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Basta morti, basta sfruttamento

Basta morti, basta sfruttamento

Siamo vicini ai familiari e agli amici delle vittime di questa nuova strage nel porto di Livorno.

Il deposito costiero Neri, impianto di cui si prospetta un ulteriore apliamento, è composto di numerosi serbatoi (l’esplosione è avvenuta nel n°62), soggetti a frequenti cambi dei prodotti stoccati e questi cambiamenti comportano una serie di manovre ad alto rischio perché i prodotti sono altamente infiammabili, esplosivi, etc. Questo deposito è in una zona dove ci sono altre attività industriali ad alto rischio, vicino a una raffineria e in una zona di passaggio anche per i cittadini, che sopratutto nella stagione estiva, si recano al mare. Qui non è in ballo solo la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma la sicurezza di un’intera area della città di Livorno. Questo è un segnale che va colto.

Non sappiamo ancora le precise cause di questa esplosione ma comunque ogni incidente sul lavoro accade perchè non si spende sulla prevenzione a vantaggio del profitto. Spesso si sente dire che va ridotto il costo del lavoro, e quei risparmi vengono fatti scommettendo sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Con il ricatto della disoccupazione i padroni, i proprietari dei mezzi di produzione, impongono alle lavoratrici e ai lavoratori condizioni da “nuovo schiavismo”, mentre i risparmi sui costi della sicurezza ingrassano i profitti e i dividendi. Intanto chi chiede condizioni di lavoro più sicure, in porto e altrove, subisce provvedimenti disciplinari, mentre i sindacati che non si piegano ad accettare accordi capestro vengono emarginati, il tutto sotto l’occhio paterno dell’Autorità Portuale.

Sppiamo bene tutte e tutti che la richiesta di maggiori norme di sicurezza cade nel vuoto in questa società, società capitalista il cui fine è il profitto individuale. Una società in cui la Confindustria, che applaude al proprio congresso gli assassini della Thyssen-Krupp, si preoccupa della produttività e di maggiori margini di profitto chiedendo nuovi finanziamenti statali, i ministri rilanciano il messaggio, i politici mettono in programma con l’approvazione dei sindacati “rappresentativi”……e i lavoratori muoiono.

Per una società e una vita libera dallo sfruttamento.

 

Commissione di Corrispondenza della

Federazione Anarchica Livornese

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In piazza contro le nuove missioni in Africa

In occasione della settimana di lotta lanciata dalla FAI contro le nuove missioni militari italiane in Africa, anche a Livorno c’è stata un’iniziativa di piazza sabato 17 marzo. Il presidio organizzato dalla Federazione Anarchica Livornese e dal Collettivo Anarchico Libertario nella zona del centro vicino al mercato, all’angolo tra Via Grande e Via del Giglio, dove è stato appeso lo striscione “Via le truppe italiane dall’Africa! No alla guerra!” è stato molto partecipato e l’iniziativa ha suscitato molto interesse tra i passanti vista anche la scarsa informazione sull’argomento. Si tratta della seconda iniziativa di piazza contro le nuove missioni in Africa che si tiene in città. Già il 4 febbraio scorso si era tenuto un partecipato presidio unitario in Piazza Cavour organizzato dagli Antimilitaristi livornesi. Queste iniziative possono servire da base per la costruzione di un’opposizione non solo all’invio di nuove truppe italiane in Africa ma più in generale alle politiche di guerra e alla militarizzazione della società.

Segue il testo del volantino diffuso a Livorno:

Via e truppe italiane dall’Africa!

No alle missioni militari in Niger, Libia, Tunisia! Basta guerra!

Basta spese militari!

Lo scorso 17 gennaio la Camera dei Deputati ha approvato, nel silenzio dei media, l’inizio di nuove missioni militari in Africa ed ha confermato il rinnovo delle missioni già in corso. Nei prossimi mesi quasi 1000 soldati e oltre 200 mezzi militari saranno inviati in Libia, Niger e Tunisia. Raddoppierà in questo modo la presenza militare italiana in Africa, cresciuta moltissimo dopo il 2011, quando l’Italia ha aggredito la Libia con bombardamenti aerei.

I soldati italiani in Niger non sono benvenuti

Il 25 febbraio varie migliaia di persone sono scese in piazza a Niamey, la capitale del Niger, e in altre città del paese contro le basi militari straniere e contro la legge finanziaria definita “antisociale”. Le manifestazioni erano organizzate da associazioni e sindacati. Lo stato italiano si prepara a inviare soldati e mezzi militari in un paese dove già i lavoratori e parte della popolazione protestano contro la presenza delle truppe francesi, statunitensi e tedesche. Lo stesso governo del Niger, probabilmente per le pressioni interne, ha espresso forti dubbi sulla missione italiana.

Come può un’altra guerra aiutare i migranti?

Fermare i “trafficanti di esseri umani” sembra essere la motivazione ufficiale degli interventi in Libia e Niger. Ma è stata proprio la classe dirigente italiana a preparare e strumentalizzare le stragi in mare per dare il via alla missione “Mare Nostrum”, che ha creato le condizioni per inviare le truppe in Libia a difendere gli interessi dell’ENI sul petrolio. Proprio il governo italiano accordandosi con il governo locale ha concorso alla creazione dei lager per migranti in Libia. L’orrore di quei lager è divenuto ora la giustificazione per inviare ancora più truppe in Libia e per inviare soldati in Niger.

