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Alluvione: i disastri non piovono mai dal cielo

Alluvione: i disastri non piovono mai dal cielo
Le autorità cittadine e i padroni della terra e del cemento hanno chiare responsabilità. Organizziamoci contro la devastazione del territorio e delle nostre vite.

Ad un mese dall’alluvione che ha colpito numerose zone della città di Livorno e alcune località vicine, provocando nove morti e ingenti danni, è possibile fare alcune valutazioni su questi tragici avvenimenti.

Riteniamo che sia indispensabile avviare un dibattito aperto e serio sulle cause, gli effetti e le responsabilità di quanto è avvenuto, che consideri anche il modo in cui viene gestito il territorio. Un confronto che possa dare spazio all’inchiesta, alla denuncia e alla mobilitazione, in cui devono aver voce innanzitutto coloro che hanno subito gli effetti dell’alluvione, e non i soggetti pubblici o privati che hanno interesse a non fare emergere le responsabilità, a minimizzare i risarcimenti, a strumentalizzare la situazione per fini elettorali, a non mettere in discussione le strutture di governo del territorio.

La Federazione Anarchica Livornese e il Collettivo Anarchico Libertario ritengono che le amministrazioni locali, gli enti incaricati della salvaguardia del territorio, le autorità cittadine e alcune società private abbiano concrete responsabilità in quanto è avvenuto. Infatti, anche senza mettere in dubbio l’eccezionalità della tempesta che avrebbe causato l’ingrossamento dei corsi d’acqua della zona, è possibile affermare che le esondazioni e le terribili conseguenze da esse provocate potessero essere previste ed evitate.

Il vergognoso rimpallo di responsabilità tra Regione e Comune sull’inadeguatezza dell’allerta nella notte tra il 9 e il 10 settembre che ha riempito le pagine dei giornali e le trasmissioni televisive immediatamente dopo l’alluvione, ha mostrato a tutti come i partiti (PD, M5S, MDP in primo luogo) che si contendono il governo a livello nazionale, regionale e locale fossero concentrati solo a sfruttare il disastro per le proprie lotte di potere mentre ancora si cercavano dei dispersi e molte zone non erano neanche state raggiunte dai soccorsi ufficiali coordinati dalla Protezione Civile, invece di impegnarsi negli aiuti.

Per questo è importante che si rafforzino le forme di organizzazione che la popolazione si sta dando, che si sviluppino i comitati autorganizzati nelle aree colpite dall’alluvione, fondamentali per affrontare uniti le vertenze legate ai risarcimenti, alle ricostruzioni e alla sicurezza idrogeologica. Ma organismi come questi sono importanti anche perché possono costituire uno spazio di confronto, di vigilanza e di intervento diretto sulla gestione del territorio a livello più generale.

In questo momento dobbiamo stare attenti a non cadere nella trappola del conflitto tra i partiti che si contendono il governo della città. Per poter raggiungere risultati concreti è fondamentale sviluppare i percorsi di organizzazione, rivendicazione e di lotta in autonomia rispetto agli orientamenti del conflitto presente nelle istituzioni, prestando attenzione a non divenire sponda del PD contro il M5S ma neanche stampella del M5S di fronte agli attacchi del PD. Per questo è necessario continuare a denunciare le grandi operazioni speculative condotte negli scorsi anni dalle precedenti amministrazioni, e devono essere al contempo denunciate le responsabilità della presente amministrazione nella perpetuazione di certe politiche. L’attuale giunta infatti ha fatto passare in consiglio comunale, all’inizio dello scorso agosto, con i soli voti della maggioranza, il progetto per la cementificazione dell’area degli orti urbani di Via Goito, a poche decine di metri da Via Rodocanacchi, dove la piena del Rio Maggiore ha causato gli effetti più tragici, provocando la morte di quattro persone.

La forza dell’autogestione si è dimostrata dopotutto già dai primi giorni. Fin dalla mattina di domenica 10 settembre a compiere il più grande sforzo nei soccorsi sono state donne e uomini, giovani e meno giovani, di tutte le origini, che in modo spontaneo sono accorsi nelle zone colpite dall’alluvione per offrire il proprio aiuto. Sul piano concreto il contributo spontaneo delle persone, così come quello dei gruppi autorganizzati di volontari, è stato fondamentale per aiutare le persone che vivono nelle aree alluvionate a liberare le case dall’acqua e dal fango, a pulire strade, argini e corsi d’acqua da detriti di ogni tipo.
Le Brigate di Solidarietà Attiva hanno svolto e continuano a svolgere un importante ruolo di coordinamento tra le volontarie e i volontari che intendono tessere una rete di solidarietà che, al di fuori dei partiti, possa stimolare coloro che vivono nelle aree colpite ad organizzarsi. Importante è anche il lavoro di indagine che le BSA hanno avviato nei giorni immediatamente successivi all’alluvione. Un lavoro di inchiesta i cui primi risultati sono già stati pubblicati e che mettono in luce come le politiche di speculazione e cementificazione negli anni recenti abbiano mutato l’area del Rio Maggiore, dimostrando di fatto la subordinazione della sicurezza idrogeologica agli interessi della rendita.

Questo rende evidente a tutti come né le autorità e gli enti pubblici, né le compagnie private possano garantire la sicurezza idrogeologica del territorio, perché seguono degli interessi di classe che non coincidono né con l’ecologia né con la salute e la sicurezza delle persone. Solo attraverso l’azione diretta, la popolazione, sviluppando la conoscenza del territorio e la vigilanza su di esso, può imporre alle istituzioni adeguati interventi di messa in sicurezza e di manutenzione. Solo con una rivoluzione sociale che possa scardinare l’attuale ordine politico ed economico, ponendo fine al potere della rendita, sarà possibile creare, attraverso forme di autogoverno e autogestione, un nuovo equilibrio idrogeologico e più in generale ecologico dei territori.

Ovviamente oltre alla speculazione e la cementificazione vi sono altre questioni che non possono restare nell’ombra.

Innanzitutto va ricordato che la Provincia di Livorno è la seconda più inquinata d’Italia, e che nelle aree colpite dall’alluvione sono presenti attività industriali nocive, impianti di smaltimento rifiuti, discariche ufficiali e non. Emblematica in questo senso è la situazione di Stagno dove è presente la raffineria ENI. Molti hanno parlato del gravissimo sversamento di idrocarburi nel fosso Botticina, che ha raggiunto il mare all’interno del porto di Livorno, secondo l’ENI a causa dell’allagamento dell’impianto. Pochi invece hanno cercato di far luce sull’impatto degli inquinanti all’interno delle abitazioni e nelle aree abitate alluvionate nella zona tra Stagno e Guasticce, dove l’allagamento della raffineria, l’inquinamento già presente nel terreno, la presenza di siti fortemente inquinanti lungo i corsi d’acqua della zona, ha sicuramente compromesso ulteriormente il territorio. È necessario far luce su questi fattori, a Stagno come in tutte le altre zone colpite, innanzitutto per informare gli abitanti sugli effettivi rischi per la salute e per effettuare eventuali bonifiche, ma anche per mettere in discussione l’attuale gestione del territorio.

Un altro fattore importante è la questione delle aree militari o soggette a speciali norme di sicurezza. La città di Livorno e l’area circostante registrano una forte presenza di installazioni militari di vario tipo, queste hanno in alcuni casi un impatto sul territorio e la sua idrografia, come nel caso dell’Accademia Navale e Camp Darby. Spesso l’impatto che queste strutture hanno resta segreto per motivi di sicurezza e difesa, i rischi connessi a queste installazioni sono quindi in molti casi nascosti alla popolazione. Lo stesso vale per aree di interesse strategico come siti di produzione militare e di armamenti, o come la raffineria ENI, che hanno speciali norme di sicurezza che rendono più difficile il lavoro di inchiesta e informazione.

Infine deve essere considerato il rilevante ruolo della Chiesa nell’economia della città, anche sul lato speculativo. Il vescovo architetto nei giorni immediatamente successivi all’alluvione ha attaccato l’amministrazione comunale, ma nei grandi affari legati alla cementificazione degli ultimi venti anni la Chiesa non si è certo tirata indietro. Tutti ci ricordiamo bene i miracoli del Giubileo del 2000. In quella occasione anche a Livorno arrivarono dal governo milioni e milioni di euro per le opere di costruzione da effettuare in vista dell’anno santo, a questi si aggiunsero ingenti finanziamenti del Comune. La potente iniezione di soldi e cemento data dagli affari miliardari legati al Giubileo portò, tra le altre cose, alla costruzione nei pressi del Santuario di Montenero, sia della famigerata Aula Mariana, che ha dimostrato gravi problemi strutturali sin dall’inaugurazione, sia dell’imponente terminal per i pellegrini, di cui oggi rimane soltanto una enorme colata di cemento deserta e abbandonata. Montenero è stata una delle zone colpite più gravemente dall’alluvione, e certo il forte intervento di costruzione degli ultimi decenni, di cui parte importante sono le strutture legate al Santuario, ha creato le condizioni per il verificarsi di disastri come quello del 10 settembre scorso.

