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Livorno 25 maggio: per la libertà di scelta!

Livorno 25 maggio: per la libertà di scelta!

Quarant’anni fa una grande stagione di lotte costrinse lo Stato a depenalizzare l’aborto. Le donne nelle piazze affermavano principi di libertà, nelle varie strutture autogestite costruivano esperienze di autodeterminazione.

La libertà di scelta sul proprio corpo è stata affermata come valore collettivo e come pratica di solidarietà in grado di rompere le segregazioni di classe, non come principio egoistico e borghese.
La legge che regolamentò l’aborto cercò di porre fine a queste esperienze di libertà, ponendo l’autodeterminazione della donna sotto la tutela degli esperti, medici, psicologi, magistrati; cercò di vanificare il nuovo diritto con l’obiezione degli operatori sanitari, ma la vigilanza delle donne ha bloccato le manovre reazionarie.
Oggi la violenza contro le donne assume anche la forma dell’attacco all’interruzione volontaria della gravidanza, ed in prima fila ci sono le organizzazioni clericali e fasciste.
Le anarchiche e gli anarchici sostengono le lotte per l’autodeterminazione, la difesa e l’allargamento degli spazi di libertà, contro ogni forma di violenza e contro il patriarcato.
Per questo sosteniamo le iniziative organizzate da NonUnaDiMeno e partecipiamo al presidio indetto per venerdì 25 maggio.
FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE
cdcfederazioneanarchica@virgilio.it
federazioneanarchica.org
COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO
collettivoanarchico@hotmail.it
collettivoanarchico.noblogs.org
“Quando il potere legislativo ed il governo accettano e soddisfano sotto forma di legge o di decreto qualche nuova domanda sorta dalla coscienza pubblica, ciò è sempre in seguito a reclami innumerevoli, ad agitazioni straordinarie, a sacrifici non indifferenti del popolo. E quando i governanti si sono decisi a dire di sì, a riconoscere un diritto nei loro sudditi, e mutilato ed irriconoscibile, lo promulgano nelle carte, nei codici, quasi sempre quel diritto è già sorpassato, l’idea è già vecchia, il bisogno pubblico di quella tal cosa non è più sentito; e la nuova legge serve allora a reprimere altri bisogni più urgenti che si affacciano, che devono attendere di essere sterilizzati, ipertrofici, prima di essere riconosciuti da una legge successiva.”
(Pietro Gori)

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Braccialetti di classe, il controllo sui lavoratori

Braccialetti di classe

“Lavoratore produttivo è colui che aumenta direttamente la ricchezza del padrone” (Malthus, Principles of Political Economy).

I braccialetti elettronici, che la ditta appaltatrice imporrà agli spazzini di Pisa e Livorno, ci dicono molte cose: su questi lavoratori, sull’internet delle cose, sul ruolo delle amministrazioni locali.

I braccialetti elettronici

Come sostiene il periodico livornese “Senza Soste” (http://www.senzasoste.it/aamps-amazon-vergogna/), l’Avr-Manutencoop, alleanza di imprese che ha in appalto la pulizia delle strade nelle due città, “ha sviluppato un sistema informativo di gestione per assegnare i compiti aziendali e, sul suo sito, afferma di implementare sistemi Iot (internet delle cose, in poche parole internet legata a oggetti di ogni tipo dal frigorifero ai lampioni a strumenti di lavoro) per (testuale) “avere un controllo in tempo reale su cassonetti, automezzi e altre strutture”.”. Il braccialetto elettronico imposto agli spazzini Avr lega il lavoratore ai mezzi di produzione, automezzi, cassonetti e altri strumenti, che fanno parte del processo di produzione immediato, processo di cui questo lavoratore è la parte animata.

Condividiamo le critiche di Senza Soste sulla pericolosità e vergogna di questo strumento e ci auguriamo che le organizzazioni dei lavoratori siano in grado di imporre nuove e migliori condizioni di lavoro. La critica rivoluzionaria, comunque, deve spingersi oltre la denuncia del singolo fatto, per quanto aberrante ed individuare i nessi sociali che determinano il carattere antagonistico di ogni innovazione tecnologica.

Nel caso specifico il sistema adottato consente al lavoratore di individuare subito i cestini da svuotare, con un aumento del ritmo di lavoro; alla fine il lavoratore avrà svuotato più cestini, sarà stato più redditizio per Avr, a parità di paga, anche se la funzione di controllo non è in primo piano per la dirigenza aziendale.

