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IN LIBIA SI COMBATTE ANCORA LA PRIMA GUERRA MONDIALE?

da: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=410
del 17/03/2011
Una notizia interessante di questi ultimi giorni è che la minaccia di intervento della NATO in Libia, dato per imminente dal suo segretario generale Rasmussen, potrebbe innescare una crisi interna alla stessa NATO, poiché uno dei principali Paesi membri della sedicente Alleanza, la Turchia, ha preso un’esplicita posizione contraria al progetto di “no fly zone”. Risulta significativo che la presa di posizione contraria del governo turco giunga dopo l’assenso della Lega Araba alla “no fly zone”, perciò il primo ministro turco Erdogan si è fatto carico di manifestare ciò che tutti – tranne, ovviamente, l’opinione pubblica – oggi sanno, ma non hanno il coraggio di dire, cioè che la NATO non è la cura, ma la malattia, e che, senza l’ispirazione della NATO (cioè degli USA), la rivolta libica non ci sarebbe neppure stata. La rivolta libica, dapprima presentata dai media come movimento popolare tout-court, poi come insurrezione etnica, si va rivelando quindi come un tentativo di golpe, in parte interno allo stesso regime, ed in parte promosso dall’esterno. Erdogan ora sta anche tentando una mediazione che risolva il conflitto libico, togliendo così spazio di manovra all’aggressione NATO.
In queste notizie vi sono alcune implicazioni storiche altrettanto interessanti, che indicano come il ‘900, dato tante volte per superato ed alle nostre spalle, in effetti non sia ancora finito. L’attuale Libia è composta infatti da due province dell’Impero Turco Ottomano, che nel 1911 furono occupate dalle truppe italiane per un’iniziativa coloniale del governo del liberale Giolitti. L’impresa libica del 1911 costituì una sorta di coronamento dei festeggiamenti per il cinquantenario della Unità d’Italia, quasi a sancire l’ingresso dell’Italia stessa nel novero delle grandi potenze.
C’è quindi una strana ironia della Storia nel fatto che la questione libica riemerga così violentemente proprio nel momento della ricorrenza del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Anche se non è chiaro cosa si stia festeggiando, se i centocinquanta anni dell’Unità, oppure le centocinquanta basi militari USA e NATO che occupano attualmente il territorio ex-italiano (dal 2002 si sono aggiunte persino le basi segrete della CIA). Le rievocazioni storiche di questi giorni omettono un dettaglio fondamentale, e cioè che, in quegli anni dell’unificazione, l’Italia costituì un terreno dello scontro imperialistico delle grandi potenze dell’epoca: non solo l’Impero Austro-Ungarico, ma anche la Francia, la Gran Bretagna e la Prussia. Persino il best-seller di Pino Aprile, che pure riporta all’attenzione documenti da tanto tempo volutamente dimenticati, non si sofferma su questo aspetto, contribuendo così a perpetuare la mistificazione dell’annessione/genocidio del Sud come vicenda tutta interna all’Italia. L’Italia come problema esclusivo degli Italiani: a dissipare una tale illusione basterebbe la constatazione che il presidente del comitato dei festeggiamenti per l’Unità, Giuliano Amato, ex ministro del tesoro ed ex Presidente del Consiglio, è attualmente alto dirigente della Deutsche Bank.
http://www.deutsche-bank.de/medien/en/content/press_releases_2010_4871.htm L’Italietta giolittiana del 1911 era invece convinta di aver condotto a compimento il processo di indipendenza nazionale, al punto da sentirsi matura per andare a sua volta ad opprimere altri popoli, senza valutare che ciò avrebbe determinato una reazione internazionale tale da far ripiombare l’Italia dalla condizione di predatore a quella di preda coloniale.
Di quel governo Giolitti del 1911 faceva parte anche Francesco Saverio Nitti, il quale dopo la fine della prima guerra mondiale, in un suo libro best-seller internazionale dell’epoca “L’Europa senza pace”, commentò l’impresa coloniale libica affermando che, nello scoppio del grande conflitto appena cessato, anche l’Italia aveva avuto le sue brave responsabilità, proprio perché aveva iniziato la corsa a spartirsi le spoglie del morente Impero Turco. Tra quelle spoglie vi erano tutti i principali bacini petroliferi, oltre alla Libia, anche gli attuali Iraq e Arabia Saudita. La guerra di Libia fu quindi il prologo del conflitto mondiale del 1914-1918, che costituì anche la prima grande guerra per il petrolio.
La leggenda storiografica vuole che l’Italia fosse ignara delle ricchezze petrolifere della Cirenaica e della Tripolitania quando andò a conquistarle. L’impresa libica fu connotata infatti da una propaganda che la spacciava come una espressione di “colonialismo proletario”: nel 1911 il poeta Giovanni Pascoli pronunciò una famosa allocuzione, che ancora si studia a scuola: “La Grande Proletaria si è mossa”. Pascoli presentava l’impresa libica come un’occasione per le masse diseredate dell’Italia per andare a costruirsi un avvenire in quelle terre da coltivare e redimere.
