dei territori, della rete di trasporti, dei luoghi di lavoro. La spesa militare è finanziata a debito dai governi, i cui oneri sono sostenuti da una tassazione che grava sempre di più sui ceti
popolari e sulla classe lavoratrice. L’aumento del debito al contempo finisce per determinare un’inflazione che erode il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. L’impegno militare dello Stato italiano peggiora la situazione di tutti, delle popolazioni che subiscono l’ingombrante presenza delle truppe italiane come delle classi sfruttate in Italia. La nostra campagna antimilitarista è una campagna internazionalista e solidale.

La militarizzazione è ormai una costante anche all’interno dei confini nazionali. I militari sono schierati alle frontiere dell’Italia e dell’Unione Europea, per sbarrare la strada a chi emigra dal proprio paese, in molti casi proprio a causa delle politiche neocoloniali dello stato italiano o dei suoi alleati. Con la missione «Strade Sicure» i militari dal 2008 pattugliano con armi da guerra le strade, le piazze e le stazioni delle nostre città, e in alcuni casi sono impiegati anche in funzione di ordine pubblico, con equipaggiamento antisommossa, nella repressione di manifestazioni e proteste, come ad esempio contro il movimento NO TAV.

Opporsi alle missioni militari all’estero significa anche opporsi alla devastazione ambientale. Basti pensare che anche sul piano ufficiale parte delle missioni militari italiane hanno il principale scopo di tutelare le attività dell’ENI che avvelenano intere regioni del pianeta, come sul Delta del Niger.

Per quanto abbia modificato gli strumenti di propaganda, il governo continua in molti casi a giustificare le missioni militari come interventi a difesa della pace, della democrazia, dei diritti delle donne. Ma sappiamo bene che le donne, le soggettività non binarie, le comunità LGBTQ si trovano invece a dover fronteggiare la violenza perpetrata dagli eserciti. Sono proprio le donne che in ogni guerra sono trasformate in territorio di conquista, perché la violenza di genere, il dominio patriarcale è parte integrante del militarismo, e lo stupro è un’arma di guerra spesso usata anche da quelli che dovrebbero essere contingenti di pace, come nel caso della missione militare italiana in
Somalia nel 1992, in cui la brigata paracadutisti folgore compì violenze atroci.

La vicenda dell’Afghanistan è emblematica e mostra tragicamente, dopo vent’anni di occupazione NATO nel paese, tutti gli aspetti inutili e dannosi delle missioni e l’assenza assoluta di qualsiasi finalità “umanitaria”: oltre 240 mila morti, di questi 70.000 civili, mentre all’Italia questa guerra è costata 8,7 miliardi e 53 morti.

Per questo abbiamo deciso di impegnarci su un tema che è tra i meno conosciuti e i più importanti dell’agenda di governo, convinti che solo l’opposizione dal basso possa contrapporsi efficacemente a questa politica.
Le associazioni e le individualità che hanno dato vita al coordinamento comunicheranno i prossimi appuntamenti. L’adesione al coordinamento è sempre possibile, purché se ne condividano obiettivi e metodi.

Per contattare il coordinamento scrivere a : no_missioni_livorno@anche.no

Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari italiane all’estero

Livorno, 5 settembre 2021

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Livorno 1894. Un attentato balneare

URiceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Marco Rossi

LIVORNO 1894. UN ATTENTATO BALNEARE

L’on. Crispi sembra avere la specialità degli attentati.

(G. Ferrero, Gli ultimi attentati anarchici e la loro repressione, «La riforma sociale», 1894)

La calda estate livornese del 1894 sembrava svolgersi in un’apparente consuetudine; con i ragazzi dei quartieri popolari che si tuffavano nei Fossi e i benestanti che si davano al bel tempo sugli stabilimenti balneari, mostrando di non essere particolarmente toccati dagli effetti del lungo periodo di depressione economica nel settore industriale cittadino che aveva ridotto sul lastrico molti operai ed anche impiegati, tra licenziamenti e caroviveri.

