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Restinco. Fiamme, repressione e una gola tagliata

da: http://senzafrontiere.noblogs.org

Restinco, 21 marzo. Sono inagibili buona parte delle camerate del CIE brindisino, teatro di una rivolta scoppiata nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 marzo. Buona parte delle camerate sono state investite dalle fiamme: per bloccare i tunisini protagonisti della sommossa, la questura ha dovuto inviare, oltre ai vigili del fuoco, anche poliziotti dell’antisommossa e della digos.
I giornali danno notizia dell’incendio che ha distrutto il CIE solo sabato 19 marzo.
Gli immigrati sono stati ammassati nella sala mensa. Anche qui, è il modello Gradisca che fa scuola.
Lo dimostra la mancata chiusura del centro salentino annunciata nei giorni scorsi da numerosi giornali. Il capo di gabinetto della prefettura, Erminia Cicoria, dice testualmente: “Restano lì dove sono”.
Nella tarda serata di domenica 20 marzo un ragazzo tunisino si è tagliato la gola, dopo una discussione molto animata con l’ispettore del centro, che lo aveva preso di mira, con amenità del tipo “mi scopo tua sorella”. L’ambulanza venuta a soccorrere il ferito è stata mandata indietro dal medico del CIE. Il ragazzo si troverebbe ora in infermeria. Gli altri reclusi hanno annunciato uno sciopero della fame.

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CIE di Gradisca. Rivolta e fughe

da: http://senzafrontiere.noblogs.org/

Lunedì 21 marzo. Non è durata a lungo la quiete al CIE. Ieri un gruppo di prigionieri avrebbe tentato la fuga. Il sequestro dei cellulari impedisce da tempo i contatti diretti e, quindi, il condizionale è d’obbligo.
Secondo le agenzie sei immigrati sono riusciti a far perdere le proprie tracce mentre sette sono stati arrestati. In serata altri quattro o cinque sarebbero saliti sul tetto ma sono stati obbligati a scendere.
Oggi a Gorizia ci sarà una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza, che discuterà anche del CIE di Gradisca. Da ormai quasi un mese i cento reclusi del CIE sono accampati nelle aree comuni del Centro, ormai quasi completamente distrutto dalle continue rivolte ed incendi.

Intanto nel vicino CARA sempre più forte è il timore che da un giorno all’altro i richiedenti asilo  vengano deportati a Mineo.

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FIRENZE: 24 MARZO CONTRO LO SGOMBERO DEL PROGETTO CONCIATORI

 

24 MARZO:

NON CONSEGNAMO VIA DEI CONCIATORI

ALLA SPECULAZIONE !!

NO ALLO SFRATTO, SI ALL’USO PUBBLICO !!

 

Lo storico immobile comunale di via dei Conciatori, già sede delle antiche concerie e del deposito centrale della nettezza urbana fino al 1980, da trenta anni utilizzato da varie realtà sociali e politiche e per questo divenuto importante luogo di aggregazione in città, è stato aggiudicato con l’asta del 13 dicembre scorso ad una società di intermediazione immobiliare: 1.912.000 euro per 1646 mq (circa 1150 euro al mq in piena Santa Croce), una scelta che prelude sicuramente ad una nuova speculazione in un quartiere che, invece, ha bisogno di spazi e servizi sociali.

 

In vista del contratto di (s)vendita al privato, l’Amministrazione Comunale ha fissato per il prossimo 24 marzo lo sgombero forzato di via dei Conciatori, nonostante che un ampio movimento di abitanti, associazioni, realtà politiche e di base, riunito in “Progetto Conciatori”, dalla primavera del 2010 rivendichi l’uso pubblico ed il recupero del palazzo per fini sociali, in alternativa alla vendita.

Nello scorso dicembre anche il Consiglio di Quartiere 1 ha preso posizione in questo senso, chiedendo di togliere via dei Conciatori dal piano delle vendite.

“Progetto Conciatori” ha presentato al Comune ed alla Regione due precise e concrete proposte, tra loro strettamente collegate, chiedendo l’apertura di un confronto pubblico:

  • il ritorno nel centro storico della residenza pubblica, come già avvenuto alle Murate, ad esempio con una esperienza di cohousing sociale;
  • un progetto di autorecupero per creare spazi di aggregazione e servizi destinati al quartiere, laboratori, sedi per movimenti e associazioni, a cura dei soggetti interessati.

