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Torino. Fiaccolata no Tav e saluto al carcere

riceviamo e pubblichiamo:

Torino. Un bel segnale la fiaccolata di ieri sera a Torino: tanta gente,
decisa a non abbassare la testa, a denunciare la militarizzazione
dell’area della Maddalena, trasformata in un fortino pieno di uomini in
armi. Altro che cantiere!
A Torino come in Val Susa non bastano i gas, le botte, i lacrimogeni
sparati come proiettili, la criminalizzazione feroce, i feriti e gli
arresti a fermare la lotta popolare.
Nonostante le ambiguità del testo di indizione, gli oltre ventimila
partecipanti alla marcia hanno dimostrato di avere le idee chiare, di non
essere disposti a dividere chi resiste all’invasione in buoni e cattivi.
I cattivi, quelli veri, siedono nei consigli di amministrazione delle
banche e delle aziende, che si apprestano a spartirsi la torta Tav; i
cattivi, quelli veri, sono i partiti di governo ed opposizione che
vogliono imporre con la forza delle armi un’opera inutile, dannosa,
costosissima.
I cattivi sono al ministero dell’Interno: Maroni, non pago delle violenze
e delle torture che gli uomini ai suoi ordini hanno inflitto a chi ha
assediato la Maddalena il 3 luglio, a chi l’ha difesa il 27 giugno, oggi
sostiene che in Val Susa ci sono “millecinquecento terroristi pronti ad
uccidere”.
Una follia. La lucida follia di un criminale politico che ha deciso che la
miglior cura per chi protesta, per chi si ribella, per chi non si piega
alla violenza dello Stato sono galera e manganello.

Dopo la fiaccolata un centinaio di No Tav, prima di tornare a casa, è
passato dal carcere Le Vallette, per fare un saluto ai quattro ragazzi
arrestati domenica.
Fuochi d’artificio hanno bucato la notte malata di questa tristissima
periferia torinese, dove il confine tra il carcere e la galera quasi non
si vede. Una mezz’ora di saluti accolti con calore dai prigionieri, che
hanno risposto con grida e battiture.

Sarà dura. Resisteremo.

I No Tav della rete “Torino e cintura sarà dura”, che in questo mese e
mezzo di lotta alla Maddalena, nonostante il pressante impegno in alta Val
Susa, hanno continuato a fare iniziative di informazione e lotta a Torino
e, in particolare in borgata Lesna.
Dopo numerosi presidi, volantinaggi ed un’affollatissima assemblea
all’istituto Albe Steiner
mercoledì 13 presidio No Tav,
sabato 15 luglio dalle 17
assemblea/festa/incontro popolare con interventi, musica, banchetto
informativo
ai giardini di via Monginevro angolo via Rizieri

Di seguito uno dei volantini distribuiti in piazza ieri sera.

Ribelli, banditi, partigiani

Il Tav tra Torino e Lyon è un ingranaggio di una macchina “legale” di
drenaggio di soldi pubblici per fini privati. A destra come a sinistra,
tutti siedono alla stessa tavola imbandita. Tutti raccontano le stesse
favole di progresso e ricchezza, mentre si rubano il nostro futuro, mentre
saccheggiano il territorio, mentre sottraggono risorse alla vita nostra e
dei nostri figli. A Torino come in Val Susa.
Grandi opere e guerra: è il motivo dominante di questi anni. Si spende per
armi e soldati, si spende per arricchire i soliti pochi. Ma i soldi per le
scuole, gli ospedali, i trasporti per chi studia e chi lavora non ci sono
mai.
A sei anni dalla ripresa di Venaus siamo tornati ai blocchi di partenza.
Nel 2005 la gente No Tav poteva farcela senza delegare a nessuno, tanto
meno ai professionisti della politica, il proprio futuro. Bastava dire no
al tavolo di trattativa e continuare con la pratica dell’azione diretta.
Sarebbe bastato rifiutare la delega in bianco agli amministratori, dire
che quel tavolo non lo volevamo.
Oggi altri soggetti si affacciano sull’agone politico, nella speranza di
poter rappresentare e capitalizzare in voti una comunità resistente, che,
al momento buono non si tira indietro di fronte alla violenza dello Stato.
Sono gli stessi che denunciano la scelta del governo di trattare come
questione di ordine pubblico la lotta al supertreno ma non dedicano una
sola parola alle migliaia di No Tav gasati, colpiti da bossoli di
lacrimogeno, umiliati. Non una parola per i torturati, per gli arrestati,
per i feriti e gli intossicati nell’assedio della Maddalena occupata. È la
stessa sinistra giustizialista che vorrebbe l’Italia salvata da giudici,
gli stessi giudici che hanno inviato una pioggia di avvisi di garanzia a
chi lotta contro il Tav.
SEL e IDV sostengono la giunta Fassino ma fanno l’occhiolino ai No Tav. Un
gioco sporco. Un gioco già visto, al di là delle sigle che cambiano, al di
là delle poltrone che girano.

È appena iniziata una lunga estate di lotta e resistenza.
Il governo ha messo in campo tutta la sua forza: uomini in armi per le
strade, una campagna di criminalizzazione mediatica, nel tentativo fallito
di dividere i buoni dai cattivi.
Alla conferenza stampa dello scorso lunedì i No Tav hanno detto “i black
bloc siamo noi”.

A chi si affanna a cercare compatibilità con l’ordine che ci governa, ci
sfrutta, ci nega sin la libertà di dire la nostra vogliamo ricordare che
in questo paese la legalità sono vent’anni di cantieri, inquinamento,
taglio delle falde, rumore, camion, discariche. Legalità sono i militari
in strada, la guerra, le bombe e l’occupazione in Afganistan. Legalità
sono i regali fatti ai padroni, che lucrano sulle vite di chi lavora e si
prendono i beni comuni. Legalità è imporre con la forza un’opera che non
vogliamo. Legalità è il Tav.
Se lo Stato dice che un uomo è illegale, perché nato povero, se lo Stato
dice che difendersi dalla speculazione è illegale, se la Libera Repubblica
della Maddalena è illegale, occorre chiedersi se ciò sia legittimo.
Noi e con i noi i tanti che hanno resistito e resistono alla violenza
delle truppe di occupazione diciamo di no. Come i nostri nonni e i nostri
padri sappiamo che le ragioni della libertà, della giustizia sociale,
della solidarietà sono dalla parte dei ribelli, dei banditi, dei nuovi
partigiani.
Lo Stato ha eretto una gabbia con reti e filo spinato, occupando e
devastando il territorio. Oggi alla Maddalena c’è un deserto
militarizzato.

Per 37 giorni il popolo No Tav ha resistito alla Maddalena, sapendo che
era illegale. Per 37 giorni ha costruito barricate, sapendo che era
illegale.
Alla Maddalena, giorno dopo giorno, la comunità resistente si è raccolta
nei boschi e lungo la strada: brevi assemblee e lunghe giornate di lavoro,
perché tutto fosse a posto, la barricata come la cucina da campo, il
cartello informativo come il comunicato stampa.
Lunedì 27 giugno abbiamo chiuso le nostre barricate e ci siamo saliti
sopra: per oltre quattro ore abbiamo resistito alla pinza che frantumava
le reti cui eravamo aggrappati, ai gas che tagliavano il respiro e
bruciavano la pelle, ai colpi di manganello e agli insulti.
I militari hanno vinto e si sono presi il piazzale e i boschi,
distruggendo tanto di quello che avevamo costruito con pazienza, fatica e
amore in oltre un mese e mezzo di lotta, di autogestione, di incontro e
scambio solidale.
In nome della legge, che è sempre la legge del più forte. La legge dello
Stato.
Domenica 3 luglio le comunità resistenti d’Italia si raccolte a Chiomonte
per assediare le gabbie di acciaio erette alla Maddalena.
Chi se la sente scende dai sentieri, gli altri scelgono la strada: ma la
giornata è di tutti.
L’assedio va avanti per ore ed ore. I No Tav scendono dai sentieri e
premono contro le reti. Scendono dalla Ramats, si affacciano da Giaglione,
attraverso la via delle Gorge. Anche alla Centrale, una volta defluito il
corteo dove tanti hanno scelto di portare i propri bambini, comincia la
pressione contro le recinzioni.
In tanti hanno imparato la lezione impartita a suon di gas e manganellate
durante l’attacco di polizia alla Libera Repubblica: chi si è comperato la
maschera antigas, chi quelle semplici da ospedale, chi si limita ad un
fazzoletto bagnato. Tutti hanno i limoni, le pastiglie di Malox da
sciogliere, il ventolin. Caschi di tutte le fogge difendono il capo dei
manifestanti.
Nonostante le protezioni, al termine della giornata i feriti saranno
tantissimi, impossibile contarli tutti, perché solo i più gravi vanno in
ospedale: gli altri vengono curati sul posto da medici e infermieri No
Tav.

Durante le lunghe ore dell’assedio la gente che per età o per salute non
ce la fa ad essere in mezzo ai boschi non si allontana, e sostiene con
passione chi è in prima fila nell’assedio. Alla Baita – trasformata in
ospedale da campo – i feriti sono accolti da applausi e urla di sostegno;
dai curvoni che salgono a Chiomonte la gente grida forte quando arriva la
notizia che una rete è saltata. La gente dei boschi e quella della strada
è la stessa gente, le stesse facce, la stessa storia fatta delle mille
storie di ciascuno di noi.

Vent’anni di lotta, di autogestione, di continuo interrogarsi sul come e
il perché hanno dato i loro frutti. Un movimento che rifugge la violenza,
perché la violenza è quella feroce degli Stati, degli eserciti, delle
guerre, sa che quando si viene attaccati e invasi occorre difendersi.
L’etica della convinzione e quella della responsabilità si coniugano e
raggiungono un felice equilibrio quando si radicano nella prassi
quotidiana di un movimento dalle tante anime e sensibilità.
Le reti devono andare giù, la terra deve essere difesa. È una questione di
dignità. Niente di tutto questo è legale, ma contro chi fa guerra, chi
sfrutta, chi tortura, chi invade e ferisce, ribellarsi è sempre giusto.

Alla Maddalena gas e manganelli hanno cantato la canzone della democrazia
reale, che non è tradita ma si tradisce.
Chi ha spezzato le barricate della Libera Repubblica, chi ha voluto
imporre con la forza militare il proprio dominio deve sapere che non potrà
lavorare in pace, che verrà contrastato giorno dopo giorno dai No Tav,
finché se ne andrà.

In questi anni in tanti hanno imparato che la libertà non si mendica ma si
prende, che le regole di un gioco truccato devono essere violate, che solo
costruendo un percorso di autogestione dal basso dei territori e della
politica potremo cambiare di senso alla storia.

La posta in gioco è ben più alta della semplice opposizione ad un progetto
inutile, costoso, devastante.
Senza giustizia sociale, senza uguaglianza reale, senza libertà di
scegliere in prima persona non c’è futuro, non c’è libertà.

Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torinese
Corso Palermo 46
Riunioni, aperte a tutti gli interessati, ogni giovedì dopo le 21
fai_to@inrete.it – 338 6594361

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Val Susa. Fumo e aria fresca