In particolare, l’alta società cittadina, ma anche fiorentina, amava frequentare i Bagni “Pancaldi” – dal 1870 erano anche Regi, in quanto frequentati dal principe Amedeo d’Aosta – sul viale Regina Margherita. A tutti gli effetti rappresentavano «il massimo lusso per alti militari, borghesi e uomini politici», nonché per artisti di rilievo nazionale; «ritrovo preferito della società elegante», oltre ad un ristorante di lusso, nello stabilimento vi era il Caffè Concerto Olympia e proprio quell’agosto il fonografo Edison costituiva la nuova attrattiva.

Il 28 agosto però tale atmosfera per qualche momento fu turbata da un mancato attentato esplosivo che, proprio per la fama e la frequentazione dei “Pancaldi”, venne immediatamente ritenuto una ritorsione politica, di matrice anarchica.

D’altronde, erano trascorsi pochi mesi dalla conclusione dei moti popolari, in solidarietà con quelli siciliani, in Lunigiana e a Carrara, soffocati nel sangue con lo stato d’assedio decretato da Crispi ed attuato dal generale Nicola Heush, livornese, nominato dal governo commissario straordinario, al comando di tremila soldati di truppa. Applicando la legge marziale, i Tribunali di guerra, popolarmente noti come «tribunali-giberna», avevano sentenziato 464 condanne, da uno sino 30 anni di carcere. Il 4 luglio seguente erano quindi state introdotte – o inasprite – dal parlamento del Regno le cosiddette Leggi eccezionali, ossia tre misure legislative volte a contrastare l’insurrezionismo sociale: la n. 314, Sui reati commessi con materie esplodenti; la n. 315, Sulla istigazione a delinquere e sull’apologia dei reati commessi e eccitamento all’odio di classe per mezzo della stampa; la n. 316, Provvedimenti di pubblica sicurezza. Quest’ultima, in particolare, consentiva di assegnare al domicilio coatto – poi definito come confino – da uno a cinque anni le persone sospette secondo la legge di pubblica sicurezza e quelle condannate per reati con materie esplodenti (art. 1). Coloro che avessero «manifestato il deliberato proposito di commettere vie di fatto contro gli ordinamenti sociali» (art.3) potevano essere inviate al domicilio coatto fino a tre anni. La legge vietava poi le adunanze e le associazioni che avessero come scopo il «sovvertimento per le vie di fatto degli ordinamenti sociali» (art. 5) e comminava il domicilio coatto fino a sei mesi ai contravventori, colpendo potenzialmente non solo gli anarchici, ma anche repubblicani, socialisti e sindacalisti, così come avvenne il 22 ottobre quando venne decretato lo scioglimento di tutte le sezioni del pur legalitario Partito socialista dei lavoratori italiani.

Il presidente del consiglio – nonché ministro dell’Interno – Francesco Crispi, nel sottoporli al re Umberto, aveva sottolineato l’importanza di tali provvedimenti antisovversivi in quanto «il moto non è politico ma ha tendenze antisociali, propositi accennati alla dissoluzione nazionale, a danno della proprietà, a distruzione della famiglia», ma nella pratica dimostrò l’intento di criminalizzare ogni opposizione e rivolta. L’ondata repressiva, non tenendo conto delle misere condizioni di vita delle classi sfruttate, ovviamente comportò un inasprimento della tensione sociale, come ebbe a commentare il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: «Il popolo non dimentica; questo è certo; come è legge fatale che dalla rivoluzione succeda la reazione, e da questa, più grande e potente una seconda rivoluzione».

In varie località, si registrarono episodi di protesta e ribellione, compresi alcuni modesti attentati dimostrativi, senza gravi conseguenze. A Livorno, durante lo sciopero del 15 gennaio una bomba aveva colpito la sede dell’Associazione liberale monarchica e, per questo attentato, erano stati compiuti numerosi arresti, tra i quali sette repubblicani.

All’epoca, infatti, le tendenze predominanti all’interno della classe lavoratrice labronica erano quella repubblicana, la mazziniana intransigente e l’anarchica con diverse migliaia di aderenti – gli anarchici, secondo fonti poliziesche, contavano 17 gruppi – mentre la prima sezione livornese del Partito socialista dei Lavoratori italiani si sarebbe costituita, in ritardo rispetto al resto della Toscana, soltanto nel maggio 1894, con appena 7 fondatori, dei quali solo 3 operai, secondo la testimonianza di Giuseppe Emanuele Modigliani, allora studente in legge.