Le questioni qui sollevate sono solo alcune tra le più significative, sono infatti elementi che si inseriscono in un contesto più ampio. L’alluvione ha posto tragicamente di fronte agli occhi di tutti la devastazione portata nelle nostre vite e nei nostri territori dai padroni e dai governanti. Per decenni, prima della deindustrializzazione, hanno spremuto le lavoratrici e i lavoratori livornesi, che in cambio del salario, oltre alla propria opera, hanno spesso dovuto dare la vita e la salute. Veleni e colate di cemento sono ciò che resta oggi, assieme ad una legislazione che ha portato le condizioni di lavoro indietro di mezzo secolo, all’aumento dell’età pensionabile e allo smantellamento della sanità. Questo vale dappertutto, ma il disastro portato dall’alluvione ha reso ancora più difficile la condizione di molti disoccupati e di molte persone sotto sfratto. Gli avvenimenti delle scorse settimane non possono essere considerati in modo indipendente dalla generale situazione sociale ed economica, si rende anzi necessaria una maggiore forza nel reclamare maggiori spazi di libertà, migliori condizioni di vita e di lavoro.

Quanto è emerso finora ci permette di fare alcune considerazioni finali.

L’idea che le situazioni di emergenza impongano una gestione centralizzata e gerarchica è stata smentita ancora una volta: le istituzioni di governo del territorio (Prefettura, Comune, Regione) sono mancate completamente al compito di mettere in allerta le popolazioni, del resto, anche se l’allerta fosse stata data, non si capisce che cosa avrebbero potuto fare i cittadini, visto che mancano piani di evacuazione condivisi e portati a conoscenza della cittadinanza.
Le istituzioni di governo sono altresì mancate nell’opera di prevenzione minima: solo dopo venti giorni dall’alluvione è cominciata un’opera di pulizia della rete fognaria cittadina; lo stesso discorso vale per la pulizia delle strade e delle aree urbane pubbliche da foglie e detriti, come delle colline e degli alvei dei rii, delle quali sono responsabili Comune e Consorzio di Bonifica: la mancata pulizia è una delle principali cause dell’alluvione e dei danni e delle morti che ne sono conseguite. I morti di Livorno gravano sulla coscienza delle autorità.

L’inchiesta portata avanti dalle Brigate di Solidarietà Attiva, con mezzi limitati e tempi ristretti, ha permesso di arrivare ad alcune conclusioni sulla costruzione delle casse di espansione e sulla gestione del territorio: la passata amministrazione ha barattato sicurezza e vita dei cittadini con gli interessi della rendita fondiaria e della speculazione edilizia. Ma chi li ha sostituiti in tre anni non ha saputo né voluto fare quello che le BSA hanno fatto in pochi giorni, segno che il partito della terra e del cemento continua a dominare l’amministrazione comunale, al di là delle sigle elettorali che la compongono.

Il Comune non è più la casa comune dei livornesi. Questa non è l’affermazione polemica degli anarchici, ma una sensazione che si va sempre più diffondendo fra gli abitanti di Livorno, e a cui l’alluvione ha dato una tragica conferma.

Sostituiamo al Comune burocratico e statale la libera Comune delle sfruttate e degli sfruttati!

 

Federazione Anarchica Livornese – FAI
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
collettivoanarchico.noblogs.org

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Che cosa succede in Catalogna?

Che cosa succede in Catalogna?

Una discussione aperta sugli avvenimenti delle ultime settimane


Lunedì 9 ottobre alle ore 21:30

presso la sede della FAL in Via degli Asili 33, Livorno 


Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Per un mondo senza padroni! in vista del G7 del lavoro a Torino

CONTRO I PADRONI DEL MONDO
PER UN MONDO SENZA PADRONI!

in vista del prossimo G7 del lavoro di Torino

venerdì 15 settembre
presso la sede della FAL – via degli Asili 33

ore 19:30 aperitivo

ore 21assemblea dibattito con Maria Matteo, della Federazione Anarchica Torinese

Dal 26 settembre al 1 ottobre a Torino si incontreranno i ministri del lavoro, dell’industria e della ricerca di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Francia, Giappone, Germania e Canada. La riunione dei “grandi” di fine settembre servirà per concordare le politiche di sfruttamento di sempre, quelle che lasciano il segno nelle nostre vite e i cui effetti sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti: ricerca del profitto, speculazioni, politiche di dissesto ambientale e di sfruttamento selvaggio dei territori, inquinamento, ricatto occupazionale e imposizione di nocività.

Contro i responsabili della miseria e dell’oppressione c’è l’azione costante di chi lotta per un mondo senza servi né padroni.

Opponiamoci agli sfruttatori!

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

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Comunicato: Alluvione a Livorno

Alluvione a Livorno

comunicato del 10/09/17

In queste ore non si può che esprimere massima vicinanza a tutte quelle persone che hanno perso molto, in alcuni casi tutto, anche la vita, la scorsa notte a Livorno. In questo momento c’è spazio solo per l’iniziativa di solidarietà concreta nelle zone della città più colpite dall’alluvione.

