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Nello specchio della storia LIVORNO 1920: ASSEDIO ALLA QUESTURA

Nello specchio della storia

LIVORNO 1920: ASSEDIO ALLA QUESTURA

 

Il 4 maggio 1920 Livorno fu teatro di gravi conflitti a carattere insurrezionale, repressi nel sangue dalla forza pubblica, durante cui venne attaccato il palazzo della questura .

A differenza di Torino e Pola dove le forze dell’ordine aveva ucciso sei lavoratori, la giornata del Primo Maggio era appena trascorsa senza incidenti, con un corteo sindacale per le vie del centro conclusosi con un comizio al teatro Politeama dove erano intervenuti il socialista massimalista Nicola Bombacci e il segretario della Camera del Lavoro Zaverio Dalberto; all’Ardenza invece era stato tenuto il comizio indetto dagli anarchici con la partecipazione del sindacalista valdarnese Attilio Sassi. Inoltre, nel pomeriggio, un’altra adunata sindacale, con i medesimi oratori di quella della mattina, si era pacificamente svolta a Colline.

Dietro a tale apparente calma però, la tensione sociale in quel periodo era già molto alta in città a seguito delle agitazioni dei disoccupati e degli scioperi dei lavoratori portuali contro il potere padronale e la politica governativa; bastò infatti la notizia degli imprevisti fatti di Viareggio a far sfociare tale tensione in aperta rivolta.

A Viareggio una banale rissa sportiva seguita alla partita di calcio tra Lucca e Viareggio era degenerata in gravi disordini e quindi aveva assunto i caratteri di uno sciopero generale e di una sollevazione sovversiva.

Tutto era iniziato il 2 maggio quando, durante una zuffa scoppiata dopo il darby calcistico, i carabinieri avevano sparato e ucciso Augusto Morganti, un guardalinee con un passato di ex-tenente degli arditi di guerra che si era messo a capo della tifoseria viareggina. Di fronte a tale uccisione, la rabbia dei proletari viareggini tra i quali era molto forte la presenza anarchica dette vita ad un vero e proprio moto insurrezionale, tale da costringere i riottosi riformisti della Camera del Lavoro e del Partito socialista a dichiarare lo sciopero generale cittadino, mentre venivano disarmati i carabinieri ed assaltate le caserme dell’Arma.

Secondo quanto riferito dal corrispondente de «Il Telegrafo»: “Le donne, non tutte, si capisce, sono le più agitate, le più infuriate. Ne vedo a frotte, scarmigliate e discinte presso la Camera del Lavoro, ove sono esposti due vessilli, uno nero e l’altro rosso”.

Una volta che l’eco della situazione viareggina giunse a Livorno, immediatamente accese e fece dilagare il risentimento popolare, tanto da indurre la Camera del Lavoro a indire uno sciopero di protesta per il 4 maggio, aderendo all’invito del Sindacato ferrovieri e vedendo la convergenza del segretario, massimalista, Zaverio Dalberto, con le consistenti componenti anarchica e repubblicana della Camera del Lavoro.

Lo sciopero risultò esteso e compatto e, nel pomeriggio, una folla di lavoratori e sovversivi si radunò sotto la Camera del Lavoro in via Vittorio Emanuele (oggi via Grande), nei pressi di piazza Colonnella, in attesa di notizie da Viareggio e delle conseguenti decisioni del Consiglio delle Leghe ivi riunito. Nonostante la comunicazione che a Viareggio era stata decisa la cessazione del movimento, peraltro rimasto circoscritto, i dimostranti continuarono a rimanere in strada, mentre dalle finestre della Camera del Lavoro, i socialisti invitavano a tornare a casa, contraddetti dagli anarchici che sollecitavano i presenti a non fidarsi del governo e a continuare la lotta.

La situazione era ancora relativamente calma, con capannelli di gente impegnata a discutere sul da farsi; finchè carabinieri e militari presenti in forze circondarono la zona effettuando diversi fermi e bloccando le vie adiacenti.