Il 30 febbraio due “castagnole” erano poi scoppiate al Caffè “La Vittoria” in piazza Vittorio Emanuele e alla canonica annessa alla chiesa di Barriera Garibaldi. Nonostante la loro incerta matrice, come ebbe a scrivere Luigi Fabbri, tali azioni furono enfatizzate dalla stampa e generalmente attribuite agli anarchici: «dal 1890 in poi non v’è storia inverosimile che non sia stata affibbiata agli anarchici, sia in romanzi veri e propri, sia in libri sul partito anarchico di sorgente più che impura, sia in lunghi articoli di giornali seri ed altezzose riviste».

L’episodio livornese, in questo senso, appare emblematico sia sul piano della cosiddetta informazione dell’epoca, sia a livello politico per giustificare ulteriori «misure di rigore» ed avallare operazioni poliziesche in città e sentenze liberticide.

Una delle poche certezze è l’ora, le 11.30 di martedì 28 agosto; l’altra è il luogo: l’ingresso dello stabilimento, tra lo spaccio dei tabacchi e la rotonda, prima del ponte, dove era solita intrattenersi la distinta clientela, chiacchierando ed ascoltando musica delle orchestrine.

Le modalità e le dinamiche dell’attentato, invece, appaiono molto confuse e persino contraddittorie nelle cronache delle diverse testate giornalistiche. Secondo alcuni articoli l’«ordigno esecrando» era stato lanciato, tanto che il signor Alberto Canaccini Bongi di Firenze, «noto frequentatore dell’aristocratico stabilimento», «vide volare verso di lui un voluminoso oggetto che cadde sulle sue ginocchia. All’urto, dall’oggetto stesso, si elevò una fiammata che gli abbruciò parte della barba e delle ciglia e gli abiti, procurandogli pure delle scottature alle mani» («Il Messaggero»). Secondo la maggior parte delle altre testate («Gazzetta Livornese», «La Nazione», «Il Resto del Carlino» e, in un altro articolo, pure «Il Messaggero»), si trattava invece di una scatola posata su una sedia e nascosta da un giornale che aveva preso fuoco, senza esplodere, emettendo «uno strano rumore, come uno scroscio prodotto da una forte colonna di vapore fuggente». Secondo un’altra testimonianza «pochi momenti prima che saltasse il coperchio della scatola» si erano visti «vortici di fumo e uno scintillio di faville». Un’altra persona ricordava altresì «uno scoppio non molto forte».

Grande incertezza pure sulla forma e il tipo di involucro, descritto sia come «una scatola di latta di forma rettangolare» sia «di forma cilindrica da conserva di pomodoro alta 30-35 cm e di diametro di 15 cm»; ma anche come «una scatola di sardine» o una «cassetta di latta di vernice».

Il contenuto della «cassetta fumante» prontamente immersa in un recipiente d’acqua, grazie all’intervento del cameriere del ristorante – tale Raffaello Vighetti – risultava alquanto assortito e comprendeva, secondo quanto riportato sui giornali: polvere (imprecisata), pezzi di vetro e di ferro, chiodi corti con capocchie grandissime (forse da tappezziere), 28 (o 38?) cartucce di rivoltella calibro sette, piombini daziari, zucchero, clorato di potassa, bottigliette con acido nitrico e acido solforico, facendo quindi pensare ad un innesco chimico.

I giornali non erano neppure concordi su quale giornale era stato usato per occultare l’ordigno: «La Nazione» o «La Tribuna», oppure incartato in una mezza pagina de «La Nazione» e poi coperto con «La Tribuna».

Divergenti, ovviamente, le indicazioni dei testimoni sul presunto attentatore, indicato come un «giovinotto trentenne, decentemente vestito», «di modi distinti» e «vestito bigio, con cappello di paglia, con apparente età di 35 anni», salvo poi precisare che «vestiva un abito nero» e diventare «un uomo tarchiato, vestito miseramente di nero», concludendo che «nessuno de’ presenti all’incendio della scatola al Pancaldi si dice sicuro di riconoscere il colpevole».

