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Augusto Consani, un sindacalista ricercato

da “Lotta di Classe”, n. 128

AUGUSTO CONSANI, IL SINDACALISTA RICERCATO

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Nel redigere la sua scheda segnaletica, il poliziotto incaricato annotò: «veste da operaio con ricercatezza» e questa eleganza di stile emerge anche dalla foto di gruppo che lo ritrae in occasione del congresso della Camera del Lavoro sindacale di Livorno, nel luglio 1921, dove indossa camicia bianca, una sottile cravatta e la paglietta “sulle ventitre”.

Un’apparenza scanzonata dietro cui vi era un’aspra realtà di lotta quotidiana: basti dire che in quel momento Augusto Consani era esponente di primo piano dell’USI, dell’anarchismo e degli arditi del popolo. Conoscere la sua vita, intensa e agra, e ricostruirne l’attività rivoluzionaria significa perciò entrare nella storia del conflitto di classe, non soltanto livornese, di cui fu protagonista per oltre mezzo secolo, pagando di persona le sue irriducibili scelte “di parte”.

Nato a Livorno nel 1883, figlio di Primo e Gemma Poggianti, a vent’anni era già schedato dalla polizia come anarchico pericoloso. Avendo iniziato presto a lavorare presso il pastificio del padre, aveva frequentato la scuola solo fino alla 3ª classe elementare, ma grazie all’impegno di autodidatta e alla passione per la lettura, gli stessi questurini annotarono che seppure «di scarsa cultura […] vi supplisce con una intelligenza abbastanza svegliata, con la facilità di parola e con un fine intuito superiore alla sua età».

Le prime “attenzioni” della locale questura risalgono all’ottobre 1903 con l’apertura presso il Casellario politico centrale del fascicolo a lui intestato, e nei primi mesi del 1904 viene incriminato per il suo impegno come fondatore e redattore del foglio anarchico «Il Seme» (nelle diverse varianti del titolo, per eludere gli obblighi di legge apparendo come “numeri unici”) di cui fu, assieme ad Amedeo Boschi e a Natale Moretti, appassionato animatore.

Esemplare il suo articolo Sull’anarchia («Il Progandista», 15 marzo 1908) in cui, con argomentazioni profonde sul delitto e la legge che riflettono il pensiero di Pietro Gori, sostiene l’idea della società anarchica come unica alternativa al crimine.

La sua prima condanna, a seguito della propaganda scritta da lui svolta, è di quattro mesi e undici mesi di reclusione, oltre ad un’ammenda di lire 72, per «apologia di reato ed eccitamento all’odio fra le classi sociali» a mezzo stampa.

Inoltre, viene arrestato e denunciato per oltraggio e minacce agli agenti della forza pubblica, in occasione del Primo Maggio del 1904, subendo un’immediata condanna a 41 giorni di reclusione e lire 100 di multa. Appena poche settimane prima, aveva “guadagnato” dalla giustizia militare pure un’imputazione per «ricettazione d’oggetti di vestiario militare e favoreggiamento nella diserzione di tre militari del 10° fanteria».

Questi provvedimenti repressivi saranno soltanto i primi di una lunga di serie di misure poliziesche e sentenze penali che segnarono la sua incessante attività politica e sindacale, ma anche una condanna per un grave fatto di sangue in cui si trovò disgraziatamente coinvolto: nel 1908 venne condannato a 9 anni di detenzione per ferimento, seguito da decesso, di tale Gallinari Corrado. Il fatto avvenne il 7 ottobre e, come ebbe a spiegare – dalla latitanza – lo stesso Consani in una lettera aperta pubblicata sulla «Gazzetta Livornese» dell’11/12 ottobre 1908, fu l’epilogo tragico di una discussione scoppiata in una fiaschetteria e degenerata in una colluttazione tra lui e la vittima, entrambi armati di coltello.

Aderente al gruppo anarchico “Né dio né padrone”, assieme a Francesco Di Cocco, Pio Coli, Anselmo Casarosa, Augusto Spagnoli e Ottorino Magnocci; nel 1907 risulta tra i fondatori dell’associazione anticlericale Giordano Bruno.

Nel marzo 1908, già sottoposto ad ammonizione, viene arrestato per resistenza e lesioni qualificate a pubblico ufficiale, contravvenzione al monito e uso di materie esplodenti nell’abitato. Tale vicenda apparve un’evidente montatura a suo danno. Sospettato infatti per una strana esplosione avvenuta nelle vicinanze della questura con sede in piazza Vittorio Emanuele, la polizia fece irruzione nella sua abitazione che si trovava a breve distanza. Nel corso della perquisizione, senza mandato, alla quale Consani oppose resistenza, gli agenti di questura, dopo aver percosso anche sua madre ammalata, sequestrarono opuscoli di propaganda, corrispondenze e materiali redazionali del periodico settimanale anarchico «Il Propagandista» di imminente pubblicazione (poi ugualmente uscito con la data 12 marzo 1908).

Inoltre, venne rinvenuta una modesta quantità di salnitro e polvere di carbone, componenti utili – assieme al potassio – per la fabbricazione della polvere nera.

Assai fondatamente, sul giornale del 5 aprile, veniva quindi osservato: «quale interesse aveva il Consani a esplodere una bomba in prossimità della questura e precisamente in via del Traforo, nel più povero quartiere di Livorno, abitato da gente tutta diseredata?».

Di fronte all’inconsistenza delle accuse, lo stesso tribunale assolse Consani per l’attentato, condannandolo a 2 mesi e 21 giorni di reclusione esclusivamente per resistenza e lesioni.

A fine novembre del 1913, dopo l’ennesimo periodo di detenzione, scontato presso il carcere di Pesaro, Consani decide di espatriare regolarmente in Francia, stabilendosi a Marsiglia sino al luglio 1916 quando ritorna in Italia.

Richiamato alle armi, invece di essere inviato al fronte – probabilmente per le convinzioni sovversive – viene assegnato ad un reggimento di fanteria di presidio a Genova.

Congedato nell’aprile 1919 e rientrato a Livorno, Consani riprende la militanza e assieme a Virgilio Caparrini, Alfredo Gherarducci e Gino Del Soldato, in rappresentanza della componente anarchica in seno alla Lega Proletaria degli ex-combattenti, firma una dichiarazione politica contraria al prevalere nell’organizzazione dell’orientamento elettoralistico, a sostegno del voto per il Partito socialista, rivendicando l’autonomia dell’organizzazione.

Nel periodo del Biennio Rosso, l’attività di Consani risulta quasi spasmodica: è segretario della Camera del lavoro sindacalista, aderente all’USI, con sede nel quartiere proletario della “Venezia” che giunge a contare un migliaio di lavoratrici e lavoratori iscritti di diversa tendenza politica (socialista, repubblicana, anarchica e comunista). Sul piano politico, aderisce all’Unione Anarchica livornese e, oltre ad essere uno dei principali redattori della nuova edizione del settimanale «Il Seme», è corrispondente del quotidiano «Umanità Nova».

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Per «Il Seme» Consani, oltre a svolgere opera di diffusione e raccolta fondi, scrive numerosi articoli, firmandosi talvolta con trasparenti pseudonimi, quali Giusto Anusanco o Sannico (ossia gli anagrammi del suo nome e cognome).

Nel febbraio 1920 è quindi tra gli organizzatori dello sciopero generale proclamato a Livorno per reclamare la liberazione di Errico Malatesta, al quale rimase poi legato da amicizia autentica.

In occasione delle elezioni, nel novembre 1920 è autore di un vivace articolo antielettorale e antiparlamentare dall’emblematico titolo Baraonda («Il Seminatore» del 6 novembre).

Nel luglio del 1921 è uno dei principali organizzatori delle sezione di Livorno degli Arditi del popolo e un rapporto di polizia lo ritiene a capo di una “squadra” ardito-popolare composta da novanta anarchici; per la sua lotta antifascista, Consani è più volte oggetto di aggressioni da parte di squadristi e forze dell’ordine.

Il 18 luglio 1921, alle due di notte, alla vigilia di uno sciopero generale, con la probabile connivenza delle guardie regie una squadra fascista fa irruzione nel Circolo libertario di Studi Sociali in via del Tempio, sede anche della redazione de «Il Seme», devastandolo. Nei locali del circolo era temporaneamente alloggiato Consani, ma gli squadristi non essendo riusciti a sorprenderlo, sfogarono la loro rabbia ferendo la sua compagna.

Il 25 marzo 1922, venne provocatoriamente fermato da quattro carabinieri in borghese che, non avendogli trovato addosso armi né la tessera degli arditi del popolo, lo denunciarono per oltraggio, facendolo condannare a 80 giorni di reclusione e lire 200 di multa.

Dopo tali aggressioni, Consani si trasferisce per motivi di sicurezza in un locale in via delle Lance, adiacente alla Camera sindacale del lavoro, e presso il suo domicilio verrà pure indicato il recapito della Commissione di corrispondenza della UAI.

Nel marzo 1925 viene arrestato (e detenuto a Pisa sino a giugno, dopo essere stato prosciolto) per favoreggiamento nell’evasione dal carcere di Volterra, avvenuta nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1924, dei sovversivi Oscar Scarselli, Giuseppe Parenti e Giovanni Urbani.