L’Avr-Manutencoop è un’alleanza di imprese, che ha preso in appalto un servizio dal gestore del servizio dell’igiene urbana. Il carattere di servizio dell’attività svolta non incide sul fatto che ci troviamo all’interno del processo di produzione; infatti merci sono tutti i prodotti, beni o servizi, destinati ad essere venduti. Attraverso il contratto di appalto una parte, l’appaltatore (in questo caso l’Avr), assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, l’obbligazione di compiere in favore di un’altra (committente o appaltante) un’opera o un servizio in cambio di un corrispettivo in denaro. L’Avr-Manutencoop diventa così il capitalista che, in quanto rappresentante del capitale produttivo, dirige e sfrutta il lavoro produttivo, in modo che, alla conclusione del contratto, il capitale anticipato frutti un capitale accresciuto e lavoratori diventano i salariati della fabbrica dell’igiene urbana.

Per quanto disseminata sul territorio, l’internet delle cose permette di implementare il comando capitalista all’interno dei mezzi di lavoro e trasformare gli autocarri, i cassonetti e tutte le strutture impiegate dai lavoratori in strumenti che impiegano lavoro vivo, che assorbono lavoro vivo, che succhiano la linfa vitale dei lavoratori per dare la vita al mostro inanimato del lavoro morto, del capitale.

Qual è la condizione sociale dei dipendenti Avr? Per quanto il servizio da loro fornito sia simile a quello dei vecchi dipendenti della municipalizzata, è profondamente diverso per lo scopo, che per questi era assicurare la pulizia della città, mentre per quelli è assicurare un profitto crescente ad Avr. Per quanto i lavoratori di Avr siano disseminati sul territorio, per quanto il rapporto giuridico possa essere precario e differenziato da dipendente e dipendente, il fatto di essere trasformati in appendici viventi dei mezzi di produzione, in accessori della fabbrica dell’igiene urbana, li fa assomigliare molto di più agli operai della grande fabbrica automatica.

Che cosa caratterizza l’operaio all’interno del processo produttivo capitalistico? Se bastassero “le man callose e il volto abbronzato”, anche Patrizio Bertelli, CEO di Prada, al ritorno da una settimana di regate, potrebbe essere scambiato per un operaio. Anche il lavoro manuale va scomparendo, man mano che l’operaio viene trasformato in semplice sorvegliante, accessorio del complesso automatico di macchine. Quindi i tratti caratteristici della condizione operaia, anche nella condizione attuale sono: la produzione plusvalore e la condizione di dipendenza del lavoratore, dipendenza non dall’organizzazione aziendale, più o meno basata sul merito e sulla professionalità, ma dal ritmo incessante del macchinario, che sottomette le esigenze vitali del lavoratore ad una razionalità astratta, basata sull’applicazione della matematica e delle scienze al processo produttivo, che trasforma la sete di profitto dell’azienda capitalista in una razionalità apparentemente imparziale.

Se noi astraiamo quindi dal processo lavorativo particolare, concentriamo la nostra attenzione sul processo di valorizzazione e sul rapporto tra lavoratore e mezzi di produzione, il passaggio da lavoratori dipendenti di una municipalizzata a lavoratori dipendenti di un’azienda capitalistica provoca l’aumento del numero degli operai.

Il capitalista, dal suo apparire, pone il processo lavorativo sotto il suo comando e controllo: la sorveglianza e la disciplina imposta dal capitalista intervengono affinché il lavoratore esegua il suo lavoro con assiduità, che non ci siano sprechi nella materia prima o nei mezzi di lavoro. Prima che la fabbrica automatica imponga agli operai i ritmi dettati dal macchinario, questa disciplina viene imposta dal capitalista attraverso una gerarchia che non si basa sulle abilità professionali, ma sulla capacità di controllare i subordinati e sulla fedeltà al proprietario, composta da capi reparto, capisquadra, marcatempo, sorveglianti e guardie, oltre alle spie e ai crumiri. È con questi manutengoli che si esprime l’arroganza del padrone a chi varca per la prima volta il cancello della fabbrica.

L’internet delle cose, oltre ad umiliare i lavoratori, suona la campana a morto per questi rappresentanti del capitalista: Avr non avrà più bisogno di un ispettore che giri la città controllando il lavoro svolto dagli operai: questi quadri intermedi saranno ricacciati, prima o poi, nella grande massa degli operai, se non dei disoccupati.

Quanto avviene nella raccolta rifiuti, tra Avr e lavoratori, non è comunque una cosa che riguarda solo loro: l’ente appaltante, in questo caso il Comune di Livorno, che appalta ad Aamps, che a sua volta appalta ad Avr, ha una responsabilità diretta: spetta al sindaco vigilare affinché l’appaltatore rispetti la dignità degli operai. Oltre che sindacale, quindi, la questione dei braccialetti agli spazzini diventa questione immediatamente politica. Dimostra ancora una volta che il culto della legalità e della democrazia è incapace di dare ai lavoratori strumenti di lotta contro le prepotenze dei capitalisti.