Ovviamente era tutta propaganda: allora il “colonialismo proletario”, adesso il “colonialismo umanitario”, ma sempre di colonialismo si tratta, cioè di saccheggio delle risorse di un Paese aggredito. Il Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti, un uomo politico lucido e calcolatore, che aveva dimostrato più volte di avere in spregio le imprese coloniali di mero prestigio, come quelle del suo predecessore Francesco Crispi. Giolitti era troppo furbo ed informato per non sapere che la vera posta in gioco fosse la materia prima del futuro, il petrolio appunto.
Il fatto che per decenni il petrolio libico non sia stato estratto fu dovuto a cause oggettive. La prima riguardò il carattere puramente ufficiale della conquista, poiché l’effettivo dominio italiano fu confinato per lungo tempo alle coste, mentre l’interno rimase fuori controllo per decenni, esposto alle efficaci incursioni della guerriglia delle tribù autoctone; incursioni favorite anche dalla lunghezza del confine con l’Egitto, che consentiva alla Gran Bretagna di far passare armi e rifornimenti per la guerriglia libica.
La conquista effettiva del territorio fu quindi realizzata da Mussolini solo nei primi anni ’30, con metodi che non ebbero nulla da invidiare a quelli messi in campo da Hitler nell’Europa Orientale, del resto a loro volta ricalcati su quelli dell’imperialismo britannico in Africa e Asia. A quel punto il regime fascista dovette affrontare la questione delle infrastrutture nelle profondità del territorio libico, ma nel 1935-1936 si apriva la spaventosa emorragia finanziaria conseguente alle guerre d’Etiopia e di Spagna, una sorta di suicidio del regime per eccesso di velleità colonialistiche. Il suicidio del regime fascista avrebbe anche aperto la strada alla colonizzazione dell’Italia da parte degli USA a partire dal 1943, un processo di colonizzazione che la consistenza numerica e militare della Resistenza al nazifascismo ha indirettamente rallentato, ma non impedito; tanto che dal 1949 l’Italia è sprofondata progressivamente nella servitù NATO. Si tratta di un colonialismo tanto più efficace in quanto non percepito, dato che la sudditanza agli USA è velata dalla falsa coscienza “occidentale”, che fa passare la sottomissione forzata come una libera scelta.
Nel 1911 un outsider del colonialismo come l’Italietta giolittiana si era dunque impadronita di una delle più ricche aree petrolifere del pianeta, perciò vi erano tutte le condizioni perché le grandi potenze storiche dell’epoca – Gran Bretagna, Francia, Germania – si allarmassero ed andassero ad un regolamento di conti per stabilire chi dovesse appropriarsi dell’Impero Turco. Proprio in quel periodo nasceva la prima grande multinazionale petrolifera, la British Petroleum, che operò inizialmente solo in Iran, ma che già pensava ai giacimenti delle province mesopotamiche dell’Impero Ottomano – poi diventate l’Iraq – ed ai giacimenti della penisola arabica, anch’essa sotto il dominio turco. I Balcani, porta di accesso al Medio Oriente e storica area d’influenza del solito Impero Turco, rappresentarono l’area in cui la deflagrazione della prima guerra mondiale ebbe inizio nel 1914; ed è significativo che anche i Balcani costituiscano attualmente un’area sotto l’occupazione militare USA e NATO.
A distanza di cento anni, la Turchia cerca dunque di recuperare un proprio ruolo di leadership nell’area che una volta era sotto il suo dominio, e perciò si trova ad entrare in competizione addirittura con la “alleanza” di cui fa parte. La Turchia non ha particolari interessi affaristici in Libia, quindi ha nella vicenda una maggiore credibilità da spendere. Il Paese che detiene invece i maggiori interessi affaristici in Libia è l’Italia, ma il suo governo (?) risulta totalmente irretito nella servitù NATO/USA; anche se è probabile che le mazzette elargite silenziosamente dall’ENI abbiano la loro parte nella ritrovata fedeltà delle forze armate libiche nei confronti del regime di Gheddafi. Già nel tentativo di golpe contro Hugo Chavez nel 2002, organizzato dalla Exxon e dalla CIA, le regalie dell’ENI ai quadri intermedi dell’esercito contribuirono a rinfoltire il sostegno a Chavez ed a far fallire le mire degli USA.
Se Gheddafi riuscisse a completare in settimana la riconquista della Cirenaica, anche il progetto di “no fly zone” tramonterebbe per forza di cose. In tal caso sarebbe anche un successo dell’ENI, che si configurerebbe in Italia come uno Stato nello Stato; una situazione che non potrebbe non comportare effetti politici anche a livello interno.