Una volta passata la fase più tragica sarà certo necessaria una riflessione, perché non si può pensare che si tratti solo di una calamità naturale. Per quanto possa essere stata forte la tempesta della notte tra il 9 e il 10 settembre, per quanto il clima secco possa aver contribuito a creare le condizioni per quanto è avvenuto, non possono essere trascurate altre questioni, innanzitutto i tagli ai servizi di manutenzione dei fossi nelle aree intorno alla città e lo stato dei corsi d’acqua che attraversano la zona, in particolare del Rio Ardenza e del Rio Maggiore.

Unico aspetto positivo si è avuto nella solidarietà spontanea, decisiva in alcune zone per iniziare a liberare le case e le cantine da fango e detriti, cominciare ad aprire le strade e pulire gli argini, per spostare le auto trascinate nel corso dell’alluvione che impedivano il transito dei mezzi di soccorso. Senza l’intervento diretto dei volontari, che hanno agito come potevano, senza una coordinazione con le autorità, le quali si sono dimostrate assenti, la situazione sarebbe certo peggiore.
Per questo sosteniamo le iniziative di solidarietà concreta organizzata dal basso che dopo gli importanti interventi spontanei di oggi si sta strutturando meglio per l’attività dei prossimi giorni.

A breve sarà più chiaro cosa servirà sul medio-lungo periodo. Per quanto riguarda la situazione immediata si può fare riferimento al centro di raccolta delle Brigate di Solidarietà Attiva presso la Ex Caserma Occupata in Via Adriana 19. Si suggerisce di non recarsi direttamente nelle zone colpite se non si sa di cosa c’è bisogno.

Federazione Anarchica Livornese – cdcfedanarchicalivornese.org
Collettivo Anarchico Libertario – collettivoanarchico@hotmail.it

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Per Marcella

Per Marcella

La Federazione Anarchica Livornese e il Collettivo Anarchico Libertario si stringono attorno alle compagne e ai compagni di ASIA-USB, del ristoro autogestito di via dei Mulini, della Assemblea Autonoma Livornese e di tutte le realtà a cui Marcella dedicava il suo tempo, la sua intelligenza, la sua sensibilità e le sue energie di attivista politica e sindacale. Con lei salutiamo una donna e una compagna generosa che ha saputo rispondere con la lotta e l’impegno collettivo alle difficoltà della vita e alle ingiustizie sociali.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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La lezione di Roma sulla polizia democratica

La lezione di Roma sulla polizia democratica

Quanto è avvenuto a Roma a partire dal 19 agosto scorso, quando è iniziato lo sgombero di uno stabile di proprietà di un fondo di investimento occupato da dei rifugiati etiopi ed eritrei, ha reso evidente quanto accade quotidianamente in tutto il paese. La violenza esercitata per mettere in atto lo sgombero dei rifugiati in Via Curtatone, l’accanimento contro coloro che dopo lo sgombero erano rimasti in Piazza Indipendenza, il barbaro inseguimento a Termini di persone a cui ufficialmente lo Stato italiano sta garantendo la tutela dell’asilo per le persecuzioni che subiscono nei propri paesi d’origine, ma che vengono anche qui braccate, ferite e offese proprio dagli apparati statali. Questo è ciò che accade tutti i giorni, non solo ai rifugiati ma a tutti noi, su scala diversa magari, durante le retate contro gli ambulanti sulle spiagge e nei mercati, durante i controlli d’identità sulle strade e nelle stazioni, durante le manifestazioni nelle città, durante i picchetti sui posti di lavoro, durante gli sfratti e gli sgomberi, nelle piazze che si animano la sera, come a Torino, nella quotidianità delle operazioni di un commissariato di polizia o di una stazione di carabinieri, come ad Aulla. Negli ultimi anni, per governare la crisi, si è registrato un inasprimento del controllo sociale, un tangibile rafforzamento dei poteri delle forze incaricate della sicurezza interna e dell’ordine pubblico. L’attuale ministro degli interni Minniti, che si appresta ad emanare nuove direttive per lo sgombero degli edifici occupati, si è distinto per i suoi recenti provvedimenti, che si realizzano nell’irrigidimento della repressione e del controllo di migranti e rifugiati e negli interventi per il decoro e la sicurezza urbana, nella caccia a chi vive in strada e nel il “daspo urbano” a chi fa il giocoliere in strada o a chi protesta a voce un po’ più alta del solito. Ma i gravi fatti di Roma non sono rappresentativi solo per l’arroganza del potere e la violenza esercitata in piazza dalle forze dell’ordine, essi mostrano infatti ancora una volta come funzioni la polizia.

Durante l’inseguimento dei rifugiati verso la Stazione Termini il 24 agosto scorso un funzionario ha ordinato ai suoi sottoposti la condotta da tenere con coloro che avessero opposto resistenza: “Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio”. Perché quando durante un inseguimento un funzionario grida delle indicazioni ai suoi sottoposti sta dando degli ordini. Questa scena, ripresa in un video, è stata resa nota dalle principali testate giornalistiche ed ha suscitato ampia indignazione. La Repubblica e il Fatto Quotidiano hanno segnalato che non si tratterebbe della prima occasione in cui il funzionario in questione si sarebbe distinto sul campo per il suo zelo. In particolare il Fatto Quotidiano segnala che si tratterebbe dello stesso funzionario che ha ordinato il 21 febbraio scorso le cariche sui tassisti che protestavano davanti alla sede nazionale del PD; lo stesso che gestiva l’ordine pubblico il 12 maggio del 2016 al Campidoglio, quando la piazza in cui manifestavano i movimenti di lotta per la casa venne spazzata da manganellate e idranti, con cariche anche lungo la scalinata; lo stesso che il 29 ottobre 2014 ordinò sempre in Piazza Indipendenza a Roma la carica a freddo contro il corteo degli operai della AST di Terni assieme ai segretari nazionali della FIOM e della FIM che intendevano raggiungere la sede del Ministero dello Sviluppo Economico imboccando Via Solferino; lo stesso funzionario che a Livorno ordinò il 1 dicembre 2012 la carica di polizia e carabinieri contro un presidio di poche decine di persone in zona pedonale, operazione che provocò diversi contusi e feriti.

Già nel 2016 il Comitato “Livorno non si piega” aveva sostenuto che il funzionario responsabile dell’ordine pubblico in Piazza Cavour il 1 dicembre 2012 a Livorno, il Dott. Zerilli, era lo stesso funzionario di polizia che aveva ordinato le cariche a Roma nell’ottobre del 2014 contro gli operai delle acciaierie di Terni. A Livorno era giunto nel febbraio 2011 come Capo dell’Anticrimine, dopo esser stato nel Reparto mobile di Genova, nei Nocs, nella direzione centrale Antidroga, nella squadra mobile di Roma e nel gabinetto regionale di polizia scientifica, come segnala il Tirreno, che lo definisce un “vero operativo”. Fu lui quindi il primo dicembre del 2012 ad ordinare la carica contro un presidio in zona pedonale che stava di fatto per concludersi. Si trattava infatti dell’ultima tappa di un presidio itinerante con interventi al megafono nelle varie piazze del centro, per protestare contro contro le cariche avvenute il giorno prima, 30 novembre 2012, alla Stazione Marittima di Livorno durante una contestazione a Bersani che, allora segretario del PD, stava concludendo la campagna per le primarie nelle quali disputava con Renzi. Il primo dicembre in piazza Cavour le cariche immotivate e senza preavviso ordinate dal dirigente dell’anticrimine alle squadre di polizia e carabinieri provocarono contusi e feriti tra le poche decine di manifestanti e tra i passanti, numerosi in una piazza del centro cittadino piena per il sabato pomeriggio. La violenza delle cariche suscitò una forte indignazione in città, tanto che il giorno successivo almeno mille persone scesero in piazza contro la violenza della polizia e per affermare la libertà di manifestazione. Neanche due mesi dopo i fatti del dicembre 2012 il funzionario venne trasferito a Roma all’ispettorato del Viminale. Da allora ha continuato a far carriera come dirigente, guidando alcuni dei più importanti commissariati della capitale, fino ad essere incaricato quest’anno della dirigenza del centralissimo Commissariato Trevi Campo-Marzio di Roma.

Questo conferma, a chi ancora avesse dubbi, come lo zelo repressivo venga non solo coperto, ma premiato e promosso nella Polizia. Se il funzionario non avesse detto davanti alle telecamere quelle “frasi improvvide” come le definisce il Capo della Polizia di Stato Gabrielli, probabilmente non avrebbe avuto difficoltà a diventare Questore, e non è detto che non vi riesca comunque. Dopotutto chi era Questore a Livorno durante i fatti del dicembre 2012 e rivendicò “la linea dura”, l’ex arbitro Cardona, è ora Questore di Milano nonostante una condanna penale.

A Livorno un Ispettore di Polizia, Basilio Curasì, è stato condannato nel 2016 per le lesioni provocate ad una passante durante le cariche di Piazza Cavour del primo dicembre 2012. La donna, madre di un giovane manifestante che passava per caso, era stata colpita alla testa con una pesante ricetrasmittente dall’ispettore che era incaricato di fare da autista al Dott. Zerilli che quel giorno era appunto responsabile della piazza. Una sentenza significativa. Probabilmente necessaria una città di provincia dove la gravità degli avvenimenti e la controinformazione messa in atto dalle realtà di movimento aveva creato una certa pressione sulle istituzioni. Allo stesso modo oggi per i fatti di Roma è il dirigente che ordina di spaccare le braccia ad essere messo sotto accusa dalla stampa ufficiale e stigmatizzato dallo stesso Capo della Polizia.

È così che funziona nella polizia come in tutti i corpi gerarchici. Le colpe ricadono sempre sui sottoposti, specie su coloro che non si possono o non si vogliono coprire, magari sacrificabili per scambi o conflitti tra gruppi di potere interni all’apparato, e anche se la garanzia d’impunità resta uno dei migliori incentivi per avere una truppa fedele, se c’è bisogno un colpevole di comodo lo si trova sempre. Ma colpevoli di cosa? Chi manganella per ordine di un superiore impugnando correttamente il manganello svolge il suo dovere ovviamente, chi ordina in modo professionale agli agenti di una squadra antisommossa di caricare dei manifestanti che oppongono resistenza, sta svolgendo il proprio incarico. Alcuni “democratici” potrebbero affermare che lo Stato detiene il monopolio della forza e che se questa è esercitata, anche attraverso la polizia, nel rispetto della legge che tutela i diritti dei cittadini, non vi è niente di male. In effetti questo sarebbe già un traguardo se si considera che spesso è proprio la forza pubblica ad intervenire in modo improprio ed illegale. Ma è possibile che un corpo chiuso e gerarchico possa accettare di perdere privilegi, impunità e potere? E soprattutto chi e cosa tutela la legge? La libertà oppure la proprietà? L’uguaglianza oppure l’autorità?

I fatti di Roma e quello che rappresentano, specie in un contesto di involuzione autoritaria come quello attuale, devono far riflettere. Dove può condurre la “democraticità” dello Stato e dei suoi apparati? Da quasi dieci anni nelle nostre città l’esercito, spesso con armi da guerra, pattuglia le strade. Cosa vogliamo vedere ancora prima di capire che non solo possiamo, ma dobbiamo, abolire la polizia, l’esercito, lo Stato?

DA

 

da umanità nova

La lezione di Roma sulla polizia democratica

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In memoria di Filippo Filippetti, anarchico ucciso dai fascisti

In memoria di Filippo Filippetti, anarchico ucciso dai fascisti

Alcune foto della commemorazione organizzata come ogni anno il 2 agosto dalla Federazione anarchica livornese e dal Collettivo anarchico libertario alla lapide che ricorda il compagno Filippo Filippetti, ucciso dai fascisti nel 1922. Presenti molte compagne e compagni, sono intervenuti anche l’ANPPIA e l’ANPI.

Di seguito parte del testo del volantino di presentazione dell’iniziativa:

Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno.

Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell’USI per il settore edile.

Nell’estate del 1922 si giocano le ultime carte per fermare la reazione antiproletaria: il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e dei singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Da mesi l’Unione Anarchica Italiana e il giornale “Umanità Nova” si battono a sostegno del movimento degli Arditi del Popolo, per costituire un fronte unico proletario che organizzi la difesa.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è costituita l’Alleanza del Lavoro, a cui partecipano tutti i sindacati, con l’appoggio dell’Unione Anarchica, del Partito Repubblicano, del Partito Comunista e del Partito Socialista.

L’Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia, Bari i fascisti vengono respinti anche grazie all’azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta, aprendo la strada alla rappresaglia armata del Governo.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all’invasione.

Molti furono gli assassinati in quei giorni. Popolani, militanti comunisti, anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Luigi Gemignani, Gilberto Catarsi, Pietro Gigli, Pilade Gigli, Oreste Romanacci, Bruno Giacomini e Genoveffa Pierozzi.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Federazione Anarchica Livornese
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario
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CdC FAL: Effetto Minniti a Livorno

Effetto Minniti a Livorno

L’intervento repressivo delle forze dell’ordine mobilitate per la rimozione di un semplice striscione comunicativo dagli scali del Refugio ha dimostrato con chiarezza chi sta dalla parte della violenza e del disordine: è questo il ruolo inequivocabile di chi fa irruzione armata in una festa cittadina cercando di provocare reazioni o incidenti. Quello che figurava sullo striscione oltre ad essere una semplice espressione di dissenso rispetto alle politiche governative, era anche una denuncia chiara, comprensibile, visibile e condivisibile, che andava oscurata con le modalità che le dittature conoscono molto bene.

