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Verità e giustizia per Fares! Non si può morire per un controllo di polizia!

Verità e giustizia per Fares!

Non si può morire per un controllo di polizia!

La Federazione Anarchica Livornese e Collettivo Anarchico Libertario esprimono la propria vicinanza ai familiari e agli amici di Fares S’Ghayer, giovane tunisino di 25 anni morto durante un controllo di polizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile. Sembra incredibile che a ridosso delle piazze più sorvegliate e pattugliate di Livorno un giovane muoia affogato senza che nessuno si tuffi a soccorrerlo.

Sosteniamo la richiesta di verità e giustizia per Fares portata in piazza dalla manifestazione che ieri, 26 aprile, da Piazza della Repubblica ha raggiunto Piazza del Municipio. La manifestazione ha denunciato come siano frequenti le minacce e le violenze durante i controlli di polizia nei confronti di giovani di origine straniera. Facciamo appello a sostenere queste proteste perché è inaccettabile che si possa morire durante un controllo di polizia, perché la vicenda di Fares non finisca nel silenzio.

Ogni atto di solidarietà è importante perché per molti, soprattutto nelle istituzioni, alcune vite contano meno di altre.

Alcune testate locali hanno definito la manifestazione del 26 aprile “assalto”, “assedio” e “disordini”, criminalizzandola. Il corteo, nonostante i vari tentativi di blocco da parte della polizia, presente con camionette, ha raggiunto senza troppe tensioni in Piazza del Municipio ed ha pure inviato una delegazione in questura. Viene invece dato spazio e legittimità da parte di alcuni media alle vergognose parole dei pochi esponenti della destra cittadina che si erano ritrovati provocatoriamente in Piazza della Repubblica nello stesso momento in cui gli amici di Fares stavano manifestando. Tra i fascisti c’era anche il noto Paolo Pecoriello.

Esponenti politici di vari schieramenti hanno espresso solidarietà alla polizia e c’è chi addirittura definisce “deliranti” le manifestazioni e “vandalismo” le scritte di ricordo che chiedono giustizia, contro il razzismo e la violenza della polizia, che sono comparse, insieme a candele, foto, messaggi, nel punto in cui è stato ritrovato il corpo del giovane.

Per chi ci governa alcune vite contano meno di zero, sono il rischio calcolato. C’è chi muore sul lavoro, ora anche per covid-19, pur di far marciare l’economia e garantire profitti. C’è chi muore in mare, lasciato affogare, per garantire le posizioni di potere nei rapporti di forza tra gli stati. C’è chi muore perché si può anche avere qualche morto nei controlli di polizia pur di avere un corpo di polizia pronto a difendere gli interessi del governo e dei padroni, pur di assicurare il controllo militare del territorio, pur di nutrire la propaganda securitaria.

Sappiamo bene che chi non ha cittadinanza italiana rischia molto ad ogni controllo di polizia. Rischia minacce e violenze, rischia di perdere il titolo di soggiorno, rischia di essere rinchiuso in un CPR o di essere rimpatriato. Non c’è da stupirsi quindi se per queste e altre ragioni qualcuno voglia sottrarsi ad un controllo di polizia. Ci sono situazioni di pericolo che chi è nato in Italia non può immaginare ma che Fares e i suoi amici conoscono bene.

Bisogna che alcune cose cambino in questa città. È inaccettabile la gestione sempre più persecutoria, aggressiva e autoritaria della politica di “sicurezza e ordine pubblico”. Da qualche tempo a Livorno i militari della Folgore sono utilizzati anche per operazioni di polizia. Un provvedimento già in sé da respingere come tutta l’operazione “Strade Sicure”, ma che ancor di più nel contesto di Piazza Garibaldi ha esasperato la situazione. Comunque sia andata quella notte alcune cose sono sicure. La generale stretta repressiva in città, la paura generata dal razzismo di stato nei giovani stranieri, unite ad un coprifuoco nazionale che non ha niente a che vedere con la tutela della salute, sono all’origine della morte di Fares.

