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Guerra d’Africa, colonialismi a confronto

Guerra d’Africa, colonialismi a confronto

Nelle scorse settimane abbiamo assistito ad un teatrino goffo ed a tratti incomprensibile, con esponenti del governo italiano che hanno assunto, con grande clamore, posizioni molto critiche nei confronti del governo francese, suscitando le reazioni di quest’ultimo. A provocare quella che ha assunto le dimensioni di una crisi diplomatica ci sarebbero state da parte italiana dichiarazioni di sostegno alle dure proteste antigovernative in Francia, messaggi di denuncia della politica neocoloniale francese in Africa, così come altre affermazioni sul solito argomento della “equa ripartizione della responsabilità” riguardo all’immigrazione. Qualcuno in questa polemica ha giustamente fatto notare che anche lo stato italiano partecipa da oltre un secolo alla spartizione colonialista ed al saccheggio dell’Africa e, in effetti, se non ha avuto lo stesso ruolo dello stato francese o di altri paesi europei è solo perché gliene è mancata la forza.
 
Senza nulla togliere alla stupidità degli esponenti del governo italiano, credo che i motivi reali di questa vicenda siano da ricondurre allo sviluppo delle politiche neocoloniali in Africa. Va infatti considerato che lo stato italiano sta definendo e strutturando la propria strategia nella regione, dopo che dallo scorso anno si è ormai formalizzata una nuova politica militare italiana in Africa, con nuove missioni in Libia, Niger e Tunisia. In questi mesi l’Italia dovrà definire il proprio impegno sul campo con un decreto di autorizzazione e proroga delle missioni militari, un provvedimento che è già in ritardo e che darà il segno politico della continuità con il governo precedente PD–NCD. Probabilmente le tempeste diplomatiche e le dichiarazioni degli esponenti del governo italiano sono legate proprio al prossimo varo del decreto sulle missioni per il 2019.
 
Da fine 2018 le missioni militari italiane in corso non hanno formalmente copertura giuridica e finanziaria, Non è una situazione nuova, negli ultimi anni è successo in più occasioni che per qualche motivo vi fossero dei ritardi nell’emanazione di questi provvedimenti: anche recentemente per la copertura delle missioni per l’ultimo trimestre del 2018 è stato emesso il decreto dal Consiglio dei Ministri soltanto il 28 novembre. Questo non significa che effettivamente non vi sia copertura finanziaria per le missioni: per quelle i cordoni della borsa non si stringono mai, dopotutto ci sono obblighi e impegni presi a livello internazionale da onorare. Poi, di là dei decreti di autorizzazione e proroga delle missioni, che definiscono le singole missioni e la spesa necessaria per ciascuna, vi sono comunque i soldi già stanziati con la legge di bilancio a fine dicembre. Quelli già previsti non sono certo spiccioli, si parla di 997.247.320 euro per il 2019 e 1.547.247.320 per il 2020, cifre che poi potranno ovviamente essere aggiustate.
 
Lo scontro diplomatico tra Roma e Parigi non ci pone certo di fronte a una novità. Da un secolo e mezzo, assieme al razzismo ed all’interesse nazionale, la propaganda antifrancese è da sempre uno degli elementi ideologici necessari per la politica italiana in Africa. In questo modo oggi si punta anche a presentare l’ingerenza italiana come alternativa, magari preferibile, a quella francese.
 
L’Africa come terra dell’abbondanza che non viene sfruttata a dovere da popolazioni indolenti, pigre e arretrate, l’Africa come terra della ricchezza male amministrata e sprecata da tiranni avidi che non conoscono neanche il valore delle risorse di cui dispongono, l’Africa come terra del malgoverno dispotico che frena lo sviluppo e crea instabilità. Questi sono solo alcuni dei modelli culturali che dall’antichità si ripropongono, ogni volta che si presenta l’occasione in Italia di una strategia imperialista verso l’altra sponda del Mediterraneo, per costruire un’immagine dell’Africa funzionale all’ideologia egemonica.
 
Già nel III secolo a.c., per sostenere la seconda guerra contro Cartagine, a Roma si esaltavano le virtù del contadino romano e delle laboriose e fertili terre italiche, in contrasto con la rovina a cui erano condannate le pur fertilissime terre cartaginesi a causa dell’inoperosità di quella popolazione. Questi motivi culturali, che hanno radici anche molto lontane nel tempo ma che sono stati rielaborati in Italia nel corso del XIX secolo, hanno costituito la base per gli elementi ideologici del razzismo e dell’interesse nazionale che hanno caratterizzato il colonialismo italiano tra XIX e XX secolo.
 
Questi caratteri ideologici a livello ufficiale non sono mai stati elaborati, criticati, demistificati e superati, né con la fine della seconda guerra mondiale nel 1945, né con la chiusura definitiva della prima fase coloniale dello stato italiano negli anni Sessanta con la fine dell’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia (1960) e con il colpo di stato di Gheddafi in Libia (1969). Oggi quindi molti di questi motivi culturali si ripropongono: la questione dell’immigrazione, ad esempio, viene affrontata in Italia sotto la lente di una cultura ancora colonialista. Sotto questa luce è possibile leggere il particolare rilievo dato all’immigrazione proveniente dai paesi africani e comprendere l’importanza delle politiche di separazione sociale. Più in generale in questa ottica è possibile leggere le politiche razziste dei governi italiani in un quadro più complesso, all’interno del quale ha un ruolo importante la nuova politica coloniale in Africa.
 
La propaganda antifrancese che nasce alla fine del XIX secolo accompagna le prime mosse della politica coloniale italiana in Africa. La propaganda si scaglia dopo lo “Schiaffo di Tunisi” del 1881 contro il vicino fortunato, mai sazio di potere e ricchezza, che sottrarrebbe alla povera Italia quelle poche aree di sviluppo “naturale”. Tale propaganda all’epoca era orientata a livello interno per dare forza ai fautori della linea militarista ed aggressiva come Crispi ma anche verso gli altri stati europei, presso i quali lo stato italiano cercava un appoggio che permettesse lo sviluppo della propria politica coloniale. Oggi la situazione è molto diversa: la propaganda antifrancese parla anche ai paesi africani.
 
