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In piazza contro tutti gli eserciti e contro tutti i governi!

Presidio venerdì 1 giugno dalle ore 17:30

in Via Grande, angolo via del Giglio

 

2 giugno: No al militarismo – No alla guerra!

Il 2 giugno, festa della Repubblica, si celebra con parate militari e sfoggio di armi.
Lo scontro degli ultimi mesi per la formazione di un nuovo governo mostra la lotta per il potere in corso all’interno della classe dirigente, per il controllo di istituzioni la cui rappresentatività è in crisi dopo anni di intense politiche antiproletarie. La “volontà del popolo” a cui hanno fatto appello Di Maio e Salvini non esiste, non è che una manciata di voti, qualche migliaio in più della metà di quelli che sono andati a votare. Dall’altro lato la “responsabilità” di Mattarella dimostra ancora una volta che il potere si esercita con atti autoritari e rapporti di forza. È bastato spostare qualche pedina per dare una poltrona a tutti e fare un nuovo governo. Sappiamo che solo prendendo in mano le nostre vite e lottando in prima persona fuori dal gioco delle parti elettorale e istituzionale possiamo cambiare le cose. Nessun governo lo farà al posto nostro. Ogni governo si impegnerà a garantire la stabilità di questo ordine sociale basato sulla sopraffazione e l’ingiustizia, con ogni mezzo, anche con la guerra.

Grandi manovre all’ombra del (non) Governo
Mentre in Italia la crisi politica si sta avvitando, lo Stato italiano aumenta la sua partecipazione alla militarizzazione dell’Unione Europea. Alla fine del 2017, gli Stati membri dell’Unione Europea decidono di costituire una struttura di comando militare europea sotto l’acronimo di PESCO (Permanent Structured Cooperation). Il mito di un’Unione Europea fondata sull’impegno per la pace mondiale nasconde i veri caratteri di questa struttura. PESCO è il primo nucleo di un esercito europeo; perché appare oggi, qual è il suo scopo, qual è il ruolo dell’Italia? Dietro la costituzione di PESCO c’è la spinta della NATO affinché le spese militari degli stati europei aumentino, per poterne controllare l’orientamento, specie nella ricerca militare e nell’acquisto nuovi armamenti. Inoltre PESCO collabora strettamente con la NATO in tutte le attività collegate al militare.
Un’alleanza ferrea nelle varie zone del mondo come in Italia, dove le basi militari come Camp Darby vengono estese aumentando il rischio per la popolazione e la presenza di armi e truppe sul territorio, reso di fatto un obiettivo militare

L’Unione Europea mette le mani sull’Africa
Il processo di Karthoum è un accordo tra gli stati membri dell’Unione Europea e molti paesi africani. L’obiettivo è trasferire in Africa le frontiere dell’UE, con presenze militari e di polizia. La scusa per questa operazione è l’emergenza migranti e il blocco delle partenze. In realtà si tratta di un intervento militare in Africa per difendere le fonti di materie prime (coltan, diamanti, petrolio) e i mercati di sbocco dall’influenza di altri paesi imperialisti, in primo luogo la Cina.

Il coinvolgimento dell’Italia
Lo scorso 17 gennaio la Camera dei Deputati ha approvato, nel silenzio dei media, l’inizio di nuove missioni militari in Africa – 118 milioni, circa 1000 soldati e 200 mezzi militari . Raddoppierà in questo modo la presenza militare italiana in Africa, cresciuta moltissimo dopo il 2011, quando l’Italia ha aggredito la Libia con bombardamenti aerei. Le missioni in Tunisia e Niger sono in stallo, ma in Libia già da tempo sono presenti le truppe italiane per difendere gli interessi dei padroni del petrolio e partecipare al saccheggio neocoloniale della regione. Una presenza che si inquadra negli obiettivi dell’Unione Europea e della NATO.
Le forze politiche che hanno basato la loro proposta elettorale sul “prima gli italiani” e “aiutiamoli a casa loro” (dal PD alla Lega passando per i 5Stelle) alimentano contemporaneamente il razzismo e la politica estera imperialista e guerrafondaia dell’Italia e dell’Unione Europea.
E in un clima di crisi politica la crescente militarizzazione della società e l’aumento delle spedizioni militari all’estero vengono gestiti come normale amministrazione, così come è normale amministrazione lo sfruttamento e l’ingiustizia sociale che la macchina dello stato continua a produrre. Opponiamoci a tutto questo!

