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A 5 anni dalla strage: giustizia per Suruç!

da umanitanova.org

A 5 anni dalla strage: giustizia per Suruç!

Da fine giugno a Kadıköy, Istanbul, si susseguono iniziative per il quinto anniversario della strage di Suruç. Le organizzazioni giovanili rivoluzionarie, tra cui la Anarşist Gençlik (Gioventù Anarchica), in queste settimane sono scese nelle strade più e più volte, nonostante le provocazioni della polizia. Hanno scandito slogan e interventi, hanno attraversato le strade del quartiere con cortei e hanno presidiato i luoghi più significativi, in una campagna di lotta e di memoria.

Il 20 luglio saranno 5 anni da quando una bomba esplose nel corso di una conferenza stampa della Federazione delle Associazioni di Giovani Socialisti (SGDF) nel Centro Amara di Suruç. L’attacco fu rivendicato dallo Stato Islamico ma era parte di una più ampia strategia di terrore dello Stato Turco, e colpì dei giovani rivoluzionari, socialisti e anarchici, che stavano per attraversare il confine per partecipare alla ricostruzione di Kobanê. (https://umanitanova.org/?p=1083)

La strage di Suruç è uno dei più sanguinosi massacri di giovani degli ultimi decenni. Dopo questa bomba lo Stato Turco ha scatenato una strategia di guerra e di terrore nel proprio territorio per frenare le aspirazioni di cambiamento dei giovani, la diffusione delle idee e delle pratiche rivoluzionarie tra Turchia e Rojava. Ma come confermano le manifestazioni di questi giorni a Kadıköy la lotta per la libertà non si può fermare.

Nelle scorse settimane le organizzazioni giovanili sono scese in piazza con lo slogan “Suruç için adalet, herkes için adalet” ovvero “Giustizia per Suruç, giustizia per tutti”, e con una presa di posizione unitaria di cui riportiamo alcune parti:

“Siamo di nuovo insieme per commemorare, nell’anniversario del massacro, i 33 compagni che erano in viaggio per realizzare un sogno. 5 anni fa, i nostri compagni, i nostri compagni di lotta, si sono uniti fianco a fianco con solidarietà rivoluzionaria, e hanno detto: «Abbiamo difeso insieme Kobanê, la ricostruiremo insieme». In uno dei più sanguinosi massacri di giovani della storia abbiamo perso i nostri compagni, che erano in viaggio per portare giocattoli ai bambini di Kobanê, per guarire le ferite della popolazione del Rojava. Noi, che riprendiamo sulle nostre spalle la loro lotta, riempiamo le strade quest’anno, proprio come ogni anno, per la giustizia.

È lo stesso sistema capitalista-imperialista, che ha massacrato 33 rivoluzionari a Suruç. La storia delle sue guardie è sfruttamento, guerra, massacro. […] Mentre ad alta voce gridiamo «Giustizia per Suruç, Giustizia per tutti», la nostra voce sta dando voce a Gülistan Doku [studentessa universitaria curda di 21 anni scomparsa dal 5 gennaio 2020 http://www.kedistan.net/2020/01/18/turkey-where-is-gulistan-doku/], trasformandosi in resistenza contro la violenza della polizia, raggiungendo lavoratori intrappolati in un’epidemia o nel ricatto della fame, diventando speranza in queste molte ingiustizie. Il fuoco della lotta, che non può essere estinto a Suruç, continua a crescere esponenzialmente. Nonostante i massacri e le politiche di annientamento, i giovani continuano ovunque a lottare, in particolare nelle università. Conosciamo i complici, i padroni e i mandanti di coloro che hanno effettuato i massacri, da Suruç al 10 ottobre [strage di Ankara del 10 ottobre 2015, 86 morti e 186 feriti in seguito a un attentato esplosivo durante una manifestazione per la pace]. Continuiamo a mantenere vivi i nomi di coloro che sono stati assassinati in ogni luogo in cui ci troviamo, e sappiamo che manterremo vivi i loro ricordi con la nostra determinazione a lottare. Nell’anniversario del massacro, sappiamo che la giustizia può essere conquistata solo per le strade.”

