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Referendum Turchia: La nostra responsabilità è non votare

Pubblichiamo, con ritardo, la traduzione del documento astensionista del gruppo anarchico DAF.

Oggi a pochi giorni dal referendum in Turchia, risultano ancora più chiare le ragioni del boicottaggio del voto.

 

Riguardo al Referendum

17 febbraio 2017

Gli anarchici, per principio, non votano e non partecipano alle elezioni.

La nostra responsabilità è non votare.

Su chi vota:

Politicizzarsi con un voto, come nel caso delle campagne elettorali per un partito o per un presidente. Alle ultime elezioni in Turchia vi è stata un’affluenza del 87%, corrispondente a 49 milioni di votanti, mentre il numero di quelli che si sono astenuti si aggira intorno ai 9 milioni. La partecipazione al referendum del 16 aprile sul cambiamento del sistema politico registrerà simili cifre.

 

Cosa significa per i votanti partecipare alle elezioni?

In tutti i sistemi elettivi, coloro che raggiungono la maggioranza detengono il potere. In democrazia, il potere della maggioranza è democratico. Chiunque abbia la maggioranza ha il potere, chiunque resti in minoranza non ha il potere. Durante la campagna elettorale il rapporto fra maggioranza e minoranza si realizza in uno scontro dicotomico fra due metodi separati. L’unica cosa che non viene messa in discussione è il sistema elettivo. L’elezione è una scommessa che comincia quando un gruppo dice: “Noi vogliamo amministrare la società” e un altro gruppo replica dicendo: “No, noi vogliamo amministrare la società”. L’elezione è un processo di conteggio dei voti, cominciato come accordo fra le parti della scommessa, che non può realizzarsi senza i votanti. Il governo della società è in mano alla parte che ottiene più voti rispetto all’altra. Nella scommessa il votante è solamente un valore numerico che non ha importanza per un cittadino che cerca di risolvere i numerosi problemi della vita quotidiana. Per aumentare la partecipazione, le parti della scommessa, cercano di coinvolgere il cittadino promuovendolo da votante a scommettitore. Questo dovrebbe aumentare la partecipazione alla scommessa. L’aumento della partecipazione porterà il votante, che è un numero, a interiorizzare e ad accettare la scommessa e quindi la dominazione costruita come risultato dell’esito delle elezioni. Il votante accetterà il risultato delle elezioni e il potere della parte selezionata, indifferentemente rispetto a chi vinca o perda. Questo è positivo per ciascuna delle parti che concorrono alle elezioni. Fin quando il vincitore continua a governare, chi ha perso continua l’opposizione fino al nuovo appuntamento elettorale.

 

Cosa significa la responsabilità dell’elettore?

Significa la partecipazione dei cittadini nel governo della società. l’elettore che davvero crede che andando a votare possa partecipare alla gestione sociale, economica e politica della società, si renderà parte di questo sistema prefabbricato perché si sentirà addossare una responsabilità insensata. Il patto è semplice: sia che il tuo voto vada al vincitore o al perdente, devi sottomettere il tuo diritto perché venga amministrato dal vincitore che è in potere per diritto. Questa è la responsabilità, la conseguenza, del patto che approvi con il voto che deponi nell’urna.

Cosa significa l’uguaglianza degli elettori nell’espressione del voto?

Le elezioni creano una falsificazione del conflitto di classe ponendo sullo stesso piano un lavoratore che riceve un salario di 1,400 lire turche, un ingegnere che ne guadagna 14,000 o addirittura un manager il cui stipendio si aggira sui 140,000 perché ciascuno può esprimere un voto. Questa illusione dura per mesi, ma termina nel giorno delle elezioni, riducendo l’oppresso ad una nullità all’interno della società. L’oppresso vive lo sfruttamento di tutti i governi che vengono eletti.

E’ ovvio che il sistema di subappalto attuato con nuove leggi per molti anni durante i governi dell’AKP, opera anche nelle amministrazioni locali gestite dal CHP. Questi due partiti hanno ottenuto il più alto numero di voti in tutte le elezioni degli ultimi venti anni, mantenendo posizioni simili nel conflitto di classe. Il fatto che uno di loro sia al governo o all’opposizione non influenzerà né positivamente né negativamente il conflitto di classe. Il manager che guadagna 140,000 avrà sempre più influenza sul governo e le politiche sociali e, possedendo capitale, continuerà ad avere rapporti con i governanti. Il lavoratore che riceve 1,400 lire in cambio del suo lavoro non avrà voce sul governo. La felicità momentanea del “anch’io esisto nella società” creata dall’illusione finirà con le realtà economiche e sociali della vita quotidiana.

Cosa significa essere elettori qualificati?

Significa sentirsi parte della maggioranza nella società. Per tutti i gruppi che partecipano alle elezioni, il segmento che mette insieme la maggioranza della popolazione è la massa che determinerà la riuscita dell’elezione. Le proprietà di questa massa determinano anche le assi della propaganda elettorale. Sia l’AKP che il CHP puntano a conquistare i segmenti che costituiscono la maggioranza nella società, i segmenti portatori di valori mainstream come i Turchi, la setta Sunnita, i nazionalisti-nazionalitari. Gli altri elettori rispetto agli elettori qualificati comportano meno voti rispetto al numero della massa. Questo significa che gli elettori non qualificati sono secondari nella propaganda elettorale. Dunque l’identità sociale ed economica dei cittadini, determina la qualità di un elettore.

Sull’opposizione

Cosa significa essere l’opposizione al potere nelle elezioni

 

Essere l’opposizione al potere nelle elezioni significa che nelle precedenti elezioni non sei stato selezionato e che speri nelle prossime elezioni.

Ogni sistema elettorale necessita della partecipazione di almeno due gruppi alle elezioni. I due gruppi sono in opposizione tra loro fino al giorno delle elezioni, in cui saranno determinati il vincitore e i perdenti. Il vincitore sarà al potere, mentre il perdente all’opposizione.

