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In ricordo di Renato Spagnoli

La Federazione Anarchica Livornese esprime cordoglio per la scomparsa di Renato Spagnoli.

Negli anni sessanta Renato dette vita, all’interno della sede della Federazione Anarchica Livornese, ad una interessante esperienza di avanguardia artistica, il gruppo Atoma, insieme, fra gli altri, a Mario Lido Graziani, Renzo Izzi, Giorgio Bartoli e Renato Lacquaniti. Nel corso degli anni Renato ha sempre rappresentato un punto di riferimento artistico importante e innovativo ed ha mantenuto un rapporto di affetto con gli anarchici livornesi.

Negli anni ’70 del secolo scorso mise a disposizione il suo talento artistico per la solidarietà ai compagni ingiustamente incarcerati per la Strage di Stato, partecipando alla mostra “Gli artisti contro la Strage di Stato”, organizzata dai Gruppi Anarchici Toscani.

Ricordiamo l’artista e la persona che ha saputo mostrare con le sue scelte, spesso operate in modo collettivo, il forte legame tra creatività, pensiero rivoluzionario e spirito di libertà.

Federazione Anarchica Livornese

[immagine di Flavio Costantini, utilizzata per l’opuscolo della mostra “Gli artisti contro la Strage di Stato”]

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Vogliam la libertà – Né Dio, Né Patria, Né Famiglia

documento del Gruppo di lavoro 8 marzo della FAI

Vogliam la libertà – Né Dio, Né Patria, Né Famiglia

L’anarchismo non può che essere antisessista e nemico del patriarcato, perché l’eliminazione di ogni relazione di dominio, di ogni esclusione dai processi decisionali, di ogni negazione delle differenze sono suoi elementi costitutivi.
 
Non c’è un solo femminismo. Alcuni sono estranei ad un approccio libertario, che avversa ogni identità escludente. Il femminismo della differenza non mira a spezzare la gerarchia ma solo a capovolgerla, nell’immaginario e nelle relazioni sociali. Questo femminismo è intimamente autoritario perché punta alla conquista del potere, valorizzando le gerarchie al femminile senza intaccare il dominio. È un femminismo che ignora le periferie del mondo, dove sui corpi asserviti nel nome della razza e del genere si combattono guerre senza esclusione di colpi.
 
Il transfemminismo intersezionale, che in questi anni è dilagato per il pianeta, scaturisce dalla percezione dell’estrema violenza della reazione patriarcale ai percorsi di libertà delle donne e di tutte le soggettività non conformi.
 
Contro le donne è in atto una guerra, che mira alla distruzione degli itinerari di libertà ed autonomia che hanno contrassegnato gli ultimi decenni. Questa guerra durissima, nella quale ogni giorno, in ogni dove ci sono morte, ferite, prigioniere ha dato slancio ad un femminismo che sa bene che la posta in gioco è alta, che niente è per sempre, che la lotta al patriarcato è necessaria per ogni reale trasformazione verso la libertà e l’uguaglianza.
 
Il femminismo intersezionale, cogliendo l’intreccio tra il patriarcato e le altre forme di dominio, si pone come uno degli snodi di una critica e di una lotta radicali alle relazioni politiche e sociali in cui siamo forzat* a vivere.
 
 
L’anarcofemminismo si costituisce nell’intreccio tra questi percorsi, facendo leva sulla critica transfemminista agli stereotipi di genere nella prospettiva di un superamento delle identità precostituite, imposte, rigide.
 
L’anarcofemminismo si nutre anche, e non secondariamente, della consapevolezza che un femminismo rivoluzionario deve tagliare definitivamente il cordone ombelicale che troppo a lungo lo ha legato alla retorica dei diritti e delle tutele, tipica della sinistra statalista.
 
La critica femminista deve liberarsi dalla fascinazione dell’istituito e sottrarsi al pantano welfarista. Chi delega allo Stato la propria libertà lascia che sia lo Stato a determinarne possibilità, estensione, modi.
Salute, istruzione, servizi è possibile ed auspicabile che comincino ad essere sottratti al controllo statale, dando forza alla spinta all’autonomia reale che emerge dai movimenti e dalle individualità e che può aprire la via ad un processo di rottura rivoluzionaria.
 
Non solo. Nella forma attuale dello scontro sociale la pratica dell’autogestione è non solo possibile ma necessaria: è tramontata l’epoca dei compromessi e degli ammortizzatori. Il disciplinamento delle donne, in primis quelle povere, è parte del processo di asservimento e messa in scacco delle classi subalterne. Anzi, ne è uno dei cardini, perché il lavoro di cura non retribuito è fondamentale per garantire una secca riduzione dei costi della riproduzione sociale.
 
 
La cultura patriarcale esercita il proprio dominio attraverso la repressione anche sessuale: un filo rosso sangue lega a nodi stretti il patriarcato alla cultura dello stupro. Lo stupro non è una violenza incidentale ma politica, strutturale, terribilmente “normale”. Figlio legittimo della nostra società sostanzia la frattura e segna il destino delle donne, degli uomini e dei loro corpi. La narrazione patriarcale dà all’uomo il ruolo di protettore/liberatore/aggressore – nel senso di procacciatore di spazio vitale – ed alla donna quello di madre/riproduttrice/vittima. In guerra il corpo delle donne diventa un confine biopolitico cruciale, un campo di battaglia dove il maschio aggressore impone il suo dominio con tutta la sua forza e porta un attacco contro il futuro riproduttivo della nazione. La propaganda bellica fa della violazione del corpo femminile un oltraggio estremo alla domesticità ponendo l’enfasi sulla sicurezza e la sacralità della vita familiare. Lo stupro diventa un forte monito per l’uomo affinché assuma il proprio ruolo di guida in un modello di famiglia gerarchica in cui la donna è una creatura debole da dominare e proteggere.
 
Gli stupri di guerra, in molti casi autorizzati ed incoraggiati dalle gerarchie militari, si rivelano strumenti formidabili di genocidio e frantumazione dell’identità di intere popolazioni o etnie.
 
L’elenco delle guerre in cui lo stupro è stato arma potente con cui abbattere l’identità maschile del nemico è lunghissimo. Gli stupri delle armene durante la deportazione genocida iniziata nel 1915, la Bosnia degli anni Novanta o la Ciociaria nel 1945 sono solo esempi di una pratica di dominio, che comincia con l’asservimento delle donne. Anche le missioni di pace sono state segnate da innumerevoli torture sessuali da parte di caschi blu ONU e altri militari “umanitari.” Nel 1992 i parà della Folgore in missione di “pace” in Somalia si distinsero in violenze e stupri.
 
Anche in Italia l’esercito è stato utilizzato nelle nostre strade e la difesa delle donne è stata uno dei pretesti usati per imporre un’ulteriore militarizzazione del territorio. La storia di Rosa, torturata e stuprata all’Aquila da Tuccia, un militare dell’operazione “Strade Sicure”, è emblematica di quali partite di “civiltà” si giochino sui corpi delle donne e delle identità non conformi. La storia di Rosa, purtroppo, è solo una tra tante.
 
Viviamo tempi grami. Potenti gruppi identitari e nazionalisti danno voce alle paure di chi sa che anche nel nord ricco del pianeta ci sono persone senza futuro né prospettive. I movimenti il cui fulcro sono patria, bandiera, famiglia, frontiera offrono un appiglio simbolico che si nutre di identità escludenti, si fanno forti nella negazione violenta dell’altro, che diviene nemico.
 
Stranieri, migranti, profughi sono i nemici che vengono da fuori, i poveri il cui presente potrebbe divenire il nostro futuro. Le donne sono il nemico interno: il loro asservimento è necessario alla riaffermazione della famiglia, nucleo politico ed etico del patriarcato alle nostre latitudini.
 
La famiglia nella sua materialità è l’incubatrice di infinite violenze di genere, luogo “privato”, separato dalla sfera pubblica: non per caso le politiche sociali dei governi di ieri e di oggi mirano ad un forte rilancio della famiglia. La crisi economica, la crescita della disoccupazione e della precarietà lavorativa, i tagli della spesa sociale provocano una perdita di autonomia economica. La famiglia diventa sempre di più il luogo dove convergono il reddito di sopravvivenza e l’assolvimento delle necessità quotidiane.
 
Il rafforzamento della famiglia comporta una riproposizione marcata dei ruoli tradizionali e della morale sessista, che si traduce in una politica a tutto campo in cui convergono sia le forze tradizionaliste reazionarie (Chiesa cattolica, omofobi, fascisti), sia precise politiche governative, sia iniziative paraistituzionali (vedi mozioni presentate in diversi comuni contro la 194).
 
Il rinnovato familismo, nonostante la matrice ultrareazionaria, ha un andamento trasversale: la famiglia è la fortezza intorno alla quale si pretende di ri-fondare un ordine politico e sociale gerarchico ed escludente. A sinistra come a destra, da chi la vorrebbe estesa alle coppie omosessuali a chi la vuole modellata sulla “sacra famiglia.”
In famiglia avvengono quasi l’80% delle violenze denunciate: è quindi una relazione sociale che genera costitutivamente violenza, perché modellata sulla cultura patriarcale di cui la famiglia è cardine. É una struttura gerarchica, fondata sul dominio del corpo, su identità rigide e sulla divisione del lavoro su base sessuale.
Chi cerca di sfuggire ai ruoli imposti altera l’equilibrio, mette a rischio l’ordine sociale. La famiglia è una garanzia di stabilità per i governi che fanno a gara per affermare il valore della fortezza domestica.
 
