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Edilizia scolastica: a Livorno esplode la lotta degli studenti

Edilizia scolastica: a Livorno esplode la lotta degli studenti

 
Gli eventi della settimana appena trascorsa a Livorno insegnano che la lotta paga, ma soprattutto insegnano che ci sono delle grandi potenzialità nella società che spesso vengono ignorate e che il dibattito politico ufficiale tende a nascondere e mascherare.
 
In questi giorni è esplosa in città la protesta studentesca sui problemi dell’edilizia scolastica, è iniziata lunedì 7 gennaio dal Liceo “F. Enriques” con scioperi e cortei quotidiani, per poi estendersi coinvolgendo tutte le scuole superiori della città portando in piazza 3000 studenti giovedì 10 gennaio. Altrettanto partecipata è stata la manifestazione di sabato 12, organizzata dagli studenti, che ha visto la partecipazione di studenti da altre città, tra cui Pisa, Pontedera, Arezzo, Rosignano e Portoferraio, di lavoratrici e lavoratori della scuola, di genitori, e di tante persone solidali. Dal periodo 2008-2010 non si vedeva una mobilitazione studentesca così determinata e partecipata. Una mobilitazione nuova per la partecipazione, per la determinazione e per i contenuti che esprime, che affrontano anche radicalmente la situazione politica e sociale. Una vera scossa per la città. È importante dunque sostenere la protesta studentesca, come anche le iniziative promosse da lavoratrici e lavoratori della scuola che hanno proclamato lo stato di agitazione. Va riconosciuto che gli studenti hanno subito allargato la prospettiva, non è solo la questione di un liceo ma il problema è generale. È chiaro allora che le “soluzioni” non possono essere solo per qualcuno, e non devono mettere in discussione le condizioni raggiunte da altri, perché tutte e tutti devono poter studiare e lavorare in contesti adeguati.
 
I fatti che sono stati la scintilla della protesta sono conosciuti, ma è meglio ripetere i passaggi più importanti per capire meglio cosa è successo. Questo anno scolastico il Liceo “F. Enriques” ha superato i 1200 studenti e ben sette classi non hanno spazio nella sede di Via della Bassata. Per alcuni mesi la Provincia, che ha la competenza dell’edilizia scolastica delle scuole superiori, ha pagato l’affitto di alcuni fondi commerciali a Porta a Mare, soluzione inadeguata e temporanea, in attesa di individuare un edificio come succursale. Da dicembre l’Ufficio Scolastico Provinciale si è spostato in Via Galilei lasciando libero un edificio in Piazza Vigo che è stato assegnato all’IIS “Vespucci – Colombo”, che ha potuto così lasciare libero l’edificio di Via Calafati, che la Provincia ha assegnato al Liceo “F. Enriques” come succursale. In questo gioco dei bussolotti l’edificio di Via Calafati viene da anni utilizzato come jolly e assegnato alle scuole che hanno carenza di aule, nel tentativo di far entrare tutti gli studenti negli edifici a disposizione della Provincia. Quando sembrava tutto sistemato, da una verifica dei Vigili del Fuoco effettuata due giorni prima del trasferimento è emerso che la Provincia non aveva depositato la SCIA per la certificazione antincendio dell’edificio, obbligatoria per le scuole. Mancando dei requisiti di sicurezza la Dirigente Scolastica del Liceo “F. Enriques” ha allora deciso di non accettare la soluzione di succursale proposta dalla Provincia ma di mantenere tutti gli studenti nella sede centrale, organizzando l’orario su doppi turni, mattina e pomeriggio. Così è iniziata la protesta degli studenti del liceo, con sciopero a oltranza e cortei ogni mattina fino alla sede della Provincia, la partecipazione è stata totale. Lavoratrici e lavoratori della scuola partecipano alle manifestazioni, anche gli organi collegiali prendono posizione contro il trasferimento nella succursale che non ha requisiti di sicurezza e contro i doppi turni. Fin dai primi giorni la provincia prova a smontare la protesta sostenendo che si tratti solo di problemi formali e procedurali ma che esiste una sostanziale sicurezza dell’edificio.
Dopo tre giorni di protesta ininterrotta esplode il caso, la stampa locale informa che sono 70 gli edifici scolastici non a norma in città, contando sia quelli di proprietà della Provincia (a guida PD) sia quelli di proprietà del Comune (a guida M5S). La neoinsediata Presidente della Provincia Marida Bessi e l’assessore regionale per l’istruzione Cristina Grieco, ex dirigente a Livorno dell’IIS “Vespucci – Colombo”, continuano a banalizzare la protesta. Dopotutto non c’è niente di eccezionale – sembra di leggere tra le righe di qualche giornale – buona parte delle scuole non hanno certificazioni, e l’edificio di Via Calafati è sicuro, fino a un mese prima ci stava proprio il “Vespucci”! Il mercoledì ormai però la questione è esplosa. In questo contesto il personale della Questura che sorveglia in gran numero le manifestazioni mette in atto pressioni per scongiurare un’estensione della protesta ad altre scuole e per evitare che si assumano forme di protesta più dure e rumorose. Intanto la dirigenza della scuola stava elaborando una terza soluzione con riduzione delle ore di lezione a 50 minuti e rotazioni su cinque giorni settimanali ma sia i docenti, sia l’Assemblea sindacale convocata dalle RSU della scuola, sia gli studenti respingono questa soluzione, uno stravolgimento d’orario sarebbe negativo per la didattica e per i tempi di vita di tutte e tutti. Inoltre lo scopo è avere una struttura adeguata per effettuare la didattica ordinaria, non una didattica compressa in uno spazio insufficiente.
Il giovedì manifestano studenti da tutte le scuole, non riesce il tentativo di dividere gli studenti, la protesta si radicalizza e migliaia di persone occupano per ore Piazza del Municipio, davanti alla sede dell’amministrazione provinciale. La Provincia in quella mattina decide di ricevere solo la dirigenza della scuola, e tratta con arroganza le delegazioni di docenti, studenti e genitori, incontrandole di fatto solo per informarle di quanto già deciso. Dopo una lunghissima attesa infatti viene comunicato che la Provincia si sarebbe genericamente attivata per trovare una soluzione, mentre la scuola, tramite l’adozione dell’orario compresso, si sarebbe dovuta assumere l’impegno di interrompere la protesta e riavviare le lezioni. A quel punto è stato fatto notare che tale decisione certo non compete alla dirigenza ma a coloro che stanno protestando. Viene dunque ribadito che solo con risultati concreti la protesta si sarebbe interrotta, e il giorno seguente oltre mille persone sono tornate a manifestare fin sotto la Provincia.
Dopo questa quinta giornata di protesta, nel pomeriggio di venerdì, durante la conferenza stampa convocata dalle RSU della scuola in merito alla mobilitazione, arriva da parte della vicaria della dirigenza del Liceo “F. Enriques” la notizia che sarebbe stato raggiunto un accordo. La Provincia, con il coinvolgimento del Comune attraverso la vicesindaco – anche lei si presenterà alla conferenza stampa – avrebbe trovato una soluzione per avere 5 aule nella sede dell’Istituto“Buontalenti” in Via Zola. La “soluzione” appare immediatamente sulla stampa, assieme ad un bonario intervento dell’assessore regionale Grieco, che riconoscendo stavolta le ragioni degli studenti afferma con formidabile voltafaccia di essere pronta a aiutare a risolvere la situazione. Il problema è che le aule in questione già sono occupate da altre attività didattiche tra cui quelle del CPIA, Centro Per l’Istruzione degli Adulti, che organizza corsi istituzionali statali per il conseguimento della licenza elementare e media, le cui attività sarebbero da ricollocare. Certo creare disagio e mettere in discussione gli spazi per un altro percorso educativo non può essere una soluzione, la lotta per spazi di studio e di lavoro sicuri e adeguati vale per tutti e va condotta insieme. Sabato 12 un nuovo corteo molto partecipato ha attraversato la città per concludersi in Piazza del Municipio. Al termine della manifestazione, negli interventi al microfono non si parla solo dell’edilizia scolastica, ma anche di sfruttamento e alternanza scuola lavoro ed è chiara la critica sia all’attuale governo sia ai precedenti.
In questo momento non si sa come procederà la vicenda, ma certo chi sta conducendo la protesta sa bene che tutte e tutti devono poter studiare e lavorare in sicurezza. Intanto per lunedì sono annunciate altre iniziative di protesta e gli studenti dopo questa intensa settimana di lotta si stanno organizzando per dare continuità a queste giornate.
 
