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Ovunque Kobanê, ovunque resistenza!

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Ovunque Kobanê, ovunque resistenza!

Nelle scorse settimane si sono intensificate in Turchia le manifestazioni in solidarietà con la popolazione di Kobanê città della Rojava, il Kurdistan occidentale in territorio siriano, assediata da circa un mese dalle milizie dello Stato Islamico. Da lunedì 6 ottobre, mentre le forze dello Stato Islamico (ex ISIS) iniziavano a penetrare nella città assediata, le proteste si sono diffuse in molte città turche con l’obiettivo di estendere la resistenza di Kobanê. Questo ha significato innanzitutto colpire chi in Turchia sostiene e protegge lo Stato Islamico. Le manifestazioni hanno dunque assunto un vero e proprio carattere antigovernativo, contro il governo turco che continua a foraggiare lo Stato Islamico, bloccando allo stesso tempo al confine il passaggio di profughi verso la Turchia e il passaggio di aiuti verso Kobanê. Chi parla di proteste per sollecitare l’intervento turco a Kobanê distorce la realtà dei fatti. Infatti con lo slogan “Kobanê è ovunque, ovunque è resistenza!” è iniziata invece una vera e propria rivolta.

I media italiani non hanno dato quasi nessuna copertura a queste proteste, limitandosi a fornire il tragico conto dei morti, oltre 30 in una settimana.

Molti di questi sono stati usccisi dalla polizia, colpiti da candelotti lacrimogeni o dai proiettili mortali sparati sulla folla dalle forze di sicurezza in alcune città. Infatti la polizia che già nei giorni precedenti aveva impiegato contro i manifestanti la violenza più brutale, cercando di sciogliere ogni genere di manifestazione, con l’intensificarsi delle proteste ha iniziato ad intervenire con ancora più violenza contro i dimostranti, con l’uso di lacrimogeni, idranti, proiettili sia di gomma che mortali.

Tuttavia gran parte dei morti è rimasta uccisa in seguito ad attacchi di “civili armati” contro i dimostranti e negli scontri che sono spesso seguiti a queste aggressioni. Tra i responsabili di alcuni di questi attacchi armati contro i manifestanti, in particolare a Diyarbakır, ci sarebbero militanti dell’Hüda-Par, partito islamico legato all’organizzazione sunnita radicale Hizbullah (da non confondersi con il partito sciita libanese Hezbollah) presente nel Kurdistan turco. In effetti anche in molte altre città della Turchia e pure ad Istanbul islamisti armati hanno provocato o direttamente attaccato le manifestazioni in sostegno a Kobanê, affiancando spesso la polizia. In piazza è scesa anche la destra ultranazionalista assaltando, ad Istanbul ed in altre città, le sedi del partito curdo BDP.

La partecipazione alle proteste, nonostante la dura repressione, è stata ampia e numerosa, riuscendo a riunire forze molto diverse. Erano presenti in piazza partiti e movimenti curdi, gruppi che supportano i profughi e organizzano la solidarietà con la popolazione di Kobanê, gruppi e partiti della sinistra rivoluzionaria turca che da anni sostiene le lotte del popolo curdo, gruppi anarchici, organizzazioni di donne e anche alcune organizzazioni della sinistra repubblicana. Ma soprattutto nelle piazze si sono viste tante persone che senza appartenere a nessun gruppo o partito si univano alle proteste, soprattutto molti curdi. Mentre le proteste si sono estese in decine di città turche migliaia di persone si sono dirette da tutta la Turchia verso il confine, in particolare nei pressi della cittadina turca Suruç a poco più di dieci kilometri da Kobanê. Sul confine infatti, dalle scorse settimane, sono presenti molti solidali che, praticando l’azione diretta, si frappongono tra le forze di sicurezza turche ed i profughi, aprono varchi nelle recinzioni sul confine per far passare i profughi e gli aiuti, organizzano sia sul confine che nel territorio del Rojava, veri e propri gruppi di “scudo umano” per difendere le popolazioni di Kobanê in fuga. Centinaia di persone sono impegnate in queste azioni, e tra loro, assieme ad altri gruppi della sinistra rivoluzionaria turca, ci sono anche molti anarchici, tra cui il gruppo DAF (Devrimci Anarşist Faaliyet).

In questa situazione il primo ministro turco Davutoğlu ed il Presidente della Repubblica Erdoğan potrebbero trovarsi in grande difficoltà. Le proteste nelle città curde della Turchia hanno infatti raggiunto tra il 6 ed il 9 ottobre un livello di scontro molto elevato, di carattere di fatto insurrezionale, dimostrando la forza della mobilitazione di massa. Sono state assaltate banche, supermercati, sedi del partito di governo AKP, abitazioni di governatori e sindaci, palazzi istituzionali, scuole. Sono oltre cento i palazzi pubblici dati alle fiamme. Inoltre sono state bruciate bandiere turche ed in alcune città sono state danneggiate o distrutte statue di Atatürk. La risposta dello Stato turco è andata ben oltre la semplice repressione poliziesca. Infatti in ben 6 province orientali tra cui Diyarbakır, la principale città del Kurdistan turco, era stato stato imposto per alcuni giorni il coprifuoco e l’esercito è stato schierato nelle strade delle città con mezzi blindati, carri armati e truppe. Provvedimenti d’emergenza di così ampia portata non si vedevano dall’inizio degli anni ’90. In tale contesto Kılıçdaroğlu, leader del CHP, il principale partito dell’opposizione nazionalista laica “kemalista”, aveva duramente attaccato la linea politica di Erdoğan e dell governo AKP arrivando a dire “credo che l’esercito non voglia intervenire in Siria”. Un’affermazione da leggere come un ammonimento al governo, che secondo Kılıçdaroğlu potrebbe non essere in grado di controllare l’esercito. Il coprifuoco in questo momento è cessato da qualche giorno, ma per le forze militari che si trovano nelle regioni sud orientli della Turchia sono arrivati rinforzi significativi, tra cui almeno una dozzina di carri armati.

Dai fatti delle ultime settimane emerge il carattere politico della battaglia in atto a Kobanê. Il presidente turco Erdoğan sperava in una rapida disfatta dei curdi a Kobanê per entrare in Siria da “liberatore” e stabilire lungo il confine una fascia militarizzata di 25 km in territorio siriano. Questo non solo avrebbe cancellato per i curdi ogni possibilità di autonomia nell’organizzazione sociale e nella difesa, ma avrebbe aperto una nuova fase di oppressione e dipendenza. Ma la resistenza di Kobanê non si è arresa, anzi si è estesa a tutta la Turchia, un’estensione insurrezionale del conflitto che ha assunto un chiaro carattere politico e che fa pensare che con un’eventuale caduta di Kobanê nelle mani dello Stato Islamico la situazione in Turchia potrebbe davvero precipitare. Probabilmente è anche questo possibile scenario che aveva spinto gli USA a intervenire nella giornata di mercoledì 8 ottobre con alcuni bombardamenti contro l’ISIS nella zona di Kobanê. Dal 10 ottobre la rivolta è almeno in parte rientrata, sia per la durissima repressione militare dello Stato sia per i richiami alla calma dei partiti curdi BDP e HDP e dei principali partiti di sinistra. Tuttavia per ora le proteste in Turchia continuano, confrontandosi ancora con una durissima repressione, sabato 11 ottobre i manifestanti ad Istanbul hanno marciato verso Piazza Taksim, affrontando la polizia ed inneggiando alla resistenza di Kobanê e della Rojava. La situazione è in continua evoluzione ed è difficile capire quali saranno gli sviluppi, certo è che la resistenza continua, a Kobanê ed ovunque.

Dario Antonelli

 

Questo articolo uscirà sul prossimo numero del setimanale anarchico Umanità Nova

Posted in Anarchismo, Antimilitarismo, Generale, Internazionale, Repressione.

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