A quel punto i presenti reagirono inveendo contro la presenza della sbirraglia, mentre sconosciuti assaltavano l’antistante armeria Soldaini e l’armeria Bertelli in via della Tazza (l’odierna via Piave), pur facendo uno scarso bottino consistente in rivoltelle per lo più inservibili, qualche fucile da caccia e alcuni coltelli.

Recatisi nella vicina questura in piazza Vittorio Emanuele, i sindacalisti socialisti Dalberto e Capocchi riuscirono, faticosamente, ad ottenere il rilascio degli arrestati, ma i carabinieri continuarono nella provocazione e in via Vittorio Emanuele alle sassate dei manifestanti risposero sparando – ginocchio a terra – coi moschetti e le rivoltelle sui proletari. Presi tra due fuochi, le vittime furono numerose: il socialista Flaminio Mazzantini, operaio ebanista di 48 anni e padre di otto figli, fu mortalmente colpito da due proiettili e Vittorio Volpini venne ferito in modo grave tanto da rimanere a lungo in pericolo di vita, ma si contarono almeno altri 14 lavoratori feriti dal piombo regio.

In risposta a tale eccidio, dopo le ore 21, un folto gruppo di sovversivi sparò alcune rivoltellate e lanciò tre ordigni esplosivi rudimentali contro il cancello della questura, ferendo alcuni carabinieri; quasi contemporaneamente nei pressi del porto venne lanciata una bomba a mano SIPE all’indirizzo del presidio composto da carabinieri e soldati che presidiavano la caserma Malenchini della guardia di finanza.

A seguito dell’accaduto la giunta esecutiva della Camera del Lavoro decideva, a tarda notte, la ripresa dello sciopero per l’indomani, mentre le forze di polizia eseguivano molti arresti, soprattutto tra gli anarchici ritenuti, senza alcuna prova, responsabili dell’assalto alla questura.

Così come a Viareggio, nel porto mediceo veniva fatto entrare un cacciatorpediniere della marina militare, mentre venivano fatti affluire, via mare, circa un migliaio di carabinieri e guardie regie.

I funerali di Mazzantini si trasformarono in un’enorme manifestazione proletaria (con sessantamila persone, secondo quanto riportato da «Umanità Nova»), con la partecipazione di tutte le organizzazioni di classe, oltre a socialisti, repubblicani e anarchici. Molti negozi avevano esposto la scritta “Chiuso per lutto proletario”. Il feretro era fiancheggiato da aderenti alla Lega Proletaria dei reduci di guerra, col nastro rosso al braccio, e seguito anche dai “ciclisti rossi” di cui Mazzantini era caposquadra. Nel nutrito spezzone anarchico, «La Gazzetta Livornese» riferì della presenza del gruppo di Ardenza, della sezione femminile anarchica, del Fascio rivoluzionario operaio e dell’associazione anticlericale “I nemici di Dio”. Alcuni incidenti si registrarono durante il corteo, soprattutto al passaggio davanti alla questura, tanto che al termine della giornata si contò un’altra quindicina di feriti, tra i quali otto donne.

L’ambasciatore inglese avrebbe annotato che “la città era stata per due giorni quasi completamente in mano ai rivoltosi”.

 

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Fonti.

Per la ricostruzione dei fatti sono state utilizzate le cronache pubblicate su «La Gazzetta Livornese» del 7-8 maggio 1920, su «Il Telegrafo» del 4 maggio e su «Umanità Nova» del 6, 7, 8 maggio 1920. Importante anche la ricerca di Tobias Abse, ‘Sovversivi’ e fascisti (1918-1922), pp. 75-11. Inoltre un riferimento è rintracciabile in Mimmo Franzinelli, Squadristi, p. 288. Al contrario è risultato del tutto inattendibile il racconto di Dino Frangioni che, in Il prezzo della libertà, riferisce di un “Eugenio Mazzantini ucciso tra i primi, ad opera delle guardie regie, durante una manifestazione antifascista”

 

Da Umanità Nova n.40 del 23 dicembre 2012

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