La memoria di questa strage è ancora viva, e non solo nelle regioni dell’Anatolia e della Mesopotamia, ma ovunque nel mondo. A Livorno sabato 18 luglio compagn* della Federazione anarchica livornese e del Collettivo anarchico libertario hanno voluto commemorare con uno striscione le 33 vittime della strage del Centro culturale Amara di Suruç, avvenuta in un luogo importante per la solidarietà internazionalista, dove anche molti solidali livornesi sono passati nel corso degli anni. Lo striscione è stato esposto nel corso dell’iniziativa di inaugurazione dell’installazione RojavaStreet preparata dal Teatrofficina Refugio e dal Collettivo Miranda per rispondere all’appello di RiseUp4Rojava.

A Kadıköy durante una manifestazione unitaria delle organizzazioni giovanili al Parco Mehmet Ayvalıtaş, sabato 18 luglio, la Anarşist Gençlik (Gioventù Anarchica) ha lanciato un appello a partecipare alla commemorazione programmata per il 20 luglio alle 19 al palazzo del Süreyya Opera di Kadıköy. Di seguito riportiamo l’appello dell’organizzazione anarchica giovanile:

“Per cinque anni abbiamo attraversato queste strade per perseguire la giustizia, gridando ogni volta più forte la memoria dei nostri compagni, amici, fratelli e sorelle assassinati. Perché queste sono state separate da noi queste persone, con cui resistevamo insieme spalla a spalla in ogni azione, con cui lanciavamo gli stessi slogan, con la stessa determinazione e lo stesso coraggio, con cui mangiavamo con il cucchiaio dalla stessa zuppa.

Erano partiti con giocattoli e libri che avevano raccolto porta a porta per i bambini, erano partiti per ricostruire Kobanê, la città che era stata dichiarata “caduta” varie volte e era stata saccheggiata dallo Stato Islamico, ma che vinse e riconquistò la vita grazie alla solidarietà e alla resistenza dei Popoli del Rojava. Rispondendo all’appello della SGDF (Federazione delle Associazioni dei Giovani Socialisti), si sono trasferiti a Kobanê per la solidarietà, con le loro bandiere nelle mani, i loro slogan nella loro lingua, la lotta contro tutte le guerre, e la rabbia verso tutti gli stati. Si sono riuniti al Centro Culturale Amara di Suruç il 20 luglio 2015. Volevano poter essere una speranza per i bambini che erano violentemente stressati e impauriti nei giorni in cui la lotta rivoluzionaria sorgeva nella nostra geografia e si accelerava la lotta per la libertà contro l’ingiustizia e la violenza degli stati. Erano partiti per incontrare persone che stavano conquistando la propria libertà. Ma furono assassinati da una bomba di stato.

Cosa è successo dopo? Gli assassini sono stati protetti nonostante tutte le denunce. Coloro che sono stati feriti nel massacro di Suruç, i compagni di coloro che sono stati uccisi, i loro familiari sono sempre stati sottoposti a tentativi di intimidazione anche attraverso la detenzione. Il padre di Vatan, compagno ucciso a Suruç, a otto mesi dal massacro disse a una commemorazione sulla tomba del figlio “le loro idee sono germogliate in altre lotte”. Proprio come al funerale aveva detto di essere “orgoglioso di lui” e che Vatan “non era solo mio figlio, era mio amico, era mio compagno”.

Ciò che è stato scritto dopo le parole che sono state dette, è iniziato con la bandiera nera che non gli è caduto dalla lingua, con la bandiera nera che non ha fatto cadere.

Di Alper è stato scritto delle melodie anarchiche che pronunciava, e della bandiera nera che non è caduta dalla sua mano. Suruç è stato un altro dei massacri più sanguinosi che la geografia abbia mai visto. È stato anche uno degli esempi più potenti della rivoluzione e della lotta per la libertà contro lo stato. Dopo il massacro, la nostra solidarietà divenne più forte, la nostra lotta continuò mano nella mano, fianco a fianco.