Le politiche sociali dei vari governi sono state caratterizzate da interventi che trattavano come un tutto unico la donna e la famiglia, perché nella cultura patriarcale la donna è concepita solo come elemento del nucleo familiare. La politica regolata sulla cultura patriarcale non considera la donna come essere indipendente, la inquadra invece sempre all’interno della vita domestica. Il reddito femminile non è concepito come forma di autonomo sostentamento, ma come reddito accessorio, di supporto all’economia familiare, anche quando, sempre più spesso, le donne sono single o separate. Il piano rivendicativo – debolissimo – sostenuto anche da varie organizzazioni sindacali, punta sempre alla conciliazione di tempi lavorativi e tempi da dedicare alla famiglia.
Vanno in questa direzione misure come l’incentivo al part-time, la diffusione dei contratti atipici, particolarmente intensa in un settore fortemente precarizzato come quello del lavoro femminile, il telelavoro, la flessibilità nel congedo per maternità, il welfare aziendale.
La donna lavoratrice si porta dietro la zavorra di moglie-mamma-nuora-figlia-badante anche quando è al lavoro. Il suo ruolo familiare non decade mai. Il divario retributivo tra uomini e donne che svolgono la stessa mansione ancora esiste in molti settori lavorativi. Ci sono economisti che giustificano il gender gap in base ad una supposta minore produttività delle donne, che andrebbero a lavorare come secondo lavoro, dopo quello di cura familiare. Anche se in molti tentano di sminuirla se non negarla, la disparità di genere legata alla retribuzione è reale, come testimonia anche l’ultimo rapporto sul Gender Gap dell’Unione Europea in cui si sostiene, facendo riferimento solo all’emerso, che “la discriminazione è ancora pervasiva sul lavoro: una donna può essere pagata meno di un uomo per lo stesso lavoro”.
 
Ogni anno vengono diffuse statistiche, dal Gender Pay Gap ai dati ISTAT, che “certificano” questa disparità. Le donne, pur essendo la maggioranza come popolazione, sono più numerose degli uomini tra i neet, ossia quelli che non lavorano, non studiano e non cercano lavoro. Le donne che un lavoro lo cercano hanno meno opportunità di trovarlo e quando lo trovano sono pagate meno a parità di mansioni.
La differenza del salario medio tra uomini e donne in Italia è del 10,4%, come dire che le donne prendono, mediamente all’anno, cinque settimane di paga in meno degli uomini. Questi dati dimostrano che nell’immaginario sociale le donne sono ancora legate alla funzione di cura, e ben poco conta la loro autonomia individuale.
 
 
Le politiche familiste dei governi hanno un raggio d’azione assai ampio, che non si limita all’ambito dell’occupazione. Basta guardare le campagne demografiche lanciate dal governo passato e riprese, in perfetta sintonia, da quello attuale. All’ombra di Renzi la ministra Lorenzin lanciò il fertility day per contrastare la decrescita demografica, cercando di colpevolizzare, con una campagna pubblicitaria vergognosa, le donne che non fanno figli sottraendosi, per scelta o per necessità, al proprio “compito” biologico.
 
Il governo attuale tra i suoi primi atti ha riproposto il Patto per la natalità, dove si sostiene che “in ballo c’è il destino di una nazione”. Con toni che richiamano la dittatura fascista e l’enfasi mussoliniana la riproduzione è indicata come dovere sociale per la vita nazionale, compito/destino della donna fattrice, che deve fare figli per la patria.
Nel contratto di governo sono state messe insieme, come questioni di emergenza sociale, le donne, gli anziani e le periferie. Il governo gialloverde, declinando in versione ultrareazionaria politiche già impostate, ha inaugurato il suo mandato attivando il ministero della famiglia e della disabilità, affidato al leghista Fontana, noto per le iniziative antiabortiste, omofobe ed antigender. il ministro Fontana, inoltre, è promotore per il prossimo 30 marzo a Verona del Congresso mondiale della famiglia dell’Iof (International Organization for the Family). Vi parteciperanno esponenti dell’ultra destra fascista europea, tra cui il ministro dell’Interno Italiano.
 
 
Nello scorso autunno la recrudescenza delle politiche familiste si è fatta sentire in modo marcato. Il Disegno di legge Pillon, duramente contestato, non è ancora andato in porto, ma nemmeno è stato ritirato e rappresenta un incredibile attacco al divorzio, con una drastica revisione dell’affido dei figli e dell’assegno di mantenimento. Nel mirino in particolare le donne, elemento economicamente più fragile, per le quali gli ostacoli alla separazione in molti casi sono anche dei limiti alla possibilità di uscire da situazioni di maltrattamenti e violenza.
 
Le iniziative antiabortiste e pro-life hanno trovato spazio crescente nelle sedi istituzionali, come dimostrano le varie mozioni presentate nei consigli comunali e la legge di bilancio 2019 approvata a fine anno. Questa legge ha alcune misure degne di nota. Il reddito di cittadinanza, tra le altre nefandezze che lo caratterizzano, è pensato su base rigorosamente familista, prendendo come riferimento il nucleo familiare anziché la singola persona, in continuità con il suo immediato predecessore, il REI (reddito di inclusione) di renziana memoria. Ma c’è di più: la legge di bilancio prevede, in un delirio neofeudale che lega persona e terra, la concessione gratuita per venti anni di terre demaniali per chi si impegna a fare il terzo figlio entro il triennio 2019-20-21. Si modifica inoltre il congedo di maternità, “consentendo” alle donne incinte di lavorare fino al giorno del parto e riversare i mesi di astensione nel periodo post-partum: una scelta che per tante sarà obbligata, una politica familista gravissima che sposta l’asse dalla tutela della salute della donna alla cura della prole.
 
 
Questo ed altro si fa in nome del patriarcato. Del resto siamo il paese in cui fino al 1956 il capofamiglia deteneva lo ius corrigendi, il diritto di correggere i comportamenti di moglie e figli anche con la “coazione fisica”, dove le disposizioni sul delitto d’onore permangono fino al 1981. Non è solo una questione che si risolve modificando le norme. Di fronte al permanere radicato della cultura patriarcale, di cui sessismo e familismo sono le esplicitazioni sociali e politiche, di fronte alla cultura dello stupro che ancora pretenderebbe di dominare le nostre vite, s’impone, ora più che mai, di affermare in tutte le forme possibili la costruzione e la pratica della libertà.
 
Siamo contro la famiglia, per gli stessi motivi per cui siamo contro lo stato e tutte le religioni. Le nostre vite, le nostre relazioni non si lasciano rinchiudere in un gabbia normativa voluta dalla chiesa o dal governo.
 
Il femminismo libertario ed anarchico si fonda su una critica radicale dell’istituito, perché ciascun* percorra la propria esistenza con la forza di chi si libera da obblighi e catene.
 
Lo sguardo femminista è indispensabile in un processo rivoluzionario che punta al sovvertimento in senso anarchico di un ordine sociale e politico basato sull’oppressione, lo sfruttamento, la guerra, la negazione delle differenze.
 
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella lotta contro le regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. Relazioni libere, plurali, egualitarie si rinforzano nella pratica della solidarietà e del mutuo appoggio.
 
Gruppo di Lavoro “8 marzo” della Federazione Anarchica Italiana
documento pubblicato su Umanità Nova n. 8 del 10/03/19

Umanità nova si può trovare a Livorno:

Edicola P.zza Grande (angolo via Pieroni)
Edicola Via Garibaldi 7
Edicola P.zza Damiano Chiesa
Edicola Porto (Piazza Micheli lato Quattro Mori)
Edicola viale Carducci angolo Viale del Risorgimento
Edicola Dharma – viale di Antignano
Bar Dolcenera via della Madonna 38
Pub “Birra Amiata House” – via della Madonna, 51
Federazione Anarchica Livornese – via degli Asili 33

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La lotta e la solidarietà ci rendono forti!

La lotta e la solidarietà ci rendono forti!

Siamo le donne dell’Anatolia e della Mesopotamia;

Abbiamo vissuto nei giorni bui della storia. Per decenni la gente di queste terre è stata sempre più oppressa. Abbiamo visto la povertà, abbiamo visto la guerra, abbiamo visto quelli che sono fuggiti e sopravvissuti alla guerra degli stati; ma uccise nella guerra del capitalismo o del patriarcato. Abbiamo visto le nostre sorelle torturate, accoltellate, uccise, trascinate nude, fatte a pezzi, bruciate vive … Abbiamo visto i nostri bambini, schiacciati e investiti, abbiamo visto le Madri del sabato chiedere giustizia e abbiamo visto gli assassini che cercavano di mettere a tacere le nostre madri, attaccandole o arrestandole. Abbiamo affrontato molte crudeltà e abbiamo resistito a tutti, e resisteremo fino alla fine.

Siamo le donne di queste terre, abbiamo assistito alla caduta di molti stati, molti re e molti sultani … Mentre la storia dell’ “uomo” si ripete, stiamo scoprendo e scrivendo un’altra storia, la nostra storia, la storia della ribellione e della resistenza. Conosciamo le donne che hanno combattuto contro il patriarcato, conosciamo le donne con le mani sui fianchi, che sono pronte a stringere i pugni. Perché noi siamo tutte queste donne e mentre stiamo creando un’altra storia, creiamo cultura. È una cultura di empatia, comprensione e solidarietà. Escludendo i rapporti di autorità e obbedienza, questa è una cultura di responsabilità, per avere le nostre vite nelle nostre mani, avere la nostra lotta per la nostra libertà.

Sorelle, compagne, la nostra lotta è la lotta degli oppressi contro l’oppressore. Ogni luogo in cui appare la gerarchia del potere, diventa una zona di combattimento. Ogni volta che l’oppressore usa gli strumenti della violenza, non esitiamo a resistere e a contrattaccare. Combattendo con i modelli “visti” e “invisibili” dell’autorità e del patriarcato, saremo in grado di attualizzare la rivoluzione da ora e da qui.

Ovunque siamo, ci conosciamo e ci capiamo, perché è la stessa luce che ci illumina, è lo stesso grido nella nostra voce.

La nostra lotta e solidarietà ci dà ispirazione e forza.

Resistiamo con la lotta, così vinceremo!

Donne Anarchiche – Turchia

Anarşist Kadınlar

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Otto marzo: sosteniamo lo sciopero generale femminista

Comunicato del Gruppo di lavoro 8 marzo della FAI

Otto marzo: sosteniamo lo sciopero generale femminista

La Federazione Anarchica Italiana sostiene lo sciopero generale femminista che caratterizzerà l’otto marzo in molti paesi del mondo.Lontano da ogni ritualità e fuori da ogni logica meramente testimoniale lo sciopero è un necessario momento di rottura per rinforzare e mettere in luce la lotta contro tutte le discriminazioni, contro tutte le forme di dominio che vorrebbero assoggettare le nostre vite e i nostri corpi.

Oggi più che mai le forze reazionarie si accaniscono contro chi rivendica libertà e autodeterminazione attraverso iniziative e misure politiche all’insegna del sessismo e familismo, esplicitazioni di una cultura patriarcale radicata e costantemente rinnovata dal suo essere anche funzionale alle logiche dello sfruttamento.

Differenze salariali a parità di mansione, disoccupazione, sottoccupazione, precarietà, tagli della spesa sociale. La guerra sociale attacca fortemente le donne riducendo la loro autonomia economica ed esaltando il ruolo della famiglia come luogo obbligato di convergenza del reddito di sopravvivenza. Una famiglia che si regge sul consolidamento dei ruoli tradizionali, sulla morale sessista, sulla gerarchia, sulla subordinazione delle donne. Una famiglia che, le cronache e le statistiche ce ne offrono impietosa testimonianza, è il primo luogo di violenza. E’ questa la famiglia tradizionale che tanto sta a cuore ai preti, ai fascisti e a tutti coloro che vogliono imporre, oltre che povertà, anche controllo totale delle vite e delle scelte.

La famiglia è la fortezza intorno alla quale si pretende di ri-fondare un ordine politico e sociale gerarchico ed escludente. A sinistra come a destra, da chi la vorrebbe estesa alle coppie omosessuali a chi la vuole modellata sulla “sacra” famiglia. Un’istituzione che è garanzia di stabilità per i governi.

Il sessismo familista è il denominatore comune di tante misure e di tanti interventi intrapresi da questo governo: dal reddito di cittadinanza pensato, fra le altre cose, su base familiare, alle famiglie rurali incentivate dalla legge di bilancio; dalla revisione del congedo di maternità, al disegno di legge Pillon per contrastare il divorzio; dal disinvestimento sui centri antiviolenza alla chiusura dei consultori, all’attacco all’aborto.

Misure e processi che in larga parte i governi precedenti hanno anticipato e avviato e che ora, con il governo attuale, si stanno esplicitando in termini particolarmente reazionari e repressivi. Ora più che mai occorre sviluppare un dibattito lucido e attento che affronti i nodi della questione e individui, oltre alle articolazioni di oppressione e le strategie che ne rendano possibile il superamento, anche le contraddizioni che la cultura patriarcale può alimentare nella sfera delle nostre relazioni.
Oggi più che mai è necessario sostenere le lotte e a le esperienze autogestite che vogliono contrastare le politiche sessiste ed affermare le pratiche di libertà.
Per queste ragioni, come anarchiche e anarchici, saremo presenti nelle piazze dell’otto marzo.

Gruppo di lavoro 8 marzo della Federazione Anarchica Italiana

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La Riflessione del “Gruppo sulla Moneta”

La Riflessione del “Gruppo sulla Moneta”

Il dibattito sull’euro, la finanziarizzazione dell’economia, l’esplosione del debito pubblico sono temi di attualità. Tutti questi temi riportano, in un modo o nell’altro, alla questione della moneta e del denaro, questioni affrontate dalla scuola della composizione di classe od operaista, soprattutto italiana. Le interviste a Stefano Lucarelli e Lapo Berti richiamano l’attenzione sul dibattito attorno alla moneta svoltosi sulle pagine della rivista Primo Maggio all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso.
 
L’intervista rilasciata da Stefano Lucarelli a Commonware nel 2014, dal titolo “Moneta e finanziarizzazione”, passa in rassegna la storia del gruppo sulla moneta costituitosi all’interno della rivista Primo Maggio.[1]
 
La fine della convertibilità del dollaro in oro, decisa dal presidente degli USA Nixon nel 1971, è il punto di partenza di questa storia. L’intervista di Lucarelli inizia con il lavoro di Sergio Bologna “Moneta e crisi. Marx corrispondente della New York Daily Tribune”;[2] con questo lavoro vengono introdotti concetti come “comando monetario”, “composizione di classe” e “rivoluzione dall’alto”. Prendendo spunto dalle misure adottate da Napoleone III in Francia attorno alla metà del XIX secolo, Bologna definisce queste misure come tentativo di controllo della classe operaia attraverso l’offerta di moneta e la costruzione o la riforma di strutture apposite; comincia a far capolino l’idea che è possibile estrarre plusvalore dalla forza lavoro non solo all’interno del processo di produzione, ma anche attraverso le politiche creditizie e monetarie; sul piano politico i comportamenti rivoluzionari vengono domati sia attraverso la ristrutturazione nei luoghi di lavoro, sia tramite misure che impattano sulla società nel suo insieme.
 
Il gruppo operaista che collaborò nella rivista “Primo Maggio” usa il termine cooptazione nel senso di comando monetario sulla composizione di classe. Per Lucarelli si tratta di uno schema teorico, inedito rispetto al dibattito teorico in campo marxista degli anni ’70 in Italia, utile per analizzare la dichiarazione di non convertibilità del dollaro in oro del 1971, considerata una rivoluzione dall’alto. È il trionfo della moneta segno, cioè di una moneta dal valore intrinseco pressoché nullo, il cui valore è stabilito dalla istituzione che la emette. Questo trionfo, per il gruppo sulla moneta, fornisce una conferma della crisi della legge del valore, anticipata da Toni Negri nell’agosto del 1971. Lucarelli afferma che il concetto di valore del lavoro, ancorato al tempo di lavoro, viene di fatto messo in discussione dal modo in cui il denaro viene indirizzato verso la struttura produttiva. Più avanti, si sostiene che, man mano che il processo di finanziarizzazione avanza, sono i mercati finanziari che acquisiscono un ruolo predominante nel comando monetario; in altre parole, i mercati finanziari trasmettono determinati input alle politiche monetarie delle banche centrali, input dei quali queste ultime devono tener conto: la liquidità del sistema viene tarata in base alle aspettative di redditività fissate dai mercati finanziari.
 
Lapo Berti è scomparso nel 2017. L’intervista, dal titolo “Marx, moneta e capitale nel dibattito della sinistra marxista italiana e francese ai tempi dell’Anti-Edipo”, inserita nel volume “Moneta, rivoluzione e filosofia dell’avvenire”, è stata rilasciata a Paolo Davoli e Patrizia Rustichelli nel 2016.[3]
 
Berti ricostruisce il clima ed il dibattito da cui si sviluppò l’esperienza di “Primo Maggio”: un gruppo di militanti che non si accontentavano delle forzature organizzative e volontaristiche, che intendevano mantenere uno spazio in cui costruire una elaborazione autonoma, ai quali stava stretta l’ortodossia marxista e che ritenevano fondamentale confrontarsi con le analisi ed i punti di vista elaborati dagli avversari. Importante fu lo stimolo di Sergio Bologna per ripensare i rapporti fra moneta e crisi capitalistica, cui Berti aderisce con entusiasmo: era convinto infatti che la chiave di tutto fosse un’analisi più realistica del funzionamento del sistema monetario e del suo ruolo nella gestione del comando capitalistico.
 