 

Negli ultimi mesi sono cresciute in via dei Conciatori le attività autogestite per dimostrare l’importanza di uno spazio pubblico nel quartiere: laboratori, consulenza, servizio residenze, apertura dei locali della “Casa dei Popoli”, assemblee, momenti di festa e di aggregazione.

E’ possibile fermare lo sgombero e la vendita del palazzo, impedire la fine di questa importante esperienza!

Facciamo appello agli abitanti del quartiere, a tutte le realtà che si battono per la difesa degli spazi pubblici e dei beni comuni, per la promozione dei diritti sociali, a sostenere e partecipare in prima persona alle iniziative di “Progetto Conciatori”:

 

  • ogni mercoledì ore 18 in via Conciatori assemblea aperta
  • giovedì 10, venerdi 11, giovedì 17, venerdi 18 marzo nel pomeriggio e sabato 12 marzo al mattino tavoli informativi con volantinaggio, raccolta firme e cartelli in piazza Sant’Ambrogio
  • sabato 19 marzo dalle 18 alle 23.30 spazi aperti in via Conciatori con musica e illustrazione dei progetti: una festa per opporsi allo sgombero!
  • mercoledì 23 dalle ore 18 e giovedì 24 marzo dalle ore 8 assemblea e presenza in via dei Conciatori contro lo sfratto e la vendita del palazzo.

 

PARTECIPIAMO !!

PROGETTO CONCIATORI

Firenze marzo 2011

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Tempi di Guerra

comunicato da sito dell’ USI-AIT

http://www.usi-ait.org/

 

E’ ormai un fatto concreto l’intervento militare in Libia. E’ iniziata Odissey Dawn, l’ennesima missione bellica delle potenze occidentali, tesa a salvaguardare interessi economici ed equilibri geopolitici, che si ritengono messi a repentaglio da instabilità, tensioni locali o ambizioni di leader e dittatori.
E’ un elenco ormai lungo che nel suo dipanarsi rivela la trama di uno stato di guerra permanente. Negli anni cambiano gli scacchieri: da quello balcanico (Bosnia e Kosovo) a quello mediorientale (Iraq) a quello asiatico (Afghanistan) a quello odierno maghrebino; cambiano i nomi delle operazioni militari: da operazioni di polizia internazionale a task force contro il terrorismo, a dispiegamento di forze di interposizione e di dissuasione, ai più rassicuranti missione di pace e missione umanitaria; non cambiano i mezzi: bombardamenti aerei e missili, non cambia soprattutto la sostanza: di vere guerre si tratta.
Fin da subito è apparso evidente che la rivolta libica, pur figlia delle insorgenze popolari che hanno scosso e stanno scuotendo molti paesi dell’area maghrebina e mediorientale (dalla Tunisia, all’Algeria, al Marocco, all’Egitto, allo Yemen e al Bahrein) presentava caratteri specifici di scontro per il potere tra fazioni rivali, radicate territorialmente e su base tribale (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Come è apparso chiaro che i diversi ruoli della Libia nello scacchiere mediterraneo (grande produttore di petrolio e gas, partner economico rilevante dell’occidente, gendarme dell’area, controllore dei processi migratori) avrebbero reso la crisi del regime di Gheddafi, crisi internazionale di vaste proporzioni. Ciò sta puntualmente accadendo con i bombardamenti di Tripoli.
E’ iniziata una guerra, una guerra vera, sporca e infame come tutte le guerre, che non ha nessuno degli obiettivi che dichiara, né la caduta di Gheddafi, né l’instaurazione della “democrazia”, né la protezione della popolazione civile. Una guerra i cui scopi sono ben chiari: ricolonizzare, balcanizzandolo, un paese importantissimo per le sue risorse energetiche e la sua collocazione strategica e geopolitica, ma anche e soprattutto per perpetuare uno stato di belligeranza permanente mondiale che ricopra come un sudario le vere emergenze (la fame e la miseria, le devastazioni e le catastrofi ambientali e nucleari, gli esodi di massa dei disperati del mondo, la supremazia incontrastata del profitto sui bisogni e le necessità) e che consenta di reprimere, anche preventivamente, lotte, insorgenze, rivolte.
Una guerra, infine, a cui l’Italia parteciperà canagliescamente e ipocritamente come suo solito, senza neppure il coraggio di assumersene le responsabilità; destra e sinistra unite nella retorica patriottarda dietro le indecenti parole di Napolitano, per intorbidare e offuscare le coscienze. Una guerra della quale il nostro “bel paese” raccoglierà, come un avvoltoio, le briciole.
Noi siamo contro questa guerra, come siamo e saremo contro tutte le guerre capitaliste e imperialiste. Riconosciamo un solo fronte, quello della guerra sociale contro i padroni e i loro servi. Un fronte che accomuna, storicamente e necessariamente, tutti gli sfruttati di qualunque nazionalità, etnia, lingua e cultura e li contrappone inconciliabilmente alla barbarie capitalista. Un fronte che per contrastare la portata degli avvenimenti non può essere di semplice difesa dei brandelli di pace o di vivibilità dell’esistente, ma di concreta alternativa alla miseria e alla barbarie che ci circondano e nelle quali ci vogliono sempre più sprofondare. Non possono bastare le sfilate multicolori per la pace, bisogna agire e cominciare a costruire una società diversa.
CONTRO LE GUERRE DEL CAPITALE, GUERRA SOCIALE PER UN MONDO DIVERSO, SENZA STATI, NE’ ESERCITI, NE’ PADRONI
Segreteria nazionale USI-AIT

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Torino: gli studenti non si faranno intimorire dalla repressione

con solidarietà,

pubblichiamo:

 

Torino: gli studenti non si faranno intimorire dalla repressione

Il copione è quello di sempre, finito un movimento scatta l’ora della repressione e come al solito sono colpiti pochi “eletti”.
Era il 17 novembre scorso, una grande manifestazione aveva invaso le strade di Torino, quando un gruppo di qualche centinaio di studenti decise di occupare la stazione di Porta Nuova per creare un disagio effettivo e per dimostrare la loro netta contrarietà con il modello di scuola proposto.
Dopo quel 17 novembre, per un mese intero, gli studenti torinesi sarebbero scesi in piazza e avrebbero occupato tutto ciò che gli veniva in mente.
Passati solo 3 mesi da quei giorni incredibili, la lotta contro la riforma Gelmini pare un lontano ricordo e la DIGOS passa al contrattacco mandando i primi avvisi di garanzia ad alcuni prescelti, tra cui una ragazza del nostro collettivo, ancora minorenne, accusata di occupazione e interruzione di pubblico servizio. La nostra compagna, già colpita in precedenza da altre denunce per l’occupazione del MIUR del 14 dicembre, è rea di aver partecipato attivamente alle mobilitazioni studentesche di questi ultimi due anni oltre che alle lotte antirazziste e antimilitariste.
Ci sembra chiaro l’intento della questura, quello di colpire per intimorire le persone e i gruppi più attivi che sono stati la parte più radicale delle proteste dello scorso autunno. Sappiano i questurini che i loro avvisi di garanzia sono la conferma che siamo sulla strada giusta e stiano pur certi che non saranno alcune denunce a fermare o a modificare la nostra attività

Collettivo Anarchico Studentesco Torinese

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IN LIBIA SI COMBATTE ANCORA LA PRIMA GUERRA MONDIALE?

da: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=410
del 17/03/2011
Una notizia interessante di questi ultimi giorni è che la minaccia di intervento della NATO in Libia, dato per imminente dal suo segretario generale Rasmussen, potrebbe innescare una crisi interna alla stessa NATO, poiché uno dei principali Paesi membri della sedicente Alleanza, la Turchia, ha preso un’esplicita posizione contraria al progetto di “no fly zone”. Risulta significativo che la presa di posizione contraria del governo turco giunga dopo l’assenso della Lega Araba alla “no fly zone”, perciò il primo ministro turco Erdogan si è fatto carico di manifestare ciò che tutti – tranne, ovviamente, l’opinione pubblica – oggi sanno, ma non hanno il coraggio di dire, cioè che la NATO non è la cura, ma la malattia, e che, senza l’ispirazione della NATO (cioè degli USA), la rivolta libica non ci sarebbe neppure stata. La rivolta libica, dapprima presentata dai media come movimento popolare tout-court, poi come insurrezione etnica, si va rivelando quindi come un tentativo di golpe, in parte interno allo stesso regime, ed in parte promosso dall’esterno. Erdogan ora sta anche tentando una mediazione che risolva il conflitto libico, togliendo così spazio di manovra all’aggressione NATO.
In queste notizie vi sono alcune implicazioni storiche altrettanto interessanti, che indicano come il ‘900, dato tante volte per superato ed alle nostre spalle, in effetti non sia ancora finito. L’attuale Libia è composta infatti da due province dell’Impero Turco Ottomano, che nel 1911 furono occupate dalle truppe italiane per un’iniziativa coloniale del governo del liberale Giolitti. L’impresa libica del 1911 costituì una sorta di coronamento dei festeggiamenti per il cinquantenario della Unità d’Italia, quasi a sancire l’ingresso dell’Italia stessa nel novero delle grandi potenze.
C’è quindi una strana ironia della Storia nel fatto che la questione libica riemerga così violentemente proprio nel momento della ricorrenza del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Anche se non è chiaro cosa si stia festeggiando, se i centocinquanta anni dell’Unità, oppure le centocinquanta basi militari USA e NATO che occupano attualmente il territorio ex-italiano (dal 2002 si sono aggiunte persino le basi segrete della CIA). Le rievocazioni storiche di questi giorni omettono un dettaglio fondamentale, e cioè che, in quegli anni dell’unificazione, l’Italia costituì un terreno dello scontro imperialistico delle grandi potenze dell’epoca: non solo l’Impero Austro-Ungarico, ma anche la Francia, la Gran Bretagna e la Prussia. Persino il best-seller di Pino Aprile, che pure riporta all’attenzione documenti da tanto tempo volutamente dimenticati, non si sofferma su questo aspetto, contribuendo così a perpetuare la mistificazione dell’annessione/genocidio del Sud come vicenda tutta interna all’Italia. L’Italia come problema esclusivo degli Italiani: a dissipare una tale illusione basterebbe la constatazione che il presidente del comitato dei festeggiamenti per l’Unità, Giuliano Amato, ex ministro del tesoro ed ex Presidente del Consiglio, è attualmente alto dirigente della Deutsche Bank.
http://www.deutsche-bank.de/medien/en/content/press_releases_2010_4871.htm L’Italietta giolittiana del 1911 era invece convinta di aver condotto a compimento il processo di indipendenza nazionale, al punto da sentirsi matura per andare a sua volta ad opprimere altri popoli, senza valutare che ciò avrebbe determinato una reazione internazionale tale da far ripiombare l’Italia dalla condizione di predatore a quella di preda coloniale.
Di quel governo Giolitti del 1911 faceva parte anche Francesco Saverio Nitti, il quale dopo la fine della prima guerra mondiale, in un suo libro best-seller internazionale dell’epoca “L’Europa senza pace”, commentò l’impresa coloniale libica affermando che, nello scoppio del grande conflitto appena cessato, anche l’Italia aveva avuto le sue brave responsabilità, proprio perché aveva iniziato la corsa a spartirsi le spoglie del morente Impero Turco. Tra quelle spoglie vi erano tutti i principali bacini petroliferi, oltre alla Libia, anche gli attuali Iraq e Arabia Saudita. La guerra di Libia fu quindi il prologo del conflitto mondiale del 1914-1918, che costituì anche la prima grande guerra per il petrolio.
La leggenda storiografica vuole che l’Italia fosse ignara delle ricchezze petrolifere della Cirenaica e della Tripolitania quando andò a conquistarle. L’impresa libica fu connotata infatti da una propaganda che la spacciava come una espressione di “colonialismo proletario”: nel 1911 il poeta Giovanni Pascoli pronunciò una famosa allocuzione, che ancora si studia a scuola: “La Grande Proletaria si è mossa”. Pascoli presentava l’impresa libica come un’occasione per le masse diseredate dell’Italia per andare a costruirsi un avvenire in quelle terre da coltivare e redimere.