La protesta studentesca al Liceo “F. Enriques” è stata fin da subito sostenuta da lavoratori della scuola e dai genitori; la stessa dirigenza scolastica non ha assunto una posizioni di contrasto e anzi ha cercato di utilizzare il peso della protesta nella trattativa con la Provincia. La presa di posizione dei lavoratori e le iniziative intraprese come lo stato d’agitazione, la conferenza stampa, la partecipazione alle manifestazioni, il rinvio della consegna delle pagelle, sono significative e importanti per la lotta in corso e in generale per la sicurezza sui posti di lavoro. Questo contesto generale ha forse favorito per certi aspetti la protesta e ha assicurato una certa copertura mediatica a livello locale. Va però considerato al contempo che il clima politico di campagna elettorale che c’è in città in vista del voto per le amministrative, e che ha spinto molti partiti ad intervenire diffusamente sulla vicenda, può influenzare la protesta anche in modo negativo. Questo è stato particolarmente evidente nell’atteggiamento degli esponenti istituzionali e delle dirigenze scolastiche. Tuttavia il movimento studentesco è riuscito finora a mantenere una certa autonomia da queste dinamiche.
 
La protesta degli studenti non nasce dal niente, né può essere considerata una iniziativa eterodiretta da docenti, genitori o altri soggetti. La questione della sicurezza nelle scuole era stata uno dei temi centrali in occasione delle giornate di mobilitazione studentesca a livello nazionale che hanno portato nello scorso autunno a manifestazioni in molte città. In quell’occasione anche a Livorno per la prima volta dopo anni gli studenti sono tornati in piazza numerosi e sono tornati a organizzarsi in modo coordinato tra le varie scuole. Quindi le proteste di questi giorni non sono sorte dal nulla, è frutto di un percorso. Il problema dell’edilizia scolastica, oggi esploso in città, era già stato denunciato dagli studenti livornesi ad ottobre e novembre, con manifestazioni e occupazioni.
 
Dopotutto i problemi dell’edilizia scolastica non sono certo una cosa nuova, negli ultimi decenni sono stati fatti solo interventi di manutenzione e ristrutturazione, non sono state create nuove strutture per le scuole superiori cittadine. Negli anni gli studenti hanno spesso denunciato le carenze dell’edilizia scolastica, opponendosi alle politiche di tagli all’istruzione condotte dai governi, contestando misure repressive attuate con il pretesto della sicurezza, come l’installazione delle telecamere, e protestando sotto la Provincia per chiedere interventi di manutenzione e risanamento degli edifici. L’edificio di Via Calafati negli anni ha sempre avuto dei gravi problemi, così come la succursale del Liceo “F. Cecioni” in Via Zola, o la sede dell’IIS “Colombo” in Via S. Gaetano, quella dell’IIS “Orlando” in Piazza 2 giugno, o quella dell’ITI in Via Galilei. Solo quando la protesta degli studenti si è fatta sentire ci sono stati dei provvedimenti concreti. Oppure quando i lavoratori della scuola hanno preso determinatamente posizione, come quando nel 2015 al Liceo “F. Enriques” è stato finalmente sostituito il linoleum della pavimentazione la cui colla conteneva amianto. Se non si affrontano con la lotta e con la reazione di piazza, le questioni relative alla sicurezza e alla salute nei luoghi di studio e di lavoro vengono aggirate da dirigenti e istituzioni, che continueranno a prenderci in giro con rimpalli sulle competenze degli enti, la mancanza di finanziamenti, la burocrazia, le certificazioni prive di sostanza e la banalizzazione dei problemi sollevati dagli studenti.
 
Bisogna inoltre avere chiaro che anche quelle certificazioni che la maggior parte delle scuole non hanno non garantiscono da sole che gli edifici scolastici siano sicuri. La SCIA antincendio ad esempio non certifica lo stato di sicurezza effettivo, ma è solo una segnalazione in cui sono presentati gli interventi che si pianifica di fare in futuro sull’immobile per l’adeguamento antincendio delle scuole previsto da DM del 26 agosto 1992, ogni anno prorogato. Perché i governi ogni anno decretano proroghe per queste certificazioni, per mantenere le scuole “legalmente” aperte e al contempo non essere costretti a nuovi investimenti nell’edilizia scolastica. Ultimo in ordine di tempo è il “decreto semplificazioni” varato a dicembre dal governo che contiene le ennesime proroghe per gli interventi sull’edilizia scolastica.
Se gli edifici scolastici non sono sicuri non è poi certo un problema di carte bollate, perché nell’anno scolastico 2017/2018 in Italia c’è stato un crollo ogni quattro giorni nelle scuole, per 50 casi complessivi e 13 feriti. Nel 2008 lo studente Vito Scafidi restò ucciso in un crollo del soffitto dell’aula in cui stava facendo lezione al Liceo “Darwin” di Rivoli. Se davvero si volesse seguire la legge che lo Stato stesso si è dato, quasi nessuna scuola probabilmente sarebbe a norma, basti pensare alla superficie. Ogni aula dovrebbe avere 1,96 mq di spazio per ogni studente con il proprio banco e sedia, più lo spazio per l’insegnante, la cattedra e il resto. Basta andare a scuola col metro e misurare la propria aula per capire come le istituzioni si rapportano alle loro stesse leggi, e quanto in teoria dovrebbero essere spaziosi i luoghi di studio.
 