Tiziano Antonelli

Articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova

Umanità nova si può trovare a Livorno:

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Edicola Via Garibaldi 7
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Bar Dolcenera via della Madonna 38
Pub “Birra Amiata House” – via della Madonna, 51
Federazione Anarchica Livornese – via degli Asili 33

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Nogarin e la macchina

Nogarin e la macchina

Il traffico e la sosta nella città di Livorno, soprattutto delle autovetture private, ha subito in questi ultimi giorni quella che il sindaco Nogarin definisce “una vera e propria rivoluzione”.
È difficile criticare le scelte dell’autorità per quello che riguarda il traffico privato: si rischia di passare per difensori di un sistema inefficiente, dissipativo e dannoso. Sappiamo d’altra parte che questo sistema ha profonde cause sociali, che arrivano alla contrapposizione tra città e campagna. Di fronte a queste cause sociali, le amministrazioni locali possono solo proporre palliativi più o meno efficaci.

Del resto, ho l’impressione che dietro questa iniziativa ci sia una campagna mediatica, volta a criminalizzare i comportamenti spontanei, tendente a convincere i cittadini che, abbandonati a se stessi, non sono in grado di adottare comportamenti virtuosi, ma solo di recar danno a sé e agli altri.
Nei suoi vari interventi, il sindaco Nogarin mette in evidenza come sui temi del traffico e della sosta il caos l’abbia fatta da padrone, senza rispetto per le più elementari norme di sicurezza, su cui per troppo tempo è stato chiuso un occhio. È convinzione dell’amministrazione comunale che, grazie al suo intervento, verrà posto termine ad un sistema di illegalità diffusa.

È strano che un movimento così attento alla comunicazione come quello dei grillini, di cui è espressione il sindaco di Livorno, non si accorga del corto circuito provocato dalle precedenti affermazioni. La denuncia della mancanza di legalità può avere senso per un’amministrazione appena insediata, non certo per un’amministrazione che governa da quattro anni ed è vicina alla fine del proprio mandato: dov’era la polizia municipale fino ad oggi? perché non è intervenuta per porre fine al sistema di “illegalità diffusa”? Le nuove gride manzoniane sul traffico e la sosta non daranno certo maggiore efficienza alla polizia municipale, piuttosto affideranno a ditte esterne – quelle che avranno in concessione i nuovi stalli blu – la sorveglianza sulla sosta, accentuando il processo di privatizzazione delle attività comunali. Anche la polemica sulla “illegalità diffusa” non regge alla minima critica: se il traffico e la sosta erano conformi alle precedenti disposizioni comunali ci troviamo di fronte ad un cambiamento di queste disposizioni, se le precedenti disposizioni comunali non erano conformi alle norme del codice della strada ed alle più elementari norme di sicurezza, come afferma il sindaco, perché aspettare quattro anni per cambiarle?

L’esigenza di fare cassa è probabilmente il vero motivo delle nuove misure. Lasciando da parte l’impressione che le amministrazioni locali incasinino volutamente traffico e sosta in modo da aumentare gli incassi con le multe, resta il fatto che le nuove norme sono un ulteriore balzello su un bene, l’autovettura, il cui uso è reso indispensabile dall’inefficienza e dalla disorganizzazione del trasporto pubblico locale, mentre le esigenze di spostamento aumentano in relazione alla precarietà del lavoro ed alla scomparsa delle attività commerciali di prossimità.

Se il traffico è reso caotico dalle auto lasciate in sosta sulla carreggiata, la soluzione non è rendere la sosta a pagamento, quanto costruire parcheggi adeguati che liberino le strade dalle auto. Chi paga questi parcheggi? Vale la pena ricordare che una delle cause della auto in sosta e del traffico è la trasformazione di tanti fondi commerciali in unità abitative, per non parlare delle cantine e delle soffitte. Qui emerge direttamente la responsabilità dell’amministrazione comunale, che permette queste trasformazioni. La normativa urbanistica prevede infatti che per le nuove costruzioni devono essere previsti parcheggi in ragione di un metro quadro ogni 10 metri cubi di nuova costruzione e le trasformazioni rientrano in questa casistica, tanto che ormai da anni l’amministrazione comunale sana queste situazioni a fronte di un esborso adeguato.

Quindi l’amministrazione comunale ha incassato milioni di euro a fronte delle ristrutturazioni e non ha provveduto a fornire i cittadini di quei parcheggi che l’iniziativa individuale non è in grado di fornire. Il sistema di trasporto basato sull’automobile ha un rendimento ridicolo, assorbe una quantità enorme di energia senza dare nulla in cambio, è dannoso all’uomo ed all’ambiente; è utile soltanto alla mera valorizzazione insensata e ottusa del capitale. Il modo di produzione organizzato per aumentare il profitto individuale di ogni singolo capitalista si rivela ancora una volta causa del disordine, dello spreco di forze umane e naturali, della miseria e della sovrapproduzione.

Di fronte a questi fenomeni sociali le amministrazioni locali sono impotenti: la politica seguita da questa amministrazione e da quelle che l’hanno preceduta, però, ha addirittura aggravato i danni provocati dall’uso del mezzo privato, a fronte di un ininterrotto flusso di soldi nelle casse comunali.
D’altra parte, l’idea che sia possibile una soluzione centralizzata dei problemi individuali, che il problema sia creato dal mancato rispetto della legge anziché dall’impossibilità di applicare una legge qualsiasi, è una concezione reazionaria condivisa ai massimi livelli dai grillini.

Le recenti misure prese dall’amministrazione Nogarin, oltre a quelle sul traffico e la sosta, cioè quelle sulla raccolta porta a porta dei rifiuti e sul daspo urbano, hanno alla base la comune concezione che il popolo, come un eterno bambino, debba essere educato con un sistema di premi e punizioni e che, abbandonato a se stesso, non possa che degenerare. Gli anarchici non possono ovviamente condividere questa convinzione: essi affermano che la causa principale è la cattiva organizzazione sociale e che il potere politico, locale, nazionale o sovranazionale, ha per scopo di mantenere l’attuale organizzazione sociale. Anche senza essere anarchici, però, non si può non vedere la pericolosità di questa operazione mediatica in una città dove le uniche occasioni per soddisfare le più elementari esigenze dei cittadini sono create dall’azione diretta e dall’autorganizzazione.

Tiziano Antonelli

Articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova

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Sacco e Vanzetti // presentazione libro + aperitivo

Sacco e Vanzetti // presentazione libro + aperitivo

Venerdì 18 maggio
ore 19:30 Aperitivo
ore 21:00 presentazione libro “Sacco & Vanzetti”

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Venerdì 18 maggio, alle ore 21, presso la sede della Federazione Anarchica Livornese, Via degli Asili 33 sarà presentato il libro di
Ronald Creagh “SACCO & VANZETTI, Un delitto di Stato”, Edizioni Zero in Condotta, partecipa Antonio Lombardo


Sacco e Vanzetti
Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore, 22 aprile 1891 – Charlestown, 23 agosto 1927) e Bartolomeo Vanzetti (Villafalletto, 11 giugno 1888 – Charlestown, 23 agosto 1927) erano due lavoratori italiani emigrati negli Stati Uniti. I due furono arrestati, processati e condannati a morte con la pretestuosa accusa di omicidio di un contabile e di una guardia durante una rapina. Furono condannati perché erano militanti anarchici.
Nonostante la mobilitazione internazionale che ribadiva la loro innocenza, Sacco e Vanzetti furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927. Il 23 agosto 1977, a cinquant’anni dal loro assassinio, Sacco e Vanzetti furono completamente riabilitati dal governatore dello stato del Massachusetts.

Il libro
Questo studio, basato su un’abbondante documentazione, si legge come un romanzo e appassionerà sia coloro che già conoscono la storia di Sacco e Vanzetti sia quanti vogliono saperne di più sull’America del proibizionismo e l’Europa degli anni ‘folli’.
Lo storico Ronald Creagh nell’affrontare la tragica vicenda dei due
anarchici ricostruisce, per la prima volta, grazie a fonti inedite, il mondo nel quale vivevano Sacco e Vanzetti prendendo in considerazione gli archivi dell’FBI finalmente disponibili, e i lavori apparsi negli ultimi tempi, tra i quali il testo di Paul Avrich.
Quello a Sacco e Vanzetti non fu un semplice processo, ma un
avvenimento che determinò alleanze e mobilitazioni, trasformandosi
progressivamente in un vero e proprio mito che ha influenzato
durevolmente i comportamenti da una parte e l’altra dell’Atlantico.
L’esempio della loro lotta eroica contro un’istituzione, che diverrà l’FBI, è valida ancora oggi quando il destino del pianeta, e di chi lo vive, è deciso all’ombra di organizzazioni e di reti spietate.

L’autore
Ronald Creagh, professore emerito all’Università Paul-Valéry di
Montpellier e membro del comitato di redazione di varie riviste inglesi e statunitensi, come Utopian Studies, è autore di molti testi, tra i quali “Laboratori d’Utopia. Le comunità libertarie negli Stati Uniti”, tradotto in italiano per Elèuthera.

Federazione Anarchica Livornese
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Collettivo Anarchico Libertario
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Basta morti, basta sfruttamento

Basta morti, basta sfruttamento

Siamo vicini ai familiari e agli amici delle vittime di questa nuova strage nel porto di Livorno.

Il deposito costiero Neri, impianto di cui si prospetta un ulteriore apliamento, è composto di numerosi serbatoi (l’esplosione è avvenuta nel n°62), soggetti a frequenti cambi dei prodotti stoccati e questi cambiamenti comportano una serie di manovre ad alto rischio perché i prodotti sono altamente infiammabili, esplosivi, etc. Questo deposito è in una zona dove ci sono altre attività industriali ad alto rischio, vicino a una raffineria e in una zona di passaggio anche per i cittadini, che sopratutto nella stagione estiva, si recano al mare. Qui non è in ballo solo la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma la sicurezza di un’intera area della città di Livorno. Questo è un segnale che va colto.

Non sappiamo ancora le precise cause di questa esplosione ma comunque ogni incidente sul lavoro accade perchè non si spende sulla prevenzione a vantaggio del profitto. Spesso si sente dire che va ridotto il costo del lavoro, e quei risparmi vengono fatti scommettendo sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Con il ricatto della disoccupazione i padroni, i proprietari dei mezzi di produzione, impongono alle lavoratrici e ai lavoratori condizioni da “nuovo schiavismo”, mentre i risparmi sui costi della sicurezza ingrassano i profitti e i dividendi. Intanto chi chiede condizioni di lavoro più sicure, in porto e altrove, subisce provvedimenti disciplinari, mentre i sindacati che non si piegano ad accettare accordi capestro vengono emarginati, il tutto sotto l’occhio paterno dell’Autorità Portuale.

Sppiamo bene tutte e tutti che la richiesta di maggiori norme di sicurezza cade nel vuoto in questa società, società capitalista il cui fine è il profitto individuale. Una società in cui la Confindustria, che applaude al proprio congresso gli assassini della Thyssen-Krupp, si preoccupa della produttività e di maggiori margini di profitto chiedendo nuovi finanziamenti statali, i ministri rilanciano il messaggio, i politici mettono in programma con l’approvazione dei sindacati “rappresentativi”……e i lavoratori muoiono.

Per una società e una vita libera dallo sfruttamento.

 

Commissione di Corrispondenza della

Federazione Anarchica Livornese

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In piazza contro le nuove missioni in Africa

In occasione della settimana di lotta lanciata dalla FAI contro le nuove missioni militari italiane in Africa, anche a Livorno c’è stata un’iniziativa di piazza sabato 17 marzo. Il presidio organizzato dalla Federazione Anarchica Livornese e dal Collettivo Anarchico Libertario nella zona del centro vicino al mercato, all’angolo tra Via Grande e Via del Giglio, dove è stato appeso lo striscione “Via le truppe italiane dall’Africa! No alla guerra!” è stato molto partecipato e l’iniziativa ha suscitato molto interesse tra i passanti vista anche la scarsa informazione sull’argomento. Si tratta della seconda iniziativa di piazza contro le nuove missioni in Africa che si tiene in città. Già il 4 febbraio scorso si era tenuto un partecipato presidio unitario in Piazza Cavour organizzato dagli Antimilitaristi livornesi. Queste iniziative possono servire da base per la costruzione di un’opposizione non solo all’invio di nuove truppe italiane in Africa ma più in generale alle politiche di guerra e alla militarizzazione della società.

Segue il testo del volantino diffuso a Livorno:

Via e truppe italiane dall’Africa!

No alle missioni militari in Niger, Libia, Tunisia! Basta guerra!

Basta spese militari!

Lo scorso 17 gennaio la Camera dei Deputati ha approvato, nel silenzio dei media, l’inizio di nuove missioni militari in Africa ed ha confermato il rinnovo delle missioni già in corso. Nei prossimi mesi quasi 1000 soldati e oltre 200 mezzi militari saranno inviati in Libia, Niger e Tunisia. Raddoppierà in questo modo la presenza militare italiana in Africa, cresciuta moltissimo dopo il 2011, quando l’Italia ha aggredito la Libia con bombardamenti aerei.

I soldati italiani in Niger non sono benvenuti

Il 25 febbraio varie migliaia di persone sono scese in piazza a Niamey, la capitale del Niger, e in altre città del paese contro le basi militari straniere e contro la legge finanziaria definita “antisociale”. Le manifestazioni erano organizzate da associazioni e sindacati. Lo stato italiano si prepara a inviare soldati e mezzi militari in un paese dove già i lavoratori e parte della popolazione protestano contro la presenza delle truppe francesi, statunitensi e tedesche. Lo stesso governo del Niger, probabilmente per le pressioni interne, ha espresso forti dubbi sulla missione italiana.

Come può un’altra guerra aiutare i migranti?

Fermare i “trafficanti di esseri umani” sembra essere la motivazione ufficiale degli interventi in Libia e Niger. Ma è stata proprio la classe dirigente italiana a preparare e strumentalizzare le stragi in mare per dare il via alla missione “Mare Nostrum”, che ha creato le condizioni per inviare le truppe in Libia a difendere gli interessi dell’ENI sul petrolio. Proprio il governo italiano accordandosi con il governo locale ha concorso alla creazione dei lager per migranti in Libia. L’orrore di quei lager è divenuto ora la giustificazione per inviare ancora più truppe in Libia e per inviare soldati in Niger.

In Tunisia per fare cosa?

In Tunisia i militari italiani costituiranno un Comando di Brigata della NATO. Nel 2011 l’insurrezione popolare ha fatto cadere il regime di Ben Ali, e oggi vi è un forte malcontento per i gravi problemi sociali non risolti dalla “rivoluzione interrotta”. Le prime settimane del 2018 sono state segnate da grandi proteste contro l’aumento dei prezzi e contro le riforme antipopolari imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo tunisino ha represso nel sangue le proteste, utilizzando i militari per sparare sui manifestanti. I soldati italiani e la NATO saranno in Tunisia dunque anche come garanzia della “stabilità” del paese. Da decenni l’Italia interferisce nella politica interna tunisina, al punto che il colpo di stato che nel 1987 portò al potere Ben Ali fu preparato dai servizi segreti militari italiani (SISMI). Oggi la situazione è più instabile e si inviano direttamente soldati italiani. Dopotutto per imporre la politica di sfruttamento ci vuole la forza delle armi. Inoltre, un Comando NATO in Tunisia, paese strategico per il controllo del nord Africa, prepara il terreno per nuovi interventi militari nella regione.

No al nuovo colonialismo italiano in Africa

In queste missioni non c’è nessuno scopo umanitario. Lo stesso governo non parla di missioni “umanitarie” ma di missioni per la “sicurezza nazionale”. I soldati italiani vanno in Africa per interessi economici enormi: l’uranio in Niger, gli interessi ENI in Libia e in Nigeria, il gasdotto che attraverso la Tunisia porta in Italia il gas algerino, il mercato delle ex-colonie francesi. L’Italia entra ufficialmente nelle guerre in Africa per partecipare alla grande spartizione del continente tra le potenze mondiali. Le nuove missioni costeranno 118.798.581 euro. Che si aggiungono a una spesa militare stimata a 25 miliardi per il 2018. 68 milioni al giorno. A noi resteranno solo tasche vuote, peggiori condizioni di vita e di lavoro e un aumento dei rischi e delle restrizioni connesse alla guerra.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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Presidio: Via le truppe italiane dall’Africa!

 

Via le truppe italiane dall’Africa!

Scendiamo in piazza anche a Livorno contro la guerra dell’Italia in Africa, contro l’avventura neocoloniale votata nel silenzio dei media prima delle elezioni.

La guerra è il mezzo che lo stato e il capitale utilizzano per mantenersi e alimentarsi.

Con le nuove missioni militari saranno inviate truppe in Libia, Niger, Tunisia e in altri paesi africani, in questo modo il governo italiano con una nuova strategia militare entra ufficialmente nel confronto tra potenze imperialiste per la spartizione del continente africano.

Nella settimana tra il 10 e il 18 marzo in varie città si terranno iniziative contro la guerra per la settimana di lotta antimilitarista contro le missioni militari in Africa lanciata dalla FAI, scendiamo in piazza anche a Livorno.

Via Grande (angolo con via del Giglio)
Sabato 17 marzo
ore 16:30

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

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Fermiamo la violenza razzista!

pubblichiamo il comunicato della CdC della FAI

oggi sabato 10 marzo

corteo a Firenze dalle 14:30 in p. Santa Maria Novella a Firenze

Fermiamo la violenza razzista!

Idy Diene, venditore ambulante di origine senegalese di 53 anni, è stato ucciso da un italiano a colpi di pistola a Firenze il 5 marzo. Per l’assassino gli inquirenti escludono motivi razzisti o fascisti, come già è successo troppo spesso recentemente in circostanze simili.

Atti terroristici come questo avvengono dopo mesi di menzogne razziste su cui i partiti hanno centrato la propria campagna elettorale, alimentando la xenofobia e additando gli “immigrati” come causa del disastro sociale che quegli stessi partiti hanno creato con politiche di rapina, oppressione e sfruttamento. Nella propaganda elettorale, così come tutti i giorni sui posti di lavoro, nell’accesso ai servizi e negli spazi delle città, la vita di chi è originario di altri paesi vale sempre di meno. È il risultato delle elezioni, è il risultato della violenza e del razzismo che il Governo, i partiti e le classi privilegiate hanno imposto nella società negli ultimi anni, è il risultato della campagna mediatica condotta dai grandi gruppi editoriali nazionali e locali attraverso i mezzi d’informazione. Per questo, indipendentemente da ciò che può aver mosso la mano di chi ha sparato, si tratta di un omicidio razzista, come ha sostenuto la stessa comunità senegalese.

Per questo il 5 marzo molti sono scesi in piazza, i media ufficiali hanno cercato di demonizzare la protesta per i toni abbastanza forti con cui si è espressa nel centro-vetrina di Firenze, e il sindaco Nardella ha condannato le manifestazioni confermando la linea autoritaria e razzista ormai rappresentata dal PD. I toni però erano conseguenti alla gravità del fatto, avvenuto in un contesto come quello attuale e in una città che aveva già visto un episodio simile pochi anni fa, quando il fascista di CasaPound Casseri uccise due persone originarie del Senegal e ne ferì altre due. I media hanno parlato di “fioriere antiterrorismo” divelte dai partecipanti al corteo di protesta del 5 marzo per l’assassinio di Diene, alludendo alla pericolosità di chi protestava per nascondere l’unico vero terrorismo che si è verificato in Italia, quello xenofobo, fascista e leghista.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza ai familiari e agli amici di Idy Diene, alla popolazione senegalese di Firenze e a tutte le persone che quotidianamente subiscono gli effetti delle politiche razziste del governo.

Sosteniamo coloro che in questi giorni a Firenze e altrove stanno scendendo in piazza contro la violenza razzista, contro le strumentalizzazioni istituzionali.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana

8 marzo 2018

 

 

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In piazza contro le elezioni, per l’autogestione

In piazza a Livorno contro le elezioni, per l’autogestione

Astensione, autogestione, azione diretta

Venerdì 2 marzo, ore 16,30 – Piazza Cavour

Iniziativa conclusiva della campagna astensionista

GLI ANARCHICI NON VOTANO

LOTTA, ORGANIZZATI CON GLI ANARCHICI

Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Il martedì grasso di Giorgia Meloni a Livorno

Il martedì grasso di Giorgia Meloni a Livorno

In tempi di campagna elettorale si sa che ogni candidato le prova tutte per farsi pubblicità, per questo martedì 13 febbraio Giorgia Meloni ha fatto tappa per il suo tour elettorale a Livorno.

Quella mattina stessa a Livorno i giornali annunciavano che la candidata di Fratelli d’Italia, il partito erede del MSI, sarebbe arrivata alle 16 in Piazza Garibaldi per una “passeggiata” nel quartiere per incontrare residenti e commercianti prima di andare a Pontedera. Poco dopo le 15 alcune decine di persone già si trovavano nella piazza che si apre verso il fosso reale, di fronte alle mura della Fortezza Nuova su cui da più di quarant’anni campeggia la scritta “MSI fuorilegge”. La piazza è uno dei luoghi più vivaci della zona dei quartieri Garibaldi e Pontino, una zona da sempre popolare, dove i fascisti non hanno mai avuto vita facile, neanche durante la dittatura. Gli effetti delle politiche antiproletarie condotte dai governi che si sono succeduti in questi anni hanno aumentato il livello di disoccupazione, peggiorato le condizioni di vita e aggravato la situazione abitativa di tutti gli abitanti di questa zona della città, indipendentemente dal fatto che siano nati o meno a Livorno. Da molti anni i vari partiti e partitini di destra provano a farsi pubblicità nella zona. Il tentativo di ronda della Lega anni fa finì senza successo, la fiaccolata del PDL per la sicurezza nel 2010 fu duramente contestata, oggi Fratelli d’Italia prova con scarso successo a cercare consensi tra i commercianti usando ancora slogan su sicurezza e degrado. Sono proprio questi partiti che hanno impoverito ulteriormente le persone che vivono nei quartieri popolari. Sì perché se la scuola va a rotoli, se non riusciamo a pagare l’affitto e le bollette, se la pensione è sempre più lontana, se la sanità c’è solo per chi se la può permettere, se le tasse sono più alte, se non c’è lavoro e quando c’è non ci sono diritti e paghe dignitose, la colpa è dei governi che ci sono stati negli ultimi anni. Sono le Meloni, i Salvini, i Renzi, i Bersani e i Berlusconi a farci vivere così. La Meloni solo per citare un esempio fu “ministro della gioventù” dal 2008 al 2011, quando la disoccupazione giovanile balzò dal 21 al 40%. Come prova a fare un po’ ovunque, anche a Livorno è venuta a farsi pubblicità speculando sul disastro sociale che ha creato. Chissà, magari sperava di farsi una sfilata di carnevale per martedì grasso, ma evidentemente si era dimenticata la maschera, e la gente l’ha riconosciuta subito per quella che è, una fascista.

Perché oltre all’avversione per questi partiti a causa delle loro responsabilità politiche, ciò che ha mosso le diverse persone che hanno animato la contestazione è principalmente l’antifascismo. Vi è infatti un forte risveglio dell’antifascismo di fronte al nuovo terrorismo fascista, di fronte alle intimidazioni, alle aggressioni, di fronte alla repressione del governo nei confronti di chi protesta contro le violenze fasciste. Decine di migliaia di persone hanno manifestato in molte città dopo che il 3 febbraio a Macerata il fascista/leghista Luca Traini ha sparato in pieno giorno colpi di pistola dalla sua auto contro tutte le persone di origine africana che incontrava, ferendone 6, di cui due gravemente.

Per questo in tante e tanti hanno contestato martedì 13 febbraio a Livorno Giorgia Meloni. Oltre 200 alla fine, soprattutto giovani, si sono ritrovati in modo spontaneo in Piazza Garibaldi, avvisati dal passa parola. Molti i residenti del quartiere di ogni età e origine, uno striscione ironico ad una finestra della piazza recitava “+ Musei – Meloni”, mentre su un enorme striscione calato dalla Fortezza Nuova c’era scritto “Meloni fascista, Livorno non ti vuole”. Alla fine la passeggiata la Meloni l’ha fatta, ma accompagnata costantemente dai cori e dalle contestazioni dei presenti, circondata da un cordone di agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Alla stampa ha dichiarato di aver comunque incontrato alcuni commercianti, ma la sua tattica di ridere dei contestatori stavolta non ha funzionato. Ostentando un sorriso bilioso si è presto lasciata andare alla rabbia, iniziando ad insultare i contestatori e la “plebaglia” locale. Dopotutto l’odio per i proletari, il disprezzo per sfruttati e diseredati, specie se si ribellano, ha sempre contraddistinto la destra fascista.

In modo non troppo diverso la sinistra istituzionale e democraticista ha sempre ostentato un disprezzo per il popolo, che va educato, protetto, ma che deve anche evitare di far di testa propria, deve evitare di ribellarsi, specie se in modo scomposto. A questi soggetti che tuonano proclami antifascisti quasi bellicosi per poi demonizzare ogni protesta di piazza, per fortuna resta solo il dibattito sulla legittimità dello sputo o l’apprensione per le oscillazioni dei sondaggi elettorali.

L’antifascismo non è burocrazia, non può restare in un modulo per il suolo pubblico, altrimenti barrando la casella giusta possono avere la patente antifascista e antirazzista pure CasaPound come avviene ad Ancona o la Lega come invece è successo a Pontedera. Proprio Pontedera ha dimostrato che l’antifascismo non si può delegare a certificati e regolamenti, che divengono carta straccia di fronte all’arroganza dei fascisti. Fratelli d’Italia aveva addirittura usato il bianchetto per cancellare la sezione dedicata alla dichiarazione di rispetto delle leggi Scelba e Mancino dal modulo prestampato da consegnare all’ufficio elettorale del Comune per la concessione del suolo pubblico in campagna elettorale. Dopo aver commesso una grossolana irregolarità, il partito della Meloni ha gridato allo scandalo, parlando di attentato alla libertà di manifestare in campagna elettorale, ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori contro la dittatura PD del sindaco Millozzi di Pontedera. Questa carnevalata ha permesso a Fratelli d’Italia di far accorrere sostenitori da ogni dove, per mostrare alle telecamere il bagno di folla che a Livorno poche ore prima era mancato. Per istituzioni e “sinceri democratici” basta un po’ di carta bollata per pulirsi la coscienza e provare a rendersi più presentabili alle elezioni. A coloro poi che dal PD si appellano alla libertà di espressione per condannare ogni contestazione, ricordiamo che il Ministro dell’Interno Minniti che oggi solidarizza con la Meloni vittima dei contestatori livornesi, è lo stesso che voleva vietare a Macerata la libertà di manifestare agli antifascisti. È lo stesso Minniti che ama così tanto la libertà di espressione da non ammettere critiche, come quest’estate a Livorno quando i reparti antisommossa intervennero tra la folla per rimuovere uno striscione che secondo le autorità si esprimeva troppo liberamente.

Per fortuna c’è chi non segue ponderate strategie elettorali, per fortuna c’è chi non dimentica la storia di una città, di un quartiere, di una piazza, per fortuna c’è chi di fronte alla situazione attuale sente il bisogno di impegnarsi in prima persona e scendere in strada. La giornata di martedì 13 a Livorno è stata importante, ha segnato ancora una volta il rifiuto popolare della destra fascista. Perché accanto alla Meloni in piazza c’erano solo una decina di persone tra esponenti fiorentini del suo partito e noti personaggi della destra fascista cittadina, tra cui anche un drappello di riciclati nella Lega. Certo la candidata di Fratelli d’Italia era venuta per provocare, ma probabilmente non si aspettava di trovarsi di fronte ad una contestazione così numerosa, diffusa e spontanea. Il martedì grasso della Meloni a Livorno dimostra che si può e si deve spezzare la narrazione mediatica dell’avanzata delle destre, che l’antifascismo è popolare e si pratica quotidianamente, in piazza, rafforzando le maglie della solidarietà e rendendo più inclusive e incisive le lotte che sono portate avanti su ogni territorio.

D.A.

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