Ovviamente era tutta propaganda: allora il “colonialismo proletario”, adesso il “colonialismo umanitario”, ma sempre di colonialismo si tratta, cioè di saccheggio delle risorse di un Paese aggredito. Il Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti, un uomo politico lucido e calcolatore, che aveva dimostrato più volte di avere in spregio le imprese coloniali di mero prestigio, come quelle del suo predecessore Francesco Crispi. Giolitti era troppo furbo ed informato per non sapere che la vera posta in gioco fosse la materia prima del futuro, il petrolio appunto.
Il fatto che per decenni il petrolio libico non sia stato estratto fu dovuto a cause oggettive. La prima riguardò il carattere puramente ufficiale della conquista, poiché l’effettivo dominio italiano fu confinato per lungo tempo alle coste, mentre l’interno rimase fuori controllo per decenni, esposto alle efficaci incursioni della guerriglia delle tribù autoctone; incursioni favorite anche dalla lunghezza del confine con l’Egitto, che consentiva alla Gran Bretagna di far passare armi e rifornimenti per la guerriglia libica.
La conquista effettiva del territorio fu quindi realizzata da Mussolini solo nei primi anni ’30, con metodi che non ebbero nulla da invidiare a quelli messi in campo da Hitler nell’Europa Orientale, del resto a loro volta ricalcati su quelli dell’imperialismo britannico in Africa e Asia. A quel punto il regime fascista dovette affrontare la questione delle infrastrutture nelle profondità del territorio libico, ma nel 1935-1936 si apriva la spaventosa emorragia finanziaria conseguente alle guerre d’Etiopia e di Spagna, una sorta di suicidio del regime per eccesso di velleità colonialistiche. Il suicidio del regime fascista avrebbe anche aperto la strada alla colonizzazione dell’Italia da parte degli USA a partire dal 1943, un processo di colonizzazione che la consistenza numerica e militare della Resistenza al nazifascismo ha indirettamente rallentato, ma non impedito; tanto che dal 1949 l’Italia è sprofondata progressivamente nella servitù NATO. Si tratta di un colonialismo tanto più efficace in quanto non percepito, dato che la sudditanza agli USA è velata dalla falsa coscienza “occidentale”, che fa passare la sottomissione forzata come una libera scelta.
Nel 1911 un outsider del colonialismo come l’Italietta giolittiana si era dunque impadronita di una delle più ricche aree petrolifere del pianeta, perciò vi erano tutte le condizioni perché le grandi potenze storiche dell’epoca – Gran Bretagna, Francia, Germania – si allarmassero ed andassero ad un regolamento di conti per stabilire chi dovesse appropriarsi dell’Impero Turco. Proprio in quel periodo nasceva la prima grande multinazionale petrolifera, la British Petroleum, che operò inizialmente solo in Iran, ma che già pensava ai giacimenti delle province mesopotamiche dell’Impero Ottomano – poi diventate l’Iraq – ed ai giacimenti della penisola arabica, anch’essa sotto il dominio turco. I Balcani, porta di accesso al Medio Oriente e storica area d’influenza del solito Impero Turco, rappresentarono l’area in cui la deflagrazione della prima guerra mondiale ebbe inizio nel 1914; ed è significativo che anche i Balcani costituiscano attualmente un’area sotto l’occupazione militare USA e NATO.
A distanza di cento anni, la Turchia cerca dunque di recuperare un proprio ruolo di leadership nell’area che una volta era sotto il suo dominio, e perciò si trova ad entrare in competizione addirittura con la “alleanza” di cui fa parte. La Turchia non ha particolari interessi affaristici in Libia, quindi ha nella vicenda una maggiore credibilità da spendere. Il Paese che detiene invece i maggiori interessi affaristici in Libia è l’Italia, ma il suo governo (?) risulta totalmente irretito nella servitù NATO/USA; anche se è probabile che le mazzette elargite silenziosamente dall’ENI abbiano la loro parte nella ritrovata fedeltà delle forze armate libiche nei confronti del regime di Gheddafi. Già nel tentativo di golpe contro Hugo Chavez nel 2002, organizzato dalla Exxon e dalla CIA, le regalie dell’ENI ai quadri intermedi dell’esercito contribuirono a rinfoltire il sostegno a Chavez ed a far fallire le mire degli USA.
Se Gheddafi riuscisse a completare in settimana la riconquista della Cirenaica, anche il progetto di “no fly zone” tramonterebbe per forza di cose. In tal caso sarebbe anche un successo dell’ENI, che si configurerebbe in Italia come uno Stato nello Stato; una situazione che non potrebbe non comportare effetti politici anche a livello interno.