Ma qual’è l’idea di sicurezza che trasmette la scuola, e come la scuola insegna agli studenti a rapportarsi alla questione della sicurezza? Non consideriamo ovviamente le misure repressive come telecamere e presenza di polizia nelle scuole. Agli studenti la sicurezza viene per lo più presentata come una questione di emergenza, principalmente attraverso prove di evacuazione o generali indicazioni sui comportamenti da tenere in caso di calamità o di incendio. Inoltre nel corso degli anni gli studenti devono partecipare a incontri con le aziende, o devono effettuare il periodo di alternanza scuola lavoro, a volte in questi contesti si parla anche della sicurezza sul lavoro. Le aziende in questi casi raccontano come è normale la propria versione dei fatti. Per questo la sicurezza spesso è esclusivamente presentata come risultato dei corretti comportamenti del lavoratore (seguire procedure, mettersi il casco, le scarpe ecc), non come una condizione sicura di lavoro controllata dai lavoratori stessi. Allo stesso modo quando lo studente si trova nel contesto scolastico è costretto in un ambiente che ti insegna il più delle volte a seguire indicazioni e a non mettere bocca sulle decisioni dell’autorità, si devono seguire delle direttive magari finalizzate solo ad avere una certificazione ma non bisogna interrogarsi troppo e soprattutto bisogna aspettare che le autorità competenti risolvano i problemi e non interferire né tanto meno attivarsi e agire per ottenere reali condizioni di sicurezza.
 
C’è bisogno, in tutti gli ambiti della società e non solo a scuola, di liberarci da un contesto così autoritario. Solo l’autogestione, attraverso la partecipazione di tutte e tutti, permette la conoscenza diffusa e il controllo diretto della realtà che viviamo, di conoscerne i rischi e le criticità, di risolvere collettivamente i problemi. Questo significa l’abolizione dell’organizzazione gerarchica della società fondata sulla proprietà, sulla subordinazione e sulla delega a dirigenti ed esperti e lo sviluppo di un metodo organizzativo e decisionale libero e orizzontale.
 
Il problema dell’edilizia scolastica è generale e reale, è emerso grazie alla protesta ma non è una novità, è sempre stato sotto gli occhi di tutti, innanzitutto delle istituzioni responsabili. È positiva l’estensione della protesta ad altri istituti sia perché problemi sono comuni sia perché solo confrontandosi tra studenti di diverse scuole, magari anche di altre città, può emergere la dimensione sistematica e politica del problema, non confinato alle singole scuole. Inoltre in questo modo si può uscire dalla logica autoritaria dei rapporti con dirigenza, docenti e genitori, in cui ti spesso si è costretti se si limita l’attività ad un istituto. Ottenere dei risultati concreti in questa lotta è importante perché significa ottenere migliori condizioni di studio e di lavoro per tutte e per tutti, perché può essere un esempio per nuove lotte, perché conquistare un po’ di libertà fa crescere la voglia di libertà.
 
Ma al di là degli obiettivi da raggiungere la protesta in corso è molto importante: è una novità dirompente nello scenario sociale cittadino; è un segnale della voglia di prendere parola, di scendere in piazza, che è presente nella società e soprattutto nei più giovani; è una rottura rispetto alle norme repressive varate dai governi nazionali e dall’amministrazione comunale, dal momento che con il movimento si aprono nuovi spazi di libertà che rompono i divieti, anche solo temporaneamente; è tornato in città un movimento studentesco capace di darsi propri strumenti politici e di costruire percorsi in autonomia.
 
La volontà di riscatto e lo slancio ideale che emerge dalle assemblee e dalle manifestazioni è molto forte. In questo contesto sociale, le nuove generazioni sono più impoverite e sono a diretto contatto con le più forti contraddizioni della società. Inoltre il contesto politico autoritario, violento e polarizzato che viviamo impone di schierarsi, di prendere posizione. Spesso i più giovani sono additati come violenti o come apatici, per questi problemi, dicono gli “esperti di giovani”, la soluzione è il disciplinamento: la direttiva “scuole sicure” che porta la polizia nelle scuole, l’alternanza scuola lavoro che prepara allo sfruttamento, la reintroduzione della leva obbligatoria, il reddito di cittadinanza, i provvedimenti sulla sicurezza di Minniti, Orlando e Salvini. In piazza, in modi diversi e con varie prospettive, c’è anche il rifiuto di questo modello gerarchico di società.
Per questo la protesta in corso è importante per la sua forza e per quello che esprime, ma anche perché è un segnale che va colto.
 
Collettivo Anarchico Libertario
Federazione Anarchica Livornese

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Report e foto del corteo NO TAV dell’8 dicembre a Torino

Il vento della Valle arriva in città

da Umanità Nova: umanitanova.org

Un otto dicembre con l’aria pulita a Torino. Il föhn, il vento caldo che dalla Val di Susa si incunea sul corridoio di Corso Francia e da lì dilaga per tutta la città, ha spazzato la cappa di smog che assediava da giorni il capoluogo piemontese. Un vento che ha portato sessantamila valligiani e torinesi in piazza per affermare che la lotta contro la linea ferroviaria TAV/TAC Torino – Lione va avanti, nonostante la manifestazione del 10 novembre a favore della realizzazione dell’opera che secondo alcuni fini giornalisti avrebbe segnato una “rivoluzione civile” che sposterebbe l’equilibrio di forza a favore della costruzione della linea.

Il concentramento di Piazza Statuto straripa verso piazza XVIII Dicembre, fin quasi alla stazione di Porta Susa, quando la testa del corteo e un buona parte di questo sono giunti al termine del percorso in Piazza Castello la coda del corteo si trova ancora davanti a Porta Susa. Via Cernaia e via Pietro Micca sono invase da una fiumana di manifestanti. Pochi da fuori, moltissimi da Torino e dall’hinterland e dalla stessa Valle. Una consistente delegazione dall’Alessandrino dei comitati no Terzo Valico.

Cartelli, striscioni e slogan denunciano la decimazione dei servizi pubblici essenziali, sanità e trasporti locali, mentre le risorse economiche vengono dirottate verso infrastrutture mastodontiche e inutili come la nuova linea Torino-Lione. È la logica delle grandi opere: drenaggio delle casse pubbliche a favore delle tasche del padronato, cantieri pluridecennali in grado di garantire un costante flusso a favore di questo, costi pubblici e profitti privati. Nel frattempo chi è pendolare passa ore al giorno su infrastrutture decadenti, e tragicamente pericolose in certi casi, e il traffico veicolare aumenta, insieme all’inquinamento dell’aria.

Molto diffuso anche il tema antirazzista e contro le frontiere: mentre i padroni cianciano del TAV necessario “all’integrazione europea” chi tenta di passare la frontiera rischia di morire congelato nei valichi a causa della militarizzazione o finisce in veri e propri lager, depositi di umanità in eccedenza rispetto alle esigenze del capitale, come quello di Settimo Torinese.