Lapo Berti, all’interno di “Primo Maggio”, ha coordinato il “gruppo sulla moneta”, che delineò una nuova rappresentazione della crisi capitalistica. I partecipanti al gruppo erano convinti di trovarsi di fronte ad un profondo mutamento nella funzione della moneta, con la fine del sistema monetario internazionale basato sui cambi fissi, e che si fosse enormemente ampliata la possibilità di manipolare la moneta con finalità più o meno politiche. La moneta, ormai svincolata dal legame con il valore dell’oro, era diventata una variabile manovrabile; la politica monetaria diventava uno dei principali strumenti di governo dell’economia capitalistica ed interveniva pesantemente nei rapporti fra le classi. Obiettivo del gruppo era studiare la politica monetaria come strumento di controllo della distribuzione del reddito a favore dei profitti.
 
L’obiettivo ambizioso di una nuova teoria del capitalismo rimase in fasce, nonostante alcuni interessanti contributi; era stato comunque colto un punto importante: la moneta era definita come un’istituzione che fa parte dell’apparato in cui si articola il governo della società e questo, per Lapo Berti, è un contributo originale.
 
Il lavoro sulla politica monetaria ha portato i protagonisti del dibattito a ritenere che il mantenimento della teoria del valore-lavoro impedisse di comprendere l’essenza e la funzione della moneta nel capitalismo attuale. L’intervista a Lapo Berti continua descrivendo l’attuale situazione che vede una concentrazione di potere nell’ambito del sistema economico, in particolare in quello finanziario e bancario, una vera e propria ipertrofia.
 
In sintesi, queste due interviste ci propongono alcuni temi fondamentali: innanzi tutto la rottura epocale rappresentata dal superamento del sistema dei cambi fissi, con la revoca della convertibilità in oro del dollaro; inoltre la politica monetaria come strumento di controllo dell’accumulazione capitalistica e soprattutto come strumento di controllo fra le classi; infine l’insufficienza della teoria del denaro di Marx, inadeguata ad interpretare i nuovi fenomeni.
 
Il Gold Standard e la sua Fine
 
A ben vedere, però, le affermazioni di Lucarelli e Berti hanno più di un punto debole. La frattura operata da Nixon è meno dirompente di quanto si vuol far credere.
 
Sul piano delle teorie ufficiali sulla moneta, la fine della convertibilità aurea rappresenta un punto a favore delle tesi di Keynes, che già alla fine della Prima Guerra Mondiale aveva giudicato negativamente il ritorno al gold standard. Ad esempio Francesco Forte, paragonando Keynes ed Einaudi, afferma che il primo considerava il legame della moneta con l’oro un relitto barbarico, mentre il secondo voleva il ritorno al gold standard.
 
Gli accordi di Bretton Woods furono una sconfitta per Keynes, che avrebbe voluto che nessuna moneta primeggiasse sulle altre e sosteneva l’abbandono del gold standard; invece questi accordi videro primeggiare il dollaro, come unica moneta convertibile, e le altre monete ancorate al dollaro da un sistema di cambi fissi. La decisione di Nixon può quindi essere considerata una vittoria postuma di Keynes, morto nel 1946, sullo Stato che più di tutti aveva ostacolato il suo progetto.
 
Sul piano concreto, bisogna tener conto della realtà del mondo negli anni ’70 del secolo scorso, con la divisione tra blocchi contrapposti, quello cosiddetto occidentale e quello cosiddetto sovietico, e un’area di paesi non allineati. Esisteva un mercato mondiale, un mercato dove la moneta del blocco occidentale, diversamente da oggi, non era considerata l’unica moneta. Negli scambi fra i blocchi si ricorreva al baratto o all’oro, per cui i prezzi delle merci, espressi in dollari all’interno del blocco occidentale, dovevano poi trasformarsi in oro sul mercato mondiale. Lo sganciamento del dollaro dall’oro aveva quindi solo un valore all’interno della sfera di influenza USA ma, soprattutto nei grandi movimenti di capitali, il riferimento all’oro di fatto rimaneva.
 
Più significativa l’adozione dei cambi flessibili; anche in questo campo ci troviamo di fronte ad un’applicazione dei concetti keynesiani: Keynes rifuggiva dalle regole rigide ed affidava alla Banca Centrale il compito di gestire la politica monetaria in funzione della crescita economica (accumulazione capitalistica) e della piena occupazione, come garanzia della domanda. È solo a partire dalla fine degli anni ’70 che cominciano ad affermarsi teorie monetarie che separano crescita economica e piena occupazione, le politiche dell’offerta, supply side economics, portate avanti dai “ragazzi di Chicago”, che dominano ancora il panorama accademico e politico.
 
La politica monetaria come strumento di governo dell’economia rientra quindi nell’orizzonte teorico di Keynes, anzi, proprio la sua teoria generale vuole fornire gli strumenti per un’azione dall’alto sull’economia, in contrasto con le tradizionali teorie del laissez-faire. In particolare, per quanto riguarda il prezzo della forza-lavoro, Paul Mattick sostiene che Keynes era ben cosciente della necessità di ridurre i salari per garantire l’accumulazione capitalistica ma, anziché aspettare che i salari nominali si abbassassero per effetto della crisi economica e della disoccupazione, attraverso un’inflazione regolata, pensava che fosse più opportuno ridurre i salari reali senza toccare quelli nominali. Queste parole, che anticipano quelle degli operaisti italiani, furono pubblicate da Mattick negli Stati Uniti nel 1969.
 
La Crisi del Marxismo e lo Stato
 
Per quanto riguarda l’aggiornamento del marxismo, c’è da dire che già pochi anni dopo la pubblicazione del III Libro del “Capitale” (1894), Hilferding, con l’opera “Il capitale finanziario” (1910), successivamente Rosa Luxemburg con “L’accumulazione del capitale” (1913) e Lenin con “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” (1916) integrano la recente opera di Marx. Il dibattito nel movimento marxista internazionale, fra aggiornamenti, integrazioni e modifiche, è vasto e la conquista del potere da parte dei bolscevichi in Russia aggrava la situazione, perché il marxismo accademico, in Unione Sovietica, è piegato alle esigenze di governo interne e internazionali del gruppo al potere. Secondo vari teorici marxisti tra cui Ernest Mandel, economista belga e dirigente della Quarta Internazionale, il capitalismo ha subito un cambiamento strutturale dopo la crisi del 1929.
 
La critica della corrente operaista, quindi, è solo una delle tante ipotesi di aggiornamento del marxismo che però, come le precedenti, non riesce a cogliere il punto debole della critica di Marx. Ad un primo esame, i testi che abbiamo citato sono accomunati dall’affrontare il tema del rapporto tra accumulazione capitalistica e Stato e nell’individuare in questo rapporto le necessità di aggiornamento e integrazione dell’insegnamento di Marx. Nessuno dei modernizzatori del marxismo è riuscito a formulare una teoria rivoluzionaria del rapporto fra Stato ed economia: sia Berti sia Lucarelli stemperano molto il ruolo dello Stato e le politiche monetarie rimangono prive del soggetto, che viene a volte individuato nelle istituzioni finanziarie, a volte nei mercati. Questo atteggiamento è tanto più curioso in quanto le dottrine economiche accademiche, sia nella classica versione keynesiana, sia nella versione che ne danno i “ragazzi di Chicago”, attribuiscono molta importanza all’azione dello Stato e dei governi. La critica della moneta, quindi, perde così molto della sua capacità interpretativa e della sua potenzialità rivoluzionaria.
 
Il dibattito aperto sulla moneta dalla corrente operaista italiana, quindi, al di là della giovanile baldanza dei suoi protagonisti, rimane segnato da un forte provincialismo e da una subordinazione al modello autoritario di soluzione della questione sociale.
 
Tiziano Antonelli
 
NOTE
 
[1] Vedi per una sintesi https://www.sinistrainrete.info/finanza/3541-stefano-lucarelli-moneta-e-finanziarizzazione.html
 
[2] https://www.autistici.org/operaismo/PrimoMaggio/La%20rivista/Primo%20Maggio%20%231.pdf
 
[3] http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/
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Guerra d’Africa, colonialismi a confronto

Guerra d’Africa, colonialismi a confronto

Nelle scorse settimane abbiamo assistito ad un teatrino goffo ed a tratti incomprensibile, con esponenti del governo italiano che hanno assunto, con grande clamore, posizioni molto critiche nei confronti del governo francese, suscitando le reazioni di quest’ultimo. A provocare quella che ha assunto le dimensioni di una crisi diplomatica ci sarebbero state da parte italiana dichiarazioni di sostegno alle dure proteste antigovernative in Francia, messaggi di denuncia della politica neocoloniale francese in Africa, così come altre affermazioni sul solito argomento della “equa ripartizione della responsabilità” riguardo all’immigrazione. Qualcuno in questa polemica ha giustamente fatto notare che anche lo stato italiano partecipa da oltre un secolo alla spartizione colonialista ed al saccheggio dell’Africa e, in effetti, se non ha avuto lo stesso ruolo dello stato francese o di altri paesi europei è solo perché gliene è mancata la forza.
 