Le conseguenze materiali risultarono irrisorie, la stessa «Gazzetta Ufficiale» annoto: «Vi fu un po’ di panico, ma nessun danno». Su «La Nazione» fu scritto, con qualche malizia: «grandissimo fu lo spavento delle signore, alcune delle quali uscirono mezze nude dai camerini: parecchie ebbero bruciate le vesti» e «riportarono contusioni nel fuggi fuggi». Segnalate pure «abbruciature agli ombrellini», anche se in realtà solo «bruciò leggermente la sottana ad una donna».

Annerite pure alcune sedie impagliate (3 o 5 secondo le fonti) portate in questura per rilievi scientifici, mentre l’ordigno fu inviato a Firenze alla Direzione territoriale d’artiglieria.

Mezz’ora dopo il fatto, vennero chiusi i cancelli dello stabilimento su acuta iniziativa del maggiore dei bersaglieri Levi – la cui consorte Ernestina era rimasta contusa nella ressa – che dette ordine ad un tenente del 32° rgt. Fanteria di provvedere. L’ispettore di Questura Sartoni, presente sui bagni, avviò invece l’inchiesta, mentre il prof. Bertoni fu incaricato di un primo esame delle materie esplodenti. Immediatamente furono arrestati e portati ai Domenicani cinque malcapitati musicisti ambulanti e il giornalaio – Egisto Bartolucci – che si trovavano sul luogo.

I musicanti avevano appena tenuto, con chitarra e mandolino, un piccolo concerto autorizzato dalla direzione dei Bagni nei pressi della rotonda. Erano i fratelli Federico e Garibaldo Vimercati e Linda Del Tongo, cantante e moglie di Garibaldo, abitanti all’Ardenza, e due ragazzi di 17 e 15 anni. I giornali riferivano che erano «vestiti alla napoletana» e che «gli uomini portavano la berretta rossa», tenendo però a precisare che «non sono per niente conosciuti per anarchici», tanto è vero che l’indomani, dopo essere stati interrogati, furono tutti rimessi in libertà.

La stampa comunque si affrettò ad anticipare l’operato della Questura; «La Nazione» riferì della «cittadinanza, impressionata vivamente per l’audacia di questi delinquenti anarchici», giungendo a sostenere che l’accaduto era «il colpo di grazia per Livorno, che, per opera di pochi sciagurati, perde ogni giorno fama e credito». A conferma del fatto che si trattava di una “velina” di evidente provenienza sbirresca, il giornale aggiungeva pure che «la Questura spiega grandissima attività, ma la sua opera riesce inefficace perché non aiutata al solito da certi cittadini che potrebbero farlo».

Nonostante ciò e pur riconoscendo che la Questura non aveva ancora potuto identificare con sicurezza «l’autore del vigliacco attentato», cominciarono le perquisizioni e gli arresti «preventivi» negli ambienti anarchici: nove ad Ardenza e due a Livorno.

Erano quasi tutti militanti schedati, alcuni di primo piano e persino redattori del giornale «Sempre Avanti!»: tra gli ardenzini, operai o artigiani, Adolfo “Amedeo” Boschi, Aristide Colli, Francesco Filippi, Lorenzo Sonetti, Giuseppe Chiapponi, Gino Plaisant, Luigi Bagnoli, Cesare Morelli, Ernesto Celli; mentre i livornesi erano Ezio Novelli e Pasquale Luigi Giovanni Ferrai.

I sospetti della polizia e della stampa si concentrarono sul calzolaio ventiquattrenne Aristide Colli, pur senza prove, ma motivate dal fatto che, il 26 gennaio, dopo i moti siciliani e in Lunigiana, era stato fra coloro che aveva eccitato «gli animi alla rivolta e alla distruzione degli ordini costituiti». Schedato come «anarchico individualista», venne poi condannato al soggiorno coatto per tre anni nella colonia di Porto Ercole.

Nella cronaca livornese de «Il Messaggero», il corrispondente riportava che in città «generalmente viene censurata la poca sorveglianza della questura nei ritrovi estivi».