I partigiani della Val di Susa

da Umanità Nova n. 23 del 10 lug 2011

Domenica 3 luglio, Val Susa. Un’altra pagina della nostra storia fatta
delle mille storie individuali che si intrecciano e si moltiplicano.
Lo striscione dei bambini che apre il corteo, la banda che suona, gli
striscioni, il popolo delle mille resistenze d’Italia che si mescola in un
grande corteo. Così grande che le menzogne della Questura saranno più
sfacciate del solito. Tanta gente con un unico grande obiettivo: stringere
d’assedio il fortino costruito alla Maddalena dalle truppe di occupazione.
Chi ha spezzato le barricate della Libera Repubblica, chi ha voluto
imporre con la forza militare il proprio dominio deve sapere che non potrà
lavorare in pace, che verrà contrastato giorno dopo giorno dai No Tav,
finché se ne andrà.
Il corteo si snoda per ore da Exilles lungo la statale e di lì in discesa
in mezzo ai piloni dell’autostrada sino alla barriera di acciaio e filo
spinato piazzata all’ingresso della salita verso la Maddalena, poco dopo
la centrale idroelettrica. C’è anche lo spezzone rosso e nero degli
anarchici sociali, che a centinaia hanno risposto da tutt’Italia
all’appello per la manifestazione, dividendosi tra il corteo e l’assedio
dai tanti sentieri. Nei giorni precedenti in moltissime città avevano dato
vita ad iniziative di solidarietà e sostegno alla lotta in Val Susa.
Quando il corteo arriva alla centrale molti No Tav si fermano nei boschi,
mangiano e si preparano all’assedio, altri si dispongono lungo la strada
che sale al paese di Chiomonte, altri ancora raggiungono il campo sportivo
dove si conclude la parte di manifestazione cui hanno aderito anche
sindaci ed amministratori.
Chi se la sentiva è sceso dai sentieri, gli altri hanno scelto la strada:
ma la giornata è di tutti.
L’assedio va avanti per ore ed ore. I No Tav scendono dai sentieri e
premono contro le reti. Scendono dalla Ramats, si affacciano da Giaglione,
attraverso la via delle Gorge. Anche alla Centrale, una volta defluito il
corteo dove tanti hanno scelto di portare i propri bambini, comincia la
pressione contro le recinzioni.
In tanti hanno imparato la lezione impartita a suon di gas e manganellate
durante l’attacco di polizia alla Libera Repubblica: chi si è comperato la
maschera antigas, chi quelle semplici da ospedale, chi si limita ad un
fazzoletto bagnato. Tutti hanno i limoni, le pastiglie di Malox da
sciogliere, il ventolin. Caschi di tutte le fogge difendono il capo dei
manifestanti: chi indossa quelli da cantiere, chi mette quelli da moto o
da bici: gli alpinisti si distinguono per il materiale tecnico usato da
chi arrampica.
Nonostante le protezioni, al termine della giornata i feriti saranno
tantissimi, impossibile contarli tutti, perché solo i più gravi vanno in
ospedale: gli altri vengono curati sul posto da medici e infermieri No
Tav. Qualcuno va su con in faccia i segni dei colpi ricevuti la settimana
precedente.
La baita dei resistenti, a margine del borgo Clarea, viene ripresa dal
corteo partito da Giaglione e si trasforma in ospedale da campo.
I poliziotti diranno di aver avuto 200 feriti: una dottora del CTO,
intervistata dal TG3 dichiarerà che tanti sono scivolati o sono vittima di
malori da caldo e stress. Si fa davvero fatica a provare compassione per
questi servi sciocchi e crudeli, ma chi ci riesce dimostra la diversa
qualità morale che oppone i resistenti ai lanzichenecchi del governo.
L’assedio va avanti per ore ed ore: dalla mattina sino a sera. Chi si
affaccia alle reti viene accolto da un fitto lancio di lacrimogeni CS,
un’arma da guerra, che altrove è stata bandita dalle manifestazioni. I
colpi spesso sono diretti sulle persone con effetti devastanti. I feriti
più gravi sono centrati da lacrimogeni sparati a distanza ravvicinata.
Come se non bastasse poliziotti e carabinieri lanciano sassi: li tirano da
dietro la recinzione, li scagliano dall’autostrada sui manifestanti che
stanno sotto.
Chi può si difende e tira a sua volta sassi. La lotta è impari, ma i
resistenti non mollano. Sui fronti di Ramats, Giaglione e della Centrale i
No Tav continuano per oltre sei ore il loro assedio. In un paio di punti
la recinzione cede alla pressione. La polizia continua a gasare: i
manifestanti arretrano ma poi tornano ad avanzare. La forza delle proprie
ragioni è più tenace della ragioni della forza bruta.
Chi cade in mano alle truppe dello Stato viene offeso e torturato. Un
ragazzo, con un braccio spezzato mentre cercava di difendere il capo dalle
manganellate di una decina di energumeni che lo pestavano a terra,
racconta di una giornata di umiliazioni e paura. Disteso su una barella
continua ad essere colpito da calci e pugni: un colpo di spranga gli
spezza il naso, è innaffiato da un bicchiere di orina. Ben tre ambulanze
vengono mandate indietro: resta senza cure in una barella al sole per
oltre tre ore.
Un carabiniere, anche lui scivolato e caduto in terra, viene abbandonato
dai propri camerati: saranno i No Tav a riportarlo tra i suoi.
Quattro manifestanti vengono arrestati e condotti nel carcere di Torino.
Maroni, i cui uomini hanno ferito, torturato ed offeso pretende che i
resistenti siano accusati di tentato omicidio.
Durante le lunghe ore dell’assedio la gente che per età o per salute non
ce la fa ad essere in mezzo ai boschi non si allontana, e sostiene con
passione chi è in prima fila nell’assedio. Alla Baita i feriti sono
accolti da applausi e urla di sostegno; dai curvoni che salgono a
Chiomonte la gente grida forte quando arriva la notizia che una rete è
saltata. Alcuni tentano anche una sortita dal fiume per dare man forte a
chi resiste più in alto.

Il giorno successivo i giornali racconteranno un’altra storia, ripetendo
un copione già scritto e usurato da anni: la litania della gente pacifica
e dei cattivi Black Bloc, l’opposizione tra i tranquilli valligiani e i
professionisti venuti da fuori.
Politici e politicanti per un momento si illuderanno di poter finalmente
spezzare il movimento, dividendo tra buoni e cattivi, tra pacifici e
violenti. Ma si sbaglieranno. Una comunità resistente, una comunità che si
è reinventata tale sfuggendo alle trappole dei media, imparando a capire
da se come stanno le cose, una comunità che tante volte ha assaggiato
sulla propria pelle la violenza dello Stato, non si fa abbindolare tanto
facilmente.
La gente dei boschi e quella della strada è la stessa gente, le stesse
facce, la stessa storia fatta delle mille storie di ciascuno di noi.
Nella conferenza stampa indetta il giorno dopo a Chiomonte verrà detto
forte e chiaro: nei boschi e sulle strade non c’erano Black Bloc, c’era
una comunità resistente, che si è difesa dagli attacchi riuscendo a
riprendersi la Baita e buttando giù, qua e là, la rete.