Una piazza con alcune, anche vistose, contraddizioni come il volere riconoscere, da parte di alcuni, come interlocutore attendibile, seppure aspramente criticato, il Movimento Cinque Stelle che ha già dato ampiamente prova di sè con la costruzione del governo dei bottegai e dei latifondisti con la Lega Nord e il voltafaccia su TAP e ILVA. Il vicesindaco pentastellato di Torino viene giustamente contestato da un gruppo di compagni e lo spezzone organizzato dai compagni della Federazione Anarchica Torinese ribadisce, con slogan, interventi e con gli stessi striscioni, che l’opposizione non è solo al TAV ma a tutto il suo mondo: il mondo delle frontiere e dei porti chiusi, dei morti di lavoro, della devastazione ambientale, dello sfruttamento. L’opposizione all’attuale governo è trasversale a molti spezzoni del corteo, è ribadita da una miriade di striscioni, cartelli, volantini, slogan. Chi pensava di poter sfruttare in chiave filo-grillina, sia nella dialettica interna al governo che nel perenne scontro con il PD, sicuramente non ha avuto gioco favorevole. Il movimento ha dimostrato, ancora una volta, di sapere camminare su gambe proprie.

Lo spezzone, molto visibile, organizzato dai compagni della FAT è stato partecipato da centocinquanta compagni e compagne e ha saputo ribadire costantemente l’autonomia dalla politica politicante, dagli sbandamenti elettoralistici e filoistituzionali. Molti interventi fatti dallo spezzone hanno ricordato la lotta antirazzista, i ministri pentastellati sono stati additati come volenterosi complici di Salvini, ampio spazio è stato dato al tema della continua strage di lavoratori e lavoratrici.

I giornali del fronte Si Tav sono in palese difficoltà. Avevano lanciato la prova dei numeri e l’han palesemente persa. Alla piazza chiamata dall’alto, da confindustriali ed edili e dal loro partiti di rifermento in affanno, una piazza corporativa partecipata da quella borghesia medio alta che naviga a vista e che si rifugia nella mitica età dell’oro, da Cavour agli Agnelli, che ha seminato i semi della sua stessa crisi, ha risposto una piazza convocata dal movimento No TAV e partecipata dai comitati dei paesi della Valle, dalle organizzazioni di classe, dai sindacati di base, da chi lotta tutti i giorni per un mondo senza frontiere, senza servi e senza padroni. La stessa Repubblica è costretta ad ammettere, nell’edizione del nove dicembre, che la piazza No Tav era più numerosa rispetto a quella del dieci novembre. La Stampa, fedele al suo storico soprannome di busiarda, prima da dei numeri vicini alla realtà e poi fa marcia indietro dando una cifra ancora inferiore alla stima al ribasso della stessa questura. Per poi contraddirsi dichiarando che tanto le due piazze non sono paragonabili, in un capolavoro sofistico di non sense logico presentato come un concetto sensato.

Una piazza composita, con contraddizioni di cui già abbiamo detto, ma dinamica, capace di proiettarsi verso un qualcosa di altro e di radicalmente diverso rispetto al mondo che i signori del TAV vorrebbero plasmare a loro uso e consumo.

lorcon

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Giuseppe Pinelli: una finestra sulla strage

Giuseppe Pinelli: una finestra sulla strage

Sabato 15 dicembre 2018
presso la Federazione Anarchica Livornese
Via degli asili 33

dalle ore 17
interventi e dibattito

Nella notte fra il 15 e il 16 dicembre1969 Giuseppe Pinelli viene assassinato. Nella questura di Milano subisce quelle lesioni che lo porteranno a morire poco dopo essere stato scaraventato da una finestra della questura. Giuseppe Pinelli era un militante anarchico, ex partigiano e ferroviere attivo nella ricostituzione dell’USI, tra gli animatori del Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa a Milano.
Il suo assassinio avrebbe dovuto chiudere il cerchio della montatura orchestrata contro Pietro Valpreda e gli altri anarchici del Circolo “22 marzo”. A loro gli inquirenti attribuivano la responsabilità della strage di Piazza Fontana e degli altri attentati avvenuti il 12 dicembre 1969.
È l’episodio più noto della strategia della tensione, la catena di provocazioni, aggressioni e attentati compiuti tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 del secolo scorso.
Furono i fascisti a mettere in atto la strategia della tensione con la copertura dei servizi segreti dello stato e la responsabilità di vertici istituzionali, nell’interesse del governo e delle classi dominanti, per annientare il movimento anarchico e bloccare le lotte operaie e studentesche.
Grazie alla mobilitazione di compagni, amici e parenti, la denuncia del suo assassinio provocherà la prima crepa nella strategia della tensione. Dal giorno del suo funerale, cresce nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri la campagna per denunciare l’assassinio di Pinelli e chiedere la scarcerazione di Pietro Valpreda, fino ad attaccare il governo e le forze politiche che coprono i gruppi terroristici.
Nel 1972, per cercare in qualche modo di placare la protesta popolare, il governo scarcera gli anarchici con una legge apposita.
A quarantanove anni dalla strage non esiste ancora una verità giudiziaria, ma la verità che si è affermata è una sola:

LA STRAGE È DI STATO, PINELLI È STATO ASSASSINATO!

Livorno in particolare ha un debito verso Giuseppe Pinelli.
Il 27 aprile del 1969 un gruppo di giovani anarchici, che frequentavano la sede della Federazione Anarchica Livornese in Via Ernesto Rossi 80, venivano arrestati con l’accusa di essere gli autori degli attentati alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano del 25 aprile di quell’anno. La squadra politica della questura di Milano, assecondata dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, aveva puntato subito le indagini in quella direzione e, usando confessioni estorte con la tortura, testimonianze di personaggi a libro paga della questura e di agenti provocatori, imbastì un processo che si concluse nel 1971 con l’assoluzione e la scarcerazione degli imputati. All’inizio del dicembre 1969, sugli organi di informazione, apparve un documento dei servizi segreti greci che rivendicavano la responsabilità degli attentati, ma che gli inquirenti ignorarono.
Giuseppe Pinelli fu tra i primi ad impegnarsi a fondo per la scarcerazione dei giovani livornesi, sia attraverso il sostegno economico e psicologico, sia stimolando l’azione dei gruppi anarchici e antifascisti contro la repressione.
Giuseppe Pinelli però non vide la scarcerazione dei compagni per cui si era tanto battuto. Fu ucciso nella questura di Milano la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969.
È ora di impegnarsi perché il prossimo anno, il cinquantesimo anniversario del suo assassinio, veda Giuseppe Pinelli degnamente ricordato a Livorno!

Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.
Collettivo Anarchico Libertario

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Prima guerra mondiale: esaltazione di una strage

Prima guerra mondiale: esaltazione di una strage
DISERTIAMO LA GUERRA

Le celebrazioni retoriche del centenario della prima guerra mondiale non possono nascondere i milioni di morti, mutilati, invalidi e “scemi di guerra” imposti dalla volontà dei governi e dei capitalisti. Solo dalla parte italiana i morti e i feriti, sia civili che militari, furono oltre 1 milione e mezzo. A questi vanno aggiunti coloro che scelsero la diserzione e l’ammutinamento, coloro che si opposero alla guerra e che per questo furono duramente repressi: 350.000 processi per renitenza e diserzione. In pratica 1 soldato su 24. Furono 220.000 le condanne, di cui 15.000 all’ergastolo.
Mentre le condanne a morte furono 4000, di cui 750 eseguite.

Oggi come ieri, in una società sempre più attraversata dalla guerra come mezzo di governo, con le spese militari, la produzione bellica, le missioni coloniali, la continua sollecitazione di conflitti nel mondo, l’uso dei militari a scopo repressivo ai confini, nelle strade delle nostre città, nelle situazioni di lotta, gli anarchici contrappongono alla logica della guerra la solidarietà tra gli sfruttati.

1 Dicembre
presso la Federazione Anarchica Livornese
in via degli asili 33, Livorno

ore 17:00 Dibattito su guerra e diserzione
con Marco Rossi e Alessandro Colombini

ore 19:30 aperitivo

ore 21:30 Coro Garibaldi d’assalto

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

contatti:
collettivoanarchico.noblogs.org
Anarchici Livornesi
collettivoanarchico@hotmail.it
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

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Da Riace ai Balcani: Abbattere le frontiere, sconfiggere il razzismo!

Da Riace ai Balcani: Abbattere le frontiere, sconfiggere il razzismo!

Cosa succede dal Mediterraneo a Riace, dai Balcani a Clavière? Con la militarizzazione, gli sgomberi, le stragi e le deportazioni i governi non attaccano solo i migranti ma tutte e tutti noi.

Ne parliamo con Giacomo Sini e Francesco Bassano che come freelance hanno curato reportage giornalistici lungo le “rotte dei migranti” da Riace, dalla Bosnia, dalla Turchia e da altri paesi.

Domenica 18 novembre

Dalle 17:00 interventi e dibattito – proiezione delle foto di Giacomo Sini

Dalle 19:30 aperitivo e cena buffet

Chi governa usa una propaganda contro l’immigrazione fatta di frasi semplici e violente, sono i vecchi modelli propagandistici fondati sull’idea che le masse sono ignoranti e controllabili. Ma sappiamo bene che chi impone la disoccupazione, lo sfruttamento e la miseria è chi ha governato e chi governa oggi il paese.

In questi mesi infatti sta crescendo la voglia di opporsi al governo guidato da Lega e Movimento 5 Stelle che prosegue sulla strada aperta dal PD di Renzi e Minniti e impone nuovi provvedimenti razzisti e autoritari. Chi governa ci vuole divisi in “italiani” e “stranieri”, sotto la continua minaccia del manganello, per difendere gli interessi dei potenti, degli industriali, dei capitalisti, dei finanzieri, dei militari. Questo è il senso del nuovo decreto sicurezza.

Sulle frontiere militarizzate, lungo le “rotte dei migranti” e nelle nostre città sono le pratiche di autogestione, di azione diretta e di solidarietà a spezzare la separazione sociale imposta dal governo, a creare terreni comuni di lotta.

Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.
Collettivo Anarchico Libertario

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Resoconto e foto del corteo a Gorizia del 3 novembre

Di seguito l’articolo di resoconto pubblicato su Umanità Nova e alcune foto pubblicate in rete

1918-2018 Nessuna festa per un massacro. Fermiamo il militarismo.

1918-2018 Nessuna festa per un massacro. Fermiamo il militarismo

La difficile scommessa iniziata lo scorso giugno di un campagna antimilitarista autunnale nel Friuli-Venezia Giulia lanciata dal Coordinamento Libertario Isontino e poi fatta propria da tutto il Coordinamento Libertario Regionale è pienamente riuscita. L’idea era di portare una voce nostra nelle strade e nelle piazze che contrastasse le celebrazioni ufficiali per la “vittoria” nella prima mondiale, avendo chiaro che il e il nazionalismo di ieri alimentano quelli di oggi. Infatti il giorno successivo il presidente Mattarella ha guidato grandi celebrazioni istituzionali per la vittoria, sia a che a . Si voleva quindi sia raccontare la storia di chi quel massacro cercò di fermarlo (, sabotatori, renitenti, ammutinati…) sia ribadire le ragioni di una lotta antimilitarista nei giorni nostri, sempre più caratterizzati dal binomio della guerra esterna/guerra interna (militarizzazione delle città e dei confini, missioni belliche all’estero, crescita dell’industria bellica, ecc.). La pubblicizzazione delle iniziative è stata capillare in tutte le province e anche fuori di regione con centinaia di manifesti affissi e migliaia di volantini diffusi. I due appuntamenti principali (oltre ad alcuni a carattere locale) sono stati il convegno/assemblea pubblica del 13 ottobre e il corteo del 3 novembre, entrambi a . Il capoluogo isontino è stato scelto per il suo carattere simbolico in quanto città maggiormente distrutta durante la grande guerra e sul cui territorio si trovano numerosi monumenti nazionalisti fra cui il celebre e lugubre sacrario di Redipuglia. Il convegno ha visto la presenza di ben oltre un centinaio di persone che hanno ascoltato gli approfonditi interventi di Marco Rossi, Daniele Ratti e Antonio Mazzeo che hanno spaziato dal tema dei disertori sui vari fronti di guerra alle nuove forme che il militarismo assume ai giorni nostri. Il successo della prima iniziativa ha fatto da sprone a impegnarsi ancora di più per la riuscita del corteo. Significativamente simbolica è stata la conferenza stampa tenutasi proprio davanti il sacrario di Redipuglia con l’esposizione dello striscione che avrebbe poi aperto la manifestazione: “1918-2018. Nessuna festa per un massacro. Fermiamo il militarismo”.

Nonostante l’impegno e le incoraggianti notizie sulle presenze da fuori regione (iniziative pubbliche di sostegno all’iniziativa si sono svolte a Milano, Torino, Livorno, Reggio Emilia e Lubiana) vi erano fra tanti e tante di noi timori per una bassa partecipazione dovuta alla concomitante manifestazione antifascista che si svolgeva a Trieste contro il corteo nazionale di casapound che festeggiava la “vittoria” della prima guerra (e che ha poi visto una partecipazione di almeno 6-7000 persone con decine e decine di adesioni che andavano dai settori di movimento al Pd al vescovo alla cgil e così via per arrivare anche ad alcuni anarchici e anarchiche presenti in maniera sparsa con alcune bandiere e uno striscione).

A complicare ulteriormente le cose ci si è messa pure la questura che, una settimana prima del 3 novembre, ha cercato di imporre un grave cambiamento di percorso al corteo motivando la cosa con la presenza sul tragitto di alcuni monumenti militaristi e soprattutto la presenza di persone ai lati del corteo! La denuncia pubblica di questo tentativo infame insieme al puntare i piedi dei compagni e della compagne ha permesso di riconquistare una parte del percorso originario.