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Aerei italiani sulla Libia

dalla diretta su Repubblica.it
20:32
Trapani, in volo altri due Tornado, il totale sale a sei
Sono decollati altri due caccia italiani da Trapani Birgi. In tutto sono sei quelli in volo per partecipare alle operazioni militari sulla Libia. Nella sua versione Ecr, il Tornado è equipaggiato con dispositivi per la guerra elettronica ed è specializzato nella soppressione delle difese aeree e delle postazioni radar avversarie mediante l’impiego di missili aria-superficie Agm-88 Harm (High-speed Anti Radiation Missile). I caccia raggiungono la velocità di 400 miglia all’ora e dovrebbero impiegare poco meno di trenta minuti per raggiungere la Libia, che dista circa 200 miglia dalla Sicilia. I Tornado dovrebbero quindi solcare lo spazio aereo di Tripoli intorno alle 21 ora italiana

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Dissociamoci dalle forze armate

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La Russa: “Da oggi nostri aerei compiranno azioni”

dalla diretta su Repubblica.it
14:51
La Russa: “Da oggi nostri aerei compiranno azioni” 66
Gli otto aerei italiani messi a disposizione dall’Italia per le operazioni in Libia “si aggiungono agli altri assetti forniti da tutte le altre nazioni che partecipano e da oggi compiranno le loro azioni sotto un unico comando, che è a Napoli”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, intervenendo a “in 1/2 h” di Lucia Annunziata su Rai Tre

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La guerra in Libia

 

da peacereporter.net

 

Attacco francese, si combatte a Bengasi e Misurata. Ormai è guerra senza quartiere

Una colonna di carri armati, per iniziare. Questo il primo obiettivo colpito dai caccia bombardieri francesi, che sono arrivati sulla Libia qualche minuto dopo la fine della riunione a Parigi tra la nuova coalizione dei volenterosi. Poi la pioggia di razzi su Tripoli, sparati dalle navi della marina Usa.

A Bengasi si combatte con le truppe lealiste in città, almeno trenta morti. Civili in fuga verso l’Egitto. Almeno questo dice al-Jazeera, alla quale andrà dedicata un’analisi a parte, alla fine di questa rivoluzione nel mondo arabo. Al-Jazeera dice, tutti riprendono. Il caccia abbattuto sui cieli di Bengasi, in poche ore, è diventato un velivolo mal manovrato dai ribelli e non un caccia di Gheddafi. Per ore, però, tutti l’hanno raccontata così. Al-Jazeera dice, tutti ripetono. L’Europa si lancia in guerra, come avviene sempre più spesso dopo la caduta del muro di Berlino.

No fly zone, si dice. Quindi rendere inefficaci i caccia bombardieri libici, ma anche – come visto – colpire i mezzi a terra. E quindi rendere inoffensivi anche eventualmente le strutture militari di Gheddafi, che in parole povere significa bombardare Tripoli. Dopo? Nessuno lo dice, tutti spergiurano che mai si entrerà via terra, mentre Gheddafi prende sempre più la cera di un grottesco Nerone e minaccia tutti.