Senza nulla togliere alla stupidità degli esponenti del governo italiano, credo che i motivi reali di questa vicenda siano da ricondurre allo sviluppo delle politiche neocoloniali in Africa. Va infatti considerato che lo stato italiano sta definendo e strutturando la propria strategia nella regione, dopo che dallo scorso anno si è ormai formalizzata una nuova politica militare italiana in Africa, con nuove missioni in Libia, Niger e Tunisia. In questi mesi l’Italia dovrà definire il proprio impegno sul campo con un decreto di autorizzazione e proroga delle missioni militari, un provvedimento che è già in ritardo e che darà il segno politico della continuità con il governo precedente PD–NCD. Probabilmente le tempeste diplomatiche e le dichiarazioni degli esponenti del governo italiano sono legate proprio al prossimo varo del decreto sulle missioni per il 2019.
 
Da fine 2018 le missioni militari italiane in corso non hanno formalmente copertura giuridica e finanziaria, Non è una situazione nuova, negli ultimi anni è successo in più occasioni che per qualche motivo vi fossero dei ritardi nell’emanazione di questi provvedimenti: anche recentemente per la copertura delle missioni per l’ultimo trimestre del 2018 è stato emesso il decreto dal Consiglio dei Ministri soltanto il 28 novembre. Questo non significa che effettivamente non vi sia copertura finanziaria per le missioni: per quelle i cordoni della borsa non si stringono mai, dopotutto ci sono obblighi e impegni presi a livello internazionale da onorare. Poi, di là dei decreti di autorizzazione e proroga delle missioni, che definiscono le singole missioni e la spesa necessaria per ciascuna, vi sono comunque i soldi già stanziati con la legge di bilancio a fine dicembre. Quelli già previsti non sono certo spiccioli, si parla di 997.247.320 euro per il 2019 e 1.547.247.320 per il 2020, cifre che poi potranno ovviamente essere aggiustate.
 
Lo scontro diplomatico tra Roma e Parigi non ci pone certo di fronte a una novità. Da un secolo e mezzo, assieme al razzismo ed all’interesse nazionale, la propaganda antifrancese è da sempre uno degli elementi ideologici necessari per la politica italiana in Africa. In questo modo oggi si punta anche a presentare l’ingerenza italiana come alternativa, magari preferibile, a quella francese.
 
L’Africa come terra dell’abbondanza che non viene sfruttata a dovere da popolazioni indolenti, pigre e arretrate, l’Africa come terra della ricchezza male amministrata e sprecata da tiranni avidi che non conoscono neanche il valore delle risorse di cui dispongono, l’Africa come terra del malgoverno dispotico che frena lo sviluppo e crea instabilità. Questi sono solo alcuni dei modelli culturali che dall’antichità si ripropongono, ogni volta che si presenta l’occasione in Italia di una strategia imperialista verso l’altra sponda del Mediterraneo, per costruire un’immagine dell’Africa funzionale all’ideologia egemonica.
 
Già nel III secolo a.c., per sostenere la seconda guerra contro Cartagine, a Roma si esaltavano le virtù del contadino romano e delle laboriose e fertili terre italiche, in contrasto con la rovina a cui erano condannate le pur fertilissime terre cartaginesi a causa dell’inoperosità di quella popolazione. Questi motivi culturali, che hanno radici anche molto lontane nel tempo ma che sono stati rielaborati in Italia nel corso del XIX secolo, hanno costituito la base per gli elementi ideologici del razzismo e dell’interesse nazionale che hanno caratterizzato il colonialismo italiano tra XIX e XX secolo.
 
Questi caratteri ideologici a livello ufficiale non sono mai stati elaborati, criticati, demistificati e superati, né con la fine della seconda guerra mondiale nel 1945, né con la chiusura definitiva della prima fase coloniale dello stato italiano negli anni Sessanta con la fine dell’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia (1960) e con il colpo di stato di Gheddafi in Libia (1969). Oggi quindi molti di questi motivi culturali si ripropongono: la questione dell’immigrazione, ad esempio, viene affrontata in Italia sotto la lente di una cultura ancora colonialista. Sotto questa luce è possibile leggere il particolare rilievo dato all’immigrazione proveniente dai paesi africani e comprendere l’importanza delle politiche di separazione sociale. Più in generale in questa ottica è possibile leggere le politiche razziste dei governi italiani in un quadro più complesso, all’interno del quale ha un ruolo importante la nuova politica coloniale in Africa.
 
La propaganda antifrancese che nasce alla fine del XIX secolo accompagna le prime mosse della politica coloniale italiana in Africa. La propaganda si scaglia dopo lo “Schiaffo di Tunisi” del 1881 contro il vicino fortunato, mai sazio di potere e ricchezza, che sottrarrebbe alla povera Italia quelle poche aree di sviluppo “naturale”. Tale propaganda all’epoca era orientata a livello interno per dare forza ai fautori della linea militarista ed aggressiva come Crispi ma anche verso gli altri stati europei, presso i quali lo stato italiano cercava un appoggio che permettesse lo sviluppo della propria politica coloniale. Oggi la situazione è molto diversa: la propaganda antifrancese parla anche ai paesi africani.
 
Le dichiarazioni degli esponenti del governo ed in particolare del ministro Di Maio sulle forme di dominio neocoloniale esercitate attualmente dallo stato francese in molti paesi africani, pur essendo strumentali e pur riguardando cose ben note, sono state accolte anche come il primo riconoscimento ufficiale da parte di un governo europeo del neocolonialismo francese. In un simile contesto il 7 febbraio si è formalizzata la crisi diplomatica tra Francia e Italia, quando l’ambasciatore francese è stato richiamato a Parigi. Si tratta di un atto forte a livello diplomatico, che probabilmente non parla tanto all’opinione pubblica, ai cittadini dei rispettivi paesi, quanto alle cancellerie degli altri stati; in questo senso forse, più che all’Europa, proprio agli stati africani. Quello stesso giorno il Presidente della Repubblica Mattarella interveniva al parlamento angolano durante una visita ufficiale, parlando a sostegno della politica italiana in Africa, parlando di “destino comune” di “sviluppo” e “cooperazione”. Bisogna ricordare che l’Angola ha un’identità storico politica caratterizzata dalla lotta per l’indipendenza, tradizionalmente è fuori dalla sfera d’influenza francese ed è uno dei paesi più ricchi dell’africa subsahariana.
 
L’Italia può presentare quindi una politica in Africa che contrasta quella francese, con partner caratterizzati come l’Angola o l’Etiopia, con interesse a aumentare il proprio intervento in Africa nella prospettiva dello “sviluppo” e della “cooperazione”. Può presentarsi quindi come alternativa al vecchio imperialismo aggressivo e, dopotutto, anche al tempo dell’invasione della Libia nel 1911 il Regno d’Italia provò senza successo a presentarsi alla popolazione araba come “liberatore” dal giogo ottomano.
 
La propaganda antifrancese di oggi, declinata nella forma della critica del dominio necoloniale francese, può servire a costruire “nuovi” mostri ideologici a sostegno della strategia italiana in Africa. In primo luogo il governo italiano può vestire i panni del “liberatore” nel tentativo di trovare un appoggio tra gruppi più o meno influenti negli stati africani e di trovare consenso tra la popolazione insofferente nei confronti del dominio francese. C’è in effetti un tentativo da parte di organizzazioni e testate giornalistiche vicine al governo italiano di dare voce a leader panafricanisti o presunti tali, per sostenere la linea di chiusura sulla questione immigrazione.
 
Si tratta di un tentativo di raccontare l’emigrazione dai paesi africani in senso “sovranista”; ossia come la scelta sbagliata di abbandonare il proprio paese, dovuta al neocolonialismo dei paesi europei (ovviamente non l’Italia!), che il governo italiano contrasterebbe duramente, come contrasta i movimenti migratori verso l’Europa. Questa costruzione ideologica è finalizzata a creare dei paladini “africani” della strategia italiana in Africa e delle politiche razziste in Italia. Al contempo, però, questo discorso permette all’attuale governo di presentare ai propri elettori la sua guerra “sovranista”.
 
La politica estera e militare italiana non cambia quando cambiano i governi, la necessità di una continuità strategica, l’inquadramento nell’UE e nella NATO, la dipendenza dagli USA, devono essere in genere rispettate da ogni governo. Per questo Lega e M5S continueranno in linea di massima la stessa politica del PD; creare nuove basi ideologiche permette però di marcare, almeno in apparenza, una differenza politica e tentare di ricavarsi maggior margine di manovra.
 
Quanto è reale allora il conflitto tra Francia e Italia in Africa? Credo sia difficile dirlo. Una possibilità è che dietro a questa tempesta diplomatica vi siano i contrasti nella costruzione e direzione della politica in Africa da parte dell’UE, con l’intervento ingombrante degli USA e della Cina, con il ruolo dell’Italia sempre legato alla NATO. Certo è che sia l’Italia sia la Francia stanno portando avanti politiche neocoloniali oggi, quindi il conflitto inscenato rientra nello scenario della spartizione e del saccheggio di quelle regioni e non mette in alcun modo in discussione i rapporti di dominio.
 
Dario Antonelli
articolo pubblicato su Umanità Nova n. 6 del 24/02/19

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Attacco all’Asilo di Torino: Libertà e solidarietà!

Libertà e solidarietà!