Al 31 agosto, «La Nazione» riferiva di 40 perquisizioni eseguite con sequestro di «carte importanti che proverebbero come essi sieno in relazione continua con gruppi anarchici di altri paesi d’Europa» e la 9 settembre il giornale dava conto di 150 «ritenuti per anarchici» in carcere ai Domenicani e presso l’ex-lazzaretto San Leonardo, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Infatti, la commissione provinciale per l’applicazione della nuova legge quasi quotidianamente si riuniva presso la Corte d’assise per decidere l’invio al domicilio coatto. Il primo livornese ad incorrere in tale misura fu il «notissimo anarchico» Amerigo Franchi, facchino, ritenuto complice di Oreste Lucchesi nell’uccisione di Giuseppe Bandi, tradotto dai carabinieri all’isola di Pantelleria (o Ischia, secondo altre fonti) per cinque anni.

Per questo «vari anarchici, dei più pericolosi, si sono resi irreperibili, aspettandosi da un momento all’altro la condanna al domicilio coatto. La Questura esercita lodevolmente una rigorosa sorveglianza dalla parte del mare per arrestarli» («La Nazione», 5 settembre).

Del clima reazionario fece le spese anche il bracciante anarchico Francesco Bottai che, per aver gridato «Viva Caserio» in piazza Vittorio Emanuele, fu condannato a 6 mesi e 20 giorni di carcere («La Nazione», 6 settembre).

Rassicurata dagli arresti, la gentile clientela tornava quindi sullo stabilimento, pur se l’attentato restava il tema preferito delle conversazioni balneari: «la Tina di Lorenzo, per ricordare una fra le tante artiste che trovansi a Livorno, il maestro Pietro Mascagni, l’autore drammatico Antonio Traversi, il poeta Marradi, e molte altre persone che non nomino per brevità, appartenenti alla politica e alla finanza, erano ieri a Pancaldi» («Il Messaggero», 2 settembre).

Marco Rossi

Bibliografia utilizzata

● Ugo Spadoni, Capitalismo industriale e movimento operaio a Livorno e all’isola d’Elba, Firenze, Olschki, 1979;

● Nicola Badaloni, Democratici e socialisti livornesi nell’Ottocento, Livorno, Nuova Fortezza, 1987;

● Luigi Lotti, Storia della civiltà toscana. Il Novecento, Vol. VI, Firenze, Le Monnier, 1999;

● Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Dai paesi dell’anarchia. Impressioni sui moti del 1894 nel Carrarese, Genova, 1894 (Genova, Biblioego, 2012);

● Romano Canosa, Amedeo Santuosuosso, Magistrati, anarchici e socialisti alla fine dell’Ottocento in Italia, Milano, Feltrinelli, 1981;

● Armando Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898 – 1945), Catania, Anarchismo, 1985;

● Luigi Fabbri, Influenze borghesi sull’anarchismo. Saggi sulla violenza, Milano, Zero in Condotta, 1998;

Dizionario biografico degli anarchici italiani, Pisa, BFS, 2003-4.

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Turchia: Strage fascista a Konya – “Quelli che dicono che i curdi hanno bruciato le foreste, per giorni hanno bruciato le case dei curdi”

Strage fascista a Konya, un’intera famiglia curda assassinata in Turchia. “Quelli che dicono che i curdi hanno bruciato le foreste, per giorni hanno bruciato le case dei curdi”
Ad Istanbul e Ankara ci sono state proteste di piazza contro le violenze fasciste, i manifestanti sono stati attaccati dalla polizia
Segue una nota giunta dalla DAF Devrimci Anarşist Federasyon
Il 30 luglio a Konya (una città della Turchia) una famiglia curda è stata assassinata dai fascisti. La loro casa è stata incendiata da questi fascisti.
Poche settimane prima, un membro della famiglia è stato ucciso da questo gruppo fascista e 39 persone sono state lasciate in libertà dallo Stato. Il 30 luglio questi fascisti hanno attaccato la stessa famiglia.
I fascisti hanno ucciso 7 membri della famiglia curda Dedeoğulları a Konya nel distretto di Meram e hanno bruciato la loro casa. Quelli che hanno attaccato la stessa famiglia nei giorni scorsi avevano detto: “Siamo nazionalisti, non vi lasceremo vivere qui”. Il governatore aveva detto che si trattava di “un evento ordinario” e ha sostenuto agli assassini. Il tribunale, invece, ha rilasciato gli assassini e ha dato agli assassini la protezione della polizia.
Sappiamo che questo massacro è stato compiuto dallo stato con tutte le sue istituzioni. Il massacro di Konya è stato costruito dallo Stato stesso, mentre lo Stato e i suoi media dicevano che i curdi stavano bruciando le foreste da giorni. Quelli che dicono che i curdi hanno bruciato le foreste, per giorni hanno bruciato le case dei curdi.
Chiederemo allo stato assassino di rendere conto del massacro di Konya.