Questa giornata di guerra ci restituisce un protagonista, anzi due. Il presidente Nicholas Sarkozy e la repubblica francese. Dopo la vergogna di aver offerto, ancora a poche ore prima che Ben Alì scappasse all’estero, le loro truppe speciali per sedare la rivolta. Anche trecento tunisini erano stati massacrati, ma l’Eliseo pensava a tener salda una dittatura amica. Con Gheddafi no, bisognava rilanciare l’immagine di Parigi e di Sarkozy. Nell’imbarazzo cronico degli italiani, che potrebbero trovarsi bersaglio di armi che loro stessi hanno regalato a Gheddafi neanche un paio di anni fa.

Sarà ancora una volta una scelta selettiva, che nessuno sentirà il bisogno si spiegare. Perché, a Manama, in Bahrein, le truppe saudite marciano per tenere saldo il trono di un emiro che massacra gli sciiti? perché a Sana’a, in Yemen, nessuno ritiene di dover fermare il presidente Saleh che manda i corpi speciali contro gli studenti? Troppe domande, non si sentono risposte, mentre Sarkozy fissa la camera con il suo stile aggressivo e chiede a francesi e cittadini di tutto il mondo come potrebbe l’Europa girarsi dall’altra parte?

Bengasi terrà, a questo punto. La guerra diventerà uno stillicidio, se non ci sarà una nuova risoluzione per truppe di terra. La cosa si complica enormemente. Una situazione imbarazzante, ottenuta ad hoc però. Lasciando che Gheddafi riconquistasse campo, città dopo città. In modo che l’aspetto emotivo fosse troppo forte e non puzzasse di Iraq e di petrolio.

Adesso comincia la terza fase di questa crisi. Prima la rivolta, senza un sostegno evidente. Poi la riscossa di Gheddafi, senza un sostegno ai ribelli, né evidente né nascosta. Adesso ‘arrivano i nostri’, dopo un mese di attesa e dopo sette anni – dal 2003 – di criminale complicità con Gheddafi. E domani si sentirà chiedere: “Cosa diranno i pacifisti?”, come se la colpa fosse degli unici che dal 2003 – e da sempre – denunciavano i crimini di Gheddafi e di coloro, anche più colpevoli di lui, che lo trattavano da statista.

Christian Elia

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Inizia la guerra, pronti anche aerei italiani

da: http://www.radiondadurto.org

 

Notizia scritta il 19/03/11 alle 12:12. Ultimo aggiornamento: 19/03/11 alle: 18:36

LIBIA: SCONTRI A BENGASI E ZENTEN, GLI AEREI OCCIDENTALI SULLA LIBIA. QUELLI ITALIANI PARTITI (ANCHE) DA GHEDI.

Ore 18 – I caccia francesi hanno sganciato i primi missili su un imprecisato “veicolo militare libico”. A dirlo il Ministero della Difesa di Parigi. E’ di fatto il primo atto conosciuto di questa nuova . A terra, intanto, proseguono gli scontri. Secondo gli insorti sarebbero stati respinti gli attacchi lealisti a , Misurata e Zenten. Decine i morti. Secondo Al Arabya, ma manca conferma al riguardo, pure gli aerei italiani avrebbero sorvolato la . Intanto a Torino, Milano e Brescia primi presidi spontanei contro la e a favore delle rivolte popolari arabe. A Brescia il presidio, inizialmente convocato per contestare la fiera armiera Exa attesa dal 9 al 12 aprile nel capoluogo, si è riformato nel tardo pomeriggio unendo la contestazione alla filiera armiera bresciana a quella verso l’ennesimo intervento occidentale in nome di “pace” e “diritti umani”. Momenti di tensione in piazza con le forze dell’ordine, come ci racconta Sauro, nostro collaboratore in piazza questo pomeriggio a Brescia.

Ore 17 – Ghedi e la provincia di Brescia, quindi, sono ancora tristemente in prima fila anche in quest’ennesima “guerra umanitaria”. Sul ruolo della base Nato a sud di Brescia, e più in generale della filiera armiera della nostra provincia abbiamo sentito Sauro, nostro collaboratore presente questo pomeriggio al presidio contro la fiera armiera “Exa” prevista fra poco a Brescia.

Ascolta l’intervista a Sauro cliccando qui.

Ore 16 – Terminato il vertice di Parigi, Sarkozy ha dato via libera alle azioni militari in Libia dicendo che i caccia occidentali “starebbero già impedendo i raid aerei di su Bengasi”, dove comunque si combatte aspramente come a Misurata.