Le dichiarazioni degli esponenti del governo ed in particolare del ministro Di Maio sulle forme di dominio neocoloniale esercitate attualmente dallo stato francese in molti paesi africani, pur essendo strumentali e pur riguardando cose ben note, sono state accolte anche come il primo riconoscimento ufficiale da parte di un governo europeo del neocolonialismo francese. In un simile contesto il 7 febbraio si è formalizzata la crisi diplomatica tra Francia e Italia, quando l’ambasciatore francese è stato richiamato a Parigi. Si tratta di un atto forte a livello diplomatico, che probabilmente non parla tanto all’opinione pubblica, ai cittadini dei rispettivi paesi, quanto alle cancellerie degli altri stati; in questo senso forse, più che all’Europa, proprio agli stati africani. Quello stesso giorno il Presidente della Repubblica Mattarella interveniva al parlamento angolano durante una visita ufficiale, parlando a sostegno della politica italiana in Africa, parlando di “destino comune” di “sviluppo” e “cooperazione”. Bisogna ricordare che l’Angola ha un’identità storico politica caratterizzata dalla lotta per l’indipendenza, tradizionalmente è fuori dalla sfera d’influenza francese ed è uno dei paesi più ricchi dell’africa subsahariana.
 
L’Italia può presentare quindi una politica in Africa che contrasta quella francese, con partner caratterizzati come l’Angola o l’Etiopia, con interesse a aumentare il proprio intervento in Africa nella prospettiva dello “sviluppo” e della “cooperazione”. Può presentarsi quindi come alternativa al vecchio imperialismo aggressivo e, dopotutto, anche al tempo dell’invasione della Libia nel 1911 il Regno d’Italia provò senza successo a presentarsi alla popolazione araba come “liberatore” dal giogo ottomano.
 
La propaganda antifrancese di oggi, declinata nella forma della critica del dominio necoloniale francese, può servire a costruire “nuovi” mostri ideologici a sostegno della strategia italiana in Africa. In primo luogo il governo italiano può vestire i panni del “liberatore” nel tentativo di trovare un appoggio tra gruppi più o meno influenti negli stati africani e di trovare consenso tra la popolazione insofferente nei confronti del dominio francese. C’è in effetti un tentativo da parte di organizzazioni e testate giornalistiche vicine al governo italiano di dare voce a leader panafricanisti o presunti tali, per sostenere la linea di chiusura sulla questione immigrazione.
 
Si tratta di un tentativo di raccontare l’emigrazione dai paesi africani in senso “sovranista”; ossia come la scelta sbagliata di abbandonare il proprio paese, dovuta al neocolonialismo dei paesi europei (ovviamente non l’Italia!), che il governo italiano contrasterebbe duramente, come contrasta i movimenti migratori verso l’Europa. Questa costruzione ideologica è finalizzata a creare dei paladini “africani” della strategia italiana in Africa e delle politiche razziste in Italia. Al contempo, però, questo discorso permette all’attuale governo di presentare ai propri elettori la sua guerra “sovranista”.
 
La politica estera e militare italiana non cambia quando cambiano i governi, la necessità di una continuità strategica, l’inquadramento nell’UE e nella NATO, la dipendenza dagli USA, devono essere in genere rispettate da ogni governo. Per questo Lega e M5S continueranno in linea di massima la stessa politica del PD; creare nuove basi ideologiche permette però di marcare, almeno in apparenza, una differenza politica e tentare di ricavarsi maggior margine di manovra.
 
Quanto è reale allora il conflitto tra Francia e Italia in Africa? Credo sia difficile dirlo. Una possibilità è che dietro a questa tempesta diplomatica vi siano i contrasti nella costruzione e direzione della politica in Africa da parte dell’UE, con l’intervento ingombrante degli USA e della Cina, con il ruolo dell’Italia sempre legato alla NATO. Certo è che sia l’Italia sia la Francia stanno portando avanti politiche neocoloniali oggi, quindi il conflitto inscenato rientra nello scenario della spartizione e del saccheggio di quelle regioni e non mette in alcun modo in discussione i rapporti di dominio.
 
Dario Antonelli
articolo pubblicato su Umanità Nova n. 6 del 24/02/19

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Attacco all’Asilo di Torino: Libertà e solidarietà!

Libertà e solidarietà!

Come Collettivo Anarchico Libertario esprimiamo solidarietà a tutte le compagne e i compagni colpiti dall’operazione repressiva messa in atto a Torino all’alba del 7 febbraio. Polizia e carabinieri hanno fatto irruzione nell’Asilo occupato devastandone i locali per sgomberarlo, alcuni degli occupanti sono saliti sul tetto su cui hanno resistito per oltre 30 ore fino al giorno seguente. Ci sono stati sei arresti con l’accusa di associazione finalizzata al terrorismo legata al contesto della lotta contro i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, i lager per i senza documenti. Chi era accorso al presidio solidale sotto l’Asilo è stato bloccato dall’enorme schieramento poliziesco nel quartiere, ci sono state violente cariche e fermi nel corso di tutta la giornata, importante la risposta solidale, che ha portato in piazza la sera stessa oltre 200 persone.

Questa operazione repressiva non è un caso isolato a Torino, non giunge all’improvviso. Il clima repressivo infatti è montato in questi anni e si è fatto negli ultimi mesi ancora più pesante ovunque. In questo caso vogliono colpire un’occupazione storica e mettere a tacere le lotte con l’accusa di terrorismo. Tessiamo la solidarietà e continuiamo a lottare.

Libertà per tutte le compagne e tutti i compagni! Solidarietà all’Asilo occupato!

Collettivo Anarchico Libertario

08/02/19

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CPR a Coltano? No ai lager, né qui né altrove!

NO LAGER – NO CPR

né qui né altrove

Proprio in questi giorni sulla stampa locale è stata data la notizia della possibile costruzione di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) a Coltano, tra Livorno e Pisa.

Anche se la località di Coltano non fosse confermata, il progetto di costruzione di questa struttura sarebbe comunque portato avanti in un’altra località. Il ministro dell’interno Salvini della Lega ha infatti già dichiarato che intende aprire in ogni regione un CPR, anche in Toscana.

Questi centri sono stati istituiti nel 1998, prima si chiamavano CPT, poi CIE, oggi CPR. Ma nella sostanza queste strutture non sono cambiate. Sono veri e propri lager, luoghi nei quali, per l’unica colpa di non avere i documenti in regola, si viene rinchiusi per mesi in condizioni disumane, subendo spesso abusi da parte della polizia.

L’attuale governo ha inasprito la politica razzista del governo precedente innalzando a 180 giorni (6 mesi) il tempo massimo di detenzione nei CPR. Ma era stato proprio Minniti, ministro dell’interno del PD a tentare il rilancio di queste strutture, cambiandone il nome e stabilendo che in ogni regione dovesse essercene uno. La legge sulla sicurezza recentemente approvata in parlamento ha dimostrato che l’attacco repressivo del governo viene condotto contro tutti gli sfruttati, migranti e non. Basti pensare che la nuova legge prevede l’aumento delle pene (anni di carcere) per chi occupa un terreno o un edificio, o per chi blocca la ferrovia o una strada, pratiche comuni durante delle proteste, come spesso fanno lavoratori durante uno sciopero o comitati ambientalisti che contestano un’opera nociva. Per chi non ha la cittadinanza italiana i rischi sono più alti però, ad esempio si può perdere il titolo di soggiorno e finire rinchiusi in un CPR. Una politica repressiva che mira a impedire la lotta per l’emancipazione e la liberazione con il ricatto dell’internamento, che punta a spezzare la solidarietà con la segregazione.