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In memoria di Filippo Filippetti anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti

In memoria di Filippo Filippetti
anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti

Lunedì 2 agosto 2021

ore 19 Commemorazione presso la lapide

Via Provinciale Pisana 354, Livorno

(andando verso Via Firenze, alla ex-scuola di fronte al circolo ARCI “Tamberi”)

dalle 20:30 ritrovo all’aperto per mangiare e bere qualcosa insieme

Giardino di Via degli Asili 35, presso la sede della FAL

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi. Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti. Gli anarchici invitano tutti gli antifascisti a partecipare alla commemorazione.

Federazione Anarchica Livornese // cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it // federazioneanarchica.org

Collettivo Anarchico Libertario // collettivoanarchico@hotmail.it // collettivoanarchico.noblogs.org/

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Solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori GKN!

Stamani siamo scesi in piazza con altr* compagn* toscan* in solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori GKN!
Di seguito il testo del volantino che abbiamo distribuito al partecipatissimo corteo convocato dai lavoratori e lavoratrici GKN
Solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori GKN!
I gruppi e le individualità della Toscana aderenti alla Federazione Anarchica Italiana appoggiano la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori GKN, e sostiengono tutti i lavoratori e le lavoratrici sotto attacco a causa delle lotte che stanno portando avanti.
La lista delle chiusure e dei licenziamenti è lunga: dalla Whirlpool alla Vitesco, dalla siderurgia all’industria del turismo.
La loro battaglia è anche la nostra!
Questi sono solo i primi risultati dell’accordo per i licenziamenti fra il governo Draghi e CGIL-CISL-UIL, più sensibili all’andamento dei profitti che al reddito delle classi sfruttate.
Mentre i padroni licenziano e si abbuffano con le risorse del Recovery Plan, il Parlamento vota all’unanimità il rinnovo delle missioni militari all’estero. Per i generali e i pescecani del complesso militare industriale i soldi ci sono, per il reddito di disoccupati e precari non si trovano mai!
Il fondo Melrose Industries, proprietario della GKN, ha realizzato nel 2020 profitti per quasi 400 milioni, e la controllata GKN Automotive ha contribuito per più di 95 milioni. Nel bilancio ambientale e sociale, il consiglio di amministrazione si vanta di tenere nella massima considerazione i dipendenti e il loro benessere, tanto che Melrose Industries è stato classificato come “investimento etico socialmente responsabile”. Una sommatoria di imbrogli!
Nel caso della GKN siamo di fronte ad un attacco politico. I padroni e il governo oltre a difendere i propri profitti, vogliono piegare un esempio di resistenza operaia, per procedere con una nuova offensiva contro la classe lavoratrice. Le lavoratrici e i lavoratori della GKN in questi anni hanno rappresentato un esempio di combattività operaia, che si è espressa nei risultati ottenuti nelle vertenze aziendali, negli organismi che ha deciso di darsi chi lavora nella fabbrica, come nelle posizioni espresse da tali organismi.
Sono stati costruiti solidi legami di solidarietà non solo con realtà operaie dello stesso settore, ma anche con le lotte che negli ultimi anni si sono intensificate nel tessile di Prato o nella logistica, settori in cui viene impiegata soprattutto manodopera immigrata, in condizioni di estremo sfruttamento, imposto con violenza brutale dai padroni. Una solidarietà che nei fatti spazza via le menzogne di una classe dominante che vorrebbe imporre nella società la guerra tra lavoratori più “garantiti/autoctoni/anziani” e lavoratori più “ricattabili”. Menzogna ideologica in cui molti partiti, a destra come a sinistra, sguazzano.
L’innovazione tecnologica e la svolta digitale diminuiscono i tempi di lavoro ma, anziché produrre una riduzione del carico di lavoro per tutti, i padroni riducono il numero degli occupati, aumentano ritmi e tempi di lavoro, riducono il salario delle persone occupate, oltre a rendere sempre più precario il rapporto di lavoro. Le misure del Governo, basate sul mito della crescita economica, favoriscono questo processo.
La logica del Piano di Ripresa e Resilienza è proprio questa: legare i finanziamenti alle performance aziendali. Solo le aziende sane potranno restituire i prestiti ricevuti, e solo le aziende che licenziano e che riducono i salari aumentando i profitti sono aziende sane. In questa politica il Governo ha il sostegno dell’Unione Europea e di tutte le forze parlamentari.
Non c’è nulla da sperare, quindi, da questo o quel rappresentante: i tavoli istituzionali sono truccati. Il massimo che potremo ottenere è un po’ di cassa integrazione e di essere licenziati per raccomandata anziché per mail. L’unico limite all’arroganza di padroni e Governo è la forza e l’unità che sapremo opporre.
Il Governo, le istituzioni non sono mediatori ma alleati dei padroni!
Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario fino al completo assorbimento della disoccupazione, abbassamento dell’età pensionabile!
Unità e autonomia delle classi sfruttate per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, per la trasformazione della società!
F. A. I. – FEDERAZIONE ANARCHICA ITALIANA
Gruppi e individualità della Toscana