 

Nel sistema parlamentare, il CHP che si oppone a tutte le decisioni dell’AKP, mette in questione le pratiche di governo dell’AKP e i loro effetti negativi sulla vita sociale e sul funzionamento dello stato. Questa missione di opposizione in parlamento aiuta il CHP a fare propaganda in opposizione al potere politico. Dopo le elezioni questa è l’unica relazione che l’opposizione stabilisce con gli elettori; dal momento che l’accordo che ha stretto con gli elettori per ottenere il loro voto è finito con la sconfitta nelle elezioni.

 

L’opposizione fuori dal parlamento comunque non basa la propria esistenza sull’opposizione contro il potere politico che ha vinto le elezioni; il resto dell’opposizione non parlamentare si basa sull’anticapitalismo e/o sull’antimperialismo. Tale opposizione è una parte della lotta di classe nell’impianto di classe di tipo Marxista-Leninista. Essi lottano per la rivoluzione che terminerà la lotta di classe con il potere politico della classe operaia contro la borghesia. Tra le loro strategie di lotta, essi sostengono l’associazione pratica con l’opposizione parlamentare nelle elezioni. L’opposizione rivoluzionaria che difende le elezioni come strategia, evidenzia l’opportunità di organizzare la società durante le elezioni. Sostengono che la politicizzazione dei cittadini attraverso il voto durante le elezioni può essere positivo. Le organizzazioni Marxiste, Leniniste e del socialismo scientifico, a parte le differenze interpretative, difendono l’utilizzo strategico delle elezioni.

L’HDP è ora andato oltre alla rappresentazione del popolo curdo in parlamento ed è divenuta un’istituzione a cui si sono unite le opposizioni rivoluzionarie. L’HDP ha continuamente aumentato i propri elettori nelle elezioni a cui ha partecipato fino alle elezioni legislative del 1 novembre 2015. Ora che il numero dei suoi elettori ha raggiunto il 10%, che è la percentuale minima richiesta per sedere in parlamento come partito, può agire come partito in parlamento [precedentemente erano presenti in parlamento singoli membri dell’HDP eletti nelle liste indipendenti]. I voti che ha ricevuto dalla popolazione della regione, dai suoi elettori primari, si sono stabilizzati. Assieme con i voti ricevuti nelle metropoli, la percentuale di voti verso l’HDP si assesta tra il 10 e l’11%. Ad ogni modo, il processo che ha iniziato ad emergere il 1 novembre 2015, durante il quale lo stato della Turchia ha combattuto il movimento curdo nella politica interna e nella politica estera, ha avuto come risultato la rimozione dell’HDP, con metodi legali ed illegali, dal parlamento in cui era entrato dopo essere stato eletto. Il fatto che gli eletti siano stati giudicati e arrestati uno per uno nonostante la loro immunità indica come il legiferante, in questo caso lo stato, non risponda ad alcun limite o restrizione nella propria facoltà di cambiare le regole. Un altro indice si riscontra nel fatto che i sindaci eletti siano stati rimpiazzati da delegati di fiducia nelle municipalità dove l’HDP aveva vinto le elezioni locali. Lo stato prova il fatto che la democrazia rappresentativa sia un’illusione dell’amministrazione riducendo le elezioni e gli eletti a nullità per perseguire le proprie strategie di politica interna ed estera.

Nelle elezioni del 7 giugno 2015, abbiamo visto il processo di rivolta totale, le azioni di strada, essere lentamente compressi dentro l’urna elettorale. Questo processo di compressione è stato portato avanti da partiti d’opposizione come il CHP e il Partito Patriottico per utilizzare a fini elettorali il movimento nato da Gezi Park. Ma questo processo ha avuto un aspetto in parte inaspettato che ha reso la situazione più complessa: è stato portato avanti anche dall’HDP, che ha dato indicazione per le urne elettorali e non per le strade. Mentre a livello sociale le azioni nelle strade continuavano, queste sono state dissolte dalla campagna elettorale. Quelli che uscivano nelle strade, non come parte di una campagna, ma per realizzare se stessi, prima sono entrati negli edifici che ospitavano i seggi elettorali e poi negli edifici delle loro case. L’HDP ha detto “Vieni e metti fine alla dittatura dell’AKP” e ha chiesto loro di votare, a quelli che erano politicizzati, non un giorno dall’andare a votare, ma ogni giorno dalla resistenza. Campagne elettorali, dare il proprio voto senza che il sistema cambi, si è trasformato in un costante stato di disperazione sotto l’immutabile dittatura dello stato. Discorsi come “così è la vita, è inevitabile” si è diffuso di bocca in bocca, non è successo così? Coloro che hanno all’interno di un’urna elettorale la speranza che era nelle strade, coloro che pensano che speranza significhi votare, ora vogliono ripetere questa illusione in un’altra elezione. Votare non è una speranza, ma un’illusione di politicizzazione del votante; e le elezioni non sono una speranza per la giustizia e la libertà, ma un’illusione di chi governa la società.

Sul potere politico

 

Le elezioni significano che il loro potere continua o finisce. Ogni potere vuole ottenere l’approvazione dell’intera società, e questa approvazione viene data partecipando alle elezioni.

Dopo un periodo durante il quale l’AKP ha vinto un’elezione dopo l’altra ed è continuamente passato attraverso scenari di collasso, abbiamo ora elezioni/referendum prima del tempo. Queste elezioni anticipate e fuori stagione sono le preferite dell’AKP. Siamo di nuovo in un processo elettorale in cui il potere è assunto senza limiti da chi detiene la maggioranza; il potere fa le proprie leggi e rimuove le leggi che non gradisce. Questo referendum è il terzo referendum dell’AKP e se lo vince avrà conquistato una importante posizione per modellare la società. Il dettaglio più importante nella strategia elettorale dell’AKP è che vuole non solo aumentare il numero dei propri elettori, ma anche aumentare il numero degli elettori che partecipano alle elezioni.

Il potere agisce come se non si preoccupasse dei pensieri e dei sentimenti dei propri oppositori, ma in realtà se ne preoccupa; perché una delle cose che cerca di evitare è quella di non essere in grado di avere approvazione sociale. Il potere ha già l’approvazione degli elettori che hanno votato per lui. Per avere l’approvazione degli elettori dell’opposizione, è sufficiente la loro partecipazione alle elezioni. Il fatto che gli elettori di opposizione abbiano partecipato alle elezioni e che abbiano perso, fornirà legittimazione ai risultati elettorali. Dal momento che il potere illegittimo non può prendere il potere, la cosa di cui più si preoccupa il potere è la partecipazione alle elezioni. Ciò di cui l’AKP ha veramente timore è il boicottaggio diretto o indiretto del voto. Di conseguenza, allo scopo di aumentare la partecipazione, l’AKP continua ad aumentare la tensione generale. Utilizzando parole ed azioni provocatorie nel fare la propria propaganda, fa agitare l’opposizione e aumenta lo scontro tra gli elettori. Maggiore scontro significa maggiore partecipazione alle elezioni.

 

Su noi anarchici:

La non partecipazione significa neutralità?

Gli anarchici che rifiutano il rapporto governatore-governato, devono anche rifiutare le elezioni fatte per il governo della società. Questo non significa essere neutrali, ma schierarsi dalla parte della lotta per un mondo in cui non ci siano amministratori e amministrati. Le elezioni ovviamente creano l’illusione della libera scelta. L’individuo che pensa di potersi avvicinare al governo della società e influenzarlo con la propria libera scelta, si ritroveranno invece ad essere molto distanti dalla realtà quotidiana a causa di questa illusione. L’individuo che prende le distanze dall’ingiustizia, dalla povertà e dalla deprivazione che vive, inevitabilmente diviene più obbediente. In questo ordine mondiale ingiusto e non libero creato da una concezione della società che ignora l’individuo, non c’è società nella quale il governo della società non sia determinato dalle elezioni. Le opzioni presentate agli elettori sono chiare e, indipendentemente dalla scelta degli elettori, questi fatti principali non cambiano:

 

1) Quelli che devono guadagnarsi da vivere vendendo il proprio lavoro e il proprio tempo, gli oppressi, non hanno influenza sul governo.

 

2) Per gli oppressi non c’è differenza tra l’esercizio del governo da parte di un partito o di un altro dopo le elezioni.

 

3) I possessori del governo e i proprietari del capitale condividono gli stessi interessi.

 

4) In ogni società ci sono famiglie, tribù, partiti ideologici, sette e gruppi etnici che hanno il cronico potenziale di potere o di opposizione. In Turchia queste sono formate come Turchi, Curdi, Sunniti, Aleviti, secolaristi, conservatori.

 

5) Il potere è responsabile per la regolazione delle relazioni tra lo stato e le imprese. Il potere svolge questa sua funzione utilizzando i propri organi, come quello esecutivo, il giudiziario e il legislativo. Questa è la responsabilità di perpetuare la forma che si è voluto dare alle relazioni tra l’oppressore e l’oppresso. In Turchia o in qualsiasi altro stato nel mondo, può il potere che vince le elezioni mai favorire la classe oppressa contro la classe degli oppressori? Nessun potere eletto, che sia conservatore, liberale o anche socialista, ha mai sostenuto i principali interessi della classe degli oppressi.

 

Gli anarchici non possono difendere il voto e in tal modo riconoscere il potere del vincitore delle elezioni, che il loro voto vinca o perda. Gli anarchici non accettano l’organizzazione della società attraverso la partecipazione alle elezioni trasformandola in una strategia, come fanno i Marxisti, i Leninisti e i Socialisti scientifici. I partiti che partecipano alle elezioni creano l’illusione che tutte le richieste del popolo per la giustizia e la libertà siano comprese nel discorso elettorale e che si raggiungeranno una volta che avranno vinto le elezioni. Essere un sostenitore, individualmente o come organizzazione, della campagna elettorale significa, sostenendo una richiesta complessiva in un’unica direzione, aiutare a propagandare questa illusione. Il desiderio di trasformare le elezioni in un’opportunità che possa essere sfruttata, è il desiderio di fare propaganda per il sistema elettorale, per l’illusione. Gli anarchici dovrebbero fare appello a tutti gli individui che compongono la società alla responsabilità dell’astensione. Questo appello, è la responsabilità dell’individuo, per non abbandonare la volontà di ciascuno, e il desiderio per un mondo libero e giusto, alla volontà di un partito o alla volontà del presidente. Tale responsabilità è l’inizio di una politicizzazione che non si concluderà in un solo giorno, ma ogni giorno.

Devrimçi Anarşist Faaliyet (Azione Anarchica Rivoluzionaria)

 

Prima dichiarazione sul referendum

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Rivoluziona la tua informazione! Umanità Nova si presenta

Venerdì 31 marzo
presso “Le cicale operose” – corso Amedeo 101

RIVOLUZIONA LA TUA INFORMAZIONE !
“UMANITA’ NOVA” – settimanale anarchico
IL GIORNALE DI CHI LOTTA

ore 19 Aperitivo su prenotazione. Tel Federico: 3472993159.
ore 20 La Federazione Anarchica e il Collettivo anarchico libertario presentano Umanità Nova. Particolare attenzione sarà riservata al recente numero tematico dell’otto marzo

Umanità Nova dal 1920 è il giornale degli anarchici. Dapprima quotidiano, poi settimanale, clandestino durante il fascismo; da quasi un secolo Umanità Nova è strumento di informazione, analisi, comunicazione, agitazione e riflessione che dà voce a chi, nelle varie parti del mondo, si oppone alle logiche dello sfruttamento e del dominio.

La redazione e l’amministrazione del settimanale vengono nominate, a rotazione, dal Congresso della Federazione Anarchica Italiana.
Umanità Nova è stampato a Carrara, presso la storica tipografia di movimento “Cooperativa Tipolitografica”.
Umanità Nova è distribuita in tutta Italia attraverso circoli e sedi anarchiche, biblioteche, centri sociali, edicole e librerie, oltre che in abbonamento. Viene distribuita anche all’ estero e gratuitamente ai carcerati che ne facciano richiesta.

Per leggere Umanità Nova on line:
http://www.umanitanova.org/

Punti vendita di Umanità Nova a Livorno:
Edicola P.zza Grande (angolo via Pieroni)
Edicola Via Garibaldi 7
Edicola P.zza Damiano Chiesa
Edicola Porto (Piazza Micheli lato Quattro Mori)
Edicola viale Carducci angolo Viale del Risorgimento
Edicola Dharma – viale di Antignano
Libreria Belforte – via Roma 59
Caffè-Libreria Le cicale operose – Corso Amedeo 101
Bar Dolcenera via della Madonna 38
Pub “Birra Amiata House” – via della Madonna, 51
Federazione Anarchica Livornese – via degli Asili 33

FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE – cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it
COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO – collettivoanarchico@hotmail.it – collettivoanarchico.noblogs.org

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OTTO MARZO: VOGLIAM LA LIBERTA’

OTTO MARZO: VOGLIAM LA LIBERTA’

La crisi economica colpisce in maniera particolare le donne, riducendo la loro autonomia economica e rafforzando il ruolo della famiglia. Una famiglia che si regge sul consolidamento dei ruoli tradizionali, che impongono alle donne la “cura” di persone e cose, una famiglia che è il primo luogo di violenza.
Questa è la famiglia tradizionale che tanto sta a cuore ai preti, ai fascisti e a tutti coloro che vogliono imporre, oltre che povertà, anche controllo sulle vite e sui corpi.
Le donne dicono NO. Quello che vogliamo è libertà e autodeterminazione. In ogni luogo e per tutte e tutti. A partire dal rifiuto della violenza e della gerarchia, per l’autonomia economica, la libera scelta di maternità, la libera gestione della sessualità.

Vogliamo decidere sui nostri corpi, sulla nostra sessualità, sulla nostra salute. Nelle strutture ospedaliere e nei consultori non ci deve essere personale sanitario obiettore, né associazioni cattoliche, movimenti provita etc. che ostacolano la libertà di scelta.

Vogliamo che le nostre vite non siano aggredite dalla violenza. Basta con la cultura dello stupro, che incoraggia l’aggressività maschile e supporta la violenza contro le donne, una cultura fondata sull’esercizio del potere, sul patriarcato, sulla gerarchia.
Le istituzioni si limitano a denunciare la punta estrema della violenza, rappresentata dal femminicidio, visto come fattore emergenziale, ma tacciono sulla normalità della violenza che pervade la società del dominio, depotenziano le esperienze autogestite dalle donne, come i centri antiviolenza, per foraggiare il businness istituzionale delle reti antiviolenza.
E’ inaccettabile che gli interventi “educativi” previsti dalle reti siano in larga parte affidati a forze dell’ordine e polizia, cioè a chi per mestiere esercita la violenza: lo fa nelle piazze, nelle caserme, nei centri di accoglienza e spesso, come la cronaca ci mostra, anche all’interno delle pareti domestiche.

Vogliamo un mondo libero, senza frontiere, basato su legami di solidarietà e di reale uguaglianza.
Il sessismo spesso si accompagna al razzismo, come ci stanno a indicare lo sfruttamento sessuale, la tratta, ma anche la “semplice” discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari. Ribadiamo la nostra solidarietà con le donne migranti, e con tutte quelle che nel mondo si battono contro lo stato, il capitale, il patriarcato, la religione, soprattutto, in questo momento, le donne kurde, le compagne turche e iraniane. Sono queste le lotte delle donne che vogliamo condividere e non quelle “mainstream” e filoistituzionali che celano la ricerca di un consenso su falsi obiettivi.

Non vogliamo la parità. Vogliamo la libertà, quella vera, non quella decretata per legge. Una società come questa, basata sulla violenza e la diseguaglianza, fa qualche concessione legale solo se è funzionale alle esigenze del capitale, alla perpetuazione dello sfruttamento e della divisione in classi: basta politiche dei tempi e della flessibilità; basta Codici Rosa, quote rosa e pari opportunità; basta col mito dell’apertura di alcune professioni alle donne (in particolare professioni militari) o del raggiungimento di ruoli apicali nella carriera, dalla politica, ai livelli manageriali, agli incarichi accademici. Non barattiamo la lotta per l’autodeterminazione con la conquista di una postazione gerarchica nella società dello sfruttamento.

Per questo siamo in piazza oggi. E non a fianco di chi cerca, anche nell’occasione dell’otto marzo, una visibilità mediatica, un trampolino politico, un terreno di scambio politico-sindacale, un’occasioni di egemonia.
Oggi come sempre siamo a fianco di chi, anche attraverso la rivendicazione di genere, vuole lottare con forza per un mondo nuovo.

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Solidarietà al giornale anarchico Meydan! Fermiamo il fascismo e la repressione in Turchia!

pubblichiamo il comunicato di solidarietà ai compagni del gruppo anarchico DAF di Istanbul ed al giornale anarchico Meydan colpiti dalla repressione dello stato turco.

Solidarietà al giornale anarchico Meydan! Fermiamo il fascismo e la repressione in Turchia!

 

Il 22 dicembre 2016 il responsabile editoriale del giornale anarchico Meydan diffuso in Turchia e Kurdistan è stato condannato ad oltre un anno di carcere. Il mensile Meydan è la pubblicazione anarchica più diffusa nella regione e da anni attraverso articoli, analisi, commenti e collaborazioni internazionali costituisce uno strumento importante del movimento anarchico per portare la propria voce nelle strade e nelle lotte.
Il tentato colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016, culmine di una lotta per il potere interna allo Stato, è stato utilizzato dal Presidente turco Erdoğan per scatenare una feroce repressione contro ogni forma di dissenso. Nel nome della “difesa della democrazia” il blocco di potere conservatore-religioso dell’AKP che guida il paese, con il sostegno delle forze nazionaliste, si prepara a portare a compimento il processo di involuzione autoritaria in atto già da alcuni anni. In questo contesto gli anarchici, così come le altre forze rivoluzionarie e il movimento curdo, sono nel mirino della repressione. Negli scorsi mesi la repressione si è rivolta anche contro il gruppo anarchico DAF, con intimidazioni nei confronti dei loro spazi nella città di Istanbul volte ad impedire l’attività del gruppo.
Già lo scorso anno, nell’ondata repressiva generale seguita al colpo di stato, le autorità avevano imposto la chiusura della sede della redazione di Meydan, per indagini aperte nei primi mesi del 2016. Per una di queste indagini il 22 dicembre scorso Hüseyin Civan, responsabile editoriale di Meydan, è stato condannato per alcuni articoli pubblicati sul giornale ad un anno e tre mesi di carcere per “propaganda dei metodi di un’organizzazione terrorista”. Gli avvocati difensori si sono opposti alla sentenza e per ora il compagno condannato non è in carcere.
Facciamo appello ad attivarsi per la solidarietà nei confronti del giornale Meydan, per la libertà di Hüseyin Civan, per la solidarietà nei confronti dei compagni del DAF che da anni supportiamo come Federazione e come Internazionale delle Federazioni Anarchiche.

Convegno FAI di Reggio Emilia, 14-15 gennaio 2017

www.federazioneanarchica.org

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Spezzone anarchico a Milano l’11 febbraio al corteo per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia

pubblichiamo l’appello della Federazione Anarchica Milanese per uno spezzone anarchico alla manifestazione dell’11 febbraio a Milano organizzata da UIKI per la liberazione di Abdulah Ocalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia

CONTRO IL SILENZIO COMPLICE

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA!

SABATO 11 FEBBRAIO 2017

CORTEO NAZIONALE per la liberazione

delle prigioniere e dei prigionieri politici in turchia

ORE 14.00 PORTA VENEZIA – MILANO

SPEZZONE ANARCHICO ROSSO/NERO

Le Costituzioni borghesi valgono più della carta su cui sono state scritte, o dell’inchiostro per scriverle? Niente come l’attuale involuzione dello Stato turco – sino a pochi anni fa, modello di “democrazia” per il Medio Oriente – può rispondere oggi a questa domanda. Né la costituzione del 1995, né il diritto internazionale, com’è ovvio, potevano proteggere i lavoratori turchi dalla macelleria sociale promossa nel 2012 dall’allora paladino del fondo monetario internazionale Recep Tayyip Erdoğan. Né potevano tutelare i manifestanti di piazza Taksim e di Gezi Park dalla spietata repressione dell’anno dopo, costata 9 morti e migliaia di feriti e arrestati, né le cittadine minorenni dall’infame consuetudine che in Turchia ancor oggi consente ai colpevoli di abusi sessuali l’opzione del matrimonio riparatore. Sbotta l’opinione pubblica occidentale, sbottano gli uffici stampa degli uomini delle istituzioni. Poi il silenzio. E il silenzio è calato anche sull’incarcerazione e la tortura di migliaia di militari di leva, ignari complici del cosiddetto golpe del luglio 2016; è calato il silenzio sulle città del Kurdistan Bakur colpite dall’artiglieria e dall’aviazione turche nel 2015 e nel 2016, sulle migliaia di civili, donne e bambini uccisi a Cizre, Nusaybin, Mardin, Amed, colpevoli di essere Kurdi, ma soprattutto di avere scelto l’autogoverno laico come alternativa all’islamo-fascismo capitalista del nuovo duce di Ankara; è calato il silenzio sulle militanti anti-fasciste catturate dalle squadracce paramilitari dell’AKP, torturate stuprate e trascinate nude per le strade, vergognosi trofei del trionfo del maschio oppressore, portabandiera del regime; è calato il silenzio sugli aiuti, copiosi, in denaro e armi, prestati dal governo turco alle milizie dello Stato Islamico, lasciato libero dalla NATO di smerciare il proprio petrolio attraverso Israele e la Turchia, in cambio di quei dollari che ogni giorno producono nuovi omicidi, nuovi stupri, nuove bombe, nuova oppressione. A nulla vale la legge, quando il potere del tiranno poggia sull’interesse e sul timore: e nel caso di Erdoğan l’interesse è quello del blocco atlantico, preoccupato di rinsaldare le sue file nella nuova competizione per procura col colosso russo; e il timore è quello dei vertici UE dell’arrivo in Europa dei profughi in fuga dalla guerra suscitata in Siria dall’appetito degli imperialismi (a partire da quello statunitense) e dall’appetito del capitalismo internazionale. Sotto i nostri occhi, miliardi di euro versati dalla UE nelle casse di Ankara per compiacere la gretta xenofobia europea finanziano orridi campi di concentramento al confine turco-siriano, dove le famiglie sono imprigionate in condizioni disumane, gli uomini sfruttati quale manodopera a basso costo, i bambini prostituiti. Ma finanziano anche quell’alleanza tra Erdoğan, lo Stato Islamico e l’imperialismo regionale arabo saudita responsabile degli attentati terroristici in Europa, quegli attentati in cui ad essere colpiti saremo sempre e solo noi, quelli che non contano, e non certo i centri reali del potere. Unione Europea e NATO, dunque, garantiscono a dispetto del diritto pieno sostegno al macellaio dei corpi e delle coscienze di centinaia di migliaia di turchi, di kurdi, di siriani. La loro quiescenza ha consentito al governo di Ankara brogli e intimidazioni in sede elettorale, l’incarcerazione di migliaia di oppositori – inclusi parlamentari e sindaci –, la chiusura dei giornali dissidenti – e tra questi il foglio anarchico Meydan –, la repressione violenta del dissenso. Su questi e molti altri crimini contro l’umanità, i governi del mondo hanno scelto il silenzio. Noi crediamo e affermiamo che il silenzio è il più viscido complice dell’oppressore. Noi crediamo e affermiamo che l’individuo ha dei diritti sino a che è in grado di difenderli, non solo per sé e non solo dove vive, ma per chiunque e in ogni parte del mondo. Noi crediamo e affermiamo che l’unica forza capace di tutelare la dignità di ogni essere umano è quella che proviene dall’unità delle sfruttate e degli sfruttati, delle oppresse e degli oppressi, emancipati da ogni servitù e liberi di autogovernarsi secondo i principi dell’uguaglianza e della solidarietà libertaria.