Sono passati dieci anni da Genova. Il sole estivo a tanti ricorda
quell’altro luglio, quando il movimento contro la globalizzazione perse la
sua grande occasione. Era il momento giusto per tessere a trama fitta
fitta una rete solidale tra chi lotta per un mondo dove lucro,
sfruttamento, disuguaglianza, comando scompaiano, divengano parole
cancellate dal lessico comune, relegate tra i residui di un passato da
dimenticare.
Un obiettivo importante che non si seppe centrare, perché chi si candidava
al governo dell’opposizione, chi voleva far leva sui movimenti per
costruire le proprie carriere politiche, chi parlava di municipalismo ma
finiva con il candidare i propri uomini nelle liste di centro sinistra,
non poteva permettere troppa autonomia ai movimenti.
Fecero male i propri conti, perché il vento stava cambiando in peggio:
qualcuno raccattò una poltrona, altri restarono a mani vuote.
D’altra parte i militanti più radicali nella pratica non seppero aprire
interlocuzioni sui contenuti, oltre che sulla prassi. E la prassi, scissa
da una forte progettualità autogestionaria, non indica altro che se
stessa. E in se stessa si esaurisce.
La criminalizzazione in questo contesto divenne sin troppo facile.
I media inventarono favole cattive per tenere buoni ed obbedienti i
bambini e troppi adulti pensarono che fossero vere. I buoni e i cattivi,
chi era dentro e chi era fuori. La barriera di carta e menzogne di quel
luglio divenne ben così alta e robusta che ancora oggi soffoca.
Le botte, i gas, le torture, gli insulti, gli inermi massacrati per le vie
di Genova e nelle caserme degli uomini dello Stato quasi passavano in
secondo piano. I cattivi in nero divennero l’alibi che quasi giustificò la
violenza di polizia e carabinieri, la feroce repressione compiuta dal
governo Berlusconi ma preparata dal governo D’Alema.
Ma Genova, dopo dieci anni non possiamo non riconoscerlo, era soprattutto
un enorme palcoscenico. I potenti della terra riuniti in una città ridotta
ad avamposto di frontiera tra uomini in armi e, intorno la folla
eterogenea, molteplice venuta a rovinarne la festa, a mettere in luce la
trama feroce di chi governa un mondo attraversato da ingiustizie
intollerabili.
Poi venne l’11 settembre, la guerra permanente contro il terrorismo, e
quel movimento piano piano si esaurì. L’opposizione alla guerra non seppe
mai farsi movimento vero, capace di mettere in difficoltà chi bombardava
in nome della democrazia. Quella guerra non è mai finita. Ed è anche
nostra responsabilità non averla saputa fermare.

In questo luglio, tra i piloni dell’autostrada e i sentieri ripidi della
montagna, dove la valle si stringe e dirupi si fanno scoscesi, abbiamo
scritto un’altra storia.
Non per caso.
Vent’anni di lotta, di autogestione, di continuo interrogarsi sul come e
il perché hanno dato i loro frutti. Un movimento che rifugge la violenza,
perché la violenza è quella feroce degli Stati, degli eserciti, delle
guerre, sa che quando si viene attaccati e invasi occorre difendersi.
L’etica della convinzione e quella della responsabilità si coniugano e
raggiungono un felice equilibrio quando si radicano nella prassi
quotidiana di un movimento fatto di tante anime e tante diverse
sensibilità.
Le reti devono andare giù, la terra deve essere difesa. È una questione di
dignità. Niente di tutto questo è legale, ma contro chi fa guerra, chi
sfrutta, chi tortura, chi invade e ferisce, ribellarsi è sempre giusto.
Genova è lontana, lontanissima. Anche allora c’era chi scelse di fuggire
lo spettacolo, mirando a coniugare radicalità e radicamento. Una scelta
che oggi a dieci anni di distanza mostra tutta la propria forza.
Ci hanno intossicati di gas, ci hanno chiamati criminali, hanno riempito
di fumo il chiarore del nostro luglio. Ma non è bastato a cancellare
l’aria fresca di questo movimento.
L’assedio continua. Ogni giorno.

Maria Matteo

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Occupazione di via Bonomo. Emergenza casa, i nodi vengono al pettine