Di fronte ai fatti degli ultimi giorni ricordiamo quanto avvenuto nel marzo 2019, quando il livornese di 29 anni Michael del Vivo alla guida di un motorino moriva schiantandosi contro un’auto parcheggiata nel corso di un inseguimento. Una volante della polizia lo aveva affiancato appena prima che perdesse il controllo del ciclomotore, e non è mai stata fatta chiarezza sulla dinamica dell’incidente. Quella notte ben tre auto tra polizia e carabinieri si erano lanciate all’inseguimento dopo che dalla cassa di un locale del lungomare erano stati sottratti circa 100 euro.

Una storia che è bene aver presente per comprendere che non siamo di fronte ad un episodio isolato, perché queste morti sono solo i casi più tragici di una quotidianità fatta spesso di abusi, minacce e violenze. I giovani in questa città non possono morire nei controlli di polizia o negli inseguimenti. Basta violenza della polizia. Basta razzismo. Verità e giustizia per Fares!

Federazione Anarchica Livornese

cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it

Collettivo Anarchico Libertario

collettivoanarchico@hotmail.it

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25 aprile – Liberare l’antifascismo: Foto e resoconto

Ieri siamo stati presenti al gazebo di Largo Christian Bartoli di fronte ai Tre Ponti con striscioni, cartelli, musica e volantinaggio per ricordare l’insurrezione popolare, e i primi che si opposero in armi al fascismo. Abbiamo infatti ricordato tre delle prime vittime del fascismo a Livorno. Proprio in quel tratto di lungomare l’11 agosto 1921 gli anarchici ardenzini e arditi del popolo Amedeo Baldasseroni e Averardo Nardi furono colpiti alle spalle da colpi di pistola sparati da fascisti, morendo nel corso delle successive settimane. Abbiamo inoltre posto uno striscione alla lapide dedicata a Filippo Filippetti in Via Provinciale Pisana, anarchico, ardito del popolo e sindacalista ucciso il 2 agosto 1922 durante uno scontro a fuoco, mentre con altri compagni attaccava i camion dei fascisti giunti da tutta la Toscana per espugnare la città.

Di seguito il testo del volantino distribuito

25 aprile – Liberare l’antifascismo

Per ricordare l’insurrezione popolare che ci ha liberati dal fascismo e dalla guerra. Per ricordare gli anarchici Averardo Nardi e Amedeo Baldasseroni, che in quella località furono assassinati dai fascisti nel 1921

Il 25 aprile è antifascista. E’ una data che non ricorda l’unità nazionale, ma l’insurrezione popolare con cui ci si liberò dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla dittatura. Il 25 aprile ricorda la liberazione dal fascismo, con tutto quello che il fascismo portava con sé in termini di violenza , di repressione, di dominio, di alleanza con il padronato e con la Chiesa, di esaltazione del militarismo, del razzismo, del sessismo.

L’antifascismo, oggi come allora, significa riconoscere i nodi dell’oppressione e agire, in modo solidale, per liberarsene.

Il 25 aprile è la liberazione.

Ma anche l’antifascismo deve liberarsi. Liberarsi dalla retorica del tricolore, da sempre simbolo di nazionalismo patriottardo malamente adattato ad una insurrezione popolare che era tutt’altra cosa. Dai richiami all’unità nazionale, con cui i governi impongono continue politiche di sacrifici. Liberarsi anche dall’utilizzo strumentale della paura del fascismo, elemento che ha regolato la politica soprattutto negli ultimi tempi.

Lo spettro del fascismo è stato agitato per far diventare Giani presidente di Regione e Draghi presidente del Consiglio, secondo le improbabili alleanze e i giochi politici di chi l’antifascismo non sa nemmeno dove sta di casa. All’ombra di questo governo sedicente antifascista si dà agibilità ai fascisti e si manganellano i manifestanti No Tav, si sgomberano occupazioni, si taglia scuola e sanità, si alimentano politiche sessiste, si gestisce militarmente una campagna vaccinale fallimentare, si reprimono diritti sindacali, agibilità politica e sociale, si impone povertà.

La paura del fascismo rende un cattivo servizio all’antifascismo: gli antifascisti legalitari e istituzionali finiscono per accettare tutte le scelte dei governi, comprese quelle liberticide, guerrafondaie, antipopolari.

L’antifascismo è altro. Innanzitutto significa leