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20 NOVEMBRE ANTIMILITARISTA a Torino

20 novembre corteo antimilitarista a Torino
Mercanti d’armi e missioni militari: colonialismo e buoni affari

Le armi italiane, in prima fila il colosso pubblico Leonardo, sono presenti su tutti i teatri di guerra. Guerre che paiono lontane sono invece vicinissime: le armi che uccidono civili in ogni dove, sono prodotte non lontano dai giardini dove giocano i nostri bambini.
Torino è uno dei centri dell’industria bellica.
Dal 30 novembre al 2 dicembre si terrà a Torino “Aerospace & defence meetings”, mostra-mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
La convention, giunta alla sua ottava edizione, sarà ospitata all’Oval Lingotto, centro congressi facente parte delle strutture nate sulle ceneri del complesso industriale dell’ex Fiat.
La mostra-mercato è riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, esponenti delle forze armate degli Stati e compagnie di contractor. Alla scorsa edizione parteciparono 600 aziende, 1300 tra acquirenti e venditori ed i rappresentanti di 30 governi. Il vero fulcro della convention sono gli incontri bilaterali per stringere accordi di cooperazione e vendita: nel 2019 ce ne furono oltre 7.500.
Tra gli sponsor ospiti del meeting spiccano la Regione Piemonte e la Camera di Commercio subalpina.
Settima nel mondo e quarta in Europa, con un giro d’affari di oltre 16.4 miliardi di euro, 47.274 addetti l’industria aerospaziale è un enorme business di morte.
L
a gran parte delle aziende italiane dell’aerospazio si trova in Piemonte, dove il giro d’affari annuale è di 3,9 miliardi euro. I settori produttivi sono strettamente connessi con le università, in primis il Politecnico, e altri settori della formazione.
In Piemonte, ci sono ben cinque attori internazionali di primo piano: Leonardo, Avio Aero, Collins Aerospace, Thales Alenia Space, ALTEC. Gran parte delle industrie mondiali di prima grandezza partecipano alla biennele dell’aerospazio.

A Torino nei prossimi mesi sorgerà la città dell’aerospazio, un nuovo polo tecnologico dedicato all’industria di guerra. Il progetto coinvolge Regione Piemonte, Comune, Politecnico, Università, Camera di Commercio e Unione Industriale di Torino, Api, Cim 4.0, il Distretto aerospaziale piemontese e Tne.
Inutile dire che chi vive in Piemonte probabilmente ha altre necessità, come casa, reddito, salute, istruzione, trasporti di prossimità.
A fine novembre all’Oval saranno allestiti alveari di uffici, dove verranno sottoscritti accordi commerciali per le armi che distruggono intere città, massacrano civili, avvelenano terre e fiumi. L’industria aerospaziale produce cacciabombardieri, missili balistici, sistemi di controllo satellitare, elicotteri da combattimento, droni armati per azioni a distanza.
L’Aerospace and defence meeting è un evento semi clandestino, chiuso, dove si giocano partite mortali per milioni di persone in ogni dove.
L’industria bellica è un business che non va mai in crisi. L’Italia fa affari con chiunque.
La chiusura e riconversione dell’industria bellica è urgente e necessaria.