Come Collettivo Anarchico Libertario esprimiamo solidarietà a tutte le compagne e i compagni colpiti dall’operazione repressiva messa in atto a Torino all’alba del 7 febbraio. Polizia e carabinieri hanno fatto irruzione nell’Asilo occupato devastandone i locali per sgomberarlo, alcuni degli occupanti sono saliti sul tetto su cui hanno resistito per oltre 30 ore fino al giorno seguente. Ci sono stati sei arresti con l’accusa di associazione finalizzata al terrorismo legata al contesto della lotta contro i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, i lager per i senza documenti. Chi era accorso al presidio solidale sotto l’Asilo è stato bloccato dall’enorme schieramento poliziesco nel quartiere, ci sono state violente cariche e fermi nel corso di tutta la giornata, importante la risposta solidale, che ha portato in piazza la sera stessa oltre 200 persone.

Questa operazione repressiva non è un caso isolato a Torino, non giunge all’improvviso. Il clima repressivo infatti è montato in questi anni e si è fatto negli ultimi mesi ancora più pesante ovunque. In questo caso vogliono colpire un’occupazione storica e mettere a tacere le lotte con l’accusa di terrorismo. Tessiamo la solidarietà e continuiamo a lottare.

Libertà per tutte le compagne e tutti i compagni! Solidarietà all’Asilo occupato!

Collettivo Anarchico Libertario

08/02/19

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CPR a Coltano? No ai lager, né qui né altrove!

NO LAGER – NO CPR

né qui né altrove

Proprio in questi giorni sulla stampa locale è stata data la notizia della possibile costruzione di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) a Coltano, tra Livorno e Pisa.

Anche se la località di Coltano non fosse confermata, il progetto di costruzione di questa struttura sarebbe comunque portato avanti in un’altra località. Il ministro dell’interno Salvini della Lega ha infatti già dichiarato che intende aprire in ogni regione un CPR, anche in Toscana.

Questi centri sono stati istituiti nel 1998, prima si chiamavano CPT, poi CIE, oggi CPR. Ma nella sostanza queste strutture non sono cambiate. Sono veri e propri lager, luoghi nei quali, per l’unica colpa di non avere i documenti in regola, si viene rinchiusi per mesi in condizioni disumane, subendo spesso abusi da parte della polizia.

L’attuale governo ha inasprito la politica razzista del governo precedente innalzando a 180 giorni (6 mesi) il tempo massimo di detenzione nei CPR. Ma era stato proprio Minniti, ministro dell’interno del PD a tentare il rilancio di queste strutture, cambiandone il nome e stabilendo che in ogni regione dovesse essercene uno. La legge sulla sicurezza recentemente approvata in parlamento ha dimostrato che l’attacco repressivo del governo viene condotto contro tutti gli sfruttati, migranti e non. Basti pensare che la nuova legge prevede l’aumento delle pene (anni di carcere) per chi occupa un terreno o un edificio, o per chi blocca la ferrovia o una strada, pratiche comuni durante delle proteste, come spesso fanno lavoratori durante uno sciopero o comitati ambientalisti che contestano un’opera nociva. Per chi non ha la cittadinanza italiana i rischi sono più alti però, ad esempio si può perdere il titolo di soggiorno e finire rinchiusi in un CPR. Una politica repressiva che mira a impedire la lotta per l’emancipazione e la liberazione con il ricatto dell’internamento, che punta a spezzare la solidarietà con la segregazione.

Già nel 2010 grazie a una mobilitazione a cui hanno partecipato molte realtà e con iniziative di lotta in tutta la regione il progetto di costruzione di un lager in toscana era stato fermato. Oggi è necessario ricostruire un’opposizione reale a questo progetto per impedire, ovunque, l’apertura di questi centri e per chiudere quelli già esistenti.

Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Edilizia scolastica: a Livorno esplode la lotta degli studenti

Edilizia scolastica: a Livorno esplode la lotta degli studenti

 
Gli eventi della settimana appena trascorsa a Livorno insegnano che la lotta paga, ma soprattutto insegnano che ci sono delle grandi potenzialità nella società che spesso vengono ignorate e che il dibattito politico ufficiale tende a nascondere e mascherare.
 
In questi giorni è esplosa in città la protesta studentesca sui problemi dell’edilizia scolastica, è iniziata lunedì 7 gennaio dal Liceo “F. Enriques” con scioperi e cortei quotidiani, per poi estendersi coinvolgendo tutte le scuole superiori della città portando in piazza 3000 studenti giovedì 10 gennaio. Altrettanto partecipata è stata la manifestazione di sabato 12, organizzata dagli studenti, che ha visto la partecipazione di studenti da altre città, tra cui Pisa, Pontedera, Arezzo, Rosignano e Portoferraio, di lavoratrici e lavoratori della scuola, di genitori, e di tante persone solidali. Dal periodo 2008-2010 non si vedeva una mobilitazione studentesca così determinata e partecipata. Una mobilitazione nuova per la partecipazione, per la determinazione e per i contenuti che esprime, che affrontano anche radicalmente la situazione politica e sociale. Una vera scossa per la città. È importante dunque sostenere la protesta studentesca, come anche le iniziative promosse da lavoratrici e lavoratori della scuola che hanno proclamato lo stato di agitazione. Va riconosciuto che gli studenti hanno subito allargato la prospettiva, non è solo la questione di un liceo ma il problema è generale. È chiaro allora che le “soluzioni” non possono essere solo per qualcuno, e non devono mettere in discussione le condizioni raggiunte da altri, perché tutte e tutti devono poter studiare e lavorare in contesti adeguati.
 
I fatti che sono stati la scintilla della protesta sono conosciuti, ma è meglio ripetere i passaggi più importanti per capire meglio cosa è successo. Questo anno scolastico il Liceo “F. Enriques” ha superato i 1200 studenti e ben sette classi non hanno spazio nella sede di Via della Bassata. Per alcuni mesi la Provincia, che ha la competenza dell’edilizia scolastica delle scuole superiori, ha pagato l’affitto di alcuni fondi commerciali a Porta a Mare, soluzione inadeguata e temporanea, in attesa di individuare un edificio come succursale. Da dicembre l’Ufficio Scolastico Provinciale si è spostato in Via Galilei lasciando libero un edificio in Piazza Vigo che è stato assegnato all’IIS “Vespucci – Colombo”, che ha potuto così lasciare libero l’edificio di Via Calafati, che la Provincia ha assegnato al Liceo “F. Enriques” come succursale. In questo gioco dei bussolotti l’edificio di Via Calafati viene da anni utilizzato come jolly e assegnato alle scuole che hanno carenza di aule, nel tentativo di far entrare tutti gli studenti negli edifici a disposizione della Provincia. Quando sembrava tutto sistemato, da una verifica dei Vigili del Fuoco effettuata due giorni prima del trasferimento è emerso che la Provincia non aveva depositato la SCIA per la certificazione antincendio dell’edificio, obbligatoria per le scuole. Mancando dei requisiti di sicurezza la Dirigente Scolastica del Liceo “F. Enriques” ha allora deciso di non accettare la soluzione di succursale proposta dalla Provincia ma di mantenere tutti gli studenti nella sede centrale, organizzando l’orario su doppi turni, mattina e pomeriggio. Così è iniziata la protesta degli studenti del liceo, con sciopero a oltranza e cortei ogni mattina fino alla sede della Provincia, la partecipazione è stata totale. Lavoratrici e lavoratori della scuola partecipano alle manifestazioni, anche gli organi collegiali prendono posizione contro il trasferimento nella succursale che non ha requisiti di sicurezza e contro i doppi turni. Fin dai primi giorni la provincia prova a smontare la protesta sostenendo che si tratti solo di problemi formali e procedurali ma che esiste una sostanziale sicurezza dell’edificio.
Dopo tre giorni di protesta ininterrotta esplode il caso, la stampa locale informa che sono 70 gli edifici scolastici non a norma in città, contando sia quelli di proprietà della Provincia (a guida PD) sia quelli di proprietà del Comune (a guida M5S). La neoinsediata Presidente della Provincia Marida Bessi e l’assessore regionale per l’istruzione Cristina Grieco, ex dirigente a Livorno dell’IIS “Vespucci – Colombo”, continuano a banalizzare la protesta. Dopotutto non c’è niente di eccezionale – sembra di leggere tra le righe di qualche giornale – buona parte delle scuole non hanno certificazioni, e l’edificio di Via Calafati è sicuro, fino a un mese prima ci stava proprio il “Vespucci”! Il mercoledì ormai però la questione è esplosa. In questo contesto il personale della Questura che sorveglia in gran numero le manifestazioni mette in atto pressioni per scongiurare un’estensione della protesta ad altre scuole e per evitare che si assumano forme di protesta più dure e rumorose. Intanto la dirigenza della scuola stava elaborando una terza soluzione con riduzione delle ore di lezione a 50 minuti e rotazioni su cinque giorni settimanali ma sia i docenti, sia l’Assemblea sindacale convocata dalle RSU della scuola, sia gli studenti respingono questa soluzione, uno stravolgimento d’orario sarebbe negativo per la didattica e per i tempi di vita di tutte e tutti. Inoltre lo scopo è avere una struttura adeguata per effettuare la didattica ordinaria, non una didattica compressa in uno spazio insufficiente.
Il giovedì manifestano studenti da tutte le scuole, non riesce il tentativo di dividere gli studenti, la protesta si radicalizza e migliaia di persone occupano per ore Piazza del Municipio, davanti alla sede dell’amministrazione provinciale. La Provincia in quella mattina decide di ricevere solo la dirigenza della scuola, e tratta con arroganza le delegazioni di docenti, studenti e genitori, incontrandole di fatto solo per informarle di quanto già deciso. Dopo una lunghissima attesa infatti viene comunicato che la Provincia si sarebbe genericamente attivata per trovare una soluzione, mentre la scuola, tramite l’adozione dell’orario compresso, si sarebbe dovuta assumere l’impegno di interrompere la protesta e riavviare le lezioni. A quel punto è stato fatto notare che tale decisione certo non compete alla dirigenza ma a coloro che stanno protestando. Viene dunque ribadito che solo con risultati concreti la protesta si sarebbe interrotta, e il giorno seguente oltre mille persone sono tornate a manifestare fin sotto la Provincia.
Dopo questa quinta giornata di protesta, nel pomeriggio di venerdì, durante la conferenza stampa convocata dalle RSU della scuola in merito alla mobilitazione, arriva da parte della vicaria della dirigenza del Liceo “F. Enriques” la notizia che sarebbe stato raggiunto un accordo. La Provincia, con il coinvolgimento del Comune attraverso la vicesindaco – anche lei si presenterà alla conferenza stampa – avrebbe trovato una soluzione per avere 5 aule nella sede dell’Istituto“Buontalenti” in Via Zola. La “soluzione” appare immediatamente sulla stampa, assieme ad un bonario intervento dell’assessore regionale Grieco, che riconoscendo stavolta le ragioni degli studenti afferma con formidabile voltafaccia di essere pronta a aiutare a risolvere la situazione. Il problema è che le aule in questione già sono occupate da altre attività didattiche tra cui quelle del CPIA, Centro Per l’Istruzione degli Adulti, che organizza corsi istituzionali statali per il conseguimento della licenza elementare e media, le cui attività sarebbero da ricollocare. Certo creare disagio e mettere in discussione gli spazi per un altro percorso educativo non può essere una soluzione, la lotta per spazi di studio e di lavoro sicuri e adeguati vale per tutti e va condotta insieme. Sabato 12 un nuovo corteo molto partecipato ha attraversato la città per concludersi in Piazza del Municipio. Al termine della manifestazione, negli interventi al microfono non si parla solo dell’edilizia scolastica, ma anche di sfruttamento e alternanza scuola lavoro ed è chiara la critica sia all’attuale governo sia ai precedenti.
In questo momento non si sa come procederà la vicenda, ma certo chi sta conducendo la protesta sa bene che tutte e tutti devono poter studiare e lavorare in sicurezza. Intanto per lunedì sono annunciate altre iniziative di protesta e gli studenti dopo questa intensa settimana di lotta si stanno organizzando per dare continuità a queste giornate.
 