CONTRO TUTTI I GOVERNI ! CONTRO TUTTI GLI ESERCITI !

Federazione Anarchica Livornese

cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario

collettivoanarchico@hotmail.it

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Contro tutti gli eserciti, contro tutti i governi!

Contro tutti i governi! contro tutti gli eserciti!
Presidio antimilitarista
1 giugno a Livorno
ore 17:30
Via Grande, angolo Via del Giglio

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Libere e autodeterminate: oltre la legge 194

rieviamo e pubblichiamo

Libere e autodeterminate: oltre la legge 194

NonUna di Meno Livorno organizza per venerdì 25
Presidio informativo Via Grande angolo Via del Giglio alle ore 17,30
 
a seguire apericena al “Refugio” – Scali del Refugio 8.
 
La legge 194, nata sulla scia delle lotte femministe, ottenne quarant’anni fa che le donne non fossero più costrette all’aborto clandestino, che l’aborto non fosse più un reato per cui si andava in galera, che chi sceglieva di abortire potesse farlo con la dovuta assistenza sanitaria, nelle strutture pubbliche.
 
Frutto del compromesso politico con i cattolici e i settori più reazionari,
porta con sé molti limiti, che ne ostacolano l’efficacia:
 
l’obiezione di coscienza ha una media nazionale del 70%
con punte del 90% in alcune regioni del sud;
 
l’aborto farmacologico con la RU486 è somministrato da pochi ospedali
e in modo limitato;
 
il progressivo smantellamento dei consultori dovuto a disinvestimento economico e tagli alla sanità pubblica rende difficile una adeguata gestione della salute sessuale delle donne.
 
Una marea di motivi per essere in piazza
 
Quello che fu conquistato quarant’ anni fa da una grande stagione di lotte: molto più di una legge. È la coscienza che la scelta sui nostri corpi è solo nostra.
 
Queste giornate non sono una celebrazione del passato né una difesa dell’esistente. Sono un momento di mobilitazione, sono un grido di rivendicazione.
Siamo una forza che ritorna, che attraversa le piazze. Ora come allora

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Livorno 25 maggio: per la libertà di scelta!

Livorno 25 maggio: per la libertà di scelta!

Quarant’anni fa una grande stagione di lotte costrinse lo Stato a depenalizzare l’aborto. Le donne nelle piazze affermavano principi di libertà, nelle varie strutture autogestite costruivano esperienze di autodeterminazione.

La libertà di scelta sul proprio corpo è stata affermata come valore collettivo e come pratica di solidarietà in grado di rompere le segregazioni di classe, non come principio egoistico e borghese.
La legge che regolamentò l’aborto cercò di porre fine a queste esperienze di libertà, ponendo l’autodeterminazione della donna sotto la tutela degli esperti, medici, psicologi, magistrati; cercò di vanificare il nuovo diritto con l’obiezione degli operatori sanitari, ma la vigilanza delle donne ha bloccato le manovre reazionarie.
Oggi la violenza contro le donne assume anche la forma dell’attacco all’interruzione volontaria della gravidanza, ed in prima fila ci sono le organizzazioni clericali e fasciste.
Le anarchiche e gli anarchici sostengono le lotte per l’autodeterminazione, la difesa e l’allargamento degli spazi di libertà, contro ogni forma di violenza e contro il patriarcato.
Per questo sosteniamo le iniziative organizzate da NonUnaDiMeno e partecipiamo al presidio indetto per venerdì 25 maggio.
FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE
cdcfederazioneanarchica@virgilio.it
federazioneanarchica.org
COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO
collettivoanarchico@hotmail.it
collettivoanarchico.noblogs.org
“Quando il potere legislativo ed il governo accettano e soddisfano sotto forma di legge o di decreto qualche nuova domanda sorta dalla coscienza pubblica, ciò è sempre in seguito a reclami innumerevoli, ad agitazioni straordinarie, a sacrifici non indifferenti del popolo. E quando i governanti si sono decisi a dire di sì, a riconoscere un diritto nei loro sudditi, e mutilato ed irriconoscibile, lo promulgano nelle carte, nei codici, quasi sempre quel diritto è già sorpassato, l’idea è già vecchia, il bisogno pubblico di quella tal cosa non è più sentito; e la nuova legge serve allora a reprimere altri bisogni più urgenti che si affacciano, che devono attendere di essere sterilizzati, ipertrofici, prima di essere riconosciuti da una legge successiva.”
(Pietro Gori)