Nel giugno 1926 risulta essere in contatto con un gruppo di Milano – recapiti presso Giuseppe Conti e Cesare Bagni – e viene intercettata una sua lettera in cui è espressa contrarietà all’invio di delegati anarchici in Russia ove la società «è incardinata su codici i quali per essere rispettati necessitano di baionette e di galere». Infatti, dopo la costituzione di un Comitato giovanile per l’unità proletaria a cui partecipavano comunisti, anarchici e repubblicani, era stato deciso l’invio di una delegazione di giovani operai in Russia.

Come rivelano alcune lettere intercettate dalla polizia, in questo periodo Consani mantiene collegamenti anche con l’anarchismo romano e, in particolare, con Ettore Sottovia, Luigi Damiani e Malatesta. Dalla periodica relazione prefettizia, si ha conferma che «Augusto Consani ha ripreso l’attività di propaganda» ed è impegnato nella diffusione e la raccolta di sottoscrizioni a favore dei giornali anarchici «Il Conferenziere Libertario», «Fede!», «Vita» e «Parole nostre».

Nello stesso anno, secondo alcune fonti, avrebbe incontrato a Livorno l’anarchico Gino Lucetti prima che questi giungesse a Roma per attentare alla vita Mussolini l’11 settembre 1926, con la complicità di altri anarchici e di Vincenzo Baldazzi, ex-dirigente degli arditi del popolo.

Nel novembre seguente è tra i primi livornesi, assieme all’anarchico Virgilio Antonelli, ad essere condannato al confino; giunto a Lipari il 18 dicembre 1926, nel marzo 1927 viene liberato condizionalmente, in quanto ammalato gravemente di tubercolosi, contratta durante il servizio militare, e torna a Livorno.

Nel 1931, secondo le autorità di polizia Consani, nonostante le «condizioni di salute molto precarie» organizza e coordina assieme a Ugo Cagliata l’attività clandestina di tre gruppi anarchici rionali a Barriera Garibaldi, San Marco e Venezia.

Nel marzo 1933, è tra gli antifascisti, anarchici e comunisti, indagati per gli attentati esplosivi contro la caserma della Milizia e il Dopolavoro fascista del quartiere S. Marco, attuati per vendicare la morte del comunista Mario Camici in conseguenza della sua detenzione nelle malsane galere fasciste.

Nel 1934, su delazione dell’informatore Giuseppe Guelfi, la polizia ritiene che a Livorno si sia costituito un Comitato nazionale di agitazione anarchica facente capo a Consani ed esegue, vanamente, 23 perquisizioni presso le abitazioni di altrettanti sovversivi.

Nel 1938, l’anarchico livornese è oggetto di una grave diffamazione da parte del Pci che, nel n. 2 de «l’Unità», lo accusa infondatamente di essere una spia (forse confondendolo con tale Augusto Consani, infiltrato tra i socialisti), parimenti all’anarchico Ezio Taddei e a certo Petrini di Ancona effettivamente informatore dell’OVRA, presumibilmente con l’intenzione di mettere fuori gioco un militante anarchico che non accettava alcuna subalternità politica nei confronti dell’organizzazione comunista.

Nel 1939, un “fiduciario” segnala riunioni tra anarchici e comunisti che confermano le divergenze esistenti fra i due raggruppamenti a seguito della guerra di Spagna e che «gli anarchici di Livorno fanno pietà», in quanto quasi tutti i “vecchi” militanti sono confinati o sottoposti a rigida sorveglianza e, soprattutto, perché Consani risulta gravemente ammalato.

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In realtà la rete clandestina anarchica, con epicentro ad Ardenza, non è debellata e, nonostante lo stato di salute sempre più compromesso, Consani è strettamente vigilato sino al 1942, tra un ricovero in sanatorio e l’altro. Dopo la liberazione, partecipa al congresso fondativo della FAI a Carrara, come portavoce assieme a Amedeo Boschi del gruppo “Cittadini del Mondo” di Ardenza, frazione dove si era trasferito dal 1937, in via Oreste Franchini. Muore a Livorno, roso dal male, nel dicembre 1953 (sessant’anni fa) e «Umanità Nova» gli dedicherà due sentiti necrologi, uno dei quali firmato proprio dai compagni del gruppo ardenzino che vollero ricordarne «la coerenza, la costanza e la dedizione», quando «la prigione era l’unico onore che percepiva per il suo intervento nei conflitti tra capitale lavoro».

 

(a cura di marco rossi)

Posted in Anarchismo, Antifascismo, Generale.

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