Questa azione di forza ha mostrato, una volta di più, il vero significato dell’operazione sicurezza: controllo ossessivo e repressione. Non possono essere credibili le voci che si levano per criticare l’intervento delle forze dell’ordine senza mettere in discussione complessivamente la manovra sicurezza di cui questi interventi brutali fanno parte. Non ci interessano le sceneggiate e i botta e risposta, istituzionali e non, finalizzati a creare consensi spendibili nei prossimi appuntamenti elettorali. Quello che ci interessa è la politica vera, la pratica quotidiana di denuncia, di lotta, di contrasto, di affermazione di libertà e di solidarietà, che trova tanto più sostegno quanto più le odiose misure governative si fanno represssive. Che ci sia o meno uno striscione a dichiararlo, c’è la realtà, viva e inequivocabile di chi lotta a fianco degli sfruttati.

Commissione di Corrispondenza

della Federazione Anarchica Livornese

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Contro le imposizioni del governo, contro i tagli Lottiamo per la salute!

volantino diffuso in questi giorni al banchetto sugli Scali del Refugio

Contro le imposizioni del governo, contro i tagli

Lottiamo per la salute!

Il decreto sui vaccini varato dal governo non è che l’ennesima misura – questa volta particolarmente odiosa – con cui si entra d’autorità nella libera scelta, si impongono comportamenti e terapie, si limitano diritti, si disciplina la vita dei singoli, si esasperano le forme di controllo.

La scusa di questo nuovo atto di autorità è, ancora una volta, quella dell’emergenza. Infatti anche per questo provvedimento viene agitata l’emergenza sicurezza che tanto funziona in ogni  caso, che si parli di migranti, di guerre o, appunto, di salute e malattie. Intanto, a dispetto della scientificità su cui le misure del governo si baserebbero, il numero dei vaccini scende a dieci, la vaccinazione “antimeningite” viene esclusa quando questa malattia sembrava rappresentare un’emergenza. Misure caotiche, prive di logica e rispondenti solo all’interesse politico di imporre autoritarismo e all’interesse economico delle multinazionali farmaceutiche.

Intanto il governo e le forze politiche che tanto hanno a cuore la nostra salute e la profilassi vaccinale, tagliano a tutto spiano la sanità, imponendo politiche di austerità che producono un peggioramento generale della salute della popolazione. Mentre inquinamento, nocività e reale mancanza di sicurezza provocano danni alla nostra salute, il sistema sanitario nazionale viene smantellato: servizi e prestazioni sanitarie con tempi e costi inaccettabili; sempre più persone costrette a rinunciare a curarsi perché non hanno i soldi per farlo; servizi assenti o impraticabili, come l’IVG (aborto) limitata dagli obiettori (questi però non vengono radiati!)

NON È VERO che i tagli sono una necessità imposta dal debito pubblico, dalla crisi, dalle risorse che non ci sono. È UNA SCELTA POLITICA DEI GOVERNI, DI TUTTI I GOVERNI. I SOLDI CI SONO : quando si devono salvare le banche (20 miliardi stanziati) quando si devono sostenere le spese militari (80 milioni al giorno)

Da quando sono cominciati i tagli alla sanità pubblica, da circa 20 anni, sono aumentate progressivamente le cliniche private e ambulatori convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, che spesso offrono prestazioni in tempi più brevi e talvolta anche con costi minori rispetto al pubblico. E mentre non si fa che sottolineare l’inefficienza del settore pubblico, le cliniche private, una larga parte delle quali sono gestite dalla Chiesa, vengono esaltate e aumentano i loro giri di affari a spese della fiscalità pubblica. Il taglio delle tasse alle imprese ha come unica conseguenza certa di simili politiche la soppressione dei servizi pubblici, sostituiti da imprese gestite da privati, il cui unico scopo è il profitto e non la salute. In questo modo la salute viene subordinata ai profitti dei privati.

L’opposizione al decreto Lorenzin può essere un’occasione per rimettere la sanità al centro del dibattito pubblico, per rivendicare la libera scelta di terapia, ma anche un servizio sanitario che serva a tutti e sia gratuito e accessibile.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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Livorno: interviene la celere per togliere uno striscione contro Minniti

 

Livorno: interviene la celere per togliere uno striscione contro Minniti

Squadre della celere, polizia, carabinieri e guardia di finanza con caschi e manganelli, DIGOS e funzionari della questura bloccano una strada per far rimuovere uno striscione. Sembrerebbe solo una scena grottesca se non si trattasse di una grave negazione della libertà di espressione.