Per questo noi scenderemo in piazza l’11 febbraio: insieme alla comunità kurda e agli altri movimenti della nostra città, porteremo la nostra solidarietà internazionalista alle compagne e ai compagni detenuti nelle carceri turche e a tutti i gruppi – dalle anarchiche e anarchici del D.A.F., ai promotori del Confederalismo Democratico – che oggi proseguono in Turchia e in Siria la lotta per la liberazione di genere, la lotta armata contro l’islamo-fascismo, la lotta per una società laica e pluralista, la lotta anti-razzista e anti-nazionalista, la lotta di classe contro il Capitale, percorsi irrinunciabili e non negoziabili verso l’Avvenire Libertario.

Viva la Rivoluzione Sociale!

Viva l’Anarchia!

FEDERAZIONE ANARCHICA – MILANO

viale Monza, 255 – Milano

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Assemblea pubblica verso il corteo cittadino del 18 febbraio

ASSEMBLEA PUBBLICA VERSO IL CORTEO CITTADINO DEL 18 FEBBRAIO

Martedì 7 Febbraio ore 21 al Rist_Orto Polpetta in Via dei Mulini 27

Contro il nuovo governo
Contro le solite politiche di sfruttamento

23 MILIARDI PER LE SPESE MILITARI
20 MILIARDI PER IL MONTE DEI PASCHI

TAGLI ALLA SCUOLA E ALLA SANITÀ
NIENTE SOLDI PER I LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE E IN MOBILITÀ

Rispondiamo all’arroganza del governo
Rilanciamo le lotte e rafforziamo la solidarietà

SCENDIAMO IN PIAZZA SABATO 18 FEBBRAIO A LIVORNO ORE 15 DAVANTI ALLA PREFETTURA (P.ZZA UNITÀ D’ITALIA)
CORTEO CITTADINO

di seguito l’appello per il corteo:
_______________________________________
Contro il nuovo governo
contro le solite politiche di sfruttamento
scendiamo in strada!

CORTEO A LIVORNO
SABATO 18 FEBBRAIO
ORE 15 IN PREFETTURA (Piazza Unità d’Italia)

Disoccupazione, licenziamenti, precarietà, emergenza abitativa, un generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, questa è la situazione in cui viviamo a Livorno come in molte altre città. Negli ultimi anni i vari governi che si sono succeduti non hanno fatto che ripetere che per uscire dalla crisi erano necessari dei sacrifici, che i soldi non ci sono. Ma i soldi ci sono sempre per gli industriali, per le banche, per le spese militari, mentre per la scuola, per la sanità, per la casa ci sono solo tagli su tagli. Le spese militari quest’anno ammonteranno a 23,4 miliardi, 64 milioni al giorno, il 10% in più rispetto allo scorso anno, mentre altri miliardi sono pronti per salvare il Monte dei Paschi di Siena. Per gli ammortizzatori sociali invece i soldi sembrano non esserci mai, chi riesce ad accedervi non può sperare in più di qualche centinaio di euro mensili per pochissimi mesi. Lo sappiamo bene pure nel nostro territorio, infatti tra Livorno e Piombino sono molti i lavoratori che perderanno entro l’anno anche queste minime briciole. Questo aggraverà ulteriormente la situazione sociale in città, segnata da una profonda crisi occupazionale e da un’emergenza abitativa che l’amministrazione locale tende ad aggravare.

Il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni, che si è formato dopo le dimissioni dell’ex presidente del consiglio Renzi in seguito all’affermazione del No al referendum costituzionale, si pone in continuità con i governi che lo hanno preceduto. Molti ministeri chiave, in particolare quelli legati alle politiche economiche e sociali, sono guidati dagli stessi personaggi: la conferma di Poletti, Lorenzin, Padoan e Pinotti significa una conferma delle politiche di sfruttamento selvaggio sul lavoro, di tagli e privatizzazione dei servizi dal sociale alla sanità, delle politiche di guerra, riarmo e spese militari. Il nuovo ministro dell’interno Minniti, rispolvera le politiche razziste del governo Berlusconi, annunciando l’apertura di nuovi CIE, veri e propri lager per persone che non hanno i documenti in regola. Anche questo nuovo governo, come quello che lo ha preceduto, è formato sull’accordo centrodestra/centrosinistra, una conferma dell’unità dei diversi schieramenti politici nel portare avanti politiche antipopolari. L’opposizione fatta dai partiti che siedono in parlamento è rappresentata in gran parte da forze politiche che quando hanno avuto modo di governare hanno portato avanti le stesse politiche di rapina e sfruttamento che caratterizzano l’attuale governo.
Proprio i partiti responsabili del peggioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro vogliono poi far credere che la colpa della disoccupazione o dell’emergenza abitativa sia degli immigrati.
Molti partiti e partitini infatti trovano sponda nella politica razzista del governo e, utilizzando una propaganda populista, autoritaria e razzista, se non apertamente fascista, strumentalizzano e deviano il malcontento sociale per guadagnare consensi alle elezioni, dividere i lavoratori e sostenere le politiche di sfruttamento e di oppressione.