Siamo nelle strade da cinque anni. La lotta di Suruç è la nostra lotta, dicendo che non c’è perdono continuiamo la lotta per la giustizia, là dove dovrebbe esservi giustizia. Sappiamo che non possiamo avere giustizia dai palazzi di giustizia dello stato. Gli assassini non sono stati giudicati ma sono protetti tra le mura dello stato. Per questo gridiamo nelle piazze, nelle strade in cui viene dichiarata a voce alta la verità. Continuiamo a dire che nonostante le pressioni, gli arresti, le detenzioni, sarà chiesto il conto di Suruç.

Sono passati cinque anni da quando la collaborazione tra lo Stato Turco e lo Stato Islamico ha fatto esplodere la bomba, ma il dolore per coloro che abbiamo perso e la nostra rabbia nei confronti degli assassini è ancora forte come il primo giorno. Riprendiamo la lotta dei 33 anarchici e socialisti rivoluzionari che morirono nel massacro di Suruç. Verremo a chiedere il conto con le loro bandiere. Nonostante il tempo trascorso e nonostante altri massacri si siano susseguiti, la nostra fede e la nostra lotta stanno crescendo. Non abbandoneremo questa lotta finché non creeremo il mondo libero che sognavano i nostri compagni assassinati!”

Questo è il momento centrale della campagna di lotta avviata nelle ultime settimane in occasione del quinto anniversario della strage, e in questo periodo scendere in piazza significa anche rompere le maglie della repressione che sta caratterizzando anche in Turchia la gestione dell’emergenza sanitaria.

DA

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Giustizia per Suruç

La sera di sabato 18 luglio con il Teatrofficina Refugio abbiamo inaugurato l’installazione Rojava Street, con un’iniziativa che rispondeva all’appello di RiseUp4Rojava

Abbiamo anche dedicato uno striscione alle 33 giovani vittime della strage di Suruç. Il 20 luglio saranno 5 anni da quando una bomba esplose nel corso di una conferenza stampa della Federazione delle Associazioni di Giovani Socialisti nel centro Amara di Suruç. L’attacco rivendicato dallo Stato Islamico ma parte della strategia di terrore dello Stato Turco, colpì dei giovani rivoluzionari, socialisti e anarchici, che stavano per attraversare il confine per partecipare alla ricostruzione di Kobanê.

La strage di Suruç è uno dei più sanguinosi massacri di giovani degli ultimi decenni. Dopo questa bomba lo Stato Turco ha scatenato una strategia di guerra e di terrore nel proprio territorio per frenare le aspirazioni di cambiamento dei giovani, la diffusione delle idee e delle pratiche rivoluzionarie tra Turchia e Rojava. Ma la lotta per la libertà non si può fermare.

Suruç için adalet
Giustizia per Suruç
Giustizia per tutt*

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Riapre la Biblioteca della FAL – area studio e consultazione

 

Riapre la Biblioteca della FAL
(Federazione Anarchica Livornese)

Dal 16 luglio

Ogni giovedì dalle 14 alle 20
In Via degli Asili 33-35 (Borgo Cappuccini)

Area studio all’aperto, silenziosa, all’ombra degli alberi del giardino, zona bar per confrontarsi davanti ad un caffè

Biblioteca per consultazione libri, opuscoli e periodici (oltre 3000 volumi su anarchismo, movimento operaio e lotte sociali).

La riapertura avverrà avendo cura di tutelare la salute di tutt*

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Basta VelENI! Basta sfruttamento!

Sabato 11 luglio alle 17 a Stagno davanti alla Raffineria e alle 19 a Livorno alla Terrazza Mascagni, partecipiamo alla manifestazione organizzata da Fridays For Future, comitati contro gli inceneritori e associazioni ambientaliste da tutta la regione

Basta VelENI! Basta sfruttamento!
No al mega inceneritore ENI a Stagno!
Chiudere SUBITO l’inceneritore di Livorno!