Già nel 2010 grazie a una mobilitazione a cui hanno partecipato molte realtà e con iniziative di lotta in tutta la regione il progetto di costruzione di un lager in toscana era stato fermato. Oggi è necessario ricostruire un’opposizione reale a questo progetto per impedire, ovunque, l’apertura di questi centri e per chiudere quelli già esistenti.

Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Edilizia scolastica: a Livorno esplode la lotta degli studenti

Edilizia scolastica: a Livorno esplode la lotta degli studenti

 
Gli eventi della settimana appena trascorsa a Livorno insegnano che la lotta paga, ma soprattutto insegnano che ci sono delle grandi potenzialità nella società che spesso vengono ignorate e che il dibattito politico ufficiale tende a nascondere e mascherare.
 
In questi giorni è esplosa in città la protesta studentesca sui problemi dell’edilizia scolastica, è iniziata lunedì 7 gennaio dal Liceo “F. Enriques” con scioperi e cortei quotidiani, per poi estendersi coinvolgendo tutte le scuole superiori della città portando in piazza 3000 studenti giovedì 10 gennaio. Altrettanto partecipata è stata la manifestazione di sabato 12, organizzata dagli studenti, che ha visto la partecipazione di studenti da altre città, tra cui Pisa, Pontedera, Arezzo, Rosignano e Portoferraio, di lavoratrici e lavoratori della scuola, di genitori, e di tante persone solidali. Dal periodo 2008-2010 non si vedeva una mobilitazione studentesca così determinata e partecipata. Una mobilitazione nuova per la partecipazione, per la determinazione e per i contenuti che esprime, che affrontano anche radicalmente la situazione politica e sociale. Una vera scossa per la città. È importante dunque sostenere la protesta studentesca, come anche le iniziative promosse da lavoratrici e lavoratori della scuola che hanno proclamato lo stato di agitazione. Va riconosciuto che gli studenti hanno subito allargato la prospettiva, non è solo la questione di un liceo ma il problema è generale. È chiaro allora che le “soluzioni” non possono essere solo per qualcuno, e non devono mettere in discussione le condizioni raggiunte da altri, perché tutte e tutti devono poter studiare e lavorare in contesti adeguati.
 
I fatti che sono stati la scintilla della protesta sono conosciuti, ma è meglio ripetere i passaggi più importanti per capire meglio cosa è successo. Questo anno scolastico il Liceo “F. Enriques” ha superato i 1200 studenti e ben sette classi non hanno spazio nella sede di Via della Bassata. Per alcuni mesi la Provincia, che ha la competenza dell’edilizia scolastica delle scuole superiori, ha pagato l’affitto di alcuni fondi commerciali a Porta a Mare, soluzione inadeguata e temporanea, in attesa di individuare un edificio come succursale. Da dicembre l’Ufficio Scolastico Provinciale si è spostato in Via Galilei lasciando libero un edificio in Piazza Vigo che è stato assegnato all’IIS “Vespucci – Colombo”, che ha potuto così lasciare libero l’edificio di Via Calafati, che la Provincia ha assegnato al Liceo “F. Enriques” come succursale. In questo gioco dei bussolotti l’edificio di Via Calafati viene da anni utilizzato come jolly e assegnato alle scuole che hanno carenza di aule, nel tentativo di far entrare tutti gli studenti negli edifici a disposizione della Provincia. Quando sembrava tutto sistemato, da una verifica dei Vigili del Fuoco effettuata due giorni prima del trasferimento è emerso che la Provincia non aveva depositato la SCIA per la certificazione antincendio dell’edificio, obbligatoria per le scuole. Mancando dei requisiti di sicurezza la Dirigente Scolastica del Liceo “F. Enriques” ha allora deciso di non accettare la soluzione di succursale proposta dalla Provincia ma di mantenere tutti gli studenti nella sede centrale, organizzando l’orario su doppi turni, mattina e pomeriggio. Così è iniziata la protesta degli studenti del liceo, con sciopero a oltranza e cortei ogni mattina fino alla sede della Provincia, la partecipazione è stata totale. Lavoratrici e lavoratori della scuola partecipano alle manifestazioni, anche gli organi collegiali prendono posizione contro il trasferimento nella succursale che non ha requisiti di sicurezza e contro i doppi turni. Fin dai primi giorni la provincia prova a smontare la protesta sostenendo che si tratti solo di problemi formali e procedurali ma che esiste una sostanziale sicurezza dell’edificio.
Dopo tre giorni di protesta ininterrotta esplode il caso, la stampa locale informa che sono 70 gli edifici scolastici non a norma in città, contando sia quelli di proprietà della Provincia (a guida PD) sia quelli di proprietà del Comune (a guida M5S). La neoinsediata Presidente della Provincia Marida Bessi e l’assessore regionale per l’istruzione Cristina Grieco, ex dirigente a Livorno dell’IIS “Vespucci – Colombo”, continuano a banalizzare la protesta. Dopotutto non c’è niente di eccezionale – sembra di leggere tra le righe di qualche giornale – buona parte delle scuole non hanno certificazioni, e l’edificio di Via Calafati è sicuro, fino a un mese prima ci stava proprio il “Vespucci”! Il mercoledì ormai però la questione è esplosa. In questo contesto il personale della Questura che sorveglia in gran numero le manifestazioni mette in atto pressioni per scongiurare un’estensione della protesta ad altre scuole e per evitare che si assumano forme di protesta più dure e rumorose. Intanto la dirigenza della scuola stava elaborando una terza soluzione con riduzione delle ore di lezione a 50 minuti e rotazioni su cinque giorni settimanali ma sia i docenti, sia l’Assemblea sindacale convocata dalle RSU della scuola, sia gli studenti respingono questa soluzione, uno stravolgimento d’orario sarebbe negativo per la didattica e per i tempi di vita di tutte e tutti. Inoltre lo scopo è avere una struttura adeguata per effettuare la didattica ordinaria, non una didattica compressa in uno spazio insufficiente.
Il giovedì manifestano studenti da tutte le scuole, non riesce il tentativo di dividere gli studenti, la protesta si radicalizza e migliaia di persone occupano per ore Piazza del Municipio, davanti alla sede dell’amministrazione provinciale. La Provincia in quella mattina decide di ricevere solo la dirigenza della scuola, e tratta con arroganza le delegazioni di docenti, studenti e genitori, incontrandole di fatto solo per informarle di quanto già deciso. Dopo una lunghissima attesa infatti viene comunicato che la Provincia si sarebbe genericamente attivata per trovare una soluzione, mentre la scuola, tramite l’adozione dell’orario compresso, si sarebbe dovuta assumere l’impegno di interrompere la protesta e riavviare le lezioni. A quel punto è stato fatto notare che tale decisione certo non compete alla dirigenza ma a coloro che stanno protestando. Viene dunque ribadito che solo con risultati concreti la protesta si sarebbe interrotta, e il giorno seguente oltre mille persone sono tornate a manifestare fin sotto la Provincia.
Dopo questa quinta giornata di protesta, nel pomeriggio di venerdì, durante la conferenza stampa convocata dalle RSU della scuola in merito alla mobilitazione, arriva da parte della vicaria della dirigenza del Liceo “F. Enriques” la notizia che sarebbe stato raggiunto un accordo. La Provincia, con il coinvolgimento del Comune attraverso la vicesindaco – anche lei si presenterà alla conferenza stampa – avrebbe trovato una soluzione per avere 5 aule nella sede dell’Istituto“Buontalenti” in Via Zola. La “soluzione” appare immediatamente sulla stampa, assieme ad un bonario intervento dell’assessore regionale Grieco, che riconoscendo stavolta le ragioni degli studenti afferma con formidabile voltafaccia di essere pronta a aiutare a risolvere la situazione. Il problema è che le aule in questione già sono occupate da altre attività didattiche tra cui quelle del CPIA, Centro Per l’Istruzione degli Adulti, che organizza corsi istituzionali statali per il conseguimento della licenza elementare e media, le cui attività sarebbero da ricollocare. Certo creare disagio e mettere in discussione gli spazi per un altro percorso educativo non può essere una soluzione, la lotta per spazi di studio e di lavoro sicuri e adeguati vale per tutti e va condotta insieme. Sabato 12 un nuovo corteo molto partecipato ha attraversato la città per concludersi in Piazza del Municipio. Al termine della manifestazione, negli interventi al microfono non si parla solo dell’edilizia scolastica, ma anche di sfruttamento e alternanza scuola lavoro ed è chiara la critica sia all’attuale governo sia ai precedenti.
In questo momento non si sa come procederà la vicenda, ma certo chi sta conducendo la protesta sa bene che tutte e tutti devono poter studiare e lavorare in sicurezza. Intanto per lunedì sono annunciate altre iniziative di protesta e gli studenti dopo questa intensa settimana di lotta si stanno organizzando per dare continuità a queste giornate.
 
La protesta studentesca al Liceo “F. Enriques” è stata fin da subito sostenuta da lavoratori della scuola e dai genitori; la stessa dirigenza scolastica non ha assunto una posizioni di contrasto e anzi ha cercato di utilizzare il peso della protesta nella trattativa con la Provincia. La presa di posizione dei lavoratori e le iniziative intraprese come lo stato d’agitazione, la conferenza stampa, la partecipazione alle manifestazioni, il rinvio della consegna delle pagelle, sono significative e importanti per la lotta in corso e in generale per la sicurezza sui posti di lavoro. Questo contesto generale ha forse favorito per certi aspetti la protesta e ha assicurato una certa copertura mediatica a livello locale. Va però considerato al contempo che il clima politico di campagna elettorale che c’è in città in vista del voto per le amministrative, e che ha spinto molti partiti ad intervenire diffusamente sulla vicenda, può influenzare la protesta anche in modo negativo. Questo è stato particolarmente evidente nell’atteggiamento degli esponenti istituzionali e delle dirigenze scolastiche. Tuttavia il movimento studentesco è riuscito finora a mantenere una certa autonomia da queste dinamiche.
 
La protesta degli studenti non nasce dal niente, né può essere considerata una iniziativa eterodiretta da docenti, genitori o altri soggetti. La questione della sicurezza nelle scuole era stata uno dei temi centrali in occasione delle giornate di mobilitazione studentesca a livello nazionale che hanno portato nello scorso autunno a manifestazioni in molte città. In quell’occasione anche a Livorno per la prima volta dopo anni gli studenti sono tornati in piazza numerosi e sono tornati a organizzarsi in modo coordinato tra le varie scuole. Quindi le proteste di questi giorni non sono sorte dal nulla, è frutto di un percorso. Il problema dell’edilizia scolastica, oggi esploso in città, era già stato denunciato dagli studenti livornesi ad ottobre e novembre, con manifestazioni e occupazioni.
 
Dopotutto i problemi dell’edilizia scolastica non sono certo una cosa nuova, negli ultimi decenni sono stati fatti solo interventi di manutenzione e ristrutturazione, non sono state create nuove strutture per le scuole superiori cittadine. Negli anni gli studenti hanno spesso denunciato le carenze dell’edilizia scolastica, opponendosi alle politiche di tagli all’istruzione condotte dai governi, contestando misure repressive attuate con il pretesto della sicurezza, come l’installazione delle telecamere, e protestando sotto la Provincia per chiedere interventi di manutenzione e risanamento degli edifici. L’edificio di Via Calafati negli anni ha sempre avuto dei gravi problemi, così come la succursale del Liceo “F. Cecioni” in Via Zola, o la sede dell’IIS “Colombo” in Via S. Gaetano, quella dell’IIS “Orlando” in Piazza 2 giugno, o quella dell’ITI in Via Galilei. Solo quando la protesta degli studenti si è fatta sentire ci sono stati dei provvedimenti concreti. Oppure quando i lavoratori della scuola hanno preso determinatamente posizione, come quando nel 2015 al Liceo “F. Enriques” è stato finalmente sostituito il linoleum della pavimentazione la cui colla conteneva amianto. Se non si affrontano con la lotta e con la reazione di piazza, le questioni relative alla sicurezza e alla salute nei luoghi di studio e di lavoro vengono aggirate da dirigenti e istituzioni, che continueranno a prenderci in giro con rimpalli sulle competenze degli enti, la mancanza di finanziamenti, la burocrazia, le certificazioni prive di sostanza e la banalizzazione dei problemi sollevati dagli studenti.
 
Bisogna inoltre avere chiaro che anche quelle certificazioni che la maggior parte delle scuole non hanno non garantiscono da sole che gli edifici scolastici siano sicuri. La SCIA antincendio ad esempio non certifica lo stato di sicurezza effettivo, ma è solo una segnalazione in cui sono presentati gli interventi che si pianifica di fare in futuro sull’immobile per l’adeguamento antincendio delle scuole previsto da DM del 26 agosto 1992, ogni anno prorogato. Perché i governi ogni anno decretano proroghe per queste certificazioni, per mantenere le scuole “legalmente” aperte e al contempo non essere costretti a nuovi investimenti nell’edilizia scolastica. Ultimo in ordine di tempo è il “decreto semplificazioni” varato a dicembre dal governo che contiene le ennesime proroghe per gli interventi sull’edilizia scolastica.
Se gli edifici scolastici non sono sicuri non è poi certo un problema di carte bollate, perché nell’anno scolastico 2017/2018 in Italia c’è stato un crollo ogni quattro giorni nelle scuole, per 50 casi complessivi e 13 feriti. Nel 2008 lo studente Vito Scafidi restò ucciso in un crollo del soffitto dell’aula in cui stava facendo lezione al Liceo “Darwin” di Rivoli. Se davvero si volesse seguire la legge che lo Stato stesso si è dato, quasi nessuna scuola probabilmente sarebbe a norma, basti pensare alla superficie. Ogni aula dovrebbe avere 1,96 mq di spazio per ogni studente con il proprio banco e sedia, più lo spazio per l’insegnante, la cattedra e il resto. Basta andare a scuola col metro e misurare la propria aula per capire come le istituzioni si rapportano alle loro stesse leggi, e quanto in teoria dovrebbero essere spaziosi i luoghi di studio.
 
Ma qual’è l’idea di sicurezza che trasmette la scuola, e come la scuola insegna agli studenti a rapportarsi alla questione della sicurezza? Non consideriamo ovviamente le misure repressive come telecamere e presenza di polizia nelle scuole. Agli studenti la sicurezza viene per lo più presentata come una questione di emergenza, principalmente attraverso prove di evacuazione o generali indicazioni sui comportamenti da tenere in caso di calamità o di incendio. Inoltre nel corso degli anni gli studenti devono partecipare a incontri con le aziende, o devono effettuare il periodo di alternanza scuola lavoro, a volte in questi contesti si parla anche della sicurezza sul lavoro. Le aziende in questi casi raccontano come è normale la propria versione dei fatti. Per questo la sicurezza spesso è esclusivamente presentata come risultato dei corretti comportamenti del lavoratore (seguire procedure, mettersi il casco, le scarpe ecc), non come una condizione sicura di lavoro controllata dai lavoratori stessi. Allo stesso modo quando lo studente si trova nel contesto scolastico è costretto in un ambiente che ti insegna il più delle volte a seguire indicazioni e a non mettere bocca sulle decisioni dell’autorità, si devono seguire delle direttive magari finalizzate solo ad avere una certificazione ma non bisogna interrogarsi troppo e soprattutto bisogna aspettare che le autorità competenti risolvano i problemi e non interferire né tanto meno attivarsi e agire per ottenere reali condizioni di sicurezza.
 
C’è bisogno, in tutti gli ambiti della società e non solo a scuola, di liberarci da un contesto così autoritario. Solo l’autogestione, attraverso la partecipazione di tutte e tutti, permette la conoscenza diffusa e il controllo diretto della realtà che viviamo, di conoscerne i rischi e le criticità, di risolvere collettivamente i problemi. Questo significa l’abolizione dell’organizzazione gerarchica della società fondata sulla proprietà, sulla subordinazione e sulla delega a dirigenti ed esperti e lo sviluppo di un metodo organizzativo e decisionale libero e orizzontale.
 
Il problema dell’edilizia scolastica è generale e reale, è emerso grazie alla protesta ma non è una novità, è sempre stato sotto gli occhi di tutti, innanzitutto delle istituzioni responsabili. È positiva l’estensione della protesta ad altri istituti sia perché problemi sono comuni sia perché solo confrontandosi tra studenti di diverse scuole, magari anche di altre città, può emergere la dimensione sistematica e politica del problema, non confinato alle singole scuole. Inoltre in questo modo si può uscire dalla logica autoritaria dei rapporti con dirigenza, docenti e genitori, in cui ti spesso si è costretti se si limita l’attività ad un istituto. Ottenere dei risultati concreti in questa lotta è importante perché significa ottenere migliori condizioni di studio e di lavoro per tutte e per tutti, perché può essere un esempio per nuove lotte, perché conquistare un po’ di libertà fa crescere la voglia di libertà.
 
Ma al di là degli obiettivi da raggiungere la protesta in corso è molto importante: è una novità dirompente nello scenario sociale cittadino; è un segnale della voglia di prendere parola, di scendere in piazza, che è presente nella società e soprattutto nei più giovani; è una rottura rispetto alle norme repressive varate dai governi nazionali e dall’amministrazione comunale, dal momento che con il movimento si aprono nuovi spazi di libertà che rompono i divieti, anche solo temporaneamente; è tornato in città un movimento studentesco capace di darsi propri strumenti politici e di costruire percorsi in autonomia.
 
La volontà di riscatto e lo slancio ideale che emerge dalle assemblee e dalle manifestazioni è molto forte. In questo contesto sociale, le nuove generazioni sono più impoverite e sono a diretto contatto con le più forti contraddizioni della società. Inoltre il contesto politico autoritario, violento e polarizzato che viviamo impone di schierarsi, di prendere posizione. Spesso i più giovani sono additati come violenti o come apatici, per questi problemi, dicono gli “esperti di giovani”, la soluzione è il disciplinamento: la direttiva “scuole sicure” che porta la polizia nelle scuole, l’alternanza scuola lavoro che prepara allo sfruttamento, la reintroduzione della leva obbligatoria, il reddito di cittadinanza, i provvedimenti sulla sicurezza di Minniti, Orlando e Salvini. In piazza, in modi diversi e con varie prospettive, c’è anche il rifiuto di questo modello gerarchico di società.
Per questo la protesta in corso è importante per la sua forza e per quello che esprime, ma anche perché è un segnale che va colto.
 
Collettivo Anarchico Libertario
Federazione Anarchica Livornese

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Report e foto del corteo NO TAV dell’8 dicembre a Torino

Il vento della Valle arriva in città

da Umanità Nova: umanitanova.org

Un otto dicembre con l’aria pulita a Torino. Il föhn, il vento caldo che dalla Val di Susa si incunea sul corridoio di Corso Francia e da lì dilaga per tutta la città, ha spazzato la cappa di smog che assediava da giorni il capoluogo piemontese. Un vento che ha portato sessantamila valligiani e torinesi in piazza per affermare che la lotta contro la linea ferroviaria TAV/TAC Torino – Lione va avanti, nonostante la manifestazione del 10 novembre a favore della realizzazione dell’opera che secondo alcuni fini giornalisti avrebbe segnato una “rivoluzione civile” che sposterebbe l’equilibrio di forza a favore della costruzione della linea.

Il concentramento di Piazza Statuto straripa verso piazza XVIII Dicembre, fin quasi alla stazione di Porta Susa, quando la testa del corteo e un buona parte di questo sono giunti al termine del percorso in Piazza Castello la coda del corteo si trova ancora davanti a Porta Susa. Via Cernaia e via Pietro Micca sono invase da una fiumana di manifestanti. Pochi da fuori, moltissimi da Torino e dall’hinterland e dalla stessa Valle. Una consistente delegazione dall’Alessandrino dei comitati no Terzo Valico.

Cartelli, striscioni e slogan denunciano la decimazione dei servizi pubblici essenziali, sanità e trasporti locali, mentre le risorse economiche vengono dirottate verso infrastrutture mastodontiche e inutili come la nuova linea Torino-Lione. È la logica delle grandi opere: drenaggio delle casse pubbliche a favore delle tasche del padronato, cantieri pluridecennali in grado di garantire un costante flusso a favore di questo, costi pubblici e profitti privati. Nel frattempo chi è pendolare passa ore al giorno su infrastrutture decadenti, e tragicamente pericolose in certi casi, e il traffico veicolare aumenta, insieme all’inquinamento dell’aria.

Molto diffuso anche il tema antirazzista e contro le frontiere: mentre i padroni cianciano del TAV necessario “all’integrazione europea” chi tenta di passare la frontiera rischia di morire congelato nei valichi a causa della militarizzazione o finisce in veri e propri lager, depositi di umanità in eccedenza rispetto alle esigenze del capitale, come quello di Settimo Torinese.

Una piazza con alcune, anche vistose, contraddizioni come il volere riconoscere, da parte di alcuni, come interlocutore attendibile, seppure aspramente criticato, il Movimento Cinque Stelle che ha già dato ampiamente prova di sè con la costruzione del governo dei bottegai e dei latifondisti con la Lega Nord e il voltafaccia su TAP e ILVA. Il vicesindaco pentastellato di Torino viene giustamente contestato da un gruppo di compagni e lo spezzone organizzato dai compagni della Federazione Anarchica Torinese ribadisce, con slogan, interventi e con gli stessi striscioni, che l’opposizione non è solo al TAV ma a tutto il suo mondo: il mondo delle frontiere e dei porti chiusi, dei morti di lavoro, della devastazione ambientale, dello sfruttamento. L’opposizione all’attuale governo è trasversale a molti spezzoni del corteo, è ribadita da una miriade di striscioni, cartelli, volantini, slogan. Chi pensava di poter sfruttare in chiave filo-grillina, sia nella dialettica interna al governo che nel perenne scontro con il PD, sicuramente non ha avuto gioco favorevole. Il movimento ha dimostrato, ancora una volta, di sapere camminare su gambe proprie.

Lo spezzone, molto visibile, organizzato dai compagni della FAT è stato partecipato da centocinquanta compagni e compagne e ha saputo ribadire costantemente l’autonomia dalla politica politicante, dagli sbandamenti elettoralistici e filoistituzionali. Molti interventi fatti dallo spezzone hanno ricordato la lotta antirazzista, i ministri pentastellati sono stati additati come volenterosi complici di Salvini, ampio spazio è stato dato al tema della continua strage di lavoratori e lavoratrici.

I giornali del fronte Si Tav sono in palese difficoltà. Avevano lanciato la prova dei numeri e l’han palesemente persa. Alla piazza chiamata dall’alto, da confindustriali ed edili e dal loro partiti di rifermento in affanno, una piazza corporativa partecipata da quella borghesia medio alta che naviga a vista e che si rifugia nella mitica età dell’oro, da Cavour agli Agnelli, che ha seminato i semi della sua stessa crisi, ha risposto una piazza convocata dal movimento No TAV e partecipata dai comitati dei paesi della Valle, dalle organizzazioni di classe, dai sindacati di base, da chi lotta tutti i giorni per un mondo senza frontiere, senza servi e senza padroni. La stessa Repubblica è costretta ad ammettere, nell’edizione del nove dicembre, che la piazza No Tav era più numerosa rispetto a quella del dieci novembre. La Stampa, fedele al suo storico soprannome di busiarda, prima da dei numeri vicini alla realtà e poi fa marcia indietro dando una cifra ancora inferiore alla stima al ribasso della stessa questura. Per poi contraddirsi dichiarando che tanto le due piazze non sono paragonabili, in un capolavoro sofistico di non sense logico presentato come un concetto sensato.

Una piazza composita, con contraddizioni di cui già abbiamo detto, ma dinamica, capace di proiettarsi verso un qualcosa di altro e di radicalmente diverso rispetto al mondo che i signori del TAV vorrebbero plasmare a loro uso e consumo.

lorcon

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Giuseppe Pinelli: una finestra sulla strage

Giuseppe Pinelli: una finestra sulla strage

Sabato 15 dicembre 2018
presso la Federazione Anarchica Livornese
Via degli asili 33

dalle ore 17
interventi e dibattito

Nella notte fra il 15 e il 16 dicembre1969 Giuseppe Pinelli viene assassinato. Nella questura di Milano subisce quelle lesioni che lo porteranno a morire poco dopo essere stato scaraventato da una finestra della questura. Giuseppe Pinelli era un militante anarchico, ex partigiano e ferroviere attivo nella ricostituzione dell’USI, tra gli animatori del Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa a Milano.
Il suo assassinio avrebbe dovuto chiudere il cerchio della montatura orchestrata contro Pietro Valpreda e gli altri anarchici del Circolo “22 marzo”. A loro gli inquirenti attribuivano la responsabilità della strage di Piazza Fontana e degli altri attentati avvenuti il 12 dicembre 1969.
È l’episodio più noto della strategia della tensione, la catena di provocazioni, aggressioni e attentati compiuti tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 del secolo scorso.
Furono i fascisti a mettere in atto la strategia della tensione con la copertura dei servizi segreti dello stato e la responsabilità di vertici istituzionali, nell’interesse del governo e delle classi dominanti, per annientare il movimento anarchico e bloccare le lotte operaie e studentesche.
Grazie alla mobilitazione di compagni, amici e parenti, la denuncia del suo assassinio provocherà la prima crepa nella strategia della tensione. Dal giorno del suo funerale, cresce nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri la campagna per denunciare l’assassinio di Pinelli e chiedere la scarcerazione di Pietro Valpreda, fino ad attaccare il governo e le forze politiche che coprono i gruppi terroristici.
Nel 1972, per cercare in qualche modo di placare la protesta popolare, il governo scarcera gli anarchici con una legge apposita.
A quarantanove anni dalla strage non esiste ancora una verità giudiziaria, ma la verità che si è affermata è una sola:

LA STRAGE È DI STATO, PINELLI È STATO ASSASSINATO!

Livorno in particolare ha un debito verso Giuseppe Pinelli.
Il 27 aprile del 1969 un gruppo di giovani anarchici, che frequentavano la sede della Federazione Anarchica Livornese in Via Ernesto Rossi 80, venivano arrestati con l’accusa di essere gli autori degli attentati alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano del 25 aprile di quell’anno. La squadra politica della questura di Milano, assecondata dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, aveva puntato subito le indagini in quella direzione e, usando confessioni estorte con la tortura, testimonianze di personaggi a libro paga della questura e di agenti provocatori, imbastì un processo che si concluse nel 1971 con l’assoluzione e la scarcerazione degli imputati. All’inizio del dicembre 1969, sugli organi di informazione, apparve un documento dei servizi segreti greci che rivendicavano la responsabilità degli attentati, ma che gli inquirenti ignorarono.
Giuseppe Pinelli fu tra i primi ad impegnarsi a fondo per la scarcerazione dei giovani livornesi, sia attraverso il sostegno economico e psicologico, sia stimolando l’azione dei gruppi anarchici e antifascisti contro la repressione.
Giuseppe Pinelli però non vide la scarcerazione dei compagni per cui si era tanto battuto. Fu ucciso nella questura di Milano la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969.
È ora di impegnarsi perché il prossimo anno, il cinquantesimo anniversario del suo assassinio, veda Giuseppe Pinelli degnamente ricordato a Livorno!

Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.
Collettivo Anarchico Libertario

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Prima guerra mondiale: esaltazione di una strage

Prima guerra mondiale: esaltazione di una strage
DISERTIAMO LA GUERRA

Le celebrazioni retoriche del centenario della prima guerra mondiale non possono nascondere i milioni di morti, mutilati, invalidi e “scemi di guerra” imposti dalla volontà dei governi e dei capitalisti. Solo dalla parte italiana i morti e i feriti, sia civili che militari, furono oltre 1 milione e mezzo. A questi vanno aggiunti coloro che scelsero la diserzione e l’ammutinamento, coloro che si opposero alla guerra e che per questo furono duramente repressi: 350.000 processi per renitenza e diserzione. In pratica 1 soldato su 24. Furono 220.000 le condanne, di cui 15.000 all’ergastolo.
Mentre le condanne a morte furono 4000, di cui 750 eseguite.

Oggi come ieri, in una società sempre più attraversata dalla guerra come mezzo di governo, con le spese militari, la produzione bellica, le missioni coloniali, la continua sollecitazione di conflitti nel mondo, l’uso dei militari a scopo repressivo ai confini, nelle strade delle nostre città, nelle situazioni di lotta, gli anarchici contrappongono alla logica della guerra la solidarietà tra gli sfruttati.

1 Dicembre
presso la Federazione Anarchica Livornese
in via degli asili 33, Livorno

ore 17:00 Dibattito su guerra e diserzione
con Marco Rossi e Alessandro Colombini

ore 19:30 aperitivo

ore 21:30 Coro Garibaldi d’assalto

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

contatti:
collettivoanarchico.noblogs.org
Anarchici Livornesi
collettivoanarchico@hotmail.it
cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

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Da Riace ai Balcani: Abbattere le frontiere, sconfiggere il razzismo!

Da Riace ai Balcani: Abbattere le frontiere, sconfiggere il razzismo!

Cosa succede dal Mediterraneo a Riace, dai Balcani a Clavière? Con la militarizzazione, gli sgomberi, le stragi e le deportazioni i governi non attaccano solo i migranti ma tutte e tutti noi.

Ne parliamo con Giacomo Sini e Francesco Bassano che come freelance hanno curato reportage giornalistici lungo le “rotte dei migranti” da Riace, dalla Bosnia, dalla Turchia e da altri paesi.

Domenica 18 novembre

Dalle 17:00 interventi e dibattito – proiezione delle foto di Giacomo Sini

Dalle 19:30 aperitivo e cena buffet

Chi governa usa una propaganda contro l’immigrazione fatta di frasi semplici e violente, sono i vecchi modelli propagandistici fondati sull’idea che le masse sono ignoranti e controllabili. Ma sappiamo bene che chi impone la disoccupazione, lo sfruttamento e la miseria è chi ha governato e chi governa oggi il paese.

In questi mesi infatti sta crescendo la voglia di opporsi al governo guidato da Lega e Movimento 5 Stelle che prosegue sulla strada aperta dal PD di Renzi e Minniti e impone nuovi provvedimenti razzisti e autoritari. Chi governa ci vuole divisi in “italiani” e “stranieri”, sotto la continua minaccia del manganello, per difendere gli interessi dei potenti, degli industriali, dei capitalisti, dei finanzieri, dei militari. Questo è il senso del nuovo decreto sicurezza.

Sulle frontiere militarizzate, lungo le “rotte dei migranti” e nelle nostre città sono le pratiche di autogestione, di azione diretta e di solidarietà a spezzare la separazione sociale imposta dal governo, a creare terreni comuni di lotta.

Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.
Collettivo Anarchico Libertario

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Resoconto e foto del corteo a Gorizia del 3 novembre

Di seguito l’articolo di resoconto pubblicato su Umanità Nova e alcune foto pubblicate in rete

http://www.umanitanova.org/2018/11/06/1918-2018-nessuna-festa-per-un-massacro-fermiamo-il-militarismo/

1918-2018 Nessuna festa per un massacro. Fermiamo il militarismo

La difficile scommessa iniziata lo scorso giugno di un campagna antimilitarista autunnale nel Friuli-Venezia Giulia lanciata dal Coordinamento Libertario Isontino e poi fatta propria da tutto il Coordinamento Libertario Regionale è pienamente riuscita. L’idea era di portare una voce nostra nelle strade e nelle piazze che contrastasse le celebrazioni ufficiali per la “vittoria” nella prima mondiale, avendo chiaro che il e il nazionalismo di ieri alimentano quelli di oggi. Infatti il giorno successivo il presidente Mattarella ha guidato grandi celebrazioni istituzionali per la vittoria, sia a che a . Si voleva quindi sia raccontare la storia di chi quel massacro cercò di fermarlo (, sabotatori, renitenti, ammutinati…) sia ribadire le ragioni di una lotta antimilitarista nei giorni nostri, sempre più caratterizzati dal binomio della guerra esterna/guerra interna (militarizzazione delle città e dei confini, missioni belliche all’estero, crescita dell’industria bellica, ecc.). La pubblicizzazione delle iniziative è stata capillare in tutte le province e anche fuori di regione con centinaia di manifesti affissi e migliaia di volantini diffusi. I due appuntamenti principali (oltre ad alcuni a carattere locale) sono stati il convegno/assemblea pubblica del 13 ottobre e il corteo del 3 novembre, entrambi a . Il capoluogo isontino è stato scelto per il suo carattere simbolico in quanto città maggiormente distrutta durante la grande guerra e sul cui territorio si trovano numerosi monumenti nazionalisti fra cui il celebre e lugubre sacrario di Redipuglia. Il convegno ha visto la presenza di ben oltre un centinaio di persone che hanno ascoltato gli approfonditi interventi di Marco Rossi, Daniele Ratti e Antonio Mazzeo che hanno spaziato dal tema dei disertori sui vari fronti di guerra alle nuove forme che il militarismo assume ai giorni nostri. Il successo della prima iniziativa ha fatto da sprone a impegnarsi ancora di più per la riuscita del corteo. Significativamente simbolica è stata la conferenza stampa tenutasi proprio davanti il sacrario di Redipuglia con l’esposizione dello striscione che avrebbe poi aperto la manifestazione: “1918-2018. Nessuna festa per un massacro. Fermiamo il militarismo”.