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Braccialetti di classe, il controllo sui lavoratori

Braccialetti di classe

“Lavoratore produttivo è colui che aumenta direttamente la ricchezza del padrone” (Malthus, Principles of Political Economy).

I braccialetti elettronici, che la ditta appaltatrice imporrà agli spazzini di Pisa e Livorno, ci dicono molte cose: su questi lavoratori, sull’internet delle cose, sul ruolo delle amministrazioni locali.

I braccialetti elettronici

Come sostiene il periodico livornese “Senza Soste” (http://www.senzasoste.it/aamps-amazon-vergogna/), l’Avr-Manutencoop, alleanza di imprese che ha in appalto la pulizia delle strade nelle due città, “ha sviluppato un sistema informativo di gestione per assegnare i compiti aziendali e, sul suo sito, afferma di implementare sistemi Iot (internet delle cose, in poche parole internet legata a oggetti di ogni tipo dal frigorifero ai lampioni a strumenti di lavoro) per (testuale) “avere un controllo in tempo reale su cassonetti, automezzi e altre strutture”.”. Il braccialetto elettronico imposto agli spazzini Avr lega il lavoratore ai mezzi di produzione, automezzi, cassonetti e altri strumenti, che fanno parte del processo di produzione immediato, processo di cui questo lavoratore è la parte animata.

Condividiamo le critiche di Senza Soste sulla pericolosità e vergogna di questo strumento e ci auguriamo che le organizzazioni dei lavoratori siano in grado di imporre nuove e migliori condizioni di lavoro. La critica rivoluzionaria, comunque, deve spingersi oltre la denuncia del singolo fatto, per quanto aberrante ed individuare i nessi sociali che determinano il carattere antagonistico di ogni innovazione tecnologica.

Nel caso specifico il sistema adottato consente al lavoratore di individuare subito i cestini da svuotare, con un aumento del ritmo di lavoro; alla fine il lavoratore avrà svuotato più cestini, sarà stato più redditizio per Avr, a parità di paga, anche se la funzione di controllo non è in primo piano per la dirigenza aziendale.

L’Avr-Manutencoop è un’alleanza di imprese, che ha preso in appalto un servizio dal gestore del servizio dell’igiene urbana. Il carattere di servizio dell’attività svolta non incide sul fatto che ci troviamo all’interno del processo di produzione; infatti merci sono tutti i prodotti, beni o servizi, destinati ad essere venduti. Attraverso il contratto di appalto una parte, l’appaltatore (in questo caso l’Avr), assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, l’obbligazione di compiere in favore di un’altra (committente o appaltante) un’opera o un servizio in cambio di un corrispettivo in denaro. L’Avr-Manutencoop diventa così il capitalista che, in quanto rappresentante del capitale produttivo, dirige e sfrutta il lavoro produttivo, in modo che, alla conclusione del contratto, il capitale anticipato frutti un capitale accresciuto e lavoratori diventano i salariati della fabbrica dell’igiene urbana.

Per quanto disseminata sul territorio, l’internet delle cose permette di implementare il comando capitalista all’interno dei mezzi di lavoro e trasformare gli autocarri, i cassonetti e tutte le strutture impiegate dai lavoratori in strumenti che impiegano lavoro vivo, che assorbono lavoro vivo, che succhiano la linfa vitale dei lavoratori per dare la vita al mostro inanimato del lavoro morto, del capitale.

Qual è la condizione sociale dei dipendenti Avr? Per quanto il servizio da loro fornito sia simile a quello dei vecchi dipendenti della municipalizzata, è profondamente diverso per lo scopo, che per questi era assicurare la pulizia della città, mentre per quelli è assicurare un profitto crescente ad Avr. Per quanto i lavoratori di Avr siano disseminati sul territorio, per quanto il rapporto giuridico possa essere precario e differenziato da dipendente e dipendente, il fatto di essere trasformati in appendici viventi dei mezzi di produzione, in accessori della fabbrica dell’igiene urbana, li fa assomigliare molto di più agli operai della grande fabbrica automatica.

Che cosa caratterizza l’operaio all’interno del processo produttivo capitalistico? Se bastassero “le man callose e il volto abbronzato”, anche Patrizio Bertelli, CEO di Prada, al ritorno da una settimana di regate, potrebbe essere scambiato per un operaio. Anche il lavoro manuale va scomparendo, man mano che l’operaio viene trasformato in semplice sorvegliante, accessorio del complesso automatico di macchine. Quindi i tratti caratteristici della condizione operaia, anche nella condizione attuale sono: la produzione plusvalore e la condizione di dipendenza del lavoratore, dipendenza non dall’organizzazione aziendale, più o meno basata sul merito e sulla professionalità, ma dal ritmo incessante del macchinario, che sottomette le esigenze vitali del lavoratore ad una razionalità astratta, basata sull’applicazione della matematica e delle scienze al processo produttivo, che trasforma la sete di profitto dell’azienda capitalista in una razionalità apparentemente imparziale.

Se noi astraiamo quindi dal processo lavorativo particolare, concentriamo la nostra attenzione sul processo di valorizzazione e sul rapporto tra lavoratore e mezzi di produzione, il passaggio da lavoratori dipendenti di una municipalizzata a lavoratori dipendenti di un’azienda capitalistica provoca l’aumento del numero degli operai.

Il capitalista, dal suo apparire, pone il processo lavorativo sotto il suo comando e controllo: la sorveglianza e la disciplina imposta dal capitalista intervengono affinché il lavoratore esegua il suo lavoro con assiduità, che non ci siano sprechi nella materia prima o nei mezzi di lavoro. Prima che la fabbrica automatica imponga agli operai i ritmi dettati dal macchinario, questa disciplina viene imposta dal capitalista attraverso una gerarchia che non si basa sulle abilità professionali, ma sulla capacità di controllare i subordinati e sulla fedeltà al proprietario, composta da capi reparto, capisquadra, marcatempo, sorveglianti e guardie, oltre alle spie e ai crumiri. È con questi manutengoli che si esprime l’arroganza del padrone a chi varca per la prima volta il cancello della fabbrica.

L’internet delle cose, oltre ad umiliare i lavoratori, suona la campana a morto per questi rappresentanti del capitalista: Avr non avrà più bisogno di un ispettore che giri la città controllando il lavoro svolto dagli operai: questi quadri intermedi saranno ricacciati, prima o poi, nella grande massa degli operai, se non dei disoccupati.

Quanto avviene nella raccolta rifiuti, tra Avr e lavoratori, non è comunque una cosa che riguarda solo loro: l’ente appaltante, in questo caso il Comune di Livorno, che appalta ad Aamps, che a sua volta appalta ad Avr, ha una responsabilità diretta: spetta al sindaco vigilare affinché l’appaltatore rispetti la dignità degli operai. Oltre che sindacale, quindi, la questione dei braccialetti agli spazzini diventa questione immediatamente politica. Dimostra ancora una volta che il culto della legalità e della democrazia è incapace di dare ai lavoratori strumenti di lotta contro le prepotenze dei capitalisti.

Tiziano Antonelli

Articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova

Umanità nova si può trovare a Livorno:

Edicola P.zza Grande (angolo via Pieroni)
Edicola Via Garibaldi 7
Edicola P.zza Damiano Chiesa
Edicola Porto (Piazza Micheli lato Quattro Mori)
Edicola viale Carducci angolo Viale del Risorgimento
Edicola Dharma – viale di Antignano
Bar Dolcenera via della Madonna 38
Pub “Birra Amiata House” – via della Madonna, 51
Federazione Anarchica Livornese – via degli Asili 33

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Nogarin e la macchina

Nogarin e la macchina

Il traffico e la sosta nella città di Livorno, soprattutto delle autovetture private, ha subito in questi ultimi giorni quella che il sindaco Nogarin definisce “una vera e propria rivoluzione”.
È difficile criticare le scelte dell’autorità per quello che riguarda il traffico privato: si rischia di passare per difensori di un sistema inefficiente, dissipativo e dannoso. Sappiamo d’altra parte che questo sistema ha profonde cause sociali, che arrivano alla contrapposizione tra città e campagna. Di fronte a queste cause sociali, le amministrazioni locali possono solo proporre palliativi più o meno efficaci.

Del resto, ho l’impressione che dietro questa iniziativa ci sia una campagna mediatica, volta a criminalizzare i comportamenti spontanei, tendente a convincere i cittadini che, abbandonati a se stessi, non sono in grado di adottare comportamenti virtuosi, ma solo di recar danno a sé e agli altri.
Nei suoi vari interventi, il sindaco Nogarin mette in evidenza come sui temi del traffico e della sosta il caos l’abbia fatta da padrone, senza rispetto per le più elementari norme di sicurezza, su cui per troppo tempo è stato chiuso un occhio. È convinzione dell’amministrazione comunale che, grazie al suo intervento, verrà posto termine ad un sistema di illegalità diffusa.

È strano che un movimento così attento alla comunicazione come quello dei grillini, di cui è espressione il sindaco di Livorno, non si accorga del corto circuito provocato dalle precedenti affermazioni. La denuncia della mancanza di legalità può avere senso per un’amministrazione appena insediata, non certo per un’amministrazione che governa da quattro anni ed è vicina alla fine del proprio mandato: dov’era la polizia municipale fino ad oggi? perché non è intervenuta per porre fine al sistema di “illegalità diffusa”? Le nuove gride manzoniane sul traffico e la sosta non daranno certo maggiore efficienza alla polizia municipale, piuttosto affideranno a ditte esterne – quelle che avranno in concessione i nuovi stalli blu – la sorveglianza sulla sosta, accentuando il processo di privatizzazione delle attività comunali. Anche la polemica sulla “illegalità diffusa” non regge alla minima critica: se il traffico e la sosta erano conformi alle precedenti disposizioni comunali ci troviamo di fronte ad un cambiamento di queste disposizioni, se le precedenti disposizioni comunali non erano conformi alle norme del codice della strada ed alle più elementari norme di sicurezza, come afferma il sindaco, perché aspettare quattro anni per cambiarle?

L’esigenza di fare cassa è probabilmente il vero motivo delle nuove misure. Lasciando da parte l’impressione che le amministrazioni locali incasinino volutamente traffico e sosta in modo da aumentare gli incassi con le multe, resta il fatto che le nuove norme sono un ulteriore balzello su un bene, l’autovettura, il cui uso è reso indispensabile dall’inefficienza e dalla disorganizzazione del trasporto pubblico locale, mentre le esigenze di spostamento aumentano in relazione alla precarietà del lavoro ed alla scomparsa delle attività commerciali di prossimità.

Se il traffico è reso caotico dalle auto lasciate in sosta sulla carreggiata, la soluzione non è rendere la sosta a pagamento, quanto costruire parcheggi adeguati che liberino le strade dalle auto. Chi paga questi parcheggi? Vale la pena ricordare che una delle cause della auto in sosta e del traffico è la trasformazione di tanti fondi commerciali in unità abitative, per non parlare delle cantine e delle soffitte. Qui emerge direttamente la responsabilità dell’amministrazione comunale, che permette queste trasformazioni. La normativa urbanistica prevede infatti che per le nuove costruzioni devono essere previsti parcheggi in ragione di un metro quadro ogni 10 metri cubi di nuova costruzione e le trasformazioni rientrano in questa casistica, tanto che ormai da anni l’amministrazione comunale sana queste situazioni a fronte di un esborso adeguato.

Quindi l’amministrazione comunale ha incassato milioni di euro a fronte delle ristrutturazioni e non ha provveduto a fornire i cittadini di quei parcheggi che l’iniziativa individuale non è in grado di fornire. Il sistema di trasporto basato sull’automobile ha un rendimento ridicolo, assorbe una quantità enorme di energia senza dare nulla in cambio, è dannoso all’uomo ed all’ambiente; è utile soltanto alla mera valorizzazione insensata e ottusa del capitale. Il modo di produzione organizzato per aumentare il profitto individuale di ogni singolo capitalista si rivela ancora una volta causa del disordine, dello spreco di forze umane e naturali, della miseria e della sovrapproduzione.

Di fronte a questi fenomeni sociali le amministrazioni locali sono impotenti: la politica seguita da questa amministrazione e da quelle che l’hanno preceduta, però, ha addirittura aggravato i danni provocati dall’uso del mezzo privato, a fronte di un ininterrotto flusso di soldi nelle casse comunali.
D’altra parte, l’idea che sia possibile una soluzione centralizzata dei problemi individuali, che il problema sia creato dal mancato rispetto della legge anziché dall’impossibilità di applicare una legge qualsiasi, è una concezione reazionaria condivisa ai massimi livelli dai grillini.

Le recenti misure prese dall’amministrazione Nogarin, oltre a quelle sul traffico e la sosta, cioè quelle sulla raccolta porta a porta dei rifiuti e sul daspo urbano, hanno alla base la comune concezione che il popolo, come un eterno bambino, debba essere educato con un sistema di premi e punizioni e che, abbandonato a se stesso, non possa che degenerare. Gli anarchici non possono ovviamente condividere questa convinzione: essi affermano che la causa principale è la cattiva organizzazione sociale e che il potere politico, locale, nazionale o sovranazionale, ha per scopo di mantenere l’attuale organizzazione sociale. Anche senza essere anarchici, però, non si può non vedere la pericolosità di questa operazione mediatica in una città dove le uniche occasioni per soddisfare le più elementari esigenze dei cittadini sono create dall’azione diretta e dall’autorganizzazione.

Tiziano Antonelli

Articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova

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Sacco e Vanzetti // presentazione libro + aperitivo

Sacco e Vanzetti // presentazione libro + aperitivo

Venerdì 18 maggio
ore 19:30 Aperitivo
ore 21:00 presentazione libro “Sacco & Vanzetti”

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Venerdì 18 maggio, alle ore 21, presso la sede della Federazione Anarchica Livornese, Via degli Asili 33 sarà presentato il libro di
Ronald Creagh “SACCO & VANZETTI, Un delitto di Stato”, Edizioni Zero in Condotta, partecipa Antonio Lombardo


Sacco e Vanzetti
Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore, 22 aprile 1891 – Charlestown, 23 agosto 1927) e Bartolomeo Vanzetti (Villafalletto, 11 giugno 1888 – Charlestown, 23 agosto 1927) erano due lavoratori italiani emigrati negli Stati Uniti. I due furono arrestati, processati e condannati a morte con la pretestuosa accusa di omicidio di un contabile e di una guardia durante una rapina. Furono condannati perché erano militanti anarchici.
Nonostante la mobilitazione internazionale che ribadiva la loro innocenza, Sacco e Vanzetti furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927. Il 23 agosto 1977, a cinquant’anni dal loro assassinio, Sacco e Vanzetti furono completamente riabilitati dal governatore dello stato del Massachusetts.

Il libro
Questo studio, basato su un’abbondante documentazione, si legge come un romanzo e appassionerà sia coloro che già conoscono la storia di Sacco e Vanzetti sia quanti vogliono saperne di più sull’America del proibizionismo e l’Europa degli anni ‘folli’.
Lo storico Ronald Creagh nell’affrontare la tragica vicenda dei due
anarchici ricostruisce, per la prima volta, grazie a fonti inedite, il mondo nel quale vivevano Sacco e Vanzetti prendendo in considerazione gli archivi dell’FBI finalmente disponibili, e i lavori apparsi negli ultimi tempi, tra i quali il testo di Paul Avrich.
Quello a Sacco e Vanzetti non fu un semplice processo, ma un
avvenimento che determinò alleanze e mobilitazioni, trasformandosi
progressivamente in un vero e proprio mito che ha influenzato
durevolmente i comportamenti da una parte e l’altra dell’Atlantico.
L’esempio della loro lotta eroica contro un’istituzione, che diverrà l’FBI, è valida ancora oggi quando il destino del pianeta, e di chi lo vive, è deciso all’ombra di organizzazioni e di reti spietate.

L’autore
Ronald Creagh, professore emerito all’Università Paul-Valéry di
Montpellier e membro del comitato di redazione di varie riviste inglesi e statunitensi, come Utopian Studies, è autore di molti testi, tra i quali “Laboratori d’Utopia. Le comunità libertarie negli Stati Uniti”, tradotto in italiano per Elèuthera.