da: senzasoste.it

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Nei mesi scorsi abbiamo più volte affrontato il problema dell’emergenza abitativa nella nostra città. Abbiamo più volte ragionato di come l’amministrazione non sia più in grado di gestire il problema in maniera efficace a causa del palese disinteresse nei confronti dei diritti elementari di ogni cittadino, cittadina a favore del guadagno di pochi speculatori e lobbies economiche.
Ieri abbiamo assistito alla prima dimostrazione “pubblica” ·di quanto avevamo in precedenza spiegato. Una famiglia con un bambino di tre anni è stata sfrattata per morosità incolpevole dopo diversi anni·di regolare pagamento dell’affitto. Il padre del bambino ha perso il lavoro trovandosi di fatto nell’impossibilità di continuare a pagare l’affitto.
Dopo innumerevoli incontri infruttuosi con l’assessore e alcuni dirigenti dell’ufficio casa e visto l’imminete rischio di finire per strada, la famiglia ha deciso di occupare un fondo comunale sfitto da diversi anni che ospitava in precedenza un’associazione. Dopo alcuni giorni dall’occupazione si presentano alla porta tre vigili in borghese spacciandosi come semplici incaricati dell’ufficio emergenza abitativa. Una volta dentro si qualificano e comunicano alla mamma del bambino che se non fosse uscita entro l’una avrebbero proceduto con uno sgombero coatto. In cambio offrono 5 giorni d’albergo.
In maniera molto spontanea, davanti all’appartamento si raccolgono numerosi aderenti dell’Assemblea cittadina sugli spazi sociali ed esponenti dell’unione inquilini. Come di consueto i presenti hanno dovuto putroppo assistere all’inettitudine e all’inesperienza dei vigili urbani livornesi che hanno subito perso la calma minacciando tutti di arresto e denunce se non avessero sciolto immediatamente il picchetto. Contemporaneamente si tenta di trovare una soluzione politica che puntualmente non arriva. Il sindaco ha confermato quanto detto dall’assessore: il comune non può offrire più di una settimana di albergazione. Nel tardo pomeriggio, intanto, il numero dei funzionari di polizia aumenta. Si presentano i famosi o famigerati vigili appartenenti al gruppo sicurezza e decoro urbano, ai quali si aggiungono Carabinieri, Guardia di finanza e la Polizia provinciale. Tutta questa militarizzazione di fronte ad una giovane famiglia con bambino così piccolo non ha certamente aiutato il clima e la ricerca di una soluzione. Solo in serata è stato possibile ottenere altre 24 ore per permettere alla famiglia di avere un ulteriore incontro con l’assessore.
Tralasciando i numerosi particolari che hanno caratterizzato in modo spiacevole la giornata di ieri – prima di tutto l’atteggiamento arrogante ed aggressivo della Municipale – è doveroso testimoniare di come, dirigenti e politici in primis, si cerchi di criminalizzare un comportamento indiscutibilmente pacifico come quello tenuto dalla famiglia in questione. La scelta di occupare un immobile da parte della famiglia è stata una scelta imposta dalla realtà. O così o per strada. Nella nostra città ci sono centinaia di locali pubblici tenuti sfitti, ma fino ad ora sono state fatte solo semplici promesse e un nulla di fatto. Ci chiediamo che fine facciano le decine di famiglie che ogni settimana affrontato situazioni simili a quella descritta, senza poter contare su un appoggio istituzionale e umano come avvenuto in questo caso, (per ora solo umano visto la latitanza delle istituzioni).
Attualmente, la famiglia si è trovata costretta ad accettare l’albergazione per non incorrere in inutili denunce. Purtroppo tra una settimana il rischio concreto è quello di finire in mezzo ad una strada. L’assemblea spazi sociali continuerà a seguire la faccenda monitorando i comportamenti e le eventuali proposte dell’Amministrazione.
Resta la consapevolezza che un problema reale è scoppiato e non si vedono soluzioni dalla politica istituzionale nel breve periodo. E’ importante che chiunque si trovi in questa situazione prenda il coraggio di uscire fuori e denunciare. Soluzioni individuali non portano da nessuna parte, cause collettive possono seriamente cambiare il destino dei tanti edifici pubblici sfitti e vuoti, in attesa magari di concorrere nell’ennesima speculazione edilizia. (red)

6 luglio 2011

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Comunicato sui fatti di Via Bonomo

 

Martedì 5 Luglio una giovane coppia con un figlio di 3 anni, costretta da tempo a vivere in auto, ha occupato dei locali sfitti da anni in Via Bonomo di proprietà del Comune di Livorno.

Questo non è che l’ultimo e più evidente segnale di una emergenza abitativa giunta ormai al collasso.

Non è più solo una questione statistica, non c’è bisogno di snocciolare dati per capire la situazione in cui sono costrette a vivere in città migliaia di persone. Per questo, quello che è successo in Via Bonomo è stato visto con simpatia e solidarietà dagli abitanti della zona e dalle molte persone che martedì sono accorse per sostenere gli occupanti.

L’amministrazione locale teme che azioni come queste possano essere un esempio per i tanti che sono costretti a vivere in condizioni abitative disastrose.

Per questo, fin dai primi momenti, sono stati mobilitati per eseguire lo sfratto decine di agenti tra Polizia Municipale, Carabinieri, Guardia di Finanza e DIGOS. Questa è l’arroganza e la prepotenza del potere che vuole punire chi cerca di uscire dalle condizioni in cui viene costretto a vivere.

Solo grazie alla spontanea solidarietà di tutte quelle persone che martedì e mercoledì hanno sostenuto gli occupanti, ma soprattutto grazie alla decisione con cui la giovane coppia ha rivendicato il diritto all’abitazione, lo sgombero non c’è stato. La punizione esemplare per far capire a chi è sfruttato che deve stare al suo posto non c’è stata.