In ogni caso è evidente che nessuna di queste forze politiche può segnare un reale cambiamento delle condizioni in cui ci troviamo a vivere, perché la stabilità di qualsiasi governo sarà legata alla difesa degli interessi, dei privilegi e dei profitti della classe dirigente.

Contro l’arroganza di questo “nuovo” governo pronto ad imporre le vecchie politiche di sfruttamento c’è quindi bisogno di dare una risposta forte da subito.
Per questo e per rafforzare un tessuto di lotta e solidarietà abbiamo organizzato un corteo a Livorno il 18 febbraio, l’appuntamento è alle ore 15 di fronte alla Prefettura, in Piazza Unità d’Italia.

Assemblea verso il 18 febbraio

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Presidio sabato 4 febbraio contro le politiche di sfruttamento del governo

PRESIDIO VERSO IL CORTEO CITTADINO DEL 18 FEBBRAIO
Sabato 4 Febbraio ore 16.30 piazza grande (angolo bar sole)

CONTRO IL NUOVO GOVERNO
CONTRO LE SOLITE POLITICHE DI SFRUTTAMENTO
23 MILIARDI PER LE SPESE MILITARI
20 MILIARDI PER IL MONTE DEI PASCHI
TAGLI ALLA SCUOLA E ALLA SANITÀ
NIENTE SOLDI PER I LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE E IN MOBILITÀ
RISPONDIAMO ALL’ARROGANZA DEL GOVERNO
RILANCIAMO LE LOTTE E RAFFORZIAMO LA SOLIDARIETÀ

SCENDIAMO IN PIAZZA SABATO 18 FEBBRAIO A LIVORNO ORE 15 DAVANTI ALLA PREFETTURA (P.ZZA UNITÀ D’ITALIA)
CORTEO CITTADINO

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CORTEO CONTRO IL GOVERNO SABATO 18 FEBBRAIO

Nelle ultime settimane si è costituita in città un’assemblea unitaria per la costruzione di un corteo contro le politiche di sfruttamento dei governi stiamo seguendo il percorso fin dall’inizio e  di seguito l’appello per il corteo.

Contro il nuovo governo
contro le solite politiche di sfruttamento
scendiamo in strada!

CORTEO A LIVORNO
SABATO 18 FEBBRAIO
ORE 15 IN PREFETTURA (Piazza Unità d’Italia)

Disoccupazione, licenziamenti, precarietà, emergenza abitativa, un generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, questa è la situazione in cui viviamo a Livorno come in molte altre città. Negli ultimi anni i vari governi che si sono succeduti non hanno fatto che ripetere che per uscire dalla crisi erano necessari dei sacrifici, che i soldi non ci sono. Ma i soldi ci sono sempre per gli industriali, per le banche, per le spese militari, mentre per la scuola, per la sanità, per la casa ci sono solo tagli su tagli.

Le spese militari quest’anno ammonteranno a 23,4 miliardi, 64 milioni al giorno, il 10% in più rispetto allo scorso anno, mentre altri miliardi sono pronti per salvare il Monte dei Paschi di Siena. Per gli ammortizzatori sociali invece i soldi sembrano non esserci mai, chi riesce ad accedervi non può sperare in più di qualche centinaio di euro mensili per pochissimi mesi. Lo sappiamo bene pure nel nostro territorio, infatti tra Livorno e Piombino sono molti i lavoratori che perderanno entro l’anno anche queste minime briciole. Questo aggraverà ulteriormente la situazione sociale in città, segnata da una profonda crisi occupazionale e da un’emergenza abitativa che l’amministrazione locale tende ad aggravare.
Il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni, che si è formato dopo le dimissioni dell’ex presidente del consiglio Renzi in seguito all’affermazione del No al referendum costituzionale, si pone in continuità con i governi che lo hanno preceduto. Molti ministeri chiave, in particolare quelli legati alle politiche economiche e sociali, sono guidati dagli stessi personaggi: la conferma di Poletti, Lorenzin, Padoan e Pinotti significa una conferma delle politiche di sfruttamento selvaggio sul lavoro, di tagli e privatizzazione dei servizi dal sociale alla sanità, delle politiche di guerra, riarmo e spese militari. Il nuovo ministro dell’interno Minniti, rispolvera le politiche razziste del governo Berlusconi, annunciando l’apertura di nuovi CIE, veri e propri lager per persone che non hanno i documenti in regola. Anche questo nuovo governo, come quello che lo ha preceduto, è formato sull’accordo centrodestra/centrosinistra, una conferma dell’unità dei diversi schieramenti politici nel portare avanti politiche antipopolari.

L’opposizione fatta dai partiti che siedono in parlamento è rappresentata in gran parte da forze politiche che quando hanno avuto modo di governare hanno portato avanti le stesse politiche di rapina e sfruttamento che caratterizzano l’attuale governo.
Proprio i partiti responsabili del peggioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro vogliono poi far credere che la colpa della disoccupazione o dell’emergenza abitativa sia degli immigrati.
Molti partiti e partitini infatti trovano sponda nella politica razzista del governo e, utilizzando una propaganda populista, autoritaria e razzista, se non apertamente fascista, strumentalizzano e deviano il malcontento sociale per guadagnare consensi alle elezioni, dividere i lavoratori e sostenere le politiche di sfruttamento e di oppressione.
In ogni caso è evidente che nessuna di queste forze politiche può segnare un reale cambiamento delle condizioni in cui ci troviamo a vivere, perché la stabilità di qualsiasi governo sarà legata alla difesa degli interessi, dei privilegi e dei profitti della classe dirigente.
Contro l’arroganza di questo “nuovo” governo pronto ad imporre le vecchie politiche di sfruttamento c’è quindi bisogno di dare una risposta forte da subito.
Per questo e per rafforzare un tessuto di lotta e solidarietà abbiamo organizzato un corteo a Livorno il 18 febbraio, l’appuntamento è alle ore 15 di fronte alla Prefettura, in Piazza Unità d’Italia.