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VIA DALLA LIBIA! VIA DALL’AFRICA!

VIA DALLA LIBIA!
VIA DALL’AFRICA!
La Camera dei Deputati ha approvato il rifinanziamento delle missioni militari all’estero con solo due contrari e due astenuti. Fra le missioni finanziate c’è la cooperazione con la cosiddetta guardia costiera libica, per la caccia a chi si mette in mare verso le coste meridionali dell’Europa: la maggioranza perso una trentina di voti, ma la missione è stata approvata, senza curarsi della condanna delle Nazioni Unite.
In realtà la Libia è solo la ciliegina sulla torta una torta fatta da ben 17 missioni militari in Africa, fra cui l’operazione Takuba, nel Sahel, in sostegno alla Francia, impegnata in quei paesi da anni con la missione Barkhane, missione che ha già provocato molte vittime civili. Le operazioni militari in Africa sono la manifestazione dell’imperialismo italiano in quel continente: il governo Draghi parla esplicitamente di Mediterraneo allargato, riferendosi a uno spazio geografico di forma grosso modo triangolare che ha i propri vertici nella Libia a nord, nel Golfo di Guinea a ovest e nel Corno d’Africa ad est. Questo triangolo definisce l’area in cui si sviluppano le operazioni militari italiane, gli obiettivi delle quali sono sostenere la ricerca l’approvvigionamento di materie prime da parte delle multinazionali come l’ENI, mettere in mostra i prodotti militari italiani per trovare nuovi acquirenti, svolgere un controllo capillare dei confini per gestire i flussi migratori.
Le 40 missioni militari all’estero, tante sono quelle approvate dalla Camera, si incardinano profondamente nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: il comunicato stampa del ministero della Difesa, dopo che il Governo aveva dato il via libera alle missioni, ribadisce il ruolo delle Forze Armate quale contributo e stimolo essenziale alla crescita del “sistema Paese”. D’altra parte le Forze Armate saranno fra le principali beneficiarie dei fondi del PNRR, sia attraverso l’innovazione digitale, sia attraverso la transizione ecologica.
È ora di dar vita ad una mobilitazione unitaria e di massa contro il militarismo e l’imperialismo italiano, per il ritiro immediato di tutte le missioni militari italiane in Africa, per una politica di pace e di collaborazione con i popoli, non con i governi e con le multinazionali.
Ritiro immediato di tutte le missioni di guerra!
Basta con l’imperialismo italiano!
Solidarietà internazionalista con i popoli in lotta per la propria emancipazione!
FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE

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