Siamo come a novembre al fianco di Fridays For Future e dei comitati per opporci al progetto di un nuovo inceneritore “gassificatore” a Stagno. Un anno fa ENI e istituzioni attraverso la stampa locale hanno annunciato il progetto di “bioraffineria” cercando di presentare come “green” l’impianto che tratterebbe ad altissime temperature le plastiche non riciclabili e il CSS, ottenuto dalla componente secca dei rifiuti non differenziabili, per produrre metanolo e altre sostanze combustibili. L’ENI e i suoi esperti ovviamente dicono che non vi saranno le emissioni altamente nocive degli inceneritori tradizionali, ma “solo” emissioni di CO2 e scarti solidi vetrificati. Ma questo impianto sarà il primo del suo genere, non si possono dunque avere dati riguardo a impianti già esistenti per verificare queste affermazioni. I comitati hanno subito denunciato la pericolosità del progetto, che brucerà rifiuti da tutta la Toscana e non solo, e che impiegherà, specie per il raffreddamento rapido, grandi quantità di acqua che al termine del processo sarà carica di metalli pesanti e che non è ancora chiaro dove sarà sversata. Questo impianto rappresenta per la Regione una ghiotta opportunità dopo che il progetto di mega -inceneritore nella piana fiorentina ha trovato un ampio movimento di opposizione ed è stato bloccato dalla magistratura. L’industria, e non solo quella del trattamento rifiuti, può immettere i rifiuti sul mercato trasformandoli in merce. L’ENI può rinviare gli interventi di bonifica, e raccontare la favola dell’economia “circolare”. Intanto quello che circola sono gli affari, sulla pelle di tutte e di tutti.

La raffineria ENI ha avvelenato questo territorio e chi lo abita per oltre 80 anni sfruttando e facendo ammalare chi ci lavora. L’attuale raffineria è già disastrosa, e non rispetta le normative per gli impianti a rischio di incidente rilevante. L’area è tanto inquinata da essere già inserita tra i Siti di Interesse Nazionale per la bonifica, ma nonostante questo l’ENI continua a devastare il territorio. Basti pensare all’alluvione 2017: quando gli idrocarburi sversati da ENI nel Rio Botticina arrivarono al mare; quando molte case e cortili furono inondate da acqua e fango, in alcuni casi in comunicazione con il materiale che allagava la raffineria; quando nei cortili delle palazzine residenziali ex INA adiacenti alla raffineria il fango risultò avere un’altissima contaminazione da idrocarburi. ENI vorrebbe aggiungere un altro impianto oltre a quello già esistente. E di bonificare? Non se ne parla! Il lavoro uccide e fa ammalare, è la vera contraddizione di questa società, e l’emergenza coronavirus ce lo ha confermato ancora una volta.

Intanto ENI si presenta nelle scuole come “amica del clima” ma è una multinazionale che inquina avvelena, sfrutta e che è al centro delle politiche coloniali dell’Italia, il cui principale azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze. Dopo le truppe di occupazione mandate in Libia per difendere gli “interessi nazionali” il Governo lo ha detto chiaramente: la prossima missione militare nel Golfo di Guinea avrà il compito di “proteggere gli asset estrattivi di ENI”.

Il candidato PD alle regionali, Giani, dopotutto ha detto che se non si farà la cosiddetta “bioraffineria” bisognerà fare un altro inceneritore e che da Presidente della Regione una volta scelto un sito andrà “a diritto con i carri armati”. Nelle istituzioni non bisogna mai avere fiducia, è l’organizzazione e l’impegno dal basso, sono le lotte di base, che possono fermare i progetti e difendere la salute di tutte e di tutti. Sindaci, presidenti di regione, amministratori di municipalizzate e consulenti privati devono rendere conto dell’appoggio degli affaristi dei rifiuti, devono seguire criteri di profitto, non agiscono nell’interesse dei cittadini. Se lo fanno in breve tempo sono messi da parte. Le parole di Giani dimostrano che chi governa teme l’azione dei movimenti, ammettono che le lotte di questi anni nella piana fiorentina hanno raggiunto un risultato confermando quindi l’efficacia dell’azione diretta.