Dopo una trattativa la coppia ha ottenuto alcuni giorni di albergazione in una pensione, nell’attesa che il Comune di Livorno trovi una soluzione. Questo chiaramente è solo un piccolo passo, ed è probabile che il Comune non rispetti le promesse.

Come Collettivo Anarchico Libertario riteniamo positivo che si sviluppino meccanismi di solidarietà e resistenza come quelli che si sono mossi attorno a questa occupazione. Esprimiamo solidarietà alla giovane coppia, come a tutti coloro che vivono l’emergenza abitativa.

 

Collettivo Anarchico Libertario

collettivoanarchico@hotmail.it

http://collettivoanarchico.noblogs.it

07/07/2011

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Manifesto di solidarietà con il movimento NO TAV

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Appello per la manifestazione nazionale del 3 luglio

riceviamo e pubblichiamo:

 

 

Dalla Valle che Resiste e non si arrende
Appello per la manifestazione nazionale del 3 luglio

Il coordinamento dei comitati notav riunito a Bussoleno il 29 Giugno indice per domenica 3 luglio dalle ore 9 una manifestazione di carattere nazionale in seguito allo sgombero del presidio della Maddalena.
La manifestazione avrà carattere popolare con l’obbiettivo di assediare le zone di accesso alla Maddalena occupate illegittimamente dalle forze di polizia e dalle ditte incaricate di costruire un immenso campo militare, e non un cantiere, distruggendo il territorio senza alcuna considerazione per l’ambiente, la storia e la civiltà della nostra Valle e non solo.

Saremo un popolo in movimento, pacifico e determinato per difendere i beni comuni, la nostra terra e il futuro di tutti e tutte.
Non siamo mai stati un movimento Nimby. La solidarietà di questi giorni ci dice che combattiamo una lotta che riguarda tutti.
Per questo invitiamo, quanti hanno a cuore la democrazia del nostro paese, chi ancora ha coraggio d’indignarsi, a partecipare all’assedio.
(Attraverso i siti internet e un numero telefonico dedicato faremo circolare le informazioni necessarie per raggiungere la manifestazione).
No TAV! No mafia! No alla militarizzazione!
Si al rispettodella Valle! Si alla volontà di riscatto di tutta l’Italia!

Il coordinamento dei comitati delle Valli No Tav, Torino e Cintura
Bussoleno 29 giugno 2011

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Solidarietà alla libera repubblica della Maddalena

Solidarietà alla libera repubblica della Maddalena

Di seguito il comunicato emesso ieri dalla Commissione di Corrispondenza
della Federazione Anarchica

Almeno duemila agenti fra polizia, carabinieri, guardia di finanza e corpo
forestale.
Una quantità impressionante di lacrimogeni sparati contro i manifestanti.
Idranti e ruspe per spazzare via le barricate contro il TAV. A dieci anni
dal massacro di Genova, lo Stato italiano ha voluto imporre il suo dominio
contro la Libera Repubblica della Maddalena, un presidio di libertà e
autogestione costruito dalla popolazione valsusina che resiste alla
devastazione ambientale.
Le minacce del ministro dell’Interno Maroni si sono concretizzate alle
prime luci dell’alba: un’operazione militare in grande stile sostenuta dal
plauso di tutti i poteri forti, dai partiti di centrodestra e
centrosinistra passando per Confindustria.
Nonostante questo, il movimento NO TAV non si piega: la resistenza
continua nella convocazione di scioperi spontanei nelle fabbriche della
valle (quattro fabbriche, da stamane, in sciopero spontaneo), nei blocchi
stradali e ferroviari di queste ore convulse, nella generosa
consapevolezza dei valsusini che lottano a mani nude per la salvaguardia
della loro valle, della loro salute, del loro futuro.
La mobilitazione in risposta all’arroganza del governo si sta estendendo
nella penisola: alcune organizzazioni hanno proclamato lo sciopero
generale; presidi e manifestazioni di protesta si annunciano, per il
pomeriggio, in moltissime città italiane.
I fatti di questa mattina dimostrano che la vera violenza è quella dello
Stato che spiana la strada agli interessi criminali del capitalismo
ripristinando il suo disordine in punta di manganello.
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana
denuncia la repressione dello Stato nei confronti di questa lotta
decennale per la libertà e l’autodeterminazione e rinnova la sua massima
solidarietà alle popolazioni valsusine in lotta.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana – FAI

Lunedì 27 giugno 2011

Commissione di Corrispondenza
Federazione Anarchica Italiana
www.federazioneanarchica.org
Tel. 333 3275690

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Comunicato sulla manifestazione di solidarietà di ieri a Livorno

riceviamo e pubblichiamo

 

Ieri, lunedì 27, numerosi soggetti politici e sociali e semplici cittadini, sono scesi in piazza per un presidio di solidarietà con il movimento NO TAV, attaccato con violenza dalla polizia quella stessa mattina.