In Tunisia per fare cosa?

In Tunisia i militari italiani costituiranno un Comando di Brigata della NATO. Nel 2011 l’insurrezione popolare ha fatto cadere il regime di Ben Ali, e oggi vi è un forte malcontento per i gravi problemi sociali non risolti dalla “rivoluzione interrotta”. Le prime settimane del 2018 sono state segnate da grandi proteste contro l’aumento dei prezzi e contro le riforme antipopolari imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo tunisino ha represso nel sangue le proteste, utilizzando i militari per sparare sui manifestanti. I soldati italiani e la NATO saranno in Tunisia dunque anche come garanzia della “stabilità” del paese. Da decenni l’Italia interferisce nella politica interna tunisina, al punto che il colpo di stato che nel 1987 portò al potere Ben Ali fu preparato dai servizi segreti militari italiani (SISMI). Oggi la situazione è più instabile e si inviano direttamente soldati italiani. Dopotutto per imporre la politica di sfruttamento ci vuole la forza delle armi. Inoltre, un Comando NATO in Tunisia, paese strategico per il controllo del nord Africa, prepara il terreno per nuovi interventi militari nella regione.

No al nuovo colonialismo italiano in Africa

In queste missioni non c’è nessuno scopo umanitario. Lo stesso governo non parla di missioni “umanitarie” ma di missioni per la “sicurezza nazionale”. I soldati italiani vanno in Africa per interessi economici enormi: l’uranio in Niger, gli interessi ENI in Libia e in Nigeria, il gasdotto che attraverso la Tunisia porta in Italia il gas algerino, il mercato delle ex-colonie francesi. L’Italia entra ufficialmente nelle guerre in Africa per partecipare alla grande spartizione del continente tra le potenze mondiali. Le nuove missioni costeranno 118.798.581 euro. Che si aggiungono a una spesa militare stimata a 25 miliardi per il 2018. 68 milioni al giorno. A noi resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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Presidio: Via le truppe italiane dall’Africa!

 

Via le truppe italiane dall’Africa!

Scendiamo in piazza anche a Livorno contro la guerra dell’Italia in Africa, contro l’avventura neocoloniale votata nel silenzio dei media prima delle elezioni.

La guerra è il mezzo che lo stato e il capitale utilizzano per mantenersi e alimentarsi.

Con le nuove missioni militari saranno inviate truppe in Libia, Niger, Tunisia e in altri paesi africani, in questo modo il governo italiano con una nuova strategia militare entra ufficialmente nel confronto tra potenze imperialiste per la spartizione del continente africano.

Nella settimana tra il 10 e il 18 marzo in varie città si terranno iniziative contro la guerra per la settimana di lotta antimilitarista contro le missioni militari in Africa lanciata dalla FAI, scendiamo in piazza anche a Livorno.

Via Grande (angolo con via del Giglio)
Sabato 17 marzo
ore 16:30

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

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Fermiamo la violenza razzista!

pubblichiamo il comunicato della CdC della FAI

oggi sabato 10 marzo

corteo a Firenze dalle 14:30 in p. Santa Maria Novella a Firenze

Fermiamo la violenza razzista!

Idy Diene, venditore ambulante di origine senegalese di 53 anni, è stato ucciso da un italiano a colpi di pistola a Firenze il 5 marzo. Per l’assassino gli inquirenti escludono motivi razzisti o fascisti, come già è successo troppo spesso recentemente in circostanze simili.

Atti terroristici come questo avvengono dopo mesi di menzogne razziste su cui i partiti hanno centrato la propria campagna elettorale, alimentando la xenofobia e additando gli “immigrati” come causa del disastro sociale che quegli stessi partiti hanno creato con politiche di rapina, oppressione e sfruttamento. Nella propaganda elettorale, così come tutti i giorni sui posti di lavoro, nell’accesso ai servizi e negli spazi delle città, la vita di chi è originario di altri paesi vale sempre di meno. È il risultato delle elezioni, è il risultato della violenza e del razzismo che il Governo, i partiti e le classi privilegiate hanno imposto nella società negli ultimi anni, è il risultato della campagna mediatica condotta dai grandi gruppi editoriali nazionali e locali attraverso i mezzi d’informazione. Per questo, indipendentemente da ciò che può aver mosso la mano di chi ha sparato, si tratta di un omicidio razzista, come ha sostenuto la stessa comunità senegalese.

Per questo il 5 marzo molti sono scesi in piazza, i media ufficiali hanno cercato di demonizzare la protesta per i toni abbastanza forti con cui si è espressa nel centro-vetrina di Firenze, e il sindaco Nardella ha condannato le manifestazioni confermando la linea autoritaria e razzista ormai rappresentata dal PD. I toni però erano conseguenti alla gravità del fatto, avvenuto in un contesto come quello attuale e in una città che aveva già visto un episodio simile pochi anni fa, quando il fascista di CasaPound Casseri uccise due persone originarie del Senegal e ne ferì altre due. I media hanno parlato di “fioriere antiterrorismo” divelte dai partecipanti al corteo di protesta del 5 marzo per l’assassinio di Diene, alludendo alla pericolosità di chi protestava per nascondere l’unico vero terrorismo che si è verificato in Italia, quello xenofobo, fascista e leghista.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza ai familiari e agli amici di Idy Diene, alla popolazione senegalese di Firenze e a tutte le persone che quotidianamente subiscono gli effetti delle politiche razziste del governo.