Le truppe del Belpaese fanno la guerra in Niger, Libia, Golfo di Guinea, stretto di Ormuz, Iraq, nel Mediterraneo ed in tanti altri luoghi del pianeta.
La scorsa estate il parlamento ha approvato il rifinanziamento delle varie avventure neo-coloniali delle forze armate italiane. In Africa sono concentrate 18 delle 40 missioni tricolori.
Le missioni militari all’estero costano un miliardo e 200 milioni di euro: 9.449 i militari impiegati: un secco aumento rispetto alle cifre già da record del 2020.
Le spese militari quest’anno hanno toccato i 25 miliardi. Vent’anni di guerra e occupazione militare dell’Afganistan sono costati alla sola Italia 8,7 miliardi di euro.
Va in soffitta la retorica delle missioni umanitarie ed entra in ballo la “difesa degli interessi italiani”.
Le bandiere tricolori sventolano accanto a quelle gialle con il cane a sei zampe dell’ENI.
La decisione di costruire una base militare italiana in Niger mira a rendere stabile la presenza tricolore nell’area, facendone un avamposto per la difesa degli interessi dell’ENI in Africa.
La diplomazia in armi del governo per garantire i profitti della multinazionale petrolifera va dalla Libia al Sahel al Golfo di Guinea. Queste aree hanno un’importanza strategica per gli interessi dell’ENI, perché vi si trovano i maggiori produttori africani di gas e petrolio. L’obiettivo è la protezione delle piattaforme offshore e degli impianti di estrazione.
L’ENI rappresenta oggi la punta di diamante del colonialismo italiano in Africa.
Alla guerra per il controllo delle risorse energetiche si accompagna l’offensiva contro le persone in viaggio, per ricacciare i migranti nelle galere libiche, dove torture, stupri e omicidi sono fatti normali. Come un serpente che si morde la coda le migrazioni verso i paesi ricchi sono frutto della ferocia predatoria delle politiche neocoloniali. Sotto all’ampio cappello della “sicurezza” e della “lotta al terrorismo” si articola una narrazione che mescola interessi economici con la retorica della missione di protezione delle popolazioni locali. Popolazioni che sono quotidianamente sfruttate, depredate ed oppresse da governi complici delle multinazionali europee, asiatiche e statunitensi.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce della stessa medaglia.
Nel nostro paese militari sono stati promossi al ruolo di agenti di polizia giudiziaria e, da oltre dieci anni , con l’operazione “strade sicure”, sono nei CPR, dove vengono rinchiusi i corpi in eccedenza da espellere, nei cantieri militarizzati e per le strade delle nostre periferie, dove la guerra ai poveri si attua con l’occupazione e il controllo etnicamente mirato del territorio, per reprimere sul nascere ogni possibile insorgenza sociale.

Nel nostro paese ci sono porti e aeroporti militari, poligoni di tiro, aree di esercitazione, spazi dove vengono testati ordigni, cacciabombardieri, droni, navi e sottomarini. Luoghi di morte anche per chi ci abita vicino, perché carburanti, proiettili all’uranio impoverito, dispositivi per la guerra chimica inquinano in modo irreversibile terra e mare.
Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi militari sparse per l’Italia.

Provate ad immaginare quanto migliori sarebbero le nostre vite se i miliardi impiegati per ricacciare uomini, donne e bambini nei lager libici, per garantire gli interessi dell’ENI in Africa, per investire in armamenti fossero usati per scuola, sanità, trasporti.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.
Bloccare le missioni all’estero, boicottare l’ENI, cacciare i militari dalle nostre città, bloccare la produzione e il trasporto di armi, contrastare la mostra mercato dell’industria aerospaziale di guerra sono concreti orizzonti di lotta.

Sabato 20 novembre
corteo antimilitarista a Torino
ore 14,30 da Porta Palazzo – corso Giulio Cesare angolo via Andreis

Contro i mercanti d’armi, le fabbriche di morte e le basi militari
Contro l’Aerospace & defence meetings
Contro la spesa di guerra e le missioni militari all’estero
Contro il colonialismo tricolore, boicottiamo l’ENI
Contro la guerra ai migranti e ai poveri
Contro la violenza sessista di ogni esercito
Contro tutte le patrie per un mondo senza frontiere

Assemblea antimilitarista
per info antimilitarista.to@gmail.com

https://www.facebook.com/antimilitarista

 

 

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Gli occhiali rosa del ministro Franco. Note sul Documento Programmatico di Bilancio.

Gli occhiali rosa del ministro Franco. Note sul Documento Programmatico di Bilancio.

articolo pubblicato sul numero 33 di Umanità Nova del 31/10/21

Il governo, ogni governo, è oggi l’espressione delle classi privilegiate, dei banchieri, dei capitalisti, degli agrari, dei circoli militari e della gerarchia ecclesiastica. Chi ritenesse questa affermazione troppo decisa, farebbe bene a dare un’occhiata al Documento Programmatico di Bilancio, che illustra a grandi linee gli interventi su cui si baserà il disegno di legge di Bilancio, e le conseguenze sulla situazione economica generale e sulla finanza pubblica.