È con l’organizzazione dal basso e l’azione diretta, con la lotta in prima persona di tutte e tutti che possono essere chiusi tutti i vecchi inceneritori e che può essere fermata la costruzione di nuovi impianti.

Nell’area livornese il problema non è solo l’ENI. La chiusura dell’inceneritore ormai vecchio di oltre 30 anni è rinviata ancora! Stavolta si parla del 2023. Al suo posto dovrebbe sorgere un impianto per il trattamento dei rifiuti organici. Da oltre 20 anni l’inceneritore deve essere chiuso. Lo ha chiesto la popolazione a più riprese. Il M5S ne aveva promesso la chiusura nella campagna elettorale del 2014, per correggere il tiro una volta vinte le elezioni, annunciando lo spegnimento per il 2021 per scaricare la responsabilità sull’amministrazione successiva che ora prende tempo con nuove promesse. Noi confermiamo che l’inceneritore va chiuso subito senza condizioni. la sua chiusura è necessaria per la salute di tutte e di tutti e non può diventare una moneta di scambio per la costruzione di nuovi impianti.

Basta soldi alle multinazionali!
Reddito e salute per le classi sfruttate!

Federazione Anarchica Livornese – federazioneanarchica.org – cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it
Collettivo Anarchico Libertario – collettivoanarchico.noblogs.org – collettivoanarchico@hotmail.it

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Basta guerra in Kurdistan – Libertà per i prigionieri politici in Turchia!

Di seguito il documento di Livorno per il Rojava

Basta guerra in Kurdistan – Libertà per i prigionieri politici in Turchia!

Anche Livorno risponde all’appello per mobilitarsi per la tutela dei diritti umani, per la liberazione delle persone prigioniere politiche in Turchia, contro la guerra che lo stato turco sta conducendo nel Kurdistan. Il 27 giugno si manifesta in tutta Italia contro il governo turco guidato dal partito conservatore-religioso AKP del presidente della repubblica Erdoğan e dal partito fascista MHP.