Sono stati rischierati intanto a Trapani i caccia Tornado dell’Aeronautica militare che potrebbero essere impiegati sulla Libia: si tratta   dei Tornado ECR di Piacenza, specializzati nella distruzione delle difese missilistiche e radar, e dei Tornado EDS del sesto stormo di Ghedi (Brescia), con capacità di attacco. Insieme ai Tornado, sono stati schierati nella stessa base anche i caccia Eurofighter di stanza a Grosseto, assieme a F-16,
Awacs e aerei di rifornimento della Nato.

Ore 13 – Scontri e bombardamenti si registrano questa mattina, sabato 19 marzo 2011, a Bengasi dopo l’entrata in città delle forze pro-Gheddafi. Al Jazira, che ha diffuso la notizia, afferma che colpi di artiglieria sono esplosi sia dalla costa che da sud anche nella centrale Gamal Abdel Nasser Street. Abbattuto un aereo militarie degli insorti. Attraverso l’agenzia ufficiale Jana la risposta del governo libico: “le bande di al Qaida hanno attaccato le unita’ delle forze armate libiche ferme a ovest di Bengasi, hanno usato un elicottero e un aereo da combattimento per bombardarci, in flagrante violazione della no-fly zone imposta dall’Onu, abbiamo risposto per autodifesa”. Bombe ed esplosioni anche sulla città occidentale di Zenten. Oggi pomeriggio, a Parigi, un vertice internazionale potrebbe dare il via libera agli aerei occidentali, in partenza pure dalle base del nostro Paese.

La situazione, quindi, sembra essere ormai sull’orlo del precipizio: come in un film terribilmente già visto, tornano nelle bocche dei politici occidentali parole come “interventi mirati”, “bombardamenti chirurgici” e altro ancora, con il tradizionale e sanguinoso corollario di “effetti collaterali”. E’ tutto già scritto, quindi? Sentiamo l’analisi di Manlio Dinucci, analista di questioni geopolitiche

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Da Lampedusa a Mineo. Frontiere d’odio

da: http://senzafrontiere.noblogs.org/

Venerdì 18 marzo. A Lampedusa si susseguono gli sbarchi, il centro di accoglienza è al collasso. Nonostante le contestazioni che hanno accolto la visita di due campioni dei diritti umani quali Mario Borghezio e Marine Le Pen, nell’isola soffia forte il vento dell’odio e della paura. In queste ore un centinaio di isolani ha cercato di impedire l’attracco di una barca carica di immigrati.
A Mineo ha aperto i battenti il Villaggio della Solidarietà. Il governo ha deciso di concentrarvi tutti i residenti asilo dei CARA, per poter velocemente riconvertire a CIE i CARA. Nuova linfa per la premiata ditta galera e deportazione. I primi tre sono giunti in auto da Trapani, altri 157 li hanno deportati da Bari.

Di seguito la cronaca dell’ultima settimana curata da TAZ – Laboratorio di Comunicazione Libertaria