Nonostante l’impegno e le incoraggianti notizie sulle presenze da fuori regione (iniziative pubbliche di sostegno all’iniziativa si sono svolte a Milano, Torino, Livorno, Reggio Emilia e Lubiana) vi erano fra tanti e tante di noi timori per una bassa partecipazione dovuta alla concomitante manifestazione antifascista che si svolgeva a Trieste contro il corteo nazionale di casapound che festeggiava la “vittoria” della prima guerra (e che ha poi visto una partecipazione di almeno 6-7000 persone con decine e decine di adesioni che andavano dai settori di movimento al Pd al vescovo alla cgil e così via per arrivare anche ad alcuni anarchici e anarchiche presenti in maniera sparsa con alcune bandiere e uno striscione).

A complicare ulteriormente le cose ci si è messa pure la questura che, una settimana prima del 3 novembre, ha cercato di imporre un grave cambiamento di percorso al corteo motivando la cosa con la presenza sul tragitto di alcuni monumenti militaristi e soprattutto la presenza di persone ai lati del corteo! La denuncia pubblica di questo tentativo infame insieme al puntare i piedi dei compagni e della compagne ha permesso di riconquistare una parte del percorso originario.

Nonostante tutte queste difficoltà già dalla partenza si è visto che si era in parecchi e si è andati crescendo durante il percorso fino a essere più di 400 (numeri reali e non da roboanti comunicati stampa). Una manifestazione viva, comunicativa e combattiva accompagnata dalla splendida musica della Banda degli Ottoni a Scoppio da Milano. Presenti tanti compagni e compagne dalla Lombardia, da Torino, dalla Toscana, da Reggio Emilia, da Roma e altre città nonché un compatto gruppone dalla Slovenia della FAO-IFA. Particolarmente significativa la presenza di gruppi e compagni e compagne della ma vi erano anche delegazioni dell’Usi, di Alternativa Libertaria e tanti e tante in ordine sparso. Il corteo ha fatto varie fermate con l’affissione di striscioni e cartelli: dal parco della rimembranza (dove si trovano numerosi monumenti dedicati alla prima guerra) ad una filiale di Unicredit per denunciare gli sporchi affari di questa banca con il regime turco e per dare solidarietà alla rivoluzione in Rojava (in corteo vi erano anche compagni e compagne curde con le loro bandiere). Via “24 maggio” è diventata “Via dei disertori”, “Via Diaz” è diventata “Via la guerra dalla storia”. Arrivati al punto dove il corteo ha dovuto svoltare a causa delle prescrizioni questurine una performance teatrale ha denunciato il ruolo assassino delle frontiere, il cui finale è stato un tricolore buttato a terra e calpestato dal corteo. Fra slogan e fumogeni si arriva davanti al comune di cui viene denunciata la grave connivenza con i fascisti di casapound che hanno la loro sede proprio nella via adiacente (ovviamente transennata e protetta dalla polizia). Si arriva quindi davanti ad un distributore dell’ENI di cui viene denunciata con striscione e intervento la politica di saccheggio del sud del mondo. Intanto durante il percorso i manifesti fascisti affissi per la manifestazione di Cp a Trieste cadono per la vergogna.

Arrivati in piazza della Vittoria (ovviamente ribattezzata con un cartello “Piazza dei senza stato”) vi è l’ultima azione: una gruppone di 20-30 compagn* si stacca dal corteo e va pubblicamente a cancellare delle scritte fasciste in una via laterale a noi preclusa, violando così simbolicamente i divieti polizieschi. Il ritorno nella piazza degli imbianchini antifascisti è accolto dal grido “siamo tutte antifasciste!”.

La giornata finisce con interventi al microfono, nonché la musica di Alessio Lega, Rocco Marchi e Mauro Punteri con tanti compagni e compagne ad affollare i banchetti di libri e cibo allestiti. Durante questa fase finale vari i curiosi fermatisi ad ascoltare fra cui alcuni ragazzi richiedenti asilo.

In conclusione possiamo dire che la scelta di organizzare una manifestazione nostra radicalmente antimilitarista e antinazionalista ha pagato nonostante tutto. Per noi queste iniziative si inseriscono in un percorso di rilancio dell’ iniziato con il convegno di Milano del giugno scorso, proseguito con il campeggio Nomuos di questa estate fino ad arrivare a noi. E’ molto importante darsi a breve nuove scadenze di lotta di questo fronte. Per ora portiamo a casa il successo di queste giornate.

UN reporter

     

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Presentazione del corteo antimilitarista del 3/11 a Gorizia

1918 – 2018: Nessuna festa per un massacro!
Gorizia 3 novembre – corteo antimilitarista

Presentazione della giornata di lotta

Respingiamo la celebrazione guerrafondaia e nazionalista della prima guerra mondiale, ricordiamo i disertori, i fucilati, i ribelli.

Aboliamo le spese militari, che le sfruttate e gli sfruttati pagano con i tagli alle pensioni e ai servizi sociali, che portano solo disoccupazione e miseria.

Fermiamo le guerre di occupazione e rapina condotte dallo stato italiano dall’Afghanistan alla Libia, contro la militarizzazione della società e la repressione che permettono ai governi di imporre condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori alla maggior parte della popolazione.

Abbattiamo il militarismo, cardine del dominio patriarcale, che impone violenza e sopraffazione nella società.

Venerdì 19 ottobre

dalle ore 19:30 aperitivo
dalle ore 21:00 assemblea

presso la FAL, via degli asili 33, Livorno

Federazione Anarchica Livornese – FAI
Collettivo Anarchico Libertario

per partecipare al corteo del 3 novembre a Gorizia scrivere a cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it e collettivoanarchico@hotmail.it oppure contattare la pagina Facebook Anarchici Livornesi

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