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I sentieri dei ribelli

da: Umanità Nova n.3o

 

In migliaia oltre la zona rossa

Giaglione 23 ottobre
Una domenica d’autunno vera, grigia e freddina, ci ha accolti a Giaglione nel giorno del “taglio alle reti” del cantiere. La strada delle gorge è sempre bellissima: il verde trascolora nel giallo e nel rosso e la foschia opacizza il quadro, rendendo remota a impalpabile la scena.
Sono sulla strada che porta alla baita e guardo avanti: il corteo deve ancora partire, la gente si sta raccogliendo in piazza e nel campo sportivo. È un breve tempo di attesa, quello che da sapore ad un’intera giornata.
Il momento non è facile. Vent’anni di lotte insegnano tanto, ma mai abbastanza. Nel ricordo le giornate del 2005 sono lunghe, lunghissime, scolpite minuto dopo minuto nella memoria, ma a ben pensarci non trascorse nemmeno un mese e mezzo tra il Seghino e le giornate di Venaus.
Nessuno forse se ne ricordava ma il 23 ottobre erano cinque mesi giusti dal primo attacco alla Maddalena. Tanta acqua è passata sotto i ponti della Dora da maggio, quando il suono delle motoseghe scandì il ritmo di quella prima notte di barricate.
Da quel giorno siamo sempre stati in pista. Mille iniziative di resistenza, informazione, lotta. A volte tutti quanti, a volte in pochi, a volte convinti a volte meno.
Da mesi i No Tav assediano il fortino. Ci sono state le nottate rotte dal fragore delle bombe carta e dei petardi, annegate nel fumo dei lacrimogeni e le passeggiate tra le vigne chiuse dal filo spinato. C’è stato Turi sull’albero e i ragazzi che tagliavano le recinzioni, ci sono state le pietre ai poliziotti e i bossoli di lacrimogeno in faccia alla gente. Ci sono state le passeggiate di tutti quanti e gli assalti di chi voleva e poteva.
C’era e c’è un movimento popolare che non si fa spaventare né dalla violenza della polizia, né dagli assalti dei media, né dalle denunce e dagli arresti.
C’è un movimento che si interroga giorno dopo giorno sulle scelte da compiere e prova, non sempre con successo, a percorrere una strada condivisa dai più.
C’è un movimento che a volte fa fatica ad affrontare uno scenario ben diverso da quello del 2005, quando in pochi giorni la rivolta dell’intera Val Susa obbligò il governo ad una rapida marcia indietro.
Le reti del fortino della Maddalena, il filo spinato, gli uomini in armi sono divenuti il simbolo dell’arroganza dello Stato. Il simbolo concreto e violento della volontà di imporre con la forza scelte non condivise.
Nella loro materialità eccessiva sono un chiaro monito: di qui non si passa, i più forti siamo noi. La spinta a tagliarle, a riprendersi la terra e la libertà di scegliere il proprio presente è frutto di una spinta più etica che politica.
Quando crollano le dittature la gente non si accontenta della fine di un regime, ma si affretta ad abbatterne i simboli.
Guardo la valle, che qui a Giaglione è stretta stretta. Le luci violente del fortino appaiono livide nel mattino. Ne abbiamo discusso e ridiscusso, di questa gita alle reti, per tagliarle tutti insieme, a volto scoperto, violando apertamente le leggi. Una sorta di assunzione collettiva di responsabilità, rafforzata dalla consapevolezza che la magistratura potrebbe presentare il conto a chi sceglie di ribellarsi apertamente.
Non a tutti piaceva l’idea. Se ne è parlato e riparlato.
A sciogliere dubbi ed incertezze sulla giornata del taglio alle reti ci ha pensato il governo. Chi siede sulle poltrone del potere crede che l’arroganza, le minacce, la violenza degli uomini in divisa bastino a fermarci. Ancora una volta Berlusconi e Maroni hanno dovuto fare i conti con le nostre teste dure. Teste da bugianen.
Gli scontri del 15 ottobre a Roma hanno innescato una campagna di criminalizzazione preventiva con pochi precedenti. Secondo il Ministro dell’Interno i No Tav avevano addestrato quelli che la stampa chiama “Black Bloc”. I violenti di tutt’Italia si stavano preparando per radunarsi nei boschi di Chiomonte. L’esito della giornata era già dato per scontato.
A pochi giorni dall’iniziativa, le cui caratteristiche di azione diretta non violenta, o, se si preferisce, di disobbedienza civile collettiva, erano state ampiamente illustrate e sancite dall’assemblea popolare di Villardora, l’attacco si è fatto sempre più crudo.
Venerdì 21 la questura ha istituito una vastissima zona rossa, annunciando la chiusura di strade e sentieri. Sabato 22 chi era alla baita No Tav è stato identificato e minacciato di denunce, poi la zona è stata circondata: non si poteva né entrare né uscire.
Domenica mattina ovunque c’erano posti di blocco con centinaia di carabinieri: la questura si vanta di aver controllato centinaia di auto e migliaia di persone.
Il clima è pesante. Difficile dire come andrà.
Quando il corteo mi raggiunge vedo la gente delle grandi occasioni. Tanta, tanta, tanta. Sulla strada, poco dopo la cappella, in salita verso la zona delle cabine elettriche, serrata dal giorno prima da jersey di cemento e acciaio, la questura ha piazzato una rete. Dietro ci sono tutti: dal capo della Digos Petronzi, al capitano dei carabinieri di Susa Mazzanti, al solito nugolo di digos. Dicono di voler consegnare una notifica di divieto di proseguire, poi indietreggeranno.
Intorno, appollaiati sui muretti a secco, ci sono frotte di giornalisti. Sembra uno spettacolo con tutte quelle telecamere, macchine fotografiche, taccuini, computer.
Uno spettacolo predisposto dalla Questura nella speranza che i No Tav si accontentino del taglio di una rete piazzata per l’occasione.
La rete viene giù in fretta ma tutti proseguono. Nessuno si cura della zona rossa: si sta camminando per strade proibite da un bel pezzo. Si è deciso di non obbedire agli ordini e nessuno esita.
Quando lo sbarramento successivo impedisce di andare non si torna indietro. Qualcuno si era già avviato per il sentiero dei monaci, più lungo ma meno difficile. Gli altri si dividono: qualcuno sale sulla destra, i più ardimentosi scendono a precipizio nel vallone, su una traccia a strapiombo. È pericoloso ma pian pianino la gente va. Tutti si aiutano.
Sui sentieri i cacciatori di Sardegna, il corpo dei carabinieri addestrato per le battute in montagna, non possono nulla contro la marea umana che avanza.
Sul ponte del Clarea, poco prima della Baita, la polizia in assetto antisommossa occupa il ponte. Poco male. Si guada il fiume, infischiandosene degli armati impettiti e un po’ ridicoli sul ponte.
Poco a poco alla baita si raccoglie una piccola folla. Le provviste accumulate nei mesi finiscono subito. Fuori lo scenario non è quello solito, quello immaginato nelle assemblee. La truppe sono fuori dalle reti a pochi metri dalla baita. Impossibile circondare tutti insieme le reti e cominciare a tagliarle: per farlo occorre passare in mezzo agli uomini dell’antisommossa.
La questura ha giocato la sua carta con intelligenza: niente gas, oggi sono pronti i manganelli.
Qualcuno vorrebbe provare lo stesso. I più decidono di tornare indietro, paghi del risultato.
Dieci, forse quindicimila persone che, tutte insieme, violano la zona rossa e arrivano ad assediare il fortino sono l’esito non scontato della giornata. Un esito importante. Forse è la prima volta nel nostro paese che la zona rossa viene ignorata ed aggirata da tanta gente. Forse è stato un bene non offrire il destro per scatenare le truppe.
Si poteva osare di più? Si poteva tentare di avvicinarsi alle reti? Probabilmente sì. Il rischio, chiaro a tutti, era che ne nascesse una colluttazione, che la polizia provasse a provocare lo scontro.
Per mantenere fede agli impegni presi in assemblea bisognava avanzare con le tronchesi in mano affrontando senza reagire le botte. Ne saremmo stati capaci?
Difficile dirlo.
La trappola mediatica era chiara: se le reti non fossero state tagliate, avrebbero detto che ci avevano fermati. Se non fossimo riusciti a mantenere la calma mentre la polizia ci picchiava, avrebbero scritto che le fosche previsioni della vigilia si erano avverate.
Bisogna imparare a dare meno importanza ai media. Quanta più gente si fa capace di autogestire i flussi informativi, quanta più gente se ne infischia dei media main stream, tanto maggiore sarà l’autonomia reale del movimento.
Oggi la scommessa forte è non cadere nella trappola predisposta dai media e dai politici interessati a drenare consensi elettorali: non ci sono i buoni e non ci sono i cattivi. C’è un movimento che lotta e resiste, ciascuno a suo modo, nel rispetto di tutti e di tutte. Occorre non smarrire il sentiero, non divenire ostaggio delle menzogne di media e politici, non permettere a nessuno di dividerci.
Mentre torno indietro il freddo morde più forte. Mi fermo e riguardo il panorama del mattino. Le luci sono sempre lì. Le reti anche. Ma chi sta intorno a quelle reti sa che non c’è zona rossa che tenga, non ci sono sbarramenti che possano fermarci. Li abbiamo aggirati in migliaia e migliaia, camminando su una via impervia al passo ma lieve per chi sa che all’arroganza dei potenti ribellarsi è giusto. In barba alle leggi, ai regolamenti, alle prescrizioni, ai posti di blocco, alle zone rosse.
Domani è un altro giorno.
Il movimento è forte e radicato ma stenta a trovare il ritmo di una rivolta che oltrepassi il cerchio magico e maledetto delle reti del fortino per riversarsi nelle strade, nei palazzi di chi decide, nello sciopero generale e nel blocco di tutto quanto.
Un blocco ad oltranza, che si organizzi per resistere, un blocco popolare dove ci siano tutti. Tutti. I giovani e i meno giovani, quelli che hanno coraggio e quelli che il coraggio se lo devono dare, i non violenti e quelli credono legittima la difesa, chi vorrebbe cambiare il mondo e chi si accontenta di non farlo peggiore di com’é.
Eppure questo ritmo occorrerà trovarlo. Prima o poi proveranno a farlo davvero il cantiere, si prenderanno la baita e spezzeranno la montagna con la dinamite. Noi dobbiamo fermarli prima che sia tardi. Inutile illudersi ed illudere sulla lotta di lungo periodo, perché rischiamo il logoramento, la disillusione, la rassegnazione che hanno minato e distrutto altri movimenti.
Non possiamo aspettarli nel fortino di Asterix, perché quella storia è già scritta e porta impresso il marchio della sconfitta. Non si vince con la forza contro chi ne ha il monopolio legale, non si vince contro i blindati, i lince, gli alpini, i parà, i poliziotti, i carabinieri, i forestali… tutto l’apparato militare dello Stato contro di noi.
La nostra forza è nelle nostre ragioni, la nostra forza e nella pratica del confronto e nell’azione diretta non delegata a nessuno. La nostra forza è il radicamento popolare che potrebbe – ancora una volta – rendere ingovernabile un intero territorio. Da Torino a Chiomonte. Allora dovranno scegliere tra spararci o andarsene. Se sapremo rimanere saldi, uniti nelle nostre mille diversità, sappiamo bene che se ne andranno.

Maria Matteo

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E CONTINUANO A DARE LA COLPA ALLA NATURA

Articolo pubblicato su Umanità Nova n° 31
a cura della Redazione Carrara
La Lunigiana, la Val di Vara, le Cinque Terre devastate. Paesi spazzati via dalla furia della natura. Questo è il risultato dell’ennesimo evento catastrofico che colpisce il nostro paese. Non c’è anno che non venga segnato da un evento nefasto che ha come protagonista la natura. Una natura che si ribella alla violenza e alla ferocia con cui l’uomo la saccheggia.
Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e se questa è la reazione della natura, immaginatevi quanto è brutale l’azione dell’uomo a cui reagisce.
Quest’anno è toccato a questo territorio, la Lunigiana storica, una zona montagnosa a cavallo tra le province di La Spezia e Massa-Carrara. Scatta immediata la macchina dei soccorsi, ….dei soccorsi?! Scatta la macchina del controllo del territorio. Immediata, rapida, rapace. L’avvoltoio del business è già pronto a spolpare la carcassa del territorio devastato.
Siamo stati ad Aulla, in provincia di Massa Carrara, e lì la prima sensazione, vedendo questa enorme “macchina” in funzione, la Protezione Civile (?), è di quanto sia inutile. La prova più lampante di quanto lo stato non serva per il cittadino. Efficiente per bombardare paesi a cui rubare petrolio, gas e altre risorse, efficiente per difendere gli interessi delle lobby economico-finanziarie, efficientissimo nel reprime il dissenso e la contestazione popolare, inesistente per aiutare un popolo in difficoltà.
Aulla, una cittadina sotto al fango nella quale vagano un’imponente quantità di mezzi e persone, la maggior parte dei quali non sanno cosa fare. Non ricevo istruzioni, ci dicono, e senza quelle non si possono muovere. La tensione è alle stelle, abbiamo parlato con alcuni abitanti che stanno cercando di ripulire le strade e ci raccontano delle difficoltà che incontrano soprattutto nei rapporti con la Protezione Civile. Molti hanno messo i loro mezzi a disposizione, camion, ruspe, fork-lift, ma devono lavorare quasi di nascosto; alcuni, ci racconta un uomo su un Merlo, un grosso fork-lift, anche con la paura di essere denunciati. Parliamo con un vigile del fuoco chiuso nel suo Bobcat, e ci dice che il suo compito è fare mucchietti di fango e spostarli da un punto all’altro. Mancano però i mezzi con cui portarlo via e non sanno ancora, poi, come smaltirlo.
La frustrazione è grande. E si sfoga con i politici. Venerdì scorso una carovana di autoblu con Matteoli, alcuni politici regionali e i sindaci della Lunigiana si sono presentati in città. Sono stati accolti a badilate di fango (la sindaca di Pontremoli, PdL, se n’è presa una in faccia).
Se questo succede in Lunigiana, ancora peggio dovrebbe essere a Brugnato, Borghetto Vara, Monterosso e Vernazza, zone maggiormente colpite e alle quali non si può accedere se non con permessi della Protezione Civile.
In una situazione simile, Carrara non poteva rimanere immobile.
Abbiamo subito organizzato una raccolta di acqua potabile nella giornata di sabato allestendo due punti di raccolta, uno in piazza Matteotti, sotto la sede storica del gruppo, e uno in piazza Duomo, di fronte alla sede occupata e provvisoria.
La partecipazione è stata alta e a fine serata ci ne siamo trovati quasi 3000 litri, oltre ad altri generi alimentari e offerte in denaro (250,00 €). Durante la raccolta è stato diffuso un volantino a firma dei quattro gruppi che stanno organizzando la solidarietà, il Gruppo Germinal-FAI, il Circolo G. Fiaschi, il Circolo Lodovoci Vico e la sezione locale USI/AIT, e nel quale denunciamo i nostri dubbi verso le solite giustificazioni sulla ineludibilità dei disastri naturali e di come le origine di questi eventi vadano ricercate nella pessima gestione che l’uomo fa del territorio. Finché questo stato di cose perdurerà ci saranno sempre alluvioni e disastri naturali che produrranno danni gravi e tragici per la popolazione. E allora si deve cominciare a pensare diversamente la gestione del proprio territorio e della propria vita. Bisogna fermarsi e fare un passo indietro per recuperare un rapporto con la natura non caratterizzato dalla prevaricazione, ma dal riacquisire la capacità di usare intelligentemente e moderatamente le risorse a nostra disposizione.
Bisogna cominciare a parlare di ecologia sociale e autogoverno municipale per creare una alternativa di base sulla gestione del territorio che dia vero potere alla popolazione che possa così riprendere in mano la gestione della propria vita.
Sempre sabato abbiamo contattato un compagno che vive a Mulazzo, altro comune colpito dalla inondazione, e con lui abbiamo coordinato la consegna di quanto raccolto da effettuarsi direttamente alla popolazione.
Domenica mattina siamo partiti, abbiamo fatto anche noi la nostra carovana, non di autoblu, ma di mezzi di fortuna sui quali abbiamo caricato quanto raccolto. Cinque mezzi e dieci compagni, mattina presto siamo partiti alla volta di questi paesi. Abbiamo consegnato tutta l’acqua raccolta nei paesi di Mulazzo, Pozzo e Castagnetoli, a domenica ancora senza acqua potabile. Durante il nostro viaggio in queste zone, attraverso stradine in mezzo ai boschi, perché le strade principali sono inagibili per frane, gli unici incontri che abbiamo fatto con la protezione civile sono stati ai posti di blocco che hanno istituito per impedire l’ingresso nei paesi. Alcuni minuti di contrattazione e poi ci hanno lasciato passare.
L’obiettivo della giornata, oltre alla consegna dell’acqua, era quello di prendere contatto con la popolazione per poi concordare ulteriori raccolte in base alle loro richieste.
E così, lunedì mattina, ci è giunta una richiesta di farina e lievito. Nei paesi di Parana e Casa di Loia, sempre nel comune di Mulazzo, su iniziativa del compagno che è in zona, sono stati ripristinati tre forni a legna nei quali verrà fatto pane da distribuire alla popolazione del territorio. Nel primo pomeriggio è partito da Carrara un mezzo con 225 kg di farina, lievito e generi alimentari vari.
Parallelamente ci stiamo coordinando con i compagni del Circolo Binazzi di La Spezia, che stanno operando a Bottagna, all’ingresso della Val di Vara, per portare la nostra solidarietà anche in quelle zone.
Le cose da fare sono ancora molte e siamo solo all’inizio e da Carrara stiamo cercando di coordinare al meglio quello che di solidarietà si può portare con i nostri mezzi e soprattutto con la nostra volontà.
Questo è quello che sanno fare gli anarchici.
Per chiunque voglia mettersi in contatto con noi può scrivere alle mail germinalfaicarrara@email.it oppure circoloanarchicogfiaschi@email.it.
RedC
In viaggio per Parana, paese nel comune di Mulazzo ancora isolato, dove sono stati portati 225 kg farina per i forni

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Livorno: detenuto ritrovato cadavere, in 8 anni 17 detenuti morti alle “Sughere”

da: senzasoste.it

 

In 8 anni nel carcere delle “Sughere” sono deceduti ben 17 detenuti. Da inizio anno sale a 155 il totale dei “morti di carcere”, di cui 52 per suicidio

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Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie. Forse si tratta di suicidio, ma un suicidio che appare “anomalo” per diverse ragioni: l’uomo stava per terminare la pena (sarebbe stato scarcerato domani); il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere è “insolito”, perché quasi sempre i detenuti si impiccano nel bagno della cella; il cappio “sembra” sia stato ritrovato a terra e non stretto intorno al collo.

Ma c’è un altro dato inquietante: si tratta del 17esimo decesso avvenuto nel carcere di Livorno dal 2003 ad oggi (9 i suicidi accertati, 3 morti per “cause naturali” e 5 per “cause da accertare”). Alle “Sughere” i detenuti sono circa 450 e 17 morti in 8 anni per un carcere di medie dimensioni, rappresentano un dato eccezionalmente grave.

In altre carceri con un numero di detenuti compreso tra 400 e 500 nello stesso periodo i decessi sono stati molti di meno: Agrigento 3, Alessandria 4, Ancona Montacuto 5, Avellino 4, Busto Arsizio 5, San Gimignano 1, Trapani 1, Vibo Valentia 4, Vigevano 2.

A Livorno si è registrato anche il caso particolarmente controverso di Marcello Lonzi, ritrovato cadavere in cella l’11 luglio 2003 (il corpo coperto di lividi), che è stato oggetto di una lunghissima inchiesta giudiziaria conclusasi recentemente con l’archiviazione: morto per “aritmia maligna”.

La cronaca della morte di Agatino

Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie e sarebbe stato scarcerato domani. Trovato morto per le scale, in una delle sezioni del carcere delle Sughere. Accanto al suo corpo, pezzi di stoffa legati, come a voler formare una corda artigianale. Il suo cadavere è stato trovato dal personale della Casa circondariale ieri intorno alle 18.30. Inutili i tentativi di rianimarlo: quando la polizia penitenziaria s’è accorta del fatto, l’uomo era già morto. Il decesso è stato constatato dal medico del 118, giunto sul posto insieme a un’ambulanza della Misericordia.

Apparentemente non aveva ferite evidenti sul corpo, ma solo le tipiche lesioni post mortem dovute al trauma al collo. Queste le prime indiscrezioni, ma solo l’autopsia potrà far luce sulle cause della morte. Del caso si occupa la polizia penitenziaria, che ha allertato il pm di turno. Non si conoscono i motivi che avrebbero spinto l’uomo a togliersi la vita: pare che fosse stato da poco trasferito a Livorno, proveniente da Porto Azzurro.

tratto da www.ristretti.org

I detenuti morti nel carcere di Livorno negli ultimi 8 anni

Cognome Nome Età Data morte Causa morte Istituto
Filia Agatino 56 anni 27-ott-11 Da accertare Livorno
Bruni Michele 37 anni 20-giu-11 Malattia Livorno
Attinà Yuri 28 anni 05-gen-11 Da accertare Livorno
Snoussi Habib 30 anni 03-mar-10 Da accertare Livorno
Ben Massoud Adel 57 anni 12-feb-10 Suicidio Livorno
Angelini Emilio 45 anni 31-lug-09 Suicidio Livorno
Vassiliu Ion 21 anni 01-mag-09 Suicidio Livorno
Mascaro Alessandro 31 anni 09-nov-08 Da accertare Livorno
Slah Abeslam 34 anni 03-ott-07 Malattia Livorno
Albanese Detenuto 22 anni 13-set-07 Suicidio Livorno
Vincenti Angelo 57 anni 27-dic-04 Malattia Livorno
Visconti Luca 36 anni 7-set-04 Suicidio Livorno
Requelme Carlos 50 anni 30-lug-04 Suicidio Livorno
Bruzzaniti Domenico 50 anni 29-giu-04 Suicidio Livorno
Detenuto Italiano 71 anni 23-giu-04 Suicidio Livorno
Lonzi Marcello 29 anni 11-lug-03 Da accertare Livorno
Turco Detenuto 38 anni 23-apr-03 Suicidio Livorno

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SOLIDARIETÀ AGLI STUDENTI DEL COLOMBO

Il Collettivo Anarchico Libertario esprime piena solidarietà agli studenti ed alle studentesse dell’Istituto Colombo vittime di un grave episodio repressivo.
La mattina del 26 ottobre l’irruzione violenta delle forze dell’ordine ha interrotto la protesta degli studenti del Colombo che avevano appena occupato il proprio istituto contro i tagli all’istruzione.
Si tratta di un grave atto intimidatorio da parte della dirigenza scolastica e della questura nei confronti di giovani studenti che protestavano.
Quanto accaduto si inserisce in un clima generale di repressione delle lotte, un clima che si è fatto ancora più pesante nelle ultime settimane. Questo si è reso evidente già in altre occasioni anche a Livorno, con la massiccia e provocatoria presenza di polizia e carabinieri al corteo studentesco del 17 ottobre, ed al corteo antimilitarista contro le spese militari e contro la celebrazione della battaglia di El-Alamein.
Criminalizzazione dei movimenti, violenze della polizia, nuovi provvedimenti repressivi.
Questa è la ricetta di padroni, governo e partiti di opposizione, per difendere le loro politiche di macelleria sociale.
Collettivo Anarchico Libertario
collettivoanarchico@hotmail.it
http://collettivoanarchico.noblogs.org

Livorno, 28/10/2011

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Livorno 22 ottobre: Ribelliamoci alla guerra!

Circa un migliaio di persone hanno partecipato a Livorno, sabato 22 ottobre, alla manifestazione di protesta contro la celebrazione della battaglia di El Alamein, combattuta dall’Italia fascista alleata della Germania nazista nel 1942, contro l’esercito britannico.

Quest’anno la manifestazione si è svolta in coda a una serie di mobilitazioni, fra cui la manifestazione nazionale di Roma, e in un clima in cui Governo e gli organi di stampa, assecondati dall’opposizione parlamentare, cercano di criminalizzare ogni forma di dissenso, oscurando le ragioni della protesta dietro alla polemica sui “violenti”.

Questo clima si è visto anche a Livorno sabato: imponente schieramento di forze dell’ordine, con i carabinieri del battaglione mobile in prima fila a difendere la Banca d’Italia dal pericolosissimo attacco di uno striscione.

Il corteo, organizzato dal comitato 22 ottobre, si è snodato per le vie del centro cittadino accompagnando alle tematiche dell’antimilitarismo e dell’antifascismo la lotta contro la crisi e il debito. Sono stati affissi due striscioni, uno davanti alla Banca d’Italia, che recava scritto “i nostri diritti valgono più dei vostri profitti”, l’altro davanti ad Equitalia, con la scritta “diritto all’insolvenza! Che paghi la Folgore” . Le banche che si trovavano sul percorso sono state contestate, così come un negozio che esponeva un manichino in divisa. Anche davanti al punto vendita collegato è stata manifestata la solidarietà con le lavoratrici della OMSA, in lotta contro la delocalizzazione della loro attività.

Da segnalare la sceneggiata orchestrata dai carabinieri nella centrale Piazza Cavour, affollata dai cittadini per il passeggio del sabato pomeriggio. All’arrivo del corteo i carabinieri si sono schierati all’imbocco della piazza in tenuta antisommossa in modo provocatorio, e si sono poi rapidamente ritirati, salendo sui mezzi che si sono allontanati a forte velocità. Esibizione di forza assolutamente inutile, visto il carattere comunicativo del corteo, di cui è responsabile chi gestisce l’ordine pubblico.

Il corteo si è concluso in Piazza XX settembre, con l’intervento di un compagno della Federazione Anarchica Livornese che ha rivendicato il diritto a manifestare a fronte di ogni provocazione e la solidarietà ai compagni colpiti dalla repressione.

Gli anarchici livornesi si sono impegnati a fondo nell’organizzazione del corteo, e per la sua riuscita. Lo spezzone rosso e nero, aperto dallo striscione “Ribelliamoci alla guerra, allo stato e al capitale”, ha visto la partecipazione di alcune decine di compagni provenienti da varie località della Toscana.

La cerimonia ufficiale, che prevedeva il saluto alle truppe di ritorno dall’Afghanistan e l’avvicendamento al comando della Brigata, ha visto la presenza di La Russa e delle autorità locali. Visto le contestazioni degli anni precedenti, la cerimonia si è svolta sotto tono e non sembra sia stato nemmeno tentato il coinvolgimento delle scolaresche, come tentato altre volte.

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RIBELLIAMOCI ALLA GUERRA ALLO STATO E AL CAPITALE!

volantino che sarà distribuito oggi alla mainfestazione
BASTA GUERRA
Con questo slogan slogan siamo in piazza a Livorno sabato 22 ottobre, insieme ad altre forze politiche, sociali e sindacali che hanno costituito il Comitato 22 ottobre.
Sabato 22 ottobre è il giorno scelto per il rientro dei paracadutisti della “Folgore” dalla missione in Afghanistan e la Livorno ufficiale si prepara ad accoglierli la mattina allo stadio e il pomeriggio alla Rotonda di Ardenza.
Insieme al ritorno delle truppe, le autorità militari e civili celebreranno la battaglia di El Alamein, svoltasi durante la seconda guerra mondiale – combattuta dall’Italia fascista a fianco della Germania nazista, quando i paracadutisti italiani furono sconfitti dall’esercito britannico. In questa occasione ogni anno giungono a Livorno i nostalgici di quello sciagurato periodo.
Dopo le contestazioni degli anni precedenti, nell’ottobre del 2010 abbiamo organizzato insieme per la prima volta una grande manifestazione unitaria che portò in piazza  l’opposizione al militarismo, alla guerra, alle spese militari, ai tagli e ad ogni nostalgia fascista. Rispetto allo scorso anno la situazione si è solo aggravata.
La concertazione salariale e le manovre a ripetizione del governo colpiscono i reddito proletario. Con il ricatto del debito si impone agli sfruttati, ai ceti popolari di pagare sulla propria pelle il mantenimento dei privilegi dei governanti, di Confindustria e delle banche, delle forze armate e della Chiesa. Le spese per gli armamenti nel 2010 hanno raggiunto i 23 miliardi e mezzo di euro, 29 miliardi sono stati investiti per acquistare aerei caccia, caccia bombardieri F-35 ed elicotteri da guerra.
La guerra imperialista alla Libia, combattuta anche dalle forze armate italiane, si è aggiunta a quella che si combatte ancora in Afghanistan, e alle altre missioni cosiddette di pace. Questa nuova guerra ha portato con le bombe morte e devastazione in Libia e devastazione sociale in Italia con montagne di euro spese per finanziare la “missione”.
Per questo oggi torniamo in piazza, a dispetto di chi vorrebbe farci tacere, a dispetto di chi vuole dividere i movimenti di lotta in “buoni” e “cattivi” per esprimere la nostra solidarietà a chi è colpito dalla repressione dall’interno e dall’aggressione imperialista all’estero.

Ribelliamoci ad ogni parata guerrafondaia, militarista, nostalgica e nazionalista!
Ribelliamoci a chi ci dice che le stragi le guerre ed i bombardamenti sono umanitari!
Ribelliamoci a chi, a forza di ricatti, continua a chiederci sacrifici a causa della crisi, mentre i soldi per le spese militari, le guerre ed i bombardamenti ci sono sempre!
Ribelliamoci a chi sulla pelle degli sfruttati aumenta i propri profitti, in Italia come in Afghanistan, come nel resto del mondo!
Ribelliamoci a chi ci impone quotidianamente la violenza della guerra, del razzismo, della polizia, del militarismo, dello sfruttamento!
Ribelliamoci ovunque alla guerra, allo stato, al capitale!

FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE

COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO

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Livorno, sabato 22 MANIFESTAZIONE

da: Umanità Nova di questa settimana

BASTA GUERRA: MILITARE, ECONOMICA E SOCIALE

Corteo organizzato dal Comitato 22 ottobre, in occasione del rientro della “Folgore” dall’Afghanistan, e della vergognosa commemorazione della battaglia di El Alamein.

Basta tagli, basta spese militari, basta con la retorica militarista e fascista.

concentramento Piazza Garibaldi ore 16,30

Federazione Anarchica Livornese e Collettivo Anarchico e Libertario

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Livorno 22 ottobre: basta guerra

Da: Umanità Nova n. 28 del 16 ottobre 2011 – www.umanitànova.org

 

Dietro questo slogan saremo in piazza a Livorno sabato 22 ottobre, insieme ad altre forze politiche, sociali e sindacali che hanno costituito il Comitato 22 ottobre.
Sabato 22 ottobre è il giorno scelto per il rientro dei paracadutisti della “Folgore” dalla missione in Afghanistan e la Livorno ufficiale si prepara ad accoglierli la mattina allo stadio e il pomeriggio alla Rotonda di Ardenza.
Insieme al ritorno delle truppe, le autorità militari e civili celebreranno la battaglia di El Alamein, svoltasi durante la seconda guerra mondiale, quando i paracadutisti italiani furono sconfitti dall’esercito britannico. Sarà quindi anche un’occasione per vedere in città i nostalgici di quello sciagurato periodo.
Dopo le contestazioni degli anni precedenti, nell’ottobre del 2010 fu organizzata per la prima volta una grande manifestazione unitaria che portò in piazza  l’opposizione al militarismo, alla guerra, alle spese militari, ai tagli e ad ogni nostalgia fascista. Rispetto allo scorso anno la situazione si è solo aggravata.
La concertazione salariale e le manovre a ripetizione del governo colpiscono i reddito proletario. Con il ricatto del debito si impone agli sfruttati, ai ceti popolari di pagare sulla propria pelle il mantenimento dei privilegi dei governanti, di Confindustria e delle banche, delle forze armate e della Chiesa. Le spese per gli armamenti nel 2010 hanno raggiunto i 23 miliardi e mezzo di euro, 29 miliardi sono stati investiti per acquistare aerei caccia, caccia bombardieri F-35 ed elicotteri da guerra.
La guerra imperialista alla Libia, combattuta anche dalle forze armate italiane, si è aggiunta a quella che si combatte ancora in Afghanistan, e alle altre missioni cosiddette di pace. Questa nuova guerra ha portato con le bombe morte e devastazione in Libia e devastazione sociale in Italia con montagne di euro spese per finanziare la “missione”.
Gli anarchici livornesi, insieme alle altre realtà anarchiche della Toscana, invitano tutti i compagni a partecipare alla manifestazione unitaria che si svolgerà sabato 22 a Livorno. Concentramento ore 16,30 in Piazza Garibaldi.

Commissione di corrispondenza della Federazione Anarchica Livornese

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Sabato 22 ottobre a Livorno corteo contro ogni guerra militare, economica e sociale

Basta guerra: militare, economica e sociale

22 ottobre Livorno scende in piazza contro crisi, guerra e spese militari

Sabato 22 ottobre ci sarà come ogni anno a Livorno la parata militare dei nostalgici di El Alamein, con l’occupazione mattutina dello stadio e pomeridiana della Rotonda d’Ardenza per il solito sfoggio di armi e strumenti di morte.

Nell’ottobre del 2010 una grande manifestazione unitaria, per la prima volta in quella occasione, portò in piazza l’opposizione al militarismo, alla guerra, alle spese militari, ai tagli e ad ogni nostalgia fascista, contro gli attacchi alla scuola pubblica ed ai lavoratori. Rispetto allo scorso anno la situazione per le fasce più deboli e più povere della popolazione si è solo aggravata. La concertazione e le manovre finanziarie del governo affondano sempre più le mani nelle tasche dei lavoratori e delle lavoratrici. Con il ricatto del debito si impone a chi già è sfruttato di pagare sulla propria pelle il mantenimento dei privilegi della classe politica, di Confindustria e dei padroni, dell’esercito e dei settori militari.

Le spese per gli armamenti nel 2010 hanno raggiunto i 23 miliardi e mezzo di euro, 29 miliardi sono stati investiti per acquistare aerei caccia, caccia bombardieri F-35 ed elicotteri da guerra. Questa primavera la guerra imperialista alla Libia combattuta anche dalle forze armate italiane, ha portato con le bombe morte e devastazione in Libia e devastazione sociale in Italia con montagne di euro spese per finanziare la “missione”. Quindi la necessità di scendere in piazza il prossimo 22 ottobre è ancora più forte, in quanto ci troviamo di fronte ad un duro attacco agli strati popolari, ai lavoratori, ai precari, agli studenti, ai disoccupati, ai pensionati, ai migranti.

Nei giorni scorsi alcuni singoli e organizzazioni che lo scorso anno hanno partecipato alla costruzione del corteo cittadino contro la celebrazione di El-Alamein, si sono ritrovati per un incontro preliminare nel quale tutti i soggetti hanno rinnovato la propria intenzione e il proprio impegno per costruire quella giornata di lotta.

Per questo è importante tornare in piazza il 22 ottobre, costruendo una manifestazione che si inserisca nel più generale percorso di lotta contro la crisi imposta dai governi e dai padroni.

Un percorso di cui la manifestazione nazionale a Roma del 15 ottobre costituisce un momento fondamentale di lancio verso l’autunno del conflitto sociale. Crediamo fondamentale anche che il 15 ottobre in Italia non debba essere la data della rappresentanza in nessuna sua forma, ma un momento di espressione dal basso che renda possibile anche un rilancio della conflittualità territoriale. Per questo lavoreremo affinché sul nostro territorio il 15 ottobre si fonda con le annunciate proteste studentesche cittadine e con le agitazioni dei lavoratori della prima metà del mese e sia un trampolino di lancio verso la manifestazione cittadina del 22 ottobre.

Sabato 22 ottobre Manifestazione con concentramento P.zza Garibaldi ore 16.30

Comitato promotore 22 ottobre

 

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15 ottobre: Contro la crisi? – Ma cos’è questa Crisi?

Contro la crisi? – Ma cos’è questa Crisi?

Nel corso della storia del capitalismo ci sono state tantissime crisi.
E’ proprio grazie alle crisi che il capitalismo perpetua se stesso consentendo a chi
ha soldi e poltrone di mantenere i propri privilegi , mentre per noi tutte e tutti
cambiano solo le forme dello sfruttamento

Eppure quotidianamente giornali e televisione, organi di regime, ci presentano la crisi come
qualcosa di straordinario e che bisogna affrontare tutti/e, insieme anche
a politici e padroni, insieme, secondo una logica dell’emergenza finalizzata a imporre sacrifici e impedire la radicalizzazione delle lotte

In tutti i paesi con la scusa della crisi e dell’emergenza economico sociale, si perpetrano politiche sempre più restrittive delle libertà individuali e di repressione verso ogni voce di dissenso
che dal basso si leva contro le decisioni della classe dirigente.

Come non pensare al continuo attacco ai salari e alle condizioni di vita dei lavoratori, alle politiche contro i migranti, lavoratori in cerca di occupazione o donne e uomini in fuga da guerra e
persecuzione… Una continua guerra interna a cui si aggiunge, sempre più pesantemente, la guerra esterna.
Le cosiddette potenze mondiali decidono le sorti di milioni di persone
e le guerre sono uno dei loro strumenti preferiti. Le guerre infatti
servono a far girare soldi e a controllare risorse naturali… si pensi
al petrolio o a quanto denaro costa far volare un aereo militare!

Ma poi quando si tratta di sostenere le garanzie sociali minime come il
diritto alla casa, alla sanità gratuita per tutti/e, all’istruzione
i governanti di turno ci dicono che si taglia perché c’è la crisi e
dobbiamo sacrificarci. Le guerre invece si fanno..

Nessun governo, nessun padrone nessuno Stato rinuncerebbe mai al profitto e alla sua stessa
esistenza per distribuire risorse in modo da soddisfare bisogni e garantire
diritti a tutti gli sfruttati/e.. Per questo la creazione di
lotte dal basso orizzontali, dove ogni individuo possa partecipare
attivamente, è la sola via perseguibile affinché si vada verso un altro sistema di gestione della vita sociale economica
e politica.

A che servono quindi le concertazioni dei sindacati che portano alla
firma di accordi come quello del 28 giugno scorso?

Accanto alla rivendicazione di diritti e bisogni dobbiamo batterci contro la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio così da poter sperimentare
forme di autogestione del nostro quotidiano volte a sottrarre il potere
che su di noi esercitano stato e capitale.
Non paghiamo noi i debiti di lor signori, non paghiamo noi le crisi di
un sistema che non vogliamo!
imponiamo un cambiamento radicale sulla base di conquiste sociali per tutti e tutte senza alcuna fiducia nell’azione dell’attuale governo o di quelli che verranno.

ANARCHICI TOSCANI

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