Nonostante tutte queste difficoltà già dalla partenza si è visto che si era in parecchi e si è andati crescendo durante il percorso fino a essere più di 400 (numeri reali e non da roboanti comunicati stampa). Una manifestazione viva, comunicativa e combattiva accompagnata dalla splendida musica della Banda degli Ottoni a Scoppio da Milano. Presenti tanti compagni e compagne dalla Lombardia, da Torino, dalla Toscana, da Reggio Emilia, da Roma e altre città nonché un compatto gruppone dalla Slovenia della FAO-IFA. Particolarmente significativa la presenza di gruppi e compagni e compagne della ma vi erano anche delegazioni dell’Usi, di Alternativa Libertaria e tanti e tante in ordine sparso. Il corteo ha fatto varie fermate con l’affissione di striscioni e cartelli: dal parco della rimembranza (dove si trovano numerosi monumenti dedicati alla prima guerra) ad una filiale di Unicredit per denunciare gli sporchi affari di questa banca con il regime turco e per dare solidarietà alla rivoluzione in Rojava (in corteo vi erano anche compagni e compagne curde con le loro bandiere). Via “24 maggio” è diventata “Via dei disertori”, “Via Diaz” è diventata “Via la guerra dalla storia”. Arrivati al punto dove il corteo ha dovuto svoltare a causa delle prescrizioni questurine una performance teatrale ha denunciato il ruolo assassino delle frontiere, il cui finale è stato un tricolore buttato a terra e calpestato dal corteo. Fra slogan e fumogeni si arriva davanti al comune di cui viene denunciata la grave connivenza con i fascisti di casapound che hanno la loro sede proprio nella via adiacente (ovviamente transennata e protetta dalla polizia). Si arriva quindi davanti ad un distributore dell’ENI di cui viene denunciata con striscione e intervento la politica di saccheggio del sud del mondo. Intanto durante il percorso i manifesti fascisti affissi per la manifestazione di Cp a Trieste cadono per la vergogna.

Arrivati in piazza della Vittoria (ovviamente ribattezzata con un cartello “Piazza dei senza stato”) vi è l’ultima azione: una gruppone di 20-30 compagn* si stacca dal corteo e va pubblicamente a cancellare delle scritte fasciste in una via laterale a noi preclusa, violando così simbolicamente i divieti polizieschi. Il ritorno nella piazza degli imbianchini antifascisti è accolto dal grido “siamo tutte antifasciste!”.

La giornata finisce con interventi al microfono, nonché la musica di Alessio Lega, Rocco Marchi e Mauro Punteri con tanti compagni e compagne ad affollare i banchetti di libri e cibo allestiti. Durante questa fase finale vari i curiosi fermatisi ad ascoltare fra cui alcuni ragazzi richiedenti asilo.

In conclusione possiamo dire che la scelta di organizzare una manifestazione nostra radicalmente antimilitarista e antinazionalista ha pagato nonostante tutto. Per noi queste iniziative si inseriscono in un percorso di rilancio dell’ iniziato con il convegno di Milano del giugno scorso, proseguito con il campeggio Nomuos di questa estate fino ad arrivare a noi. E’ molto importante darsi a breve nuove scadenze di lotta di questo fronte. Per ora portiamo a casa il successo di queste giornate.

UN reporter

     

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Presentazione del corteo antimilitarista del 3/11 a Gorizia

1918 – 2018: Nessuna festa per un massacro!
Gorizia 3 novembre – corteo antimilitarista

Presentazione della giornata di lotta

Respingiamo la celebrazione guerrafondaia e nazionalista della prima guerra mondiale, ricordiamo i disertori, i fucilati, i ribelli.

Aboliamo le spese militari, che le sfruttate e gli sfruttati pagano con i tagli alle pensioni e ai servizi sociali, che portano solo disoccupazione e miseria.

Fermiamo le guerre di occupazione e rapina condotte dallo stato italiano dall’Afghanistan alla Libia, contro la militarizzazione della società e la repressione che permettono ai governi di imporre condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori alla maggior parte della popolazione.

Abbattiamo il militarismo, cardine del dominio patriarcale, che impone violenza e sopraffazione nella società.

Venerdì 19 ottobre

dalle ore 19:30 aperitivo
dalle ore 21:00 assemblea

presso la FAL, via degli asili 33, Livorno

Federazione Anarchica Livornese – FAI
Collettivo Anarchico Libertario

per partecipare al corteo del 3 novembre a Gorizia scrivere a cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it e collettivoanarchico@hotmail.it oppure contattare la pagina Facebook Anarchici Livornesi

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Rilanciamo l’antimilitarismo – 3 novembre a Gorizia!

1918 – 2018

Guerre di oggi, guerre di ieri: nessuna festa per un massacro!

Rilanciamo l’antimilitarismo

13 ottobre

convegno/assemblea pubblica a Gorizia

3 novembre

manifestazione antimilitarista a Gorizia

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Tripoli: il volto nascosto dell’Italia in guerra

articolo pubblicato sul n. 24 del settimanale anarchico Umanità Nova

Tripoli: il volto nascosto dell’Italia in guerra

Nessun intervento militare delle forze speciali italiane in Libia. Questo il messaggio ripetuto più volte dal Governo tra il 3 e il 4 settembre scorso. Facile dichiarare che non vi è l’intenzione di promuovere un intervento militare a Tripoli quando sono già presenti, considerando solo le cifre ufficiali della missione militare MIASIT, 400 unità delle forze armate italiane. Appare singolare dunque tutto questo impegno del Governo per smentire la notizia, riportata da alcuni organi di stampa, secondo cui a Roma sarebbe stata in corso la valutazione di un intervento delle forze speciali a sostegno del governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, la cui stabilità è minacciata da scontri armati in in atto tra differenti gruppi di potere nella stessa capitale.

Ma cosa sta succedendo a Tripoli? Il 2 settembre il governo di al-Sarraj ha proclamato lo stato di emergenza per l’inasprirsi dei combattimenti nella capitale. Gli scontri armati erano iniziati il 26 agosto, quando la Settima Brigata di Tarhuna, sottoposta al ministero della difesa, si è ribellata al suo stesso governo attaccando le milizie del ministero dell’interno. Il conflitto è aumentato, altre milizie si sono unite alla brigata “ribelle”, e da Zintan alcune forze si sono attestate fuori dalla città di Tripoli, mentre altre forze da Misurata sono giunte a Tripoli a sostegno del governo. I “ribelli” secondo fonti giornalistiche dichiarano di aver intrapreso l’azione militare per “ripulire Tripoli dalle milizie corrotte” che grazie alla posizione di influenza avrebbero ricchi conti bancari mentre le persone comuni sono costrette alla carenza di cibo e alle lunghe code per avere stipendi miseri.

In questo contesto il 1 settembre un colpo di mortaio ha colpito un edificio vicino all’ambasciata italiana a Tripoli, il giorno successivo con lo stato d’emergenza e l’inasprimento degli scontri l’ambasciata italiana è stata quasi del tutto evacuata, e viene presidiata dai carabinieri paracadutisti del Tuscania. Scoppia allora la questione sui media italiani, ci si accorge all’improvviso che in Libia c’è una guerra in corso e che lo stato italiano c’è dentro fino al collo. Il governo nega la chiusura dell’ambasciata e nega le voci riguardo all’invio di forze speciali, mentre attacca la Francia che avrebbe provocato questa azione militare per sostenere il parlamento di Tobruk di Khalifa Haftar che è indicato come patrocinatore dei “ribelli”. Proprio l’attacco alla Francia è al centro della dura critica dei partiti di opposizione al governo Conte, che viene da questi anche accusato di immobilismo rispetto alla situazione libica. Il governo italiano, potendo contare già su un significativo dispositivo militare impiegato sul terreno, può presentarsi come “moderato” e annuncia la convocazione di una conferenza di pace sulla Libia da tenersi in Italia (probabilmente in Sicilia) a novembre. Nel contempo il 4 settembre l’inviato speciale dell’ONU in Libia, Ghassan Salamé, convoca le parti e viene stabilita una tregua. Questa soluzione è sostenuta dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e da uno specifico appello di Francia, UK, USA e Italia. Ma al di là delle dichiarazioni il conflitto a Tripoli continua, e anche se il governo al-Sarraj non sembra più direttamente a rischio, il 9 settembre il numero delle vittime negli scontri era salito a 78, mentre i feriti sarebbero 313 e i dispersi 16. Vi sono notizie di gravi violenze nei confronti di civili, in particolare migranti, molti dei quali in Libia vivono in condizioni disperate nei lager voluti dallo stato italiano, 400 persone sarebbero riuscite a fuggire dal carcere di Aine Zara a Tripoli durante gli scontri.

Questi eventi si inseriscono in un quadro molto complesso, in cui lo scontro tra potenze mondiali e regionali alimenta la lotta per il potere in Libia. La popolazione subisce le atrocità, le sopraffazioni, la distruzione e la miseria causate dai conflitti per l’influenza politica e militare e dalla guerra per il controllo delle risorse, quelle energetiche soprattutto. In Libia si scontrano gli interessi degli stati e delle multinazionali dell’energia, si scontrano i gruppi di potere del paese per la costruzione di un nuovo stato, grande promessa delle potenze mondiali, con tutte le questioni connesse a questi processi: i diritti sulle concessioni delle risorse, il riconoscimento internazionale, la creazione e la gestione di forze di sicurezza, la gestione di una banca centrale.

Andare più a fondo necessiterebbe di uno spazio molto più ampio di un semplice articolo, e sicuramente il nostro punto di vista resterebbe comunque ristretto, necessariamente mediato dalle agenzie di stampa e dai proclami dei governi.

Qual’è il ruolo dell’Italia? Lo stato italiano nel 2011 ha avuto un ruolo fondamentale nelle operazioni militari, e in particolare nei bombardamenti, condotti prima dalla “coalizione dei volenterosi” e poi coordinati dalla NATO con l’operazione “unified protector”. L’Aeronautica Militare definisce l’impegno nelle operazioni in Libia nel marzo del 2011 come “il più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”. Operazioni che hanno visto impegnata l’aviazione italiana in 1900 raid e 456 bombardamenti, tenute nascoste alla popolazione dall’allora governo Berlusconi. Certo l’intervento del 2011 ha messo a rischio gli interessi economici di una parte della classe dirigente italiana, molte aziende italiane hanno dovuto lasciare il paese africano a causa della guerra, ma per qualcuno probabilmente l’intervento militare contro Gheddafi era un rischio da correre per ottenere migliori condizioni e maggiori profitti. L’ENI ad esempio, pur risentendo delle sorti alterne della regione, è stata l’unica grande compagnia a mantenere la produzione in Libia, e nel 2015 aveva il controllo di un terzo della produzione di gas e petrolio nel paese, mentre prima del 2011 ne controllava solo un quinto. Pensiamo poi alla grande mobilitazione militare che è seguita al 2011. Con le operazioni Mare Nostrum, Mare Sicuro, Ippocrate, Sofia, Sea Guardian e MIASIT il ruolo dell’Aeronautica e della Marina è divenuto centrale, e possiamo supporre che un tale sviluppo di queste forze armate e l’impegno di mezzi navali e aerei abbia mosso molti interessi. Sarebbe da considerare quanto grandi aziende del settore difesa e sicurezza come Finmeccanica/Leonardo, che tra l’altro ha dovuto abbandonare il suolo libico nel 2011, siano state invece avvantaggiate dagli eventi bellici in Libia e nel Mediterraneo. Inoltre per quanto il trattato tra Italia e Libia del 2008 fosse vantaggioso per le classi dirigenti dei rispettivi paesi, senza la fine del regime di Gheddafi l’Italia non avrebbe probabilmente potuto mai schierare la propria flotta come avvenuto con le operazioni Mare Nostrum o Mare Sicuro, figuriamoci dislocare direttamente delle truppe in Libia e esercitare la propria influenza politica su governi e centri di potere locali.

Per questo negli ultimi anni in Libia lo stato italiano è stato sempre presente con forze militari e di sicurezza, in modo formale o informale. Innanzitutto contractor (quelli che si chiamavano mercenari) tra cui quelli della STAM, azienda di sicurezza che farebbe parte del Consorzio CRISS della Link University, che ha avuto come presidente nel 2016 l’attuale ministro della difesa Elisabetta Trenta. Poi con le forze speciali, secondo i media già almeno dal 2016. Infine con le missioni militari.

Una cosa è certa. Pur se con diverse sfumature e con i soliti contrasti tra partiti, la classe politica, e in particolare i partiti che siedono in parlamento, sono tendenzialmente tutti concordi sulla necessità di salvaguardare gli “interessi nazionali dell’Italia” in Libia. Riassumibili in “sicurezza energetica” e “controllo dei flussi migratori”. Queste sono le parole che utilizzano gli esponenti della maggioranza e i parlamentari dell’opposizione quando intervengono nelle sedi istituzionali, qualcuno talvolta aggiunge la “sicurezza dalla minaccia terroristica”. Ma alcuni, come il ministro degli esteri Moavero durante l’audizione congiunta delle commissioni esteri e difesa di Camera e Senato, giungono ad utilizzare citazioni coloniali, definendo la Libia la “quarta sponda” del paese e sostenendo che sia “molto connaturato il destino della Libia a parte del destino anche della nostra nazione”. Nella stessa audizione l’ex ministro PD Minniti afferma che “la Libia è in qualche modo l’espressione più plastica di cosa significa interesse nazionale fuori dai confini del nostro paese.”

Dal 1945 fino ad oggi avevamo visto guerre terribili che per giustificazione ideologica, ponevano le motivazioni più fantasiose e creative, sempre piene di bontà. Dall’equilibrio tra le potenze alla responsability to protect, per ogni guerra si trovava una legittimazione giustissima grazie al pieghevolissimo diritto internazionale. Oggi forse siamo di fronte a qualcosa di diverso, forse quando l’ideologia diviene la salvaguardia del crudo interesse nazionale, significa che la classe dirigente sta davvero giocando la carta della guerra imperialista.