In Turchia sono decine di migliaia le persone prigioniere politiche chiuse nelle carceri, e spesso alla privazione della libertà e alla reclusione per queste persone si aggiungono i trattamenti inumani e degradanti cui sono sottoposti nelle prigioni, queste brutali condizioni hanno raggiunto il massimo dell’abominio durante l’attuale pandemia del Covid-19. L’amnistia concessa a causa dell’emergenza sanitaria da parte del governo turco ha permesso a 90000 persone di lasciare le celle ma da tale provvedimento sono stati esclusi i condannati per reati di natura “politica”. Questa limitazione ha impedito la liberazione di circa 50000 persone detenute che sono parte di associazioni, partiti e sindacati, intellettuali, giornalisti, studenti, artisti, militanti e attivisti in genere. Questa scelta è stata chiaramente presa per non mettere in libertà i dissidenti e, di fronte al propagarsi dell’infezione nelle carceri, per decimare le persone incarcerate per motivi politici esponendole al rischio di contagio. È in questo contesto che tre membri del progetto musicale comunista Grup Yorum hanno condotto fino alla morte lo sciopero della fame con cui da mesi chiedevano tra le altre cose l’annullamento del divieto ai concerti del gruppo, e la scarcerazione dei suoi membri. Tra coloro che sono detenuti per motivi politici oltre a esponenti dell’opposizione democratica, ai militanti della sinistra rivoluzionaria, ai socialisti, ai comunisti e agli anarchici, vi sono anche molti attivisti dei movimenti curdi. Tra questi ultimi, 5000 sono membri del Partito Democratico dei Popoli, l’HDP, che sostiene i diritti delle minoranze e le istanze curde. Alcuni di essi sono deputati, co-sindaci, consiglieri comunali e di distretto, o comunque rivestono cariche elettive di cui sono stati esautorati. Lo stato militarista turco ha sempre soffocato ogni aspirazione alla libertà della popolazione sotto il peso di una violenta repressione, ma per comprendere la situazione attuale bisogna guardare al 2015, quando per fermare lo sviluppo dell’esperienza rivoluzionaria dei cantoni del Rojava e il plurale e variegato movimento di solidarietà che era nato in Turchia, lo stato turco scatenò una vera e propria guerra contro i propri cittadini su più livelli. Da una parte cercò di distruggere il movimento di solidarietà con la paura, praticando il terrorismo con gli attentati esplosivi che provocarono stragi a Diyarbakır, Suruç e Ankara, dall’altra, con la giustificazione della lotta al terrorismo, mise in atto bombardamenti aerei e di artiglieria sullo stesso territorio turco colpendo città e villaggi, occupati poi militarmente per compiere omicidi, brutalità, arresti, torture e sparizioni. Nel 2016 la lotta per il potere interna allo stato e ai suoi apparati sfocia in un tentativo di colpo di stato che, sedato con violenza dal presidente della repubblica Erdoğan, diviene occasione per mantenere per due anni lo stato di emergenza, rafforzare le posizioni di potere, riempire le carceri di oppositori, sostituire decine di migliaia di funzionari e dipendenti del settore pubblico sospettati di essere dissidenti con suoi sostenitori, avviare la guerra per il controllo di Afrin e invaderla militarmente ottenendo il consenso anche del partito di opposizione CHP. Lo stato di emergenza è finito da due anni ma la repressione continua ancora oggi. Il 4 giugno i deputati di HDP Leyla Guven e Musa Farisoğulları e il deputato del CHP Enis Berberoğlu con un ulteriore atto autoritario sono stati privati del loro mandato parlamentare e incarcerati. Mentre il 15 giugno le manifestazioni organizzate ovunque nel paese anatolico in occasione della “Marcia per la democrazia” lanciata dal HDP sono state attaccate dalla polizia che ha lanciato lacrimogeni malmenato e arrestato i manifestanti tra cui anche consiglieri e deputati.

Non è un caso che nel contempo si inasprisca la guerra portata dallo stato turco in Kurdistan. Il 15 giugno lo stato turco ha attaccato con intensi bombardamenti aerei varie località nel nord dell’Iraq, tra cui Şengal, Maxmur e Qandil, per lanciare il 17 giugno una nuova campagna di guerra con un’incursione via terra impiegando truppe speciali. Questi attacchi minacciano innanzitutto le popolazioni locali e di profughi già martoriate dai conflitti, tra cui la popolazione ezida. Si contano infatti già numerose vittime civili. La nuova operazione di guerra lanciata dalla Turchia – nominata “Artiglio di tigre” – punta a far naufragare ogni tentativo di costruire la pace nell’area mesopotamica, a colpire le forme di autogoverno nella regione e a indebolire ogni prospettiva rivoluzionaria e di liberazione. Anche il governo di Ankara, come ogni altro governo del mondo, utilizza la guerra per esercitare un più rigido controllo repressivo all’interno delle sue frontiere e per imporre il consenso sul proprio operato di fronte alle minacce per la nazione. Con l’attacco ad Afrin nel 2018 lo stato turco ha avviato una fase di espansionismo imperialista che ha acuito la crisi economica del paese, e che sta portando la popolazione nel vicolo cieco della miseria e della guerra. Per questo il regime guidato da Erdoğan mantiene incarcerati migliaia di oppositori politici e muove guerra a tutti quei soggetti che dentro e fuori dalla Turchia conducono in quella regione la lotta per la libertà.