Sosteniamo coloro che in questi giorni a Firenze e altrove stanno scendendo in piazza contro la violenza razzista, contro le strumentalizzazioni istituzionali.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana

8 marzo 2018

 

 

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In piazza contro le elezioni, per l’autogestione

In piazza a Livorno contro le elezioni, per l’autogestione

Astensione, autogestione, azione diretta

Venerdì 2 marzo, ore 16,30 – Piazza Cavour

Iniziativa conclusiva della campagna astensionista

GLI ANARCHICI NON VOTANO

LOTTA, ORGANIZZATI CON GLI ANARCHICI

Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Il martedì grasso di Giorgia Meloni a Livorno

Il martedì grasso di Giorgia Meloni a Livorno

In tempi di campagna elettorale si sa che ogni candidato le prova tutte per farsi pubblicità, per questo martedì 13 febbraio Giorgia Meloni ha fatto tappa per il suo tour elettorale a Livorno.

Quella mattina stessa a Livorno i giornali annunciavano che la candidata di Fratelli d’Italia, il partito erede del MSI, sarebbe arrivata alle 16 in Piazza Garibaldi per una “passeggiata” nel quartiere per incontrare residenti e commercianti prima di andare a Pontedera. Poco dopo le 15 alcune decine di persone già si trovavano nella piazza che si apre verso il fosso reale, di fronte alle mura della Fortezza Nuova su cui da più di quarant’anni campeggia la scritta “MSI fuorilegge”. La piazza è uno dei luoghi più vivaci della zona dei quartieri Garibaldi e Pontino, una zona da sempre popolare, dove i fascisti non hanno mai avuto vita facile, neanche durante la dittatura. Gli effetti delle politiche antiproletarie condotte dai governi che si sono succeduti in questi anni hanno aumentato il livello di disoccupazione, peggiorato le condizioni di vita e aggravato la situazione abitativa di tutti gli abitanti di questa zona della città, indipendentemente dal fatto che siano nati o meno a Livorno. Da molti anni i vari partiti e partitini di destra provano a farsi pubblicità nella zona. Il tentativo di ronda della Lega anni fa finì senza successo, la fiaccolata del PDL per la sicurezza nel 2010 fu duramente contestata, oggi Fratelli d’Italia prova con scarso successo a cercare consensi tra i commercianti usando ancora slogan su sicurezza e degrado. Sono proprio questi partiti che hanno impoverito ulteriormente le persone che vivono nei quartieri popolari. Sì perché se la scuola va a rotoli, se non riusciamo a pagare l’affitto e le bollette, se la pensione è sempre più lontana, se la sanità c’è solo per chi se la può permettere, se le tasse sono più alte, se non c’è lavoro e quando c’è non ci sono diritti e paghe dignitose, la colpa è dei governi che ci sono stati negli ultimi anni. Sono le Meloni, i Salvini, i Renzi, i Bersani e i Berlusconi a farci vivere così. La Meloni solo per citare un esempio fu “ministro della gioventù” dal 2008 al 2011, quando la disoccupazione giovanile balzò dal 21 al 40%. Come prova a fare un po’ ovunque, anche a Livorno è venuta a farsi pubblicità speculando sul disastro sociale che ha creato. Chissà, magari sperava di farsi una sfilata di carnevale per martedì grasso, ma evidentemente si era dimenticata la maschera, e la gente l’ha riconosciuta subito per quella che è, una fascista.

Perché oltre all’avversione per questi partiti a causa delle loro responsabilità politiche, ciò che ha mosso le diverse persone che hanno animato la contestazione è principalmente l’antifascismo. Vi è infatti un forte risveglio dell’antifascismo di fronte al nuovo terrorismo fascista, di fronte alle intimidazioni, alle aggressioni, di fronte alla repressione del governo nei confronti di chi protesta contro le violenze fasciste. Decine di migliaia di persone hanno manifestato in molte città dopo che il 3 febbraio a Macerata il fascista/leghista Luca Traini ha sparato in pieno giorno colpi di pistola dalla sua auto contro tutte le persone di origine africana che incontrava, ferendone 6, di cui due gravemente.

Per questo in tante e tanti hanno contestato martedì 13 febbraio a Livorno Giorgia Meloni. Oltre 200 alla fine, soprattutto giovani, si sono ritrovati in modo spontaneo in Piazza Garibaldi, avvisati dal passa parola. Molti i residenti del quartiere di ogni età e origine, uno striscione ironico ad una finestra della piazza recitava “+ Musei – Meloni”, mentre su un enorme striscione calato dalla Fortezza Nuova c’era scritto “Meloni fascista, Livorno non ti vuole”. Alla fine la passeggiata la Meloni l’ha fatta, ma accompagnata costantemente dai cori e dalle contestazioni dei presenti, circondata da un cordone di agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Alla stampa ha dichiarato di aver comunque incontrato alcuni commercianti, ma la sua tattica di ridere dei contestatori stavolta non ha funzionato. Ostentando un sorriso bilioso si è presto lasciata andare alla rabbia, iniziando ad insultare i contestatori e la “plebaglia” locale. Dopotutto l’odio per i proletari, il disprezzo per sfruttati e diseredati, specie se si ribellano, ha sempre contraddistinto la destra fascista.