Federazione Anarchica Livornese
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Basta morti, basta sfruttamento

Basta morti, basta sfruttamento

Siamo vicini ai familiari e agli amici delle vittime di questa nuova strage nel porto di Livorno.

Il deposito costiero Neri, impianto di cui si prospetta un ulteriore apliamento, è composto di numerosi serbatoi (l’esplosione è avvenuta nel n°62), soggetti a frequenti cambi dei prodotti stoccati e questi cambiamenti comportano una serie di manovre ad alto rischio perché i prodotti sono altamente infiammabili, esplosivi, etc. Questo deposito è in una zona dove ci sono altre attività industriali ad alto rischio, vicino a una raffineria e in una zona di passaggio anche per i cittadini, che sopratutto nella stagione estiva, si recano al mare. Qui non è in ballo solo la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma la sicurezza di un’intera area della città di Livorno. Questo è un segnale che va colto.

Non sappiamo ancora le precise cause di questa esplosione ma comunque ogni incidente sul lavoro accade perchè non si spende sulla prevenzione a vantaggio del profitto. Spesso si sente dire che va ridotto il costo del lavoro, e quei risparmi vengono fatti scommettendo sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Con il ricatto della disoccupazione i padroni, i proprietari dei mezzi di produzione, impongono alle lavoratrici e ai lavoratori condizioni da “nuovo schiavismo”, mentre i risparmi sui costi della sicurezza ingrassano i profitti e i dividendi. Intanto chi chiede condizioni di lavoro più sicure, in porto e altrove, subisce provvedimenti disciplinari, mentre i sindacati che non si piegano ad accettare accordi capestro vengono emarginati, il tutto sotto l’occhio paterno dell’Autorità Portuale.

Sppiamo bene tutte e tutti che la richiesta di maggiori norme di sicurezza cade nel vuoto in questa società, società capitalista il cui fine è il profitto individuale. Una società in cui la Confindustria, che applaude al proprio congresso gli assassini della Thyssen-Krupp, si preoccupa della produttività e di maggiori margini di profitto chiedendo nuovi finanziamenti statali, i ministri rilanciano il messaggio, i politici mettono in programma con l’approvazione dei sindacati “rappresentativi”……e i lavoratori muoiono.

Per una società e una vita libera dallo sfruttamento.

 

Commissione di Corrispondenza della

Federazione Anarchica Livornese

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In piazza contro le nuove missioni in Africa

In occasione della settimana di lotta lanciata dalla FAI contro le nuove missioni militari italiane in Africa, anche a Livorno c’è stata un’iniziativa di piazza sabato 17 marzo. Il presidio organizzato dalla Federazione Anarchica Livornese e dal Collettivo Anarchico Libertario nella zona del centro vicino al mercato, all’angolo tra Via Grande e Via del Giglio, dove è stato appeso lo striscione “Via le truppe italiane dall’Africa! No alla guerra!” è stato molto partecipato e l’iniziativa ha suscitato molto interesse tra i passanti vista anche la scarsa informazione sull’argomento. Si tratta della seconda iniziativa di piazza contro le nuove missioni in Africa che si tiene in città. Già il 4 febbraio scorso si era tenuto un partecipato presidio unitario in Piazza Cavour organizzato dagli Antimilitaristi livornesi. Queste iniziative possono servire da base per la costruzione di un’opposizione non solo all’invio di nuove truppe italiane in Africa ma più in generale alle politiche di guerra e alla militarizzazione della società.

Segue il testo del volantino diffuso a Livorno:

Via e truppe italiane dall’Africa!

No alle missioni militari in Niger, Libia, Tunisia! Basta guerra!

Basta spese militari!

Lo scorso 17 gennaio la Camera dei Deputati ha approvato, nel silenzio dei media, l’inizio di nuove missioni militari in Africa ed ha confermato il rinnovo delle missioni già in corso. Nei prossimi mesi quasi 1000 soldati e oltre 200 mezzi militari saranno inviati in Libia, Niger e Tunisia. Raddoppierà in questo modo la presenza militare italiana in Africa, cresciuta moltissimo dopo il 2011, quando l’Italia ha aggredito la Libia con bombardamenti aerei.