Opporsi al militarismo e all’imperialismo dell’Italia, e in particolare alla guerra dell’Italia in Libia significa opporsi alla classe politica e dirigente che ci sfrutta e ci governa. Opporsi all’infamità del nuovo colonialismo italiano in Africa, significa anche opporsi al razzismo italiano, che proprio nel colonialismo ha avuto uno dei suoi fondamenti.

Per questo rilanciare su più livelli la lotta antimilitarista è fondamentale, e la manifestazione che si terrà a Gorizia il 3 novembre prossimo, contro le celebrazioni guerrafondaie e militariste della prima guerra mondiale, sarà un appuntamento molto importante.

Dario Antonelli

Umanità nova si può trovare a Livorno:

Edicola P.zza Grande (angolo via Pieroni)
Edicola Via Garibaldi 7
Edicola P.zza Damiano Chiesa
Edicola Porto (Piazza Micheli lato Quattro Mori)
Edicola viale Carducci angolo Viale del Risorgimento
Edicola Dharma – viale di Antignano
Bar Dolcenera via della Madonna 38
Pub “Birra Amiata House” – via della Madonna, 51
Federazione Anarchica Livornese – via degli Asili 33

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A un anno dall’alluvione – Una sola grande opera: la messa in sicurezza dei territori

A un anno dall’alluvione – Una sola grande opera: la messa in sicurezza dei territori

Un anno fa, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, l’alluvione colpiva Livorno facendo nove vittime e creando gravi danni ad abitazioni, ponti, strade, impianti industriali, con effetti disastrosi che ancora segnano la nostra città.

Le responsabilità di quanto successo non sono da riferire alla natura, ma a chi governa, gestisce e sfrutta il territorio. Anni di scempio, di saccheggio, di sfruttamento e ricerca di profitto si sono sommati a responsabilità contingenti e a inadempienze palesi, mentre l’opera delle autorità e del commissario per l’emergenza nominato dal governo sono state invisibili.

A distanza di un anno che cosa è cambiato? Cosa è successo nel corso del mandato del commissario del governo per l’emergenza?

L’amministrazione comunale di Livorno ha presentato il nuovo piano regolatore, che prevede un’ulteriore privatizzazione di spazi e beni pubblici, accompagnata da colate di cemento per centri commerciali, come quella che si prepara alla Stazione Marittima. Al contempo non sono stati fatti significativi interventi per la messa in sicurezza del territorio, in particolare per l’adeguamento delle casse di espansione. Ma la situazione è disastrosa a vari livelli, basti pensare al sistema fognario di Livorno, inadeguato alla normale amministrazione, come reso evidente dai ripetuti e frequenti divieti di balneazione in mare, figuriamoci in situazioni di emergenza.

L’amministrazione comunale di Collesalvetti ha negato ogni possibile relazione tra il grave inquinamento da idrocarburi pesanti riscontrato subito dopo l’alluvione da analisi nel cortile di alcune abitazioni della frazione di Stagno e la contigua raffineria ENI, anch’essa allagata. L’acqua e il fango che inondavano il cortile delle abitazioni e la raffineria erano in diretta relazione attraverso aperture nei muri perimetrali dell’impianto industriale, come segnalato da un dossier redatto dalle Brigate di Solidarietà Attiva e da alcuni abitanti di Stagno. Nonostante ciò, non ci risulta che sia stata data informazione su alcun Piano di Emergenza della raffineria in caso di alluvione, né che sia stato effettuato alcun intervento di contenimento e bonifica dell’inquinamento.

La Chiesa per il suo ruolo nell’economia livornese, anche di tipo speculativo, è tra i responsabili dei disastrosi effetti dell’alluvione, basti pensare alla cementificazione di Montenero tra gli anni ‘90 e 2000 con l’Aula Mariana e il terminal per i pellegrini. Ora sta mettendo le mani su un altro angolo delle Colline Livornesi, l’Eremo della Sambuca. Mentre si propone di guidare i livornesi in un superamento spirituale del dramma dell’alluvione, la Chiesa prepara nuove speculazioni e nuovi disastri.

Con l’avvicinarsi del doloroso anniversario dell’alluvione allo spot si alterna la farsa.

Emerge lo scandalo degli appalti truccati e la magistratura impone gli arresti per un ex dirigente della protezione civile e il titolare della Tecnospurghi. Affari da profittatori, come molti altri nauseanti casi simili, perché la speculazione sulle catastrofi c’è sempre, più o meno legale, solo che i governanti, le autorità, i padroni della terra e del cemento ne escono sempre puliti.

L’amministrazione comunale a pochi giorni dal 10 settembre cerca l’applauso annunciando che il governo sarebbe sul punto di dare il via ai finanziamenti dei rimborsi per cittadini e imprese che hanno fatto richiesta per i danni.

Il primo anniversario dell’alluvione diventa una parata, un maxievento in cui spicca una “passeggiata della pacificazione” dal mare fino all’Eremo della Sambuca organizzata dalla parrocchia della Valle Benedetta. Ma di che pacificazione si parla?

È ben chiaro a molti abitanti di Livorno, come a quelli di Genova che pochi giorni fa hanno contestato la visita dei papaveri istituzionali, che le tragedie che si succedono sempre più frequentemente non sono catastrofi ambientali, ma hanno la loro causa nella speculazione, nei rapporti di proprietà, nell’azione dei governi.

Una capillare opera di salvaguardia, vigilanza e messa in sicurezza del territorio ridurrebbe l’impatto degli eventi eccezionali e darebbe occasioni di lavoro all’enorme massa di disoccupati. La politica del Governo va nel senso opposto, destina alle spese militari, agli industriali, alle banche e alla Chiesa le enormi risorse sottratte ai lavoratori e ai cittadini, con una tassazione che pesa sui ceti meno abbienti e sui consumi. Chiunque occupi la poltrona di sindaco, si scontra con i vincoli di bilancio e con gli interessi della proprietà fondiaria. Né le autorità e gli enti pubblici, né le compagnie private possono garantire la sicurezza idrogeologica del territorio, perché seguono il profitto e gli interessi delle classi privilegiate, che si scontrano sia con l’ecologia sia con la salute e la sicurezza delle persone. Il governo e la proprietà dunque sono i principali ostacoli per ridurre i rischi ambientali sui territori, per ridurre l’impatto degli eventi eccezionali. È l’ora di farla finita con la devastazione statale e capitalista, nella prospettiva di una società libera ed ecologica.

L’attività sviluppata invece da organismi di base come le Brigate di Solidarietà Attiva è stata fondamentale, sia nelle attività di soccorso immediato alle popolazioni, sia nel supporto alla nascita di comitati, sia nell’opera di inchiesta e controinformazione. L’iniziativa dal basso ha mostrato il legame tra speculazione edilizia e riduzione delle aree per le casse d’espansione, e l’enorme rischio sanitario e ambientale connesso all’inquinamento.

UNA SOLA GRANDE OPERA: LA MESSA IN SICUREZZA DEI TERRITORI

 

FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it
COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO collettivoanarchico@hotmail.it – collettivoanarchico.noblogs.org

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