La protesta studentesca al Liceo “F. Enriques” è stata fin da subito sostenuta da lavoratori della scuola e dai genitori; la stessa dirigenza scolastica non ha assunto una posizioni di contrasto e anzi ha cercato di utilizzare il peso della protesta nella trattativa con la Provincia. La presa di posizione dei lavoratori e le iniziative intraprese come lo stato d’agitazione, la conferenza stampa, la partecipazione alle manifestazioni, il rinvio della consegna delle pagelle, sono significative e importanti per la lotta in corso e in generale per la sicurezza sui posti di lavoro. Questo contesto generale ha forse favorito per certi aspetti la protesta e ha assicurato una certa copertura mediatica a livello locale. Va però considerato al contempo che il clima politico di campagna elettorale che c’è in città in vista del voto per le amministrative, e che ha spinto molti partiti ad intervenire diffusamente sulla vicenda, può influenzare la protesta anche in modo negativo. Questo è stato particolarmente evidente nell’atteggiamento degli esponenti istituzionali e delle dirigenze scolastiche. Tuttavia il movimento studentesco è riuscito finora a mantenere una certa autonomia da queste dinamiche.
 
La protesta degli studenti non nasce dal niente, né può essere considerata una iniziativa eterodiretta da docenti, genitori o altri soggetti. La questione della sicurezza nelle scuole era stata uno dei temi centrali in occasione delle giornate di mobilitazione studentesca a livello nazionale che hanno portato nello scorso autunno a manifestazioni in molte città. In quell’occasione anche a Livorno per la prima volta dopo anni gli studenti sono tornati in piazza numerosi e sono tornati a organizzarsi in modo coordinato tra le varie scuole. Quindi le proteste di questi giorni non sono sorte dal nulla, è frutto di un percorso. Il problema dell’edilizia scolastica, oggi esploso in città, era già stato denunciato dagli studenti livornesi ad ottobre e novembre, con manifestazioni e occupazioni.
 
Dopotutto i problemi dell’edilizia scolastica non sono certo una cosa nuova, negli ultimi decenni sono stati fatti solo interventi di manutenzione e ristrutturazione, non sono state create nuove strutture per le scuole superiori cittadine. Negli anni gli studenti hanno spesso denunciato le carenze dell’edilizia scolastica, opponendosi alle politiche di tagli all’istruzione condotte dai governi, contestando misure repressive attuate con il pretesto della sicurezza, come l’installazione delle telecamere, e protestando sotto la Provincia per chiedere interventi di manutenzione e risanamento degli edifici. L’edificio di Via Calafati negli anni ha sempre avuto dei gravi problemi, così come la succursale del Liceo “F. Cecioni” in Via Zola, o la sede dell’IIS “Colombo” in Via S. Gaetano, quella dell’IIS “Orlando” in Piazza 2 giugno, o quella dell’ITI in Via Galilei. Solo quando la protesta degli studenti si è fatta sentire ci sono stati dei provvedimenti concreti. Oppure quando i lavoratori della scuola hanno preso determinatamente posizione, come quando nel 2015 al Liceo “F. Enriques” è stato finalmente sostituito il linoleum della pavimentazione la cui colla conteneva amianto. Se non si affrontano con la lotta e con la reazione di piazza, le questioni relative alla sicurezza e alla salute nei luoghi di studio e di lavoro vengono aggirate da dirigenti e istituzioni, che continueranno a prenderci in giro con rimpalli sulle competenze degli enti, la mancanza di finanziamenti, la burocrazia, le certificazioni prive di sostanza e la banalizzazione dei problemi sollevati dagli studenti.
 
Bisogna inoltre avere chiaro che anche quelle certificazioni che la maggior parte delle scuole non hanno non garantiscono da sole che gli edifici scolastici siano sicuri. La SCIA antincendio ad esempio non certifica lo stato di sicurezza effettivo, ma è solo una segnalazione in cui sono presentati gli interventi che si pianifica di fare in futuro sull’immobile per l’adeguamento antincendio delle scuole previsto da DM del 26 agosto 1992, ogni anno prorogato. Perché i governi ogni anno decretano proroghe per queste certificazioni, per mantenere le scuole “legalmente” aperte e al contempo non essere costretti a nuovi investimenti nell’edilizia scolastica. Ultimo in ordine di tempo è il “decreto semplificazioni” varato a dicembre dal governo che contiene le ennesime proroghe per gli interventi sull’edilizia scolastica.
Se gli edifici scolastici non sono sicuri non è poi certo un problema di carte bollate, perché nell’anno scolastico 2017/2018 in Italia c’è stato un crollo ogni quattro giorni nelle scuole, per 50 casi complessivi e 13 feriti. Nel 2008 lo studente Vito Scafidi restò ucciso in un crollo del soffitto dell’aula in cui stava facendo lezione al Liceo “Darwin” di Rivoli. Se davvero si volesse seguire la legge che lo Stato stesso si è dato, quasi nessuna scuola probabilmente sarebbe a norma, basti pensare alla superficie. Ogni aula dovrebbe avere 1,96 mq di spazio per ogni studente con il proprio banco e sedia, più lo spazio per l’insegnante, la cattedra e il resto. Basta andare a scuola col metro e misurare la propria aula per capire come le istituzioni si rapportano alle loro stesse leggi, e quanto in teoria dovrebbero essere spaziosi i luoghi di studio.
 
Ma qual’è l’idea di sicurezza che trasmette la scuola, e come la scuola insegna agli studenti a rapportarsi alla questione della sicurezza? Non consideriamo ovviamente le misure repressive come telecamere e presenza di polizia nelle scuole. Agli studenti la sicurezza viene per lo più presentata come una questione di emergenza, principalmente attraverso prove di evacuazione o generali indicazioni sui comportamenti da tenere in caso di calamità o di incendio. Inoltre nel corso degli anni gli studenti devono partecipare a incontri con le aziende, o devono effettuare il periodo di alternanza scuola lavoro, a volte in questi contesti si parla anche della sicurezza sul lavoro. Le aziende in questi casi raccontano come è normale la propria versione dei fatti. Per questo la sicurezza spesso è esclusivamente presentata come risultato dei corretti comportamenti del lavoratore (seguire procedure, mettersi il casco, le scarpe ecc), non come una condizione sicura di lavoro controllata dai lavoratori stessi. Allo stesso modo quando lo studente si trova nel contesto scolastico è costretto in un ambiente che ti insegna il più delle volte a seguire indicazioni e a non mettere bocca sulle decisioni dell’autorità, si devono seguire delle direttive magari finalizzate solo ad avere una certificazione ma non bisogna interrogarsi troppo e soprattutto bisogna aspettare che le autorità competenti risolvano i problemi e non interferire né tanto meno attivarsi e agire per ottenere reali condizioni di sicurezza.
 