I soldati italiani in Niger non sono benvenuti

Il 25 febbraio varie migliaia di persone sono scese in piazza a Niamey, la capitale del Niger, e in altre città del paese contro le basi militari straniere e contro la legge finanziaria definita “antisociale”. Le manifestazioni erano organizzate da associazioni e sindacati. Lo stato italiano si prepara a inviare soldati e mezzi militari in un paese dove già i lavoratori e parte della popolazione protestano contro la presenza delle truppe francesi, statunitensi e tedesche. Lo stesso governo del Niger, probabilmente per le pressioni interne, ha espresso forti dubbi sulla missione italiana.

Come può un’altra guerra aiutare i migranti?

Fermare i “trafficanti di esseri umani” sembra essere la motivazione ufficiale degli interventi in Libia e Niger. Ma è stata proprio la classe dirigente italiana a preparare e strumentalizzare le stragi in mare per dare il via alla missione “Mare Nostrum”, che ha creato le condizioni per inviare le truppe in Libia a difendere gli interessi dell’ENI sul petrolio. Proprio il governo italiano accordandosi con il governo locale ha concorso alla creazione dei lager per migranti in Libia. L’orrore di quei lager è divenuto ora la giustificazione per inviare ancora più truppe in Libia e per inviare soldati in Niger.

In Tunisia per fare cosa?

In Tunisia i militari italiani costituiranno un Comando di Brigata della NATO. Nel 2011 l’insurrezione popolare ha fatto cadere il regime di Ben Ali, e oggi vi è un forte malcontento per i gravi problemi sociali non risolti dalla “rivoluzione interrotta”. Le prime settimane del 2018 sono state segnate da grandi proteste contro l’aumento dei prezzi e contro le riforme antipopolari imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo tunisino ha represso nel sangue le proteste, utilizzando i militari per sparare sui manifestanti. I soldati italiani e la NATO saranno in Tunisia dunque anche come garanzia della “stabilità” del paese. Da decenni l’Italia interferisce nella politica interna tunisina, al punto che il colpo di stato che nel 1987 portò al potere Ben Ali fu preparato dai servizi segreti militari italiani (SISMI). Oggi la situazione è più instabile e si inviano direttamente soldati italiani. Dopotutto per imporre la politica di sfruttamento ci vuole la forza delle armi. Inoltre, un Comando NATO in Tunisia, paese strategico per il controllo del nord Africa, prepara il terreno per nuovi interventi militari nella regione.

No al nuovo colonialismo italiano in Africa

In queste missioni non c’è nessuno scopo umanitario. Lo stesso governo non parla di missioni “umanitarie” ma di missioni per la “sicurezza nazionale”. I soldati italiani vanno in Africa per interessi economici enormi: l’uranio in Niger, gli interessi ENI in Libia e in Nigeria, il gasdotto che attraverso la Tunisia porta in Italia il gas algerino, il mercato delle ex-colonie francesi. L’Italia entra ufficialmente nelle guerre in Africa per partecipare alla grande spartizione del continente tra le potenze mondiali. Le nuove missioni costeranno 118.798.581 euro. Che si aggiungono a una spesa militare stimata a 25 miliardi per il 2018. 68 milioni al giorno. A noi resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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Presidio: Via le truppe italiane dall’Africa!

 

Via le truppe italiane dall’Africa!

Scendiamo in piazza anche a Livorno contro la guerra dell’Italia in Africa, contro l’avventura neocoloniale votata nel silenzio dei media prima delle elezioni.

La guerra è il mezzo che lo stato e il capitale utilizzano per mantenersi e alimentarsi.

Con le nuove missioni militari saranno inviate truppe in Libia, Niger, Tunisia e in altri paesi africani, in questo modo il governo italiano con una nuova strategia militare entra ufficialmente nel confronto tra potenze imperialiste per la spartizione del continente africano.

Nella settimana tra il 10 e il 18 marzo in varie città si terranno iniziative contro la guerra per la settimana di lotta antimilitarista contro le missioni militari in Africa lanciata dalla FAI, scendiamo in piazza anche a Livorno.

Via Grande (angolo con via del Giglio)
Sabato 17 marzo
ore 16:30

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

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