In modo non troppo diverso la sinistra istituzionale e democraticista ha sempre ostentato un disprezzo per il popolo, che va educato, protetto, ma che deve anche evitare di far di testa propria, deve evitare di ribellarsi, specie se in modo scomposto. A questi soggetti che tuonano proclami antifascisti quasi bellicosi per poi demonizzare ogni protesta di piazza, per fortuna resta solo il dibattito sulla legittimità dello sputo o l’apprensione per le oscillazioni dei sondaggi elettorali.

L’antifascismo non è burocrazia, non può restare in un modulo per il suolo pubblico, altrimenti barrando la casella giusta possono avere la patente antifascista e antirazzista pure CasaPound come avviene ad Ancona o la Lega come invece è successo a Pontedera. Proprio Pontedera ha dimostrato che l’antifascismo non si può delegare a certificati e regolamenti, che divengono carta straccia di fronte all’arroganza dei fascisti. Fratelli d’Italia aveva addirittura usato il bianchetto per cancellare la sezione dedicata alla dichiarazione di rispetto delle leggi Scelba e Mancino dal modulo prestampato da consegnare all’ufficio elettorale del Comune per la concessione del suolo pubblico in campagna elettorale. Dopo aver commesso una grossolana irregolarità, il partito della Meloni ha gridato allo scandalo, parlando di attentato alla libertà di manifestare in campagna elettorale, ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori contro la dittatura PD del sindaco Millozzi di Pontedera. Questa carnevalata ha permesso a Fratelli d’Italia di far accorrere sostenitori da ogni dove, per mostrare alle telecamere il bagno di folla che a Livorno poche ore prima era mancato. Per istituzioni e “sinceri democratici” basta un po’ di carta bollata per pulirsi la coscienza e provare a rendersi più presentabili alle elezioni. A coloro poi che dal PD si appellano alla libertà di espressione per condannare ogni contestazione, ricordiamo che il Ministro dell’Interno Minniti che oggi solidarizza con la Meloni vittima dei contestatori livornesi, è lo stesso che voleva vietare a Macerata la libertà di manifestare agli antifascisti. È lo stesso Minniti che ama così tanto la libertà di espressione da non ammettere critiche, come quest’estate a Livorno quando i reparti antisommossa intervennero tra la folla per rimuovere uno striscione che secondo le autorità si esprimeva troppo liberamente.

Per fortuna c’è chi non segue ponderate strategie elettorali, per fortuna c’è chi non dimentica la storia di una città, di un quartiere, di una piazza, per fortuna c’è chi di fronte alla situazione attuale sente il bisogno di impegnarsi in prima persona e scendere in strada. La giornata di martedì 13 a Livorno è stata importante, ha segnato ancora una volta il rifiuto popolare della destra fascista. Perché accanto alla Meloni in piazza c’erano solo una decina di persone tra esponenti fiorentini del suo partito e noti personaggi della destra fascista cittadina, tra cui anche un drappello di riciclati nella Lega. Certo la candidata di Fratelli d’Italia era venuta per provocare, ma probabilmente non si aspettava di trovarsi di fronte ad una contestazione così numerosa, diffusa e spontanea. Il martedì grasso della Meloni a Livorno dimostra che si può e si deve spezzare la narrazione mediatica dell’avanzata delle destre, che l’antifascismo è popolare e si pratica quotidianamente, in piazza, rafforzando le maglie della solidarietà e rendendo più inclusive e incisive le lotte che sono portate avanti su ogni territorio.

D.A.

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Assemblea-dibattito: terrorismo facista e campagna elettorale

IL TERRORISMO FASCISTA NON PASSERÀ!

Contro la guerra, contro la disoccupazione e la miseria, contro la repressione,

Per l’azione diretta e l’autorganizzazione, per l’autodifesa di massa, per l’antifascismo militante, per il fronte unico proletario, per l’astensione rivoluzionaria!

Quanto è accaduto a Macerata è un ennesimo anello della catena di atti terroristici di cui si sono resi responsabili individui e gruppi fascisti in tutta Italia: aggressioni, accoltellamenti, tentati omicidi e omicidi, ai quali si aggiungono tentativi di esposizione mediatica, come la spedizione punitiva a Como nella sede di un’organizzazione assistenziale e quella nella sede di un importante giornale nazionale.

La campagna d’odio xenofobo e razzista è agitata da molti partiti e diffusa dai media ufficiali, trova una prima sponda nel cosiddetto centro-destra, accolita di fascisti in doppio petto che non si vergognano di candidare i terroristi nelle proprie fila, all’occorrenza, e che hanno un continuo scambio di voti con le liste apertamente fasciste.

Come sciacalli i partiti hanno subito posto l’attentato di Macerata al centro della campagna elettorale. C’è chi esalta l’attentatore fascista e chi ne approfitta per rafforzare la propria posizione di “voce del popolo”, ma sono gli stessi che hanno contribuito a riportare le condizioni di lavoro e di vita indietro di mezzo secolo; c’è chi si presenta come argine al pericolo fascista ma che stando al governo negli ultimi anni ha condotto una politica di sfruttamento, autoritaria e guerrafondaia molto vicina al fascismo. Promesse elettorali, menzogne e strumentalizzazioni sulla pelle delle vittime di Macerata, come sul corpo di Pamela, divenuta vittima dell’invasione straniera secondo il classico schema patriarcale e fascista.

Sui piani comunicativo, politico e culturale, il fascismo viene banalizzato e normalizzato, per il modo in cui viene portato nel dibattito pubblico sia da chi vorrebbe effettivamente riesumarlo dalla discarica della storia, sia da chi ne paventa un ineluttabile ritorno, per dare legittimità ad un governo autoritario dei “moderati” e dei “democratici”. Il pericolo oggi non sono i piccoli partiti e gruppi più apertamente fascisti, ma quei partiti che si sono alternati al governo negli ultimi anni imponendo violente politiche antipopolari. Il fascismo è in primo luogo controrivoluzione preventiva, che si attua con la violenza. Violenza fisica, sopraffazione, uccisioni, desaparecidos, stragi, guerre, negazione delle libertà, razzismo, discriminazione. Il fascismo è l’affermazione degli interessi del capitale finanziario, divieto di sciopero e di organizzazione autonoma dei lavoratori. Il fascismo è la guerra, creazione del nemico interno ed esterno, la bulimia dell’apparato militare. Il fascismo è culto dell’autorità e dell’ordine patriarcale. Il fascismo è segregazione, deportazione, sterminio. Il fascismo è anche far morire affogati i profughi in mare o congelati alla frontiera. Il fascismo non è un momento passeggero della politica, pura reazione, è forma adeguata dello Stato nella fase imperialista, forma a cui tutti i governi, tutte le classi dominanti ritornano quando si attenua la resistenza degli sfruttati e degli oppressi. Non c’è stata idea politica in questo paese che non abbia concorso alla morte di così tante persone come il fascismo.

Un articolo della Costituzione, una disposizione di legge, una mozione parlamentare, un ordine del giorno, un impegno istituzionale o un voto non possono arginare la violenza fascista. Il fascismo si combatte conquistando maggiori libertà, civili, sindacali e sociali, non riducendole. Il fascismo si combatte assumendo il coraggio di guardare in faccia la violenza degli sfruttatori e delle loro bande irregolari, organizzandosi per contrastarla, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole.

Oggi il maggior aiuto al fascismo lo dà chi avrebbe voluto vietare la manifestazione antifascista di Macerata, come chi vuole impedire lo sciopero femminista dell’otto marzo.

Stringere le maglie della solidarietà, rendere più inclusive e incisive le lotte, prendere spazi di libertà, migliorare le condizioni di vita e di lavoro, permette di affrontare ogni rigurgito fascista con determinazione e di costruire le basi per la trasformazione rivoluzionaria della società.

Mercoledì 14 febbraio, alle ore 21,00 assemblea dibattito per discutere di:

terrorismo fascista e campagna elettorale

presso la sede della Federazione Anarchica Livornese – Via degli Asili 33

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
collettivoanarchico.noblogs.org

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Chi ha paura di Pietro Gori?

Chi ha paura di Pietro Gori?

Sabato 3 febbraio a Portoferraio, Isola d’Elba, in Piazza Pietro Gori è stata posta una nuova targa dedicata a Giovanni Ageno, ex-sindaco di Forza Italia ormai defunto a cui la piazza è stata reintitolata dall’attuale giunta comunale di destra. La cosa si preparava da tempo, ma solo con pochi giorni di anticipo è stata data la notizia che con una solenne cerimonia sarebbe stata inaugurata la nuova targa toponomastica della piazza antistante alla Biscotteria, dove ha sede il Municipio, che da quel momento si sarebbe chiamata Piazza Giovanni Ageno, e non più Piazza Pietro Gori.

La scelta della giunta comunale ha sollevato l’indignazione di una buona parte della popolazione di Portoferraio e dell’Isola d’Elba. La figura di Pietro Gori infatti, strettamente legata alla storia della regione, sull’isola come sulla costa toscana è conosciuta a livello popolare ed è presente nella memoria collettiva legata alle lotte operaie e popolari che hanno segnato il territorio in più di cento anni. Questa memoria è radicata al punto di dover essere commemorata, non certo senza imbarazzi e reticenze, anche dalle istituzioni. A Portoferraio, dove Pietro Gori morì nel 1911, questa memoria è particolarmente forte, e questo risulta evidente anche dalla toponomastica: oltre alla piazza in questione c’è anche una piccola via del centro a lui intitolata, e nella solita piazza vi è pure un monumento in marmo dedicato a Gori che solo nel momento più duro della dittatura fascista, nel 1940, il regime aveva osato rimuovere. Per questo molte elbane e molti elbani non hanno accettato la reintitolazione.

Ma che all’anarchico Gori fosse intitolata proprio la piazza del municipio evidentemente per la giunta portoferraiese era troppo, hanno così deciso di sfruttare la figura controversa di un collega di partito defunto. Giovanni Ageno fu sindaco di Portoferraio dal 1999 al 2004 e fu una delle personalità al centro dello scandalo “Elbopoli”: accusato di “associazione a delinquere, voto di scambio, peculato, violenza privata, corruzione e concussione, fece quasi tre mesi di carcere preventivo”, e venne assolto tre anni dopo la morte, nel 2008. Per Forza Italia e la destra elbana è un martire della magistratura a cui doveva essere dedicata la piazza su cui affaccia il municipio. Riccardo Nurra, capogruppo della attuale maggioranza nel consiglio comunale di Portoferraio durante il discorso pronunciato in Piazza Pietro Gori al momento della inaugurazione della targa ad Ageno ha detto che “Gori avrebbe ceduto volentieri uno dei due luoghi a lui intitolati, riconoscendo l’enorme ingiustizia subita da Ageno”. Quando è che il signor Nurra ha parlato con Pietro Gori?