C’è bisogno, in tutti gli ambiti della società e non solo a scuola, di liberarci da un contesto così autoritario. Solo l’autogestione, attraverso la partecipazione di tutte e tutti, permette la conoscenza diffusa e il controllo diretto della realtà che viviamo, di conoscerne i rischi e le criticità, di risolvere collettivamente i problemi. Questo significa l’abolizione dell’organizzazione gerarchica della società fondata sulla proprietà, sulla subordinazione e sulla delega a dirigenti ed esperti e lo sviluppo di un metodo organizzativo e decisionale libero e orizzontale.
 
Il problema dell’edilizia scolastica è generale e reale, è emerso grazie alla protesta ma non è una novità, è sempre stato sotto gli occhi di tutti, innanzitutto delle istituzioni responsabili. È positiva l’estensione della protesta ad altri istituti sia perché problemi sono comuni sia perché solo confrontandosi tra studenti di diverse scuole, magari anche di altre città, può emergere la dimensione sistematica e politica del problema, non confinato alle singole scuole. Inoltre in questo modo si può uscire dalla logica autoritaria dei rapporti con dirigenza, docenti e genitori, in cui ti spesso si è costretti se si limita l’attività ad un istituto. Ottenere dei risultati concreti in questa lotta è importante perché significa ottenere migliori condizioni di studio e di lavoro per tutte e per tutti, perché può essere un esempio per nuove lotte, perché conquistare un po’ di libertà fa crescere la voglia di libertà.
 
Ma al di là degli obiettivi da raggiungere la protesta in corso è molto importante: è una novità dirompente nello scenario sociale cittadino; è un segnale della voglia di prendere parola, di scendere in piazza, che è presente nella società e soprattutto nei più giovani; è una rottura rispetto alle norme repressive varate dai governi nazionali e dall’amministrazione comunale, dal momento che con il movimento si aprono nuovi spazi di libertà che rompono i divieti, anche solo temporaneamente; è tornato in città un movimento studentesco capace di darsi propri strumenti politici e di costruire percorsi in autonomia.
 
La volontà di riscatto e lo slancio ideale che emerge dalle assemblee e dalle manifestazioni è molto forte. In questo contesto sociale, le nuove generazioni sono più impoverite e sono a diretto contatto con le più forti contraddizioni della società. Inoltre il contesto politico autoritario, violento e polarizzato che viviamo impone di schierarsi, di prendere posizione. Spesso i più giovani sono additati come violenti o come apatici, per questi problemi, dicono gli “esperti di giovani”, la soluzione è il disciplinamento: la direttiva “scuole sicure” che porta la polizia nelle scuole, l’alternanza scuola lavoro che prepara allo sfruttamento, la reintroduzione della leva obbligatoria, il reddito di cittadinanza, i provvedimenti sulla sicurezza di Minniti, Orlando e Salvini. In piazza, in modi diversi e con varie prospettive, c’è anche il rifiuto di questo modello gerarchico di società.
Per questo la protesta in corso è importante per la sua forza e per quello che esprime, ma anche perché è un segnale che va colto.
 
Collettivo Anarchico Libertario
Federazione Anarchica Livornese

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Report e foto del corteo NO TAV dell’8 dicembre a Torino

Il vento della Valle arriva in città

da Umanità Nova: umanitanova.org

Un otto dicembre con l’aria pulita a Torino. Il föhn, il vento caldo che dalla Val di Susa si incunea sul corridoio di Corso Francia e da lì dilaga per tutta la città, ha spazzato la cappa di smog che assediava da giorni il capoluogo piemontese. Un vento che ha portato sessantamila valligiani e torinesi in piazza per affermare che la lotta contro la linea ferroviaria TAV/TAC Torino – Lione va avanti, nonostante la manifestazione del 10 novembre a favore della realizzazione dell’opera che secondo alcuni fini giornalisti avrebbe segnato una “rivoluzione civile” che sposterebbe l’equilibrio di forza a favore della costruzione della linea.

Il concentramento di Piazza Statuto straripa verso piazza XVIII Dicembre, fin quasi alla stazione di Porta Susa, quando la testa del corteo e un buona parte di questo sono giunti al termine del percorso in Piazza Castello la coda del corteo si trova ancora davanti a Porta Susa. Via Cernaia e via Pietro Micca sono invase da una fiumana di manifestanti. Pochi da fuori, moltissimi da Torino e dall’hinterland e dalla stessa Valle. Una consistente delegazione dall’Alessandrino dei comitati no Terzo Valico.

Cartelli, striscioni e slogan denunciano la decimazione dei servizi pubblici essenziali, sanità e trasporti locali, mentre le risorse economiche vengono dirottate verso infrastrutture mastodontiche e inutili come la nuova linea Torino-Lione. È la logica delle grandi opere: drenaggio delle casse pubbliche a favore delle tasche del padronato, cantieri pluridecennali in grado di garantire un costante flusso a favore di questo, costi pubblici e profitti privati. Nel frattempo chi è pendolare passa ore al giorno su infrastrutture decadenti, e tragicamente pericolose in certi casi, e il traffico veicolare aumenta, insieme all’inquinamento dell’aria.

Molto diffuso anche il tema antirazzista e contro le frontiere: mentre i padroni cianciano del TAV necessario “all’integrazione europea” chi tenta di passare la frontiera rischia di morire congelato nei valichi a causa della militarizzazione o finisce in veri e propri lager, depositi di umanità in eccedenza rispetto alle esigenze del capitale, come quello di Settimo Torinese.

Una piazza con alcune, anche vistose, contraddizioni come il volere riconoscere, da parte di alcuni, come interlocutore attendibile, seppure aspramente criticato, il Movimento Cinque Stelle che ha già dato ampiamente prova di sè con la costruzione del governo dei bottegai e dei latifondisti con la Lega Nord e il voltafaccia su TAP e ILVA. Il vicesindaco pentastellato di Torino viene giustamente contestato da un gruppo di compagni e lo spezzone organizzato dai compagni della Federazione Anarchica Torinese ribadisce, con slogan, interventi e con gli stessi striscioni, che l’opposizione non è solo al TAV ma a tutto il suo mondo: il mondo delle frontiere e dei porti chiusi, dei morti di lavoro, della devastazione ambientale, dello sfruttamento. L’opposizione all’attuale governo è trasversale a molti spezzoni del corteo, è ribadita da una miriade di striscioni, cartelli, volantini, slogan. Chi pensava di poter sfruttare in chiave filo-grillina, sia nella dialettica interna al governo che nel perenne scontro con il PD, sicuramente non ha avuto gioco favorevole. Il movimento ha dimostrato, ancora una volta, di sapere camminare su gambe proprie.

Lo spezzone, molto visibile, organizzato dai compagni della FAT è stato partecipato da centocinquanta compagni e compagne e ha saputo ribadire costantemente l’autonomia dalla politica politicante, dagli sbandamenti elettoralistici e filoistituzionali. Molti interventi fatti dallo spezzone hanno ricordato la lotta antirazzista, i ministri pentastellati sono stati additati come volenterosi complici di Salvini, ampio spazio è stato dato al tema della continua strage di lavoratori e lavoratrici.

I giornali del fronte Si Tav sono in palese difficoltà. Avevano lanciato la prova dei numeri e l’han palesemente persa. Alla piazza chiamata dall’alto, da confindustriali ed edili e dal loro partiti di rifermento in affanno, una piazza corporativa partecipata da quella borghesia medio alta che naviga a vista e che si rifugia nella mitica età dell’oro, da Cavour agli Agnelli, che ha seminato i semi della sua stessa crisi, ha risposto una piazza convocata dal movimento No TAV e partecipata dai comitati dei paesi della Valle, dalle organizzazioni di classe, dai sindacati di base, da chi lotta tutti i giorni per un mondo senza frontiere, senza servi e senza padroni. La stessa Repubblica è costretta ad ammettere, nell’edizione del nove dicembre, che la piazza No Tav era più numerosa rispetto a quella del dieci novembre. La Stampa, fedele al suo storico soprannome di busiarda, prima da dei numeri vicini alla realtà e poi fa marcia indietro dando una cifra ancora inferiore alla stima al ribasso della stessa questura. Per poi contraddirsi dichiarando che tanto le due piazze non sono paragonabili, in un capolavoro sofistico di non sense logico presentato come un concetto sensato.

Una piazza composita, con contraddizioni di cui già abbiamo detto, ma dinamica, capace di proiettarsi verso un qualcosa di altro e di radicalmente diverso rispetto al mondo che i signori del TAV vorrebbero plasmare a loro uso e consumo.

lorcon

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