Prima di commentare il quadro che il ministro dell’Economia e Finanza Daniele Franco dipinge degli scenari economici internazionali e italiani, vorrei porre l’attenzione sulle grandezze e gli indici che vengono presi in considerazione. Il punto di partenza nella descrizione delle tendenze dell’economia è la variazione del Prodotto Interno Lordo, di cui viene enfatizzata la crescita superiore alle aspettative e una previsione in aumento rispetto alle stime del Programma di Stabilità definito solo pochi mesi prima. La seconda considerazione fatta da Franco riguarda l’andamento della pandemia: secondo il documento del governo, il mantenimento dei dati sulla Covid-19 al di sotto dei livelli di guardia favorisce il ritorno alla normalità nella vita lavorativa e sociale. Evidentemente la media giornaliera di quasi 34 morti, attribuiti dalle statistiche ufficiali alla pandemia, per il governo rientra nella normalità, cui si possono sacrificare le norme di sicurezza nei posti di lavoro.

Un altro dato su cui il governo punta per dipingere un quadro favorevole della situazione economica è l’andamento dell’occupazione: il DPB afferma che “Coerentemente con l’andamento del prodotto, nel primo semestre l’occupazione ha registrato un notevole recupero”. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, invece, la disoccupazione resterà alta fino a tutto il 2022: “Con un’occupazione in solo lieve recupero, il tasso di disoccupazione crescerà progressivamente, tornando in media d’anno vicino al suo valore pre-crisi (9,9%). Nel 2022, la risalita prevista per l’occupazione tenderebbe a ridurre il tasso di disoccupazione. Tuttavia, l’aumento della forza lavoro si rafforzerà ulteriormente (+1,3%, dopo il +1% nel 2021) e ciò manterrà alto il tasso di disoccupazione, che è previsto pari al 9,6%”.

Quello che inoltre non dice il ministro Franco, è che la ripresa economica si basa su un aumento del lavoro precario, a tempo determinato e discontinuo. In particolare le posizioni lavorative a tempo determinato con durata inferiore o pari a 30 giorni sono aumentate nel secondo trimestre del 2021 del 9,2% rispetto all’anno precedente, mentre il numero dei lavoratori in somministrazione cresce del 39% nello stesso periodo, mentre la crescita di quello dei lavoratori a chiamata o intermittenti è definito “sostenuto” nella nota trimestrale del Ministero del lavoro e della Previdenza Sociale (+63,8%). Si tratta di valori assoluti modesti, tuttavia indicativi delle tendenze del mercato del lavoro.

Nella stessa nota trimestrale, si segnala l’aumento degli infortuni sul lavoro, che nel periodo preso in esame sono stati 119 mila, con un aumento di quasi 25 mila sullo stesso periodo dell’anno precedente (+26,5%). Gli omicidi bianchi sono aumentati ancora di più, passando da 163 nel 2020 a 231 nel 2021, con un aumento di 68 unità, pari a un aumento del 41,78%. Di questa drammatica emergenza non c’è un’eco nel documento, nemmeno in vesti di maggiori stanziamenti per la prevenzione e la medicina del lavoro.

La visione ottimistica del governo è confermata dai paragrafi dedicati, nel Documento Programmatico di Bilancio, al credito, all’inflazione, agli scambi con l’estero, all’andamento della finanza pubblica. Il quadro dipinto dal governo ignora completamente da una parte la condizione di miseria crescente in cui grava la stragrande maggioranza della popolazione, dall’altra la crescita della devastazione ambientale, con le conseguenze inevitabili sulla salute pubblica e sull’ambiente naturale.

Tutto questo avviene non malgrado la crescita economica, ma ne rappresenta la necessaria premessa e la logica conseguenza. Com’è pensabile una crescita economica senza un aumento delle materie prime necessarie alla produzione, quindi senza un aumento del saccheggio del territorio? Com’è pensabile un aumento della crescita economica senza un conseguente e parallelo aumento degli scarti, dei rifiuti, dell’inquinamento generato da questa stessa crescita economica? La pandemia ci ha offerto la dimostrazione dei benefici che la contrazione dell’attività produttiva ha sulla salute pubblica e sull’ambiente.