Non mi interessa entrare nel merito della figura di Ageno, che tra l’altro in questa occasione è stata esposta alle critiche proprio dai suoi colleghi di partito che hanno imposto la forzatura della reintitolazione, ma penso che sia bene precisare alcune cose sulle pagine di questo giornale visto che attraverso Pietro Gori il movimento anarchico è stato continuamente chiamato in causa in questa vicenda.

Va ricordato per prima cosa che nelle carceri italiane vi sono oltre 58000 persone recluse, di cui oltre 10000 sono in attesa del primo giudizio, e questi numeri sono in aumento. Inoltre vi sono alcune migliaia di persone in uno stato di totale o parziale reclusione, considerate come “ospiti” ma di fatto private della libertà senza aver commesso alcun reato, nei CIE, nei cosiddetti hotspot e nelle varie strutture in cui vengono costrette le persone che giungono in Italia da altri paesi senza avere i documenti in regola. Va infine segnalato che molte persone, per il loro impegno quotidiano, contro governanti e sfruttatori sono ancora oggi carcerate come lo fu Pietro Gori, sono ancora oggi perseguitate grazie a leggi che non hanno niente a che fare con la giustizia. Molti hanno processi per la propria attività politica quotidiana, molti sono condannati talvolta pure in modo illegittimo per le stesse leggi dello Stato. Da anarchico, personalmente, certo preferirei una piazza dedicata a tutti coloro che sono privati della libertà, ai galeotti, ai clandestini, ai perseguitati, ai carcerati, anziché una piazza dedicata ad un esponente della classe dirigente rimasto incastrato nel corso del suo operato negli ingranaggi di quella Legge che garantisce la proprietà privata e che difende l’attuale ordine sociale basato sulla diseguaglianza e la sopraffazione. Da anarchico in realtà potrei dire anche che sono contento che il municipio, un palazzo istituzionale, centro della classe politica e dirigente locale con i suoi affari e i suoi intrighi, non si affacci su Piazza Pietro Gori. Potrei considerare una buona notizia il fatto che quegli affaristi della politica, che hanno perso da tempo ogni credibilità tra la gente, scelgano il nome di uno dei loro per identificare i luoghi delle istituzioni attraverso le quali ci governano.

Ma l’atto della giunta di Portoferraio è stato un deliberato affronto all’Elba libertaria e al movimento anarchico. È un’offesa alla storia collettiva, e per questo molte e molti elbani si sono schierati contro la reintitolazione, per questo molte persone erano in piazza sabato 3 febbraio per difendere la memoria dell’anarchico Pietro Gori. Perché la decisione della giunta non è certo casuale, non si tratta di semplice ignoranza, né solo di eccessiva premura verso l’ex sindaco Ageno, o di poco riguardo verso la tradizione culturale locale. Una grossa parte in questa decisione l’ha avuta proprio la volontà di cancellare dalla piazza su cui si affaccia il municipio l’intitolazione a Pietro Gori. Non è un caso che, come ricorda Ferrari, sindaco di Portoferraio, tra i primi a proporre nel 2008 la reintitolazione della piazza vi era Maurizio Zingoni, allora coordinatore provinciale di Forza Italia. Nel 2011 Zingoni fece un interpellanza nel Consiglio della Provincia di Livorno, come consigliere, per togliere alla Federazione Anarchica Livornese la sede storica per cui pagava tra l’altro regolare affitto. Quanto avvenuto a Portoferraio quindi non fa che confermare ancora una volta l’avversione di certe fazioni politiche nei confronti dell’anarchismo e di ogni aspirazione egualitaria e libertaria. Per questo compagne e compagni da Piombino, Livorno, Pisa ed Empoli sono stati presenti a Portoferraio sabato 3 febbraio, perché si è trattato anche di un attacco al movimento anarchico.

La celebrazione ufficiale per la reintitolazione della piazza voluta dalla giunta non ha fatto che creare ulteriore malcontento e rendere ancora più evidente il dissenso diffuso nei confronti di questo cambiamento della toponomastica. Per la celebrazione sono stati rispolverati tutti i vecchi arnesi teatrali del potere, vi era persino il prete incaricato della benedizione della nuova lapide che indossava un tricorno con fiocco rosso, una vera rarità. Ma di fronte al palco da comizi montato nella piazza non vi erano che pochissime persone a celebrare la “fine” di Piazza Pietro Gori, se si escludono le varie autorità militari e civili, le associazioni d’arma e la banda della filarmonica “G. Pietri”. Nella stessa piazza, a poco più di una ventina di metri da queste grige figure inamidate, sotto al monumento dedicato a Pietro Gori, sulle scale, decine e decine di persone, ottanta per la stampa locale, si sono riunite per protestare contro la decisione della giunta. La protesta, nata spontaneamente e diffusasi con il passa parola, è stata animata principalmente da abitanti di Portoferraio e di altre località elbane che avevano portato garofani rossi e si proponevano di difendere la memoria di Pietro Gori intonando alcuni suoi canti. Alcuni avevano portato cartelli, poesie, testi delle canzoni. I partiti locali che nei giorni precedenti avevano criticato la scelta della giunta comunale non erano presenti in piazza, almeno in modo visibile. Presenti le bandiere della Federazione Anarchica Elbano Maremmana, e quella della Federazione Anarchica Livornese, oltre ad una bandiera rossa e nera da Capoliveri che riportava una poesia di Gori, da Empoli vi era la bandiera storica del Gruppo Anarchico “Pietro Gori” e lo striscione del Centro Studi Libertari anch’esso dedicato a Gori.