Ogni anno a Livorno, a fine luglio, il Comune organizza “Effetto Venezia”, per alcuni giorni bancarelle, concerti e altre iniziative si tengono nel quartiere della Venezia, nelle piazze e lungo i fossi. Ogni anno contemporaneamente a questo evento, sugli Scali del Refugio, strada del quartiere su cui si affaccia Il Teatrofficina Refugio, spazio occupato dal 2006, le varie realtà di movimento organizzano “Effetto Refugio”. Dibattiti, performance teatrali, concerti e banchetti informativi animano un controfestival le cui entrate vanno tutte a sostegno della cassa di resistenza per le spese legali di movimento, e in cui hanno spazio le questioni sociali e politiche più calde a livello locale e nazionale. Ogni anno viene esposto da “Effetto Refugio” un grande striscione ben visibile sul muro dell’ex Carcere dei Domenicani, quello che fino a poco più di trenta anni fa era il carcere giudiziario cittadino, dove fu prigioniero Pietro Gori e dove furono costretti molti compagni, sia durante il fascismo sia nel il periodo repubblicano. In alcuni casi questi striscioni sono stati al centro dell’attenzione mediatica e politica per il loro contenuto di forte critica e denuncia, come nel caso dello striscione esposto nel 2014 in solidarietà alle vittime dei bombardamenti israeliani su Gaza.
Quest’anno lo striscione esposto, che intendeva esprimere una forte opposizione ai provvedimenti del Ministro dell’Interno su immigrazione e sicurezza urbana riportava “L’unica sicurezza è quella sociale… un lavoro e una casa dove stare! Attaccate poveri e migrati per coprire le vostre colpe – il vero nemico siete voi e non chi fugge dalla fame e dalle bombe! Minniti boia!”.

Nel pomeriggio di ieri, 26 luglio, prima giornata di “Effetto Refugio”, viene esposto lo striscione in alto, come sempre, sul muro dell’ex Carcere, in modo che sia ben visibile. Come già è accaduto in altre città nei mesi scorsi, le critiche al Ministro dell’Interno non sono però ben tollerate dalle autorità. Così a Livorno accade qualcosa di mai visto. Prima delle 20 attorno al Teatrofficina Refugio si erano fatti vedere numerosi agenti in borghese, alcuni già con casco e manganello, e si era radunata nella vicina Piazza dei Domenicani qualche decina di agenti in tenuta antisommossa, con mezzi, mentre nel fosso si era piazzato addirittura un gommone della polizia. Poco dopo le ore 20 da Piazza dei Domenicani polizia, carabinieri e guardia di finanza sono avanzati schierati, indossando l’attrezzatura antisommossa e con manganelli in pugno lungo gli Scali del Refugio, guidati dal Vicario del Questore, in giacca, cravatta, casco e manganello, tra le bancarelle di dolciumi e gli occhi increduli e preoccupati dei passanti.

Il grosso di questa truppa si è schierata a bloccare la strada, a pochi metri dall’ingresso di Via Santa Caterina, di fronte ad alcune famiglie con passeggini, mentre altri si pongono attorno al banchetto della stampa anarchica, che si trovava proprio di fronte al muro su cui era esposto lo striscione.
Sono in tanti e tante ad accorrere per dire alla truppa che se ne deve andare, decine di persone si ritrovano a fronteggiare gli scudi della polizia scandendo slogan, questo atto di arroganza non viene accettato.
Anche sugli Scali del Monte Pio, dall’altra parte del fosso, sono ormai tantissimi quelli che guardano ciò che sta succedendo. Anche chi era uscito per una passeggiata serale tra le bancarelle ora è fermo, alcuni solidarizzano e fischiano contro quell’assurdo schieramento.
Subito dietro gli scudi arriva un mezzo dei Vigili del Fuoco con la scala, la squadra di pompieri rimuove lo striscione che però cade proprio dalla parte di chi fronteggia la polizia, e questa non riesce a sequestrarlo. La tensione creata dalla prepotenza della polizia è alta ma nessuno reagisce alle provocazioni e al contempo non si arretra di un passo. Tra slogan, grida di protesta e applausi ironici lo schieramento arretra.

Dopo poche decine di minuti lo striscione viene esposto sul palco principale della kermesse istituzionale, in Piazza del Logo Pio, dove stava cominciando la presentazione della squadra del Livorno Calcio.
Alcuni si erano infatti diretti nella piazza per denunciare quanto era appena avvenuto, intervenendo dal palco principale. Anche qui in molti hanno solidarizzato con chi aveva subito l’intervento repressivo dell’antisommossa.

Il Questore ed il Prefetto hanno mostrato, più di uno striscione, la natura autoritaria della politica condotta dal governo. Hanno infatti dimostrato, alla faccia delle misure folli di sicurezza per questa edizione di “Effetto Venezia”, da quale parte sia il disordine e la violenza. Ancora una volta si è vista un’ampia solidarietà e una spontanea reazione di fronte ad un atto di arroganza del potere, in questo caso di fronte ad un atto con cui è stata impedita l’esposizione di uno striscione e ai modi militari con cui è stata condotta l’operazione di censura. Che serva a capire che le prepotenze non passano in silenzio e senza reazioni.

Uno che c’era

Da “Umanità Nova”

 

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