L’Istat segnala che nel 2020 il numero delle persone in povertà assoluta è di 5,6 milioni, mentre nel 2019 era di 4 milioni e 593 mila, con un aumento di più di un milione di nuovi poveri assoluti e del 21,97 in percentuale, mentre i minori in situazione di povertà assoluta sono 1 milione e 337 mila, Anche l’andamento della povertà relativa, in calo rispetto al 2019, ci segnala un peggioramento delle condizioni di vita. La diminuzione dei consumi (-9% nel 2020) ha un diverso impatto fra chi si colloca nella fascia alta del reddito rispetto a chi si colloca nella fascia bassa: chi si trova nella fascia bassa ha già consumi molto ridotti che è difficile ridurre ulteriormente, tanto che nella fascia bassa si registra una diminuzione media dei consumi del 2,7%, ben al di sotto della media nazionale.

Come diceva Bernard de Mandeville all’inizio del XVIII secolo “in una nazione libera (…) la ricchezza più sicura consiste in una massa di poveri laboriosi” e il governo Draghi, con paterna sollecitudine, si adopera affinché un reddito troppo cospicuo non renda i proletari insolenti e pigri.

La miseria fra la stragrande maggioranza della popolazione non è solo un problema monetario. Una crescita economica costante richiede che, anno dopo anno, il rapporto tra beni e servizi destinati all’investimento e beni e servizi destinati al consumo privato cresca costantemente a vantaggio dei primi. Quindi la miseria non dipende solo da un’ineguale distribuzione del reddito monetario, ma anche da una produzione che ignora le esigenze di una condizione di vita decente per tutti. La crescita economica quindi si alimenta e genera una polarizzazione delle condizioni sociali: il regime della proprietà privata si caratterizza per la concentrazione della proprietà nelle mani di pochi e nella privazione della proprietà per la maggioranza della popolazione.

Se allora questo aumento del prodotto interno lordo non sarà assorbito dalla domanda interna, da chi sarà assorbito? Una prima risposta il documento presentato dal ministro Franco la dà: le esportazioni, nel biennio 2021-2022, cresceranno a un tasso superiore a quello di crescita del commercio mondiale, sottraendo quote di mercato, grazie ai guadagni di competitività nei confronti degli altri stati dell’Unione Europea dovuti ai salari più bassi. Un’altra risposta viene dall’aumento degli investimenti fissi, fra cui in primo luogo le grandi opere, alimentati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Un’ulteriore risposta la diamo noi ed è la spesa bellica. In nessuna parte del documento presentato dal governo si parla degli stanziamenti per le forze armate e per la guerra ma si capisce facilmente che l’aumento della contesa interimperialistica, implicita nell’auspicio di crescita delle esportazioni, spinga al passaggio dalla competizione economica al conflitto armato e che le nuove quote di mercato, o le fonti di approvvigionamento, debbano essere difese in qualunque parte del mondo, in particolar modo in quello che la visione strategica del governo chiama “Mediterraneo allargato”, con ogni mezzo, comprese le armi. D’altra parte proprio la produzione bellica è uno dei punti di forza delle esportazioni italiane, settore a cui il parlamento e il governo dedicano particolari attenzioni.

La crisi del ruolo internazionale degli Stati Uniti, la tendenza dell’Unione Europea a dotarsi di un proprio strumento militare per far fronte alle esigenze imperialistiche delle classi privilegiate europee, l’affacciarsi sul mercato dei capitali dell’Unione Europea come soggetto unico delineano un quadro in cui il piano di ripresa post pandemia assume un ruolo strettamente legato alla politica di potenza della Fortezza Europa. Se a questo aggiungiamo la crescita delle missioni militari all’estero volute dal governo italiano, abbiamo un quadro che ci autorizza a parlare di un bilancio di guerra per le misure adottate dal governo Draghi.

Ma volere non è potere, nemmeno per i governi e nemmeno per quelli che dispongono di una maggioranza composta da quasi tutte le forze parlamentari. Abbiamo già visto come le previsioni rosee sulla disoccupazione travisino la realtà del mercato del lavoro. Anche l’analisi del sistema creditizio è mistificatoria. Secondo la previsione ABI-Cerved, nel 2021 i crediti in sofferenza aumenteranno, passando dal 2,5 del 2020 al 4,3 del 2021, sul totale dei prestiti erogati alle società non finanziarie, con un aumento del 72%. Si tratta ovviamente di previsioni, ma l’aumento dei tassi d’interesse previsto nel Documento Programmatico di Bilancio non potrà che peggiorare la situazione.

Anche Franco, come la maggior parte dei responsabili di politica monetaria, ritiene passeggero l’aumento dell’inflazione registrato in questi mesi, anche se pone alcune condizioni. Intanto, il documento programmatico di bilancio prevede già per il prossimo anno un aumento dei tassi di interesse; se questa tendenza dell’inflazione prosegue, può richiedere ulteriori interventi di politica monetaria con ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Questo però potrebbe avere un effetto devastante sia sui conti pubblici sia a maggior ragione sui conti delle aziende private che sono fortemente indebitate. In questo periodo il dilemma di fronte a cui si trovano le autorità monetarie e finanziarie del governo è quello di una crescita dell’inflazione superiore a quello del PIL, che aprirebbe la strada a scenari di difficile gestione.

In altre parole il governo italiano, come gli altri governi che devono fare i conti con una fase di stagnazione di lungo periodo, aggravata dallo scoppio della pandemia, si trova di fronte a una serie di contraddizioni. Deve innanzitutto mantenere un comodo accesso al credito per le imprese e deve mantenere sotto controllo la dinamica dell’inflazione. Purtroppo il credito facile e il ricorso al deficit di bilancio per finanziare la ripresa, in assenza di un’imposizione adeguata sui patrimoni e sui redditi più alti, generano inflazione e questa, a sua volta, provoca l’aumento dei tassi d’interesse e può essere tenuta sotto controllo solo per mezzo di politiche monetarie restrittive.

I governi italiani che si sono succeduti dal 1945, diversamente dal governo degli Stati Uniti, non hanno potuto usare liberamente le politiche monetarie perché prima la lira era ancorata al dollaro (accordi di Bretton Woods) ed ora è stata sostituita dall’euro, moneta su cui il governo italiano esercita un controllo condiviso con gli altri governi europei. Il governo Draghi, inoltre, con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha in pratica commissariato l’Italia, subordinando la concessione di prestiti da Bruxelles al rispetto delle condizioni imposte dalla Commissione Europea.

Il governo quindi cercherà di barcamenarsi, allentando o stringendo i cordoni della borsa secondo le fluttuazioni del ciclo economico e cercando in tutti i modi di scaricare ulteriormente sui ceti popolari i costi della propria politica economica.

Tutto fatto dunque? Il movimento anarchico è cosciente che unico limite alla prepotenza del governo è l’opposizione che gli sfruttati sono capaci di opporre. Lo sciopero generale e le manifestazioni dell’11 ottobre hanno dimostrato che oggi questa forza c’è ed è disposta a scendere in piazza. Si tratta di continuare sulla strada dell’unità, si tratta di continuare su obiettivi capaci di incidere sulle scelte del governo. La battaglia per il ritiro immediato delle missioni militari all’estero si salda direttamente alla lotta contro la nuova manovra, che aumenta la ricchezza per i capitalisti e la miseria e la disoccupazione per i proletari. Questa saldatura deve essere operativa subito, a partire dalle iniziative antimilitariste in occasione del 4 novembre e in occasione della manifestazione contro l’Aerospace and Defence Meetings di Torino.

Tiziano Antonelli

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Aperitivo benefit – Verso il corteo del 20/11 a Torino

riceviamo dal Coordinamento per il ritiro delle missioni militari

Aperitivo benefit antimilitarista

per sostenere le spese per partecipare alla manifestazione del 20 novembre a Torino

Domenica 7 novembre
dalle ore 19
presso la Ex Caserma Occupata
Aperitivo benefit con cibo, birre, e bevute a prezzi popolari per sostenere le spese per partecipare al corteo antimilitarista del 20 novembre a Torino
—–
Sabato 20 novembre
corteo antimilitarista a Torino
ore 14,30 da Porta Palazzo – corso Giulio Cesare angolo via Andreis
Contro i mercanti d’armi, le fabbriche di morte e le basi militari
Contro l’Aerospace & defence meetings
Contro la spesa di guerra e le missioni militari all’estero
Contro il colonialismo tricolore, boicottiamo l’ENI
Contro la guerra ai migranti e ai poveri
Contro la violenza sessista di ogni esercito
Contro tutte le patrie per un mondo senza frontiere
—–
Come Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari all’estero stiamo preparando la partenza collettiva da Livorno per la manifestazione antimilitarista del 20 Novembre a Torino, potete contattarci al 3331091165 o all’indirizzo no_missioni_livorno@anche.no per informazioni su auto e pullman in partenza per Torino.

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4 novembre antimilitarista – PRESIDIO ITINERANTE

4 novembre antimilitarista

Il 4 novembre, anniversario dell’armistizio dell’Italia con l’Austria-Ungheria che pose fine alla prima guerra mondiale, si celebra la festa delle Forze Armate e dell’unità nazionale. Moltissimi furono i disertori e coloro che espressero un deciso rifiuto della guerra. Nella prima guerra mondiale morirono 600 mila soldati italiani per gli interessi della monarchia e dei circoli finanziari e militari ad essa legati. La retorica dell’unità nazionale fu usata per giustificare questo massacro.
Oggi come ieri, la retorica dell’unità nazionale viene usata per giustificare i sacrifici imposti ai ceti popolari: la manovra appena varata dal governo prosegue con le politiche di sfruttamento, povertà, riduzione delle spese sociali, prevede tagli al reddito di cittadinanza e l’aumento dell’età in cui si può andare in pensione., mentre aumentano drammaticamente infortuni e morti sul lavoro.
Le uniche spese che continuano a crescere sono le spese militari, mentre con l’innovazione digitale e la svolta ecologica previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza l’industria bellica avrà finanziamenti aggiuntivi.
INOLTRE:
– dal 1° novembre il governo permetterà ai padroni di licenziare anche nelle piccole e medie aziende e nei settori in crisi: questa è la ripresa!
– il governo Draghi invia truppe, navi ed aerei ai quattro angoli del mondo, con la scusa di difendere gli interessi nazionali, che sono soprattutto gli interessi delle multinazionali come l’ENI e le industrie produttrici di armi.
Le forze armate in tempo di guerra saccheggiano gli altri paesi, in tempo di pace saccheggiano il proprio imponendo povertà disoccupazione precarietà.
il 4 novembre saremo in piazza
per contestare la retorica nazionalista e patriottica,
per far sentire la nostra voce contro il militarismo, espressione di dominio, di sessismo machista , di esaltazione della forza e della gerarchia .
per il ritiro immediato delle missioni all’estero,
per il taglio delle spese militari.
4 novembre antimilitarista
Presidio itinerante nelle piazze del centro
Ore 17 di fronte alla Prefettura (P. Unità d’Italia), ritrovo e inizio.
– Per il ritiro delle missioni di guerra
– Contro la politica del governo che con la legge di bilancio taglia reddito pensioni e salari per sostenere le spese militari
– Contro il militarismo e la retorica della guerra
– Contro la festa delle Forze Armate che celebra il massacro della prima guerra mondiale
Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari italiane all’estero

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BASTA MORIRE DI CONTENZIONE !! STOP ALLA CONTENZIONE!!

Segnaliamo queste iniziative che si terranno il prossimo fine settimana a Livorno

BASTA MORIRE DI CONTENZIONE !! STOP ALLA CONTENZIONE!!
a LIVORNO:
Sabato 6 Novembre:
– PRESIDIO CONTRO LA CONTENZIONE piazza Damiano Chiesa davanti l’Ospedale nel pomeriggio dalle ore 16
– alle ore 20 PANINI VEGAN+ MUSICA all’ Ex Caserma Occupata in via Adriana 16
Domenica 7 novembre:
– ore 10 all’ Ex Caserma Occupata inizio assemblea antipsichiatrica
– ore 13 Pranzo a cura di Cucina IppoOasi
nel pom proseguimento assemblea

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Resoconto sciopero generale

Sciopero generale!
Oggi a Firenze migliaia di lavoratrici e lavoratori in corteo nella giornata di sciopero generale del sindacalismo di base.
Da Livorno oltre agli scioperanti, a Unicobas, Cub, Usi e alle altre sigle sindacali promotrici della giornata di lotta, ha partecipato al corteo di Firenze anche il Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari italiane all’estero.
Anche in altre regioni i cortei hanno visto una larga partecipazione di lavoratrici e lavoratori in sciopero. Una importante risposta all’appello ad una ripresa unitaria delle lotte sui posti di lavoro e nella società che fin dall’inizio aveva caratterizzato questo sciopero.
La partecipazione alla manifestazione regionale fa pensare che lo sciopero sia riuscito, anche considerando che in altre città della Toscana ci sono state iniziative di portata locale. A Pisa c’erano due presidi in centro, mentre a Livorno sono stati fatti dei blocchi nei pressi del porto.
A Firenze era presente uno spezzone rosso nero al corteo, mentre nelle altre località compagn* anarchic* hanno partecipato a iniziative, manifestazioni e blocchi.

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A Firenze per lo SCIOPERO GENERALE

LUNEDÌ 11 OTTOBRE
SCIOPERO GENERALE
Scioperiamo tutt* e partecipiamo alle manifestazioni territoriali
LIVORNO – alle 8 appuntamento alla stazione per partecipare al corteo regionale a Firenze
MANIFESTAZIONE REGIONALE
per lo sciopero
ore 10 in Piazza Puccini a Firenze

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Festival del libro alla Ex Caserma: banchetto, dibattiti e cena benefit

 

Questo fine settimana saremo presenti alla IV edizione del Festival del Libro della Ex Caserma Occupata con un banchetto di Zeroincondotta Edizioni, Umanità Nova e con altro materiale, giornali, libri anarchici.

Due nostri compagni interverranno anche al dibattito “Dalla Grecia alla rotta balcanica, esperienza di solidarietà tra e con migranti” alle ore 17.30 di sabato 25 settembre.

Domenica sera sosteniamo la cassa di resistenza con la Cena benefit all’Ex Caserma Occupata a conclusione del Festival

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Assemblea cittadina contro la guerra e per il ritiro delle missioni militari

BASTA GUERRE E FRONTIERE
SOLIDARIETÀ ALLA POPOLAZIONE AFGHANA

Nell’ottobre 2001 iniziava l’invasione dell’Afghanistan. Anche l’Italia, nel quadro della NATO, ha partecipato all’occupazione militare del paese che negli ultimi 20 anni ha mantenuto la popolazione in condizioni di miseria, oppressione, guerra, violenza patriarcale. Ora la restaurazione del regime talebano avviene anche per gli accordi fatti dagli USA, con la complicità dell’Italia. La vicenda afghana mostra a cosa portino le missioni militari, e mostra tragicamente l’urgenza di prendere l’iniziativa per il ritiro immediato delle missioni ancora in corso, per garantire la libertà di movimento ai profughi, per rilanciare l’impegno di solidarietà concreta tra i soggetti sfruttati e oppressi in tutto il mondo. In particolare in sostegno alle donne e a tutt* coloro che in questi giorni in Afghanistan stanno levando la propria voce per la libertà.

PER IL RITIRO DELLE MISSIONI MILITARI!

Le missioni militari italiane all’estero sono 40, di cui ben 18 in Africa. Tra 2020 e 2021, in piena pandemia, il governo ha avviato 4 nuove missioni. Nel Golfo di Guinea, nel Sahel, in Somalia, nello Stretto di Hormuz. Tra le motivazioni ufficiali di queste missioni: “proteggere gli asset estrattivi di ENI”. Dal 2018 è presente un contingente militare italiano in Libia che tutela gli impianti dell’ENI, che non ha lasciato il paese neanche durante la guerra civile.

La strategia militare italiana è sempre più aggressiva e predatoria, apertamente imperialista e neocoloniale. Mentre cresce lo scontro tra l’imperialismo di USA, Cina e Russia, si torna a parlare proprio per le missioni coloniali in Africa di un esercito europeo. Le ragioni che muovono le missioni di guerra sono sempre le stesse: controllo delle risorse; spartizione delle aree di influenza politica ed economica e repressione delle istanze sociali e di classe; controllo delle zone considerate centrali per i movimenti migratori; pubblicità per armamenti, mezzi ed equipaggiamenti militari.

Anche per sostenere queste guerre la spesa militare dello Stato italiano è in costante aumento. Nel 2020, mentre di fronte alla pandemia collassava il servizio sanitario lo Stato italiano aveva deciso di aumentare a 24,97 miliardi la spesa militare per il 2021. Un aumento dell’8,1 % rispetto all’anno precedente, a cui corrisponde una riduzione della spesa sociale, in particolare sanità e scuola.

Abbiamo costituito un coordinamento formato da forze politiche, sindacali, realtà associative e singol*, unite per lanciare una campagna per fermare il crescente intervento militare dello stato italiano all’estero, convinte che solo l’opposizione dal basso possa contrapporsi efficacemente a questa politica.

Invitiamo tutte le persone e le realtà interessate a partecipare a una prima occasione pubblica di confronto per lanciare la campagna:

Assemblea Cittadina
Sabato 2 ottobre ore 16
Piazza Garibaldi
(in caso di pioggia si terrà in sotto il loggiato di Piazza della Pescheria in Venezia)

Per contattare il coordinamento scrivere a: no_missioni_livorno@anche.no

“Basta missioni militari!”
Coordinamento cittadino per il ritiro immediato delle missioni militari italiane all’estero

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Basta violenza dei tribunali – Presidio a Livorno 16/09 h 17

GIOVEDI 16 SETTEMBRE ORE 17 PRESIDIO DAVANTI DL TRIBUNALE DI LIVORNO IN VIA FALCONE E BORSELLINO PER CONTESTARE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA EMESSA DAL TRIBUNALE DI LIVORNO PER UN CASO DI VIOLENZA

La sentenza di Livorno che, come riportato su “Il Tirreno” del 11.9.21, assolve un maresciallo dei carabinieri, ex comandate del nucleo dell’ispettorato del lavoro di Livorno, dall’accusa di violenza sessuale, mostra ancora una volta come anche i tribunali siano luoghi in cui troppo spesso si consuma violenza.
Le motivazioni dell’assoluzione sono sconvolgenti, poiché sottolineano il ruolo attivo e quindi consenziente, secondo la giudice, della donna costretta con la violenza a praticare sesso orale.

Sono le motivazioni che abbiamo sentito tante volte in altre occasioni, compreso il famoso processo del Circeo di tanti anni fa.
E la storia continua. Nei tribunali si continuano a riconoscere attenuanti al femminicida in preda a “tempesta emotiva”, si assolvono gli stupratori di una donna ritenuta dal giudice “troppo brutta” perchè la sua denuncia di stupro possa essere ritenuta credibile e così via.

Sentenze vergognose, che di fatto legittimano la violenza, lo stupro e perfino le uccisioni di donne, mostrando quanto la violenza patriarcale sia radicata nelle istituzioni e negli ambienti giudiziari, oltre che nella società.
Ci si indigna per la situazione delle donne in Afghanistan, che è oggettivamente drammatica e che merita tutta la nostra incondizionata solidarietà; si denuncia la non adesione alla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere da parte di alcuni governi, questione che è senz’altro grave.

Ma si ignora la violenza sessista che permea la nostra società, si oscurano le pesantissime discriminazioni presenti a casa nostra, nel “civile” Occidente, nelle nostre “democratiche” istituzioni, nelle nostre “illuminate” aule di tribunale.
Le motivazioni della sentenza di Livorno, riportate dalla stampa, sono vergognose, offensive, violente, sessiste, anacronistiche. In appello questa situazione deve essere ribaltata. E va ribaltata nell’intera società
Anche con sentenze come queste, che puntualmente disconoscono le ragioni di chi subisce la violenza e giustificano gli stupratori, si propaga la cultura dello stupro che è alla base di tanti atti di violenza.

Dall’inizio dell’anno sono state ammazzate circa 8 donne al mese, 6 solo in questa ultima settimana. Donne uccise da uomini violenti, familiari nella maggior parte dei casi. E moltissimi sono i casi di violenza sessuale che vedono responsabili proprio uomini in divisa.

Contro la cultura dello stupro presente nella società patriarcale, nelle istituzioni, nei tribunali, NonUnaDiMeno lotta a fianco delle donne e di tutte le soggettività, per liberare le nostre vite dalla violenza.

GIOVEDÌ 16 SETTEMBRE ORE 17 TUTT3 DAVANTI AL TRIBUNALE A LIVORNO IN VIA FALCONE E BORSELLINO.
PRESIDIO ORGANIZZATO DA NUDM LIVORNO

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