Dopo una lunga indecisione, le autorità hanno deciso di mantenere all’esterno l’inaugurazione nonostante la pioggia, probabilmente anche per non lasciare la piazza a chi era venuto per ricordare Pietro Gori. Quando è iniziata la celebrazione e i primi oratori hanno iniziato a parlare si sono sentiti alcuni fischi e una parte della piazza ha intonato fischiettando “Addio a Lugano”. Quando poi Nurra ha detto, in apertura al proprio discorso che nessuno intitolando la piazza ad Ageno ha voluto “sminuire il valore di Pietro Gori, un grande anarchico e un grande uomo” si sono sentite proteste a voce più alta: “come no…”, “viva Pietro Gori!”, “viva l’anarchia!”. Ad ogni modo nessuno ha interrotto gli interventi dal palco, anche perché molti dei presenti non volevano dare spazio alla retorica vittimistica e provocatoria della giunta comunale. Quando poi la targa è stata scoperta sono partiti nuovi fischi, sono state scandite come slogan le frasi “Rispetto per la storia!” e “viva Pietro Gori!” che hanno coperto l’esecuzione dell’Inno di Mameli, al termine del quale per almeno un minuto nella piazza ha risuonato solo il coro “Gori! Gori! Gori!”. La cerimonia istituzionale si è quindi sciolta, mentre sotto al monumento dedicato a Pietro Gori i presenti hanno intonato “Addio a Lugano”, “Stornelli d’esilio”, “Dai monti di Sarzana” e “Vieni o maggio”. Prima di lasciare la piazza sono stati lasciati garofani rossi sulle scale poste sotto il monumento.

La giornata del 3 febbraio a Portoferraio ha dimostrato che lo spirito libertario è ancora presente nella città e nell’isola, e che la popolazione non tollera in silenzio l’arroganza di un potere che vuole riscrivere la storia per affermare la propria autorità. In quella piazza da una parte si è visto sfilare lo stantio rituale di una classe dirigente che si alimenta con lo sfruttamento, con l’oppressione, con la devastazione del territorio, dall’altra parte si è visto uno spirito di libertà che trae forza dalla memoria collettiva costruita in oltre un secolo di lotte per la liberazione sociale. Quella piazza probabilmente, alla faccia di ogni atto burocratico, per molti resterà ancora Piazza Pietro Gori. Certo una giornata come questa può essere servita a molti come conferma che unendosi e organizzandosi dal basso, impegnandosi in prima persona, si può far sentire la propria voce, non solo per difendere la memoria ma anche per rilanciare un’alternativa nel presente, specie in un territorio come quello elbano devastato sul piano sociale e ambientale da chi lo governa a livello locale e nazionale.

Dario Antonelli

Articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova:

Per leggere Umanità Nova on line:
http://www.umanitanova.org/

Punti vendita di Umanità Nova a Livorno:
Edicola P.zza Grande (angolo via Pieroni)
Edicola Via Garibaldi 7
Edicola P.zza Damiano Chiesa
Edicola Porto (Piazza Micheli lato Quattro Mori)
Edicola viale Carducci angolo Viale del Risorgimento
Edicola Dharma – viale di Antignano
Libreria Belforte – via Roma 59
Caffè-Libreria Le cicale operose – Corso Amedeo 101
Bar Dolcenera via della Madonna 38
Pub “Birra Amiata House” – via della Madonna, 51
Federazione Anarchica Livornese – via degli Asili 33

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Appello per la manifestazione del 10 febbraio a Macerata

Sabato 10 come anarchici/e saremo a Macerata a dimostrare la nostra contrarietà alla violenza fascista che vede quotidianamente la legittimazione politica e mediatica dell’odio razzista e della provocazione squadrista. Sui social si sono moltiplicati gli atti di solidarietà verso lo stragista che ha ferito sei persone. Nelle città imperversano episodi di intolleranza (es. all’ospedale di Parma) e di propaganda elettorale della peggior specie. Al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Bolzano, un raid di Casa Pound se l’è presa con i senza tetto che dormono nella sala di attesa, per ripararsi dal freddo invernale, come se le misure anti-povero (dai decreti Minniti ai tanti sadici congegni come spunzoni e gli spezza-seduta delle panchine.. ) non fossero abbastanza per chi ha paura non tanto della povertà, ma degli esseri umani che si trovano in questa condizione. Chiamare infami queste pratiche è eufemismo. Ciò nonostante, siamo convinti che i partiti di destra da queste azioni vigliacche guadagneranno ulteriori voti, frutto della frustrazione, della stupidità, della miseria morale ed economica cui loro, per primi, hanno contribuito. In questo consideriamo sia importante non arrendersi al fascismo, mostrarsi in piazza come atto politico di solidarietà verso le vittime di Macerata, Parma, Bolzano, e tante altre. Noi non crediamo in un antifascismo fine a se stesso, che si manifesta a chiamata e su reazione della violenza squadrista. Noi crediamo che l’antifascismo oggi debba fare lo sforzo di mostrarsi unito nelle diversità delle sue anime, alla luce del sole, fermo e deciso nel messaggio di condanna della violenza e in grado di non accettare alcun tipo di provocazione. Noi crediamo in un antifascismo militante che si manifesta nei luoghi di lavoro a difesa degli sfruttati (tutti), negli ospedali, a difesa di una sanità pubblica e gratuita continuamente tagliata, nelle scuole dove l’istruzione accessibile ai più deboli debba garantire uno sviluppo autonomo e libero della persona. Rifiutiamo la guerra fra poveri, fra italiani ed immigrati oggi come fra Nord e Sud ieri, e siamo contro la guerra di classe operata da padronato, finanza, e complicità politiche ed istituzionali (tutte). Siamo in piazza per la solidarietà sociale, la libertà e l’uguaglianza nelle diversità.
F.A.I. Federazione Anarchica Italiana
sez. “M. Bakunin” – Jesi
sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle
Gruppo Anarchico “M. Bakunin” FAIRoma
Alternativa Libertaria/FdCA
sez. “Silvia Francolini” – Fano/Pesaro
Gruppo Anarchico “Kronstadt” – (senza fissa dimora) Ancona