In un Mediterraneo in fiamme, la questione dell’immigrazione continua a svelare la criminalità della classe dirigente europea, messa di fronte ai disastri che essa stessa ha prodotto negli ultimi decenni. Il Nordafrica delle rivolte presenta il conto, e le partenze dalla Tunisia di barconi carichi di immigrati sono oggettivamente aumentate, anche se è sempre scorretto parlare in termini di emergenza. L’emergenza, in realtà, viene creata a tavolino. Non solo sui media, ma anche nella gestione dell’accoglienza (se così si può dire) sempre all’insegna delle leggi e delle procedure razziste.
Lunedì 14 marzo, a Lampedusa è andata in scena una brutta farsa. Gli europarlamentari Marine Le Pen – Fronte Nazionale francese – e Mario Borghezio – Lega Nord – si sono recati sull’isola per farsi la campagna elettorale sulla pelle degli sventurati. I toni sono stati ammantanti dell’ipocrita retorica umanitaria vista da destra ma, in sostanza, il messaggio era chiaro: l’Europa non può e non deve accogliere gli immigrati. Quindi? Quindi, vanno assistiti in mare senza farli sbarcare: distribuzione massiccia di viveri e medicine sui loro barconi purché non tocchino terra. Sembra uno scherzo, ma hanno detto proprio così. La notizia però è un’altra. I due esponenti razzisti hanno trovato al loro arrivo in aeroporto un comitato di accoglienza formato da una cinquantina di attivisti del locale circolo Arci Askàvusa e di Legambiente che hanno esposto striscioni contro il razzismo e il fascismo. I due politicanti hanno dovuto sgattaiolare da un’uscita laterale rinunciando pure alla conferenza stampa prevista nel palazzo del Municipio, il cui principale inquilino – giova ricordarlo – è quell’altro grottesco personaggio che risponde al nome di Bernardino De Rubeis, sindaco di Lampedusa, già indagato per corruzione, e più recentemente per istigazione all’odio razziale dopo un’ordinanza che disponeva il divieto di utilizzare i luoghi pubblici come “siti di bivacco e deiezione”. De Rubeis si riferiva proprio agli immigrati, i quali – aveva dichiarato pochi giorni prima – «importunano le nostre donne, fanno i propri bisogni dietro le case, davanti le scuole, di fronte ai bambini. Camminano a gruppi impedendo la vita sociale normale dei lampedusani». Addirittura.
In realtà, dovrebbero essere gli italiani a vergognarsi. Quelli che, per intenderci, stanno ai piani alti dei ministeri. Il Centro di accoglienza di Lampedusa è un lager. Duemilaseicento gli immigrati ammassati come bestie in una struttura angusta che ne potrebbe ricevere solo ottocento. Condizioni igieniche pessime: scarseggia il cibo e manca l’acqua ma, nonostante tutto, il morale è alto. Per tutte queste persone, essere arrivati vivi in Italia è già un gran bel traguardo. Solo l’altro giorno, infatti, un cadavere è stato restituito dalle onde sulla costa di Pantelleria, altra isola in mezzo al Canale di Sicilia. Un tratto di mare che il maltempo dei giorni scorsi ha spazzato violentemente con esiti tragici. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, infatti, un barcone si è ribaltato ed è andato a fondo. Una quarantina i morti, mai recuperati, mentre in cinque si sono salvati aggrappandosi a dei legni e lottando tutta la notte contro il freddo, il buio e i pesci che gli mordevano le mani.
Di fronte a tutto questo orrore, il governo italiano risponde miseramente. A Lampedusa si vorrebbero fare due tendopoli, da cinquecento posti ciascuna, e per fare questo è stato inviato
l’esercito. La popolazione locale si è opposta fermamente perché tutti i lampedusani, dai più progressisti ai più sensibili alle ragioni del quieto vivere, scorgono in questa operazione il pericolo di una trasformazione dell’isola in un lager a cielo aperto: una prospettiva nefasta sia per chi ha a cuore i diritti umani, sia per chi bada al portafogli e teme gravi ripercussioni sulla stagione turistica in un territorio in cui praticamente tutti vivono di questo. In questa miscela esplosiva si innesta l’atavica frustrazione di una comunità che si è sempre sentita ignorata dallo Stato centrale, e che oggi torna a sentirsi sfruttata solo come terra di frontiera. Nel momento in cui scriviamo, infatti, un centinaio di lampedusani sta addirittura impedendo l’attracco di una motovedetta della Capitaneria di porto con a bordo 116 immigrati soccorsi al largo.
In Sicilia, infine, è stato inaugurato il “Residence degli aranci” a Mineo, in provincia di Catania. Vi troveranno posto duemila richiedenti asilo (o forse più). Le prime deportazioni a Mineo saranno fatte dai Centri di Caltanissetta, Trapani, Crotone, Bari, Foggia. Un’enorme struttura, quella di Mineo, ipocritamente ribattezzata “Villaggio della Solidarietà”, in cui convogliare tutti i richiedenti asilo che vivono nei centri Cara di tutta Italia. L’obiettivo? Convertire quei centri in Cie – Centri di Identificazione ed Espulsione – dove internare i tunisini di Lampedusa.

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COME I TARPONI IL FASCISTA TOSI VIENE A LIVORNO

testo del volantino distribuito in centro a Livorno martedì 15 marzo, mentre nella sede della Provincia si teneva l’incontro tra il sindaco di Livorno Cosimi ed il sindaco di Verona Tosi.

 

COME I TARPONI

IL FASCISTA TOSI VIENE A LIVORNO

Oggi il sindaco Cosimi incontra il sindaco di Verona Tosi nel Palazzo della Provincia.