La manifestazione si è poi spontaneamente trasformata in corteo. Seguendo l’esempio di quello che stava succedendo in moltissime altre città italiane, è stata fatta una azione simbolica davanti a due sedi del Partito Democratico, come principale responsabile di anni di repressione e violenze contro la popolazione della Val di Susa e che solo poche settimane fa, aveva chiesto l’intervento dell’esercito contro il movimento NO TAV.

Leggiamo sul Tirreno on line che ci sarebbero stati “spintoni” tra manifestanti solidali con il movimento NO TAV e militanti del PD di fronte al circolo del PD di Piazza Magenta. Ma niente di tutto ciò è realmente accaduto. Lo stesso giornale riporta che un anziano militante del PD avrebbe riportato contusioni, questo è completamente falso. I fatti si sono svolti in modo totalmente diverso. Anzi, sono stati gli stessi militanti del PD presenti nella sede che hanno aggredito i manifestanti. I manifestanti, restando sul marciapiede, stavano legando davanti alla sede un nastro bianco e rosso dei lavori in corso, a quel punto i militanti del PD dalla soglia della loro sede hanno strappato il nastro e hanno rotto il cartello che un manifestante teneva in mano, cercando di strapparglielo.

Quando poi al megafono i manifestanti hanno più volte ripetuto che si trattava di una azione simbolica e pacifica e che i manifestanti presenti sul marciapiede erano stati aggrediti dai militanti del PD, questi ultimi sono rientrati nella sede. Quindi è stato di nuovo legato il nastro ed il corteo è ripartito per informare la cittadinanza sulla repressione in atto in Val di Susa.

I tentativi per far passare come violenza la libera espressione del dissenso politico non devono avere spazio. Violento è chi sgombera con ruspe, manganelli, lacrimogeni ed idranti l’intera popolazione di una valle, violento è chi invoca l’esercito contro un movimento di resistenza popolare, violento è chi non tollera, come il PD, ogni tipo di dissenso politico.

 

Manifestanti solidali con il movimento NO TAV

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STASERA CHIAMPARINO A LIVORNO!

dall’evento su facebook:

http://www.facebook.com/event.php?eid=115033165254189

 

h 21 Bottini dell’Olio (viale Caprera), Livorno

Il 28 Giugno, il sindaco di Livorno incontrerà l’ex sindaco di Torino, Chiamparino, ai Bottini dell’Olio. Chiamparino, per 10 anni sindaco di Torino, sostenitore del progetto TAV e complice della repressione subita dal movimento No Tav degli ultimi 10 anni, sarà domani a Livorno.

ORE 21.00 – BOTTINI DELL’OLIO

LIVORNO CITTA’ NO TAV.

SOLIDARIETA’ AL POPOLO VALSUSINO

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SOLIDARIETA’ AL MOVIMENTO NO TAV!

La violenta aggressione poliziesca alla popolazione della Valsusa è iniziata lunedì 27 alle 4,30. E’ quanto ha deciso il Governo per ottenere l’apertura dei cantieri per la costruzione dell’Alta Velocità ferroviaria.

 

Il governo afferma che se i cantieri non fossero stati aperti entro il 30 giugno l’Italia avrebbe perso i finanziamenti europei. I finanziamenti non sono destinati ai ceti popolari, i finanziamenti li pagano gli sfruttati di tutta Europa e vanno a vantaggio degli affaristi e degli speculatori che si arricchiscono devastando l’ambiente e la salute, sfruttando gli operai delle ditte che lavorano all’Alta Velocità.

 

Il Governo afferma che l’intervento poliziesco è stato reso necessario per difendere gli operai incaricati di aprire i cantieri. Ma dov’era la polizia quando gli operai sono morti a decine durante i lavori per l’Alta Velocità tra Firenze e Bologna?

 

Nel Mugello l’alta velocità ha saccheggiato l’Appennino tosco-emiliano, ha causato decine di omicidi bianchi, l’inquinamento e lo stravolgimento delle falde idriche. Per impedire che questo accada anche in Val di Susa, la popolazione locale lotta ormai da anni.

 

La lotta per fermare il TAV ha fermato per anni la speculazione con la solidarietà e l’azione diretta, ed è stata un esempio per tante altre lotte popolari. Oggi il Governo ci riprova.

 

Oggi noi siamo in piazza per esprimere la solidarietà concreta alla popolazione della Valsusa vittima dell’ennesima aggressione.

 

Invitiamo tutti coloro (gruppi, comitati, singoli cittadini) che hanno a cuore l’ambiente e la libertà di opporsi alle prepotenze a scendere in piazza con noi.

 

 

Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.

Collettivo Anarchico Libertario

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