Lo stato turco non conduce questa guerra da solo. Le ultime operazioni sono state effettuate con la cooperazione dell’Iran che ha effettuato dei bombardamenti con l’artiglieria. Ma la Turchia è anche parte, insieme all’Italia, della NATO, che a vari livelli sostiene la politica militare turca. Tra i numerosi paesi che sono partner della Turchia nel fiorente commercio degli armamenti, assieme ad Israele c’è anche l’Italia. Due giorni dopo l’avvio dell’operazione “Artiglio di tigre” si è recato ad Ankara per incontrare il proprio omologo il ministro degli esteri italiano Di Maio, quello che aveva promesso invano lo stop alla vendita di armi verso la stessa Turchia che oggi dichiara “importante partner commerciale”.

Tra i principali fornitori di armamenti allo stato turco c’è la Leonardo, multinazionale dell’industria bellica, di cui il maggior azionista è il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il governo italiano è quindi complice e responsabile della politica di repressione e di guerra condotta dallo stato turco. La grande ondata di proteste e azioni che lo scorso autunno abbiamo messo in atto in Italia contro l’operazione “Fonte di Pace” lanciata dalla turchia contro l’autogoverno della Siria del Nord e l’esperimento confederalista animato dal movimento curdo non ha solo un sostegno politico alla resistenza delle forze di autodifesa ma, con la pressione esercitata sul governo a partire dalle piazze, dalle azioni, dalle manifestazioni, ha spinto il governo ad annunciare il ritiro della missione militare italiana “Active fence” in difesa dello spazio aereo turco. Per questo manifestiamo sabato 27 giugno a Livorno e a Firenze, mentre altre iniziative di piazza si tengono in tutta Italia.

Sabato 27 giugno

LIVORNO h 11 Via Grande angolo Via del Giglio

FIRENZE h 17 Piazza della Repubblica

Livorno per il Rojava

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Scuola: Dimezzare il numero di alunni per classe unico rimedio!

 
dopo la manifestazione del 9 giugno il mondo della scuola torna in piazza a Livorno con una manifestazione lanciata da Priorità alla scuola per giovedì 25 giungo alle 18 in Terrazza Mascagni. Di seguito il volantino che la Federazione Anarchica Livornese distribuirà in piazza.
 
DIMEZZARE IL NUMERO DI ALUNNI PER CLASSE: UNICO RIMEDIO!
LA SCUOLA PRETENDE RISORSE NON LINEE GUIDA!

L’emergenza sanitaria ha reso evidenti tendenze già presenti nella scuola e che sono accelerate nella didattica a distanza.

La contrapposizione tra dirigenti, legati a filo doppio all’apparato burocratico e particolarmente ascoltati dal ministero, da una parte e dall’altra parte lavoratori della scuola e studenti è emersa in modo lampante: con arroganza e superficialità sono stati imposti al personale ATA compiti non previsti dal contratto e senza adeguata preparazione e protezione. Il lavoro agile, per il personale non docente, è stato in un primo tempo una misura di protezione, ma l’emergenza ha fatto sì che venisse applicato in deroga al testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e al contratto.

La didattica a distanza ha ridefinito anche la modalità lavorativa dei docenti: lo strumento informatico di per sé porta alla standardizzazione delle procedure, dalle modalità di insegnamento alla valutazione; se a questo si aggiungono le possibilità di controllo delle videolezioni da parte degli animatori informatici e dei dirigenti, l’invadenza di molti dirigenti, si capisce che la didattica a distanza è una campana a morto per la professionalità dei docenti e la libertà di insegnamento.

La tecnologia non è neutra, ma si è rivelata un potente strumento per normalizzare una delle categorie più refrattarie a trasmettere le narrazioni del capitalismo trionfante o sedicente tale.

Anche per la riapertura a settembre il governo e il ministro procedono nello stesso modo cialtronesco e autoritario, prevedendo in nome della sicurezza il prolungamento della didattica a distanza, che già molti istituti hanno messo nel piano dell’offerta formativa, lezioni itineranti dai parchi ai musei, riduzione dell’ora di lezione a 40 minuti e un probabile prolungamento dell’orario di lavoro per i docenti. Intanto nell’organico di diritto si è continuato con l’accorpamento delle classi, sempre più affollate, e l’assunzione di nuovo personale slitta alle calende greche.

L’unica soluzione, sia per i problemi dell’emergenza sanitaria, sia per i tradizionali problemi dell’istruzione, è l’abbattimento del numero di alunni per classe. Secondo fonti giornalistiche, sono 160.000 su 400.000 le aule che evidenziano problemi di sicurezza: un governo che avesse a cuore i problemi della scuola e intendesse risolverli avrebbe uno strumento a disposizione: la requisizione immediata, in attesa che l’edilizia scolastica fornisca le aule mancanti, magari utilizzando le strutture occupate dai militari che potrebbero andare in campi prolungati, visto che questo rientra nel loro addestramento, mentre le lezioni all’aperto non fanno parte del programma ministeriale.

Una volta ridotto il numero di alunni per classe e trovate le aule, assume un senso diverso e più concreto la richiesta di nuove assunzioni nel settore.

Se si vuole che a settembre la scuola riapra in sicurezza e senza didattica a distanza, bisogna muoversi subito: quello che è stato perso con l’organico di diritto può essere recuperato con l’organico di fatto, che viene definito nel mese di luglio. Per questo non servono tavoli istituzionali e accordi: perché governo e ministero smettano di fiancheggiare Confindustria e i grandi gruppi informatici bisogna creare un movimento di massa basato sull’autorganizzazione e sulla pratica dell’azione diretta, che faccia esplodere le contraddizioni di questa operazione. Gli Stati Uniti insegnano.

Federazione Anarchica Livornese

cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

federazioneanarchica.org

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Per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia – Fermiamo la guerra al Kurdistan

Per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia
Fermiamo la guerra al Kurdistan

Sabato 27
h 11:00
Via Grande angolo Via del Giglio

Nella giornata di mobilitazione in sostegno ai prigionieri politici in Turchia e di fronte a un inasprimento della guerra dello stato turco in Kurdistan con gli attacchi a Şengal, Maxmur e Qandil, saremo presenti in piazza anche a Livorno.

Nel pomeriggio di sabato 27 invitiamo a partecipare alla manifestazione che si terrà a Firenze dalle ore 17 in P. Della Repubblica
http://www.retekurdistan.it/…/sabato-27-giugno-in-piazza-d…/

Di seguito l’appello per la giornata di mobilitazione del 27
http://www.uikionlus.com/appello-per-una-mobilitazione-per…/

E l’appello per fermare l’attacco al Kurdistan
http://www.uikionlus.com/ovunque-e-kurdistan-ovunque-e-res…/

Livorno per il Rojava

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Stragi nazifasciste e lotte di liberazione

Stragi nazifasciste e lotte di liberazione

GIOVEDÌ 18 GIUGNO
Presso la FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE
Via degli Asili 33

Ore 18: presentazione del libro “Mommio paese martire della resistenza”
ne parliamo con Lido Lazzerini, autore del libro e sopravvissuto alla strage nazifascista di Mommio del 4 e 5 maggio 1944

Ore 21.30: proiezione del film “CORBARI” (1970) di Valentino Orsini

L’iniziativa si terrà nel giardino di Via degli Asili 33-35

COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO

FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE

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Foto dal presidio per George Floyd a Livorno

Sabato 13 in piazza anche a Livorno per George Floyd contro il razzismo e la violenza della polizia. Nonostante la pioggia tantissime persone davanti ai Quattro Mori. La manifestazione ha attraversato in corteo Via Grande per concludersi in Piazza Grande.
Chiudere tutti i CPR
Via le truppe italiane dall’Africa e ritiro di tutte le missioni militari
Per un mondo senza razzismo e polizia

 

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Black Lives Matter – Presidio a Livorno davanti ai 4 mori

Oggi 13 giugno ore 17 ai 4 mori
Contro il colonialismo vecchio e nuovo
Chiudere i CPR! Via le truppe italiane dall’Africa!
Per un mondo senza razzismo e polizia

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