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Antimilitaristi livornesi in piazza

Domenica 4 febbraio a Livorno erano in piazza le antimilitariste e gli antimilitaristi contro le nuove missioni militari in Africa. Di seguito alcune foto e il testo de volantino diffuso. Circa una trentina di persone hanno partecipato all’iniziativa, è stato esposto anche uno striscione contro il fascismo e il razzismo per l’attentato fascista di Macerata del 3 febbraio

 

 

No al nuovo colonialismo!

Contro le nuove missioni militari in Africa
Presidio in Piazza Cavour a Livorno
domenica 4 febbraio dalle 16:30

La Camera dei Deputati il 17 gennaio scorso, nel silenzio dei media, ha deciso l’inizio di nuove missioni militari in Africa, oltre a confermare quelle già in corso. Nei prossimi mesi quasi 1000 soldati e oltre 200 mezzi militari saranno inviati in Libia, Niger e Tunisia. Viene così raddoppiata la presenza militare italiana in Africa, cresciuta moltissimo dopo il 2011, quando l’Italia ha aggredito la Libia con bombardamenti aerei.

Contro i “trafficanti di esseri umani”?
Si va in Libia e Niger, ci dice il governo, per tutelare i migranti e a fermare i “trafficanti di esseri umani”. Ma è stata proprio la classe dirigente italiana a preparare la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando morirono 368 persone che cercavano di raggiungere l’Italia. Questa strage fu strumentalizzata per dare il via alla missione “Mare Nostrum”, che ha creato le condizioni per inviare le truppe in Libia a difendere gli interessi dell’ENI sul petrolio. Proprio il governo italiano ha concorso, in accordo con un governo locale, alla creazione dei lager per migranti in Libia. L’orrore di quei lager è ora la giustificazione per inviare ancora più truppe in Libia e per inviare soldati in Niger.

In Tunisia per far cosa?
I militari italiani vi costituiranno un Comando di Brigata della NATO. Nel 2011 l’insurrezione popolare ha fatto cadere il regime di Ben Ali, e oggi vi è un forte malcontento per i gravi problemi sociali non risolti dalla “rivoluzione interrotta”. Le prime settimane del 2018 sono state segnate da grandi proteste contro l’aumento dei prezzi e contro le riforme antipopolari imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo tunisino ha represso nel sangue le proteste, utilizzando i militari per sparare sui manifestanti. I soldati italiani e la NATO saranno in Tunisia dunque anche come garanzia della “stabilità” del paese. Per imporre la politica di sfruttamento ci vuole la forza delle armi. Inoltre, un Comando NATO in Tunisia, paese strategico per il controllo del nord Africa, prepara il terreno per nuovi interventi militari nella regione.
Nessuno scopo umanitario. Lo stesso governo non parla di missioni “umanitarie” ma di missioni per la “sicurezza nazionale”. I soldati italiani vanno in Africa per interessi economici enormi: l’uranio in Niger, gli interessi ENI in Libia e in Nigeria, il gasdotto che attraverso la Tunisia porta in Italia il gas algerino, il mercato delle ex-colonie francesi. L’Italia entra ufficialmente nelle guerre in Africa per partecipare alla grande spartizione del continente tra le potenze mondiali.

Nessun appoggio all’imperialismo, a cominciare da quello “nostrale”!
Ritorna, in altre forme, la politica coloniale. In passato, prima e durante il fascismo, questa ha prodotto razzie e atrocità ai danni delle popolazioni locali, morte e malattie per i soldati e nessun beneficio per la grande maggioranza della popolazione italiana. E oggi? Non ci sono motivi per pensare che andrà diversamente. Ci guadagnerà la classe dirigente, gli industriali, specie quelli collegati alla produzione militare, i finanzieri, i generali se hanno fatto bene i loro calcoli, ma se risulteranno sbagliati saremo comunque noi a dover pagare, con ulteriori sacrifici e privazioni. Le nuove missioni costeranno 118.798.581 euro. Che si aggiungono vanno a una spesa militare stimata a 25 miliardi per il 2018. 68 milioni al giorno. A noi resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra: maggiore controllo sociale, restrizione delle libertà, militarizzazione del territorio, gerarchizzazione della società, repressione del dissenso, aumento della propaganda paranoide sul rischio terrorismo, coinvolgimento più o meno diretto nelle guerre e nei loro più tragici effetti.

Nessun appoggio al nuovo colonialismo! Rientro in Italia di tutti i militari! Guerra alle guerre!

Antimilitaristi livornesi

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