Assemblea verso il 18 febbraio

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ASSEMBLEA CITTADINA – Scendiamo in piazza contro il nuovo governo!

Contro il nuovo governo
contro le solite politiche di sfruttamento
scendiamo in strada!

Assemblea cittadina Martedì 10 gennaio h 21,00
presso il POLPETTA Ristor_Orto Autogestito Veg & Freegan
in Via dei Mulini 27, Livorno

Disoccupazione, licenziamenti, precarietà, emergenza abitativa, un generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, questa è la situazione in cui viviamo a Livorno come in molte altre città. Negli ultimi anni i vari governi che si sono succeduti non hanno fatto che ripetere che per uscire dalla crisi erano necessari dei sacrifici, che i soldi non ci sono. Ma i soldi ci sono sempre per gli industriali, per le banche, per le spese militari, mentre per la scuola, per la sanità, per la casa ci sono solo tagli su tagli.
Il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni, che si è formato dopo le dimissioni dell’ex presidente del consiglio Renzi in seguito all’affermazione del No al referendum costituzionale, si pone in continuità con i governi che lo hanno preceduto. Molti ministeri chiave, in particolare quelli legati alle politiche economiche e sociali, sono guidati dagli stessi personaggi: la conferma di Poletti, Lorenzin, Padoan e Pinotti significa una conferma delle politiche di sfruttamento selvaggio sul lavoro, di tagli e privatizzazione dei servizi dal sociale alla sanità, delle politiche di guerra, riarmo e spese militari. Il nuovo ministro dell’interno Minniti, rispolvera le politiche razziste del governo Berlusconi, annunciando l’apertura di nuovi CIE, veri e propri lager per persone che non hanno i documenti in regola. Anche questo nuovo governo, come quello che lo ha preceduto, è formato sull’accordo centrodestra/centrosinistra, una conferma dell’unità dei diversi schieramenti politici nel portare avanti politiche antipopolari. L’opposizione fatta dai partiti che siedono in parlamento è rappresentata in gran parte da forze politiche che quando hanno avuto modo di governare hanno portato avanti le stesse politiche di rapina e sfruttamento che caratterizzano l’attuale governo.
Proprio i partiti responsabili del peggioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro vogliono poi far credere che la colpa della disoccupazione o dell’emergenza abitativa sia degli immigrati.
Molti partiti e partitini infatti trovano sponda nella politica razzista del governo e, utilizzando una propaganda populista, autoritaria e razzista, se non apertamente fascista, strumentalizzano e deviano il malcontento sociale per guadagnare consensi alle elezioni, dividere i lavoratori e sostenere le politiche di sfruttamento e di oppressione.
In ogni caso è evidente che nessuna di queste forze politiche può segnare un reale cambiamento delle condizioni in cui ci troviamo a vivere, perché la stabilità di qualsiasi governo sarà legata alla difesa degli interessi, dei privilegi e dei profitti della classe dirigente.
Contro l’arroganza di questo “nuovo” governo pronto ad imporre le vecchie politiche di sfruttamento c’è quindi bisogno di dare una risposta forte da subito.
Per questo e per rafforzare un tessuto di lotta e solidarietà proponiamo di organizzare un corteo a Livorno nel mese di febbraio. Per discutere di questo convochiamo un’assemblea cittadina martedì 10 gennaio alle 21 presso il Ristor_Orto autogestito Polpetta in Via dei Mulini 27.

Assemblea per la costruzione di un corteo contro il governo

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Repressione contro gli anarchici in Turchia: condannato responsabile del giornale anarchico Meydan

REPRESSIONE CONTRO GLI ANARCHICI IN TURCHIA
Condannato a 1 anno e 3 mesi il resposabile della redazione del giornale anarchico Meydan, accusato di “propagandare i metodi di un’organizzazione terroristica” in relazione ad alcuni articoli apparsi sul giornale.
SOLIDARIETA’ AL GIORNALE ANARCHICO MEYDAN
SOLIDARIETA’ AL COMPAGNO HUSEYIN CIVAN!

segue il comunicato dei compagni di Meydan:

Sentenza di carcerazione al responsabile della redazione del giornale anarchico Meydan

L’ufficio del Procuratore capo di Istanbul aveva avviato un’indagine riguardo al nostro giornale in relazione agli articoli “Sia l’arrivo che la partenza dello Stato viene dalla paura”, “Vietato fino a nuovo ordine” e “Ricreare la vita” pubblicati nel numero 30 del nostro giornale uscito a dicembre 2015 con il titolo d’apertura “Vietare tutto” (Her şeyi yasaklamak). La causa che ha seguito l’indagine è finita dopo quasi un anno di processo.

Nel Giudizio direttissimo di ieri [22/12/16], il tribunale ha emesso nei confronti di Hüseyin Civan, responsabile della redazione del nostro giornale, una sentenza di condanna ad 1 anno e 3 mesi di carcere con l’accusa di “fare propaganda per i metodi di un’organizzazione terroristica che costituiscono coercizione, violenza o minacce, attraverso la legittimazione o l’elogio o l’incoraggiamento dell’uso di questi metodi”.

Come abbiamo fortemente sostenuto negli articoli che hanno suscitato l’indagine, “Lo Stato non riuscirà ad accettare la passione dei popoli per la libertà, la loro fede nella libertà”.

Come giornale anarchico, sapendo che la vita libera in cui crediamo può essere creata solo attraverso la lotta, non smetteremo mai di scrivere ciò per cui lottiamo e di distribuire ciò che scriviamo. Noi continueremo a resistere, agire e scrivere contro l’oppressione, le indagini, le detenzioni e gli arresti.

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