Flavio Tosi, è uno degli esponenti leghisti più legati alla destra neofascista e al tradizionalismo cattolico. Tosi è il sindaco che andò a trovare in carcere i fascisti che nel 2008 avevano assassinato Nicola Tommasoli, giovane veronese, colpevole di non aver loro offerto una sigaretta. Tosi è stato condannato per propaganda di idee razziste e per questo non può partecipare a manifestazioni pubbliche. Tosi partecipò nel 2005 ad una processione contro gli omosessuali. Tosi è anche quello che mise lo scorso anno un fascista a dirigere l’Istituto Storico della Resistenza e che fece la propaganda elettorale con i tifosi della curva dell’Hellas e con Fiamma Tricolore. Ci limitiamo a questo, ma ci sarebbe ancora molto da dire su questo personaggio.

L’incontro previsto per oggi alle 18 dovrebbe essere un momento di confronto sulle politiche delle amministrazioni in merito a sicurezza e viabilità. Non stupisce che un sindaco PD come il Cosimi, si incontri con uno dei modelli di sindaco sceriffo come Tosi che ha portato avanti a Verona provvedimenti razzisti e di negazione di ogni libertà. In molte città infatti Lega e PD vanno sempre più a braccetto nelle politiche “per la sicurezza”, politiche razziste e di militarizzazione del territorio.

Il problema quindi non è Tosi, il problema sta nel tentativo di deviare ogni malcontento popolare con la paura del diverso, con la paura dello straniero. E’ il campo del delirio securitario quello sul quale si svolge l’incontro di oggi tra Cosimi e Tosi. Il campo in cui si decide come scaricare paura e violenza sui migranti, sui lavoratori, sui precari, su chi è sfruttato, in modo da disinnescare ogni conflitto sociale.

Questo incontro avrebbe dovuto svolgersi inizialmente il 28 gennaio, in seguito alla mobilitazione degli antifascisti livornesi l’incontro venne annullato. Oggi, alla zitta e senza pubblicità, di nascosto come i tarponi, si terrà l’incontro. Sono costretti a organizzare le cose in questo modo, con un esagerato spiegamento di forze, per gestire un semplice incontro tra due sindaci.

Nonostante la notizia dell’incontro sia giunta oggi all’improvviso, noi siamo comunque in piazza, come sempre, come lo saremo anche domani quando Tosi se ne sarà andato.

SEMPRE IN PIAZZA

CONTRO OGNI RAZZISMO

CONTRO OGNI FASCISMO

PER LA RIPRESA DELLE LOTTE

Livorno Antifascista e Antirazzista

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Riunione Anarchici Toscani

Sabato 19 alle ore 14:30 è convocata la riuinione degli Anarchici Toscani.
La riunione si terrà presso il Circolo Anarchico Fiorentino in via dei Conciatori a Firenze.

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Rompere le gabbie aprire le frontiere

da: http://senzafrontiere.noblogs.org/

 

Parma 14 e 15 maggio 2011
Rompere le gabbie aprire le frontiere
Incontro su immigrazione, lavoro, CIE

L’immigrazione dal sud al nord del pianeta ha allargato e reso più feroce il fronte della guerra ai poveri. L’arrivo di lavoratori stranieri è la leva potente con cui è stato sferrato un attacco senza precedenti ai “diritti” acquisiti dai lavoratori in decenni di lotte durissime.
Chi emigra, sia coloro che fuggono da paesi dove la sopravvivenza è una sorta di roulette russa, sia chi si mette in viaggio nella speranza di migliorare la propria condizione, è costantemente sotto ricatto.
Il disciplinamento dei lavoratori immigrati, indispensabile a mantenerli sottomessi perché ricattabili, si è articolato in una lunga teoria di provvedimenti legislativi e conseguenti pratiche repressive, che passo dopo passo, hanno posto le basi per un diritto diseguale nel nostro paese come nel resto d’Europa.
Se la disuguaglianza è sancita per legge, se l’accesso alla cittadinanza e finanche a quella sublime astrazione chiamata “diritti umani” diviene carta straccia, l’universalità della norma – sia pure meramente formale – si infrange.
È un viaggio senza ritorno. Un parziale accesso ai diritti è subordinato a condizioni quasi impossibili per i più. Una corsa ad ostacoli piena di trucchi ed inganni. In questi anni, l’incrudirsi della crisi e il peggiorare dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, oltre ad una martellante campagna di criminalizzazione degli stranieri ha reso più difficile la solidarietà tra chi mantiene qualche tutela e chi non ne ha mai avute, rendendo più duro il fronte della guerra di classe. Non sono mancate tuttavia importanti esperienze di lotta comune tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani: piccoli ma importanti segnali che occorre amplificare.