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Aerei italiani sulla Libia

dalla diretta su Repubblica.it
20:32
Trapani, in volo altri due Tornado, il totale sale a sei
Sono decollati altri due caccia italiani da Trapani Birgi. In tutto sono sei quelli in volo per partecipare alle operazioni militari sulla Libia. Nella sua versione Ecr, il Tornado è equipaggiato con dispositivi per la guerra elettronica ed è specializzato nella soppressione delle difese aeree e delle postazioni radar avversarie mediante l’impiego di missili aria-superficie Agm-88 Harm (High-speed Anti Radiation Missile). I caccia raggiungono la velocità di 400 miglia all’ora e dovrebbero impiegare poco meno di trenta minuti per raggiungere la Libia, che dista circa 200 miglia dalla Sicilia. I Tornado dovrebbero quindi solcare lo spazio aereo di Tripoli intorno alle 21 ora italiana

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Dissociamoci dalle forze armate

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La Russa: “Da oggi nostri aerei compiranno azioni”

dalla diretta su Repubblica.it
14:51
La Russa: “Da oggi nostri aerei compiranno azioni” 66
Gli otto aerei italiani messi a disposizione dall’Italia per le operazioni in Libia “si aggiungono agli altri assetti forniti da tutte le altre nazioni che partecipano e da oggi compiranno le loro azioni sotto un unico comando, che è a Napoli”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, intervenendo a “in 1/2 h” di Lucia Annunziata su Rai Tre

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La guerra in Libia

 

da peacereporter.net

 

Attacco francese, si combatte a Bengasi e Misurata. Ormai è guerra senza quartiere

Una colonna di carri armati, per iniziare. Questo il primo obiettivo colpito dai caccia bombardieri francesi, che sono arrivati sulla Libia qualche minuto dopo la fine della riunione a Parigi tra la nuova coalizione dei volenterosi. Poi la pioggia di razzi su Tripoli, sparati dalle navi della marina Usa.

A Bengasi si combatte con le truppe lealiste in città, almeno trenta morti. Civili in fuga verso l’Egitto. Almeno questo dice al-Jazeera, alla quale andrà dedicata un’analisi a parte, alla fine di questa rivoluzione nel mondo arabo. Al-Jazeera dice, tutti riprendono. Il caccia abbattuto sui cieli di Bengasi, in poche ore, è diventato un velivolo mal manovrato dai ribelli e non un caccia di Gheddafi. Per ore, però, tutti l’hanno raccontata così. Al-Jazeera dice, tutti ripetono. L’Europa si lancia in guerra, come avviene sempre più spesso dopo la caduta del muro di Berlino.

No fly zone, si dice. Quindi rendere inefficaci i caccia bombardieri libici, ma anche – come visto – colpire i mezzi a terra. E quindi rendere inoffensivi anche eventualmente le strutture militari di Gheddafi, che in parole povere significa bombardare Tripoli. Dopo? Nessuno lo dice, tutti spergiurano che mai si entrerà via terra, mentre Gheddafi prende sempre più la cera di un grottesco Nerone e minaccia tutti.

Questa giornata di guerra ci restituisce un protagonista, anzi due. Il presidente Nicholas Sarkozy e la repubblica francese. Dopo la vergogna di aver offerto, ancora a poche ore prima che Ben Alì scappasse all’estero, le loro truppe speciali per sedare la rivolta. Anche trecento tunisini erano stati massacrati, ma l’Eliseo pensava a tener salda una dittatura amica. Con Gheddafi no, bisognava rilanciare l’immagine di Parigi e di Sarkozy. Nell’imbarazzo cronico degli italiani, che potrebbero trovarsi bersaglio di armi che loro stessi hanno regalato a Gheddafi neanche un paio di anni fa.

Sarà ancora una volta una scelta selettiva, che nessuno sentirà il bisogno si spiegare. Perché, a Manama, in Bahrein, le truppe saudite marciano per tenere saldo il trono di un emiro che massacra gli sciiti? perché a Sana’a, in Yemen, nessuno ritiene di dover fermare il presidente Saleh che manda i corpi speciali contro gli studenti? Troppe domande, non si sentono risposte, mentre Sarkozy fissa la camera con il suo stile aggressivo e chiede a francesi e cittadini di tutto il mondo come potrebbe l’Europa girarsi dall’altra parte?

Bengasi terrà, a questo punto. La guerra diventerà uno stillicidio, se non ci sarà una nuova risoluzione per truppe di terra. La cosa si complica enormemente. Una situazione imbarazzante, ottenuta ad hoc però. Lasciando che Gheddafi riconquistasse campo, città dopo città. In modo che l’aspetto emotivo fosse troppo forte e non puzzasse di Iraq e di petrolio.

Adesso comincia la terza fase di questa crisi. Prima la rivolta, senza un sostegno evidente. Poi la riscossa di Gheddafi, senza un sostegno ai ribelli, né evidente né nascosta. Adesso ‘arrivano i nostri’, dopo un mese di attesa e dopo sette anni – dal 2003 – di criminale complicità con Gheddafi. E domani si sentirà chiedere: “Cosa diranno i pacifisti?”, come se la colpa fosse degli unici che dal 2003 – e da sempre – denunciavano i crimini di Gheddafi e di coloro, anche più colpevoli di lui, che lo trattavano da statista.

Christian Elia

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