L’universalità delle libertà formali è oggi più che mai la maschera grottesca della democrazia reale.
Fatta di muri. Sempre più spessi, sempre più alti. Su questi muri si infrangono le vite di chi fugge la guerra, le persecuzioni, la miseria. C’è chi muore in viaggio, chi in un cantiere senza protezioni, chi si impicca per evitare la deportazione. Una lunga strage di Stato.
Il diritto legale di vivere nel nostro paese è riservato solo a chi ha un contratto di lavoro, a chi accetta di lavorare come qui nessuno più era obbligato a fare. Oggi i migranti, con permesso o in nero, sono i nuovi schiavi di quest’Europa fatta di confini e filo spinato.

I CIE, Centri di Identificazione ed espulsione, sono le galere che lo Stato italiano riserva a quelli che non servono più. Sono posti dove finisci per quello che sei, non per quello che fai. Come nei lager nazisti. Nei CIE rinchiudono chi ha perso il lavoro e, quindi, anche le carte, oppure chi un lavoro regolare non l’ha mai avuto e quindi nemmeno i documenti.
Chi resta, dopo aver ricevuto un decreto di espulsione, rischia la galera perché – da un anno in Italia – l’immigrazione clandestina è un reato penale.
Da sempre nei CIE soprusi, pestaggi, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano. Le lotte degli immigrati rinchiusi nei CIE hanno segnato l’ultimo decennio. Una lunga resistenza, spesso disperata, fatta di braccia tagliate, bocche cucite, lamette o pile ingoiate. Qualcuno ha preferito la morte alla deportazione e l’ha fatta finita. In tanti si sono ribellati, bruciando materassi, distruggendo suppellettili, salendo sul tetto. Un po’ ovunque ci sono stati tentativi di fuga.

Nell’ultimo anno sono andate in fumo camerate, stanze e anche interi CIE: la protesta degli immigrati sta mettendo in seria difficoltà il governo. Il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, si vanta di aver “fermato l’invasione”. In realtà non ci sono barriere, filo spinato, uomini in armi che possano fermare chi si mette in viaggio per fuggire guerre, miseria, oppressione. Gli accordi italo-libici per i respingimenti in mare hanno fatto sì che si aprissero altre rotte.
Il governo vuole costruire quattro nuovi CIE ma non ha nemmeno i soldi per ristrutturare quelli danneggiati durante le rivolte dell’ultima estate.
Le reti di solidarietà con gli immigrati si sono moltiplicate. In alcuni casi le lotte sono riuscite a mettere in difficoltà il governo.

Siamo convinti che oggi ci siano le condizioni per mettere in crisi il sistema delle deportazioni: dai respingimenti in mare e alle frontiere, al sostegno di chi lotta nei CIE, all’apertura di crepe nel consenso verso le leggi razziste.

Nell’ultimo anno si sono moltiplicate ed estese le lotte dei lavoratori immigrati contro la sanatoria truffa, il permesso a punti, il contratto di soggiorno, la schiavitù del lavoro nero, i soprusi della polizia.

Il governo ha risposto con botte, denunce, deportazioni.

Siamo convinti che il mostruoso apparato repressivo che tiene sotto scacco la vita degli immigrati non basterà a fermare le lotte. Anzi. La crisi che pure morde la vita di tutti ha colpito in modo durissimo gli immigrati.

Siamo convinti che le lotte comuni tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani possano dare dei bei grattacapi a chi lucra sulle vite di tutti, scommettendo sulla guerra tra poveri.

A Parma il 14 e 15 maggio vogliamo ripercorrere la rotta degli schiavi, il loro cammino attraverso il deserto, i mercanti d’uomini, il lavoro nero, i caporali, i CIE, la deportazione.
Vogliamo altresì mettere a confronto esperienze, idee e proposte di chi, giorno dopo giorno, lotta contro il razzismo di stato e la guerra ai poveri.

Nell’auspicio che si possano tessere reti sempre più solide.

Sabato 19 marzo a Milano incontro del Coordinamento Antirazzista della FAI.
Dalle 11 in viale Monza 255

La commissione antirazzista della FAI
Per contatti:
fai-antiracism@libero.it
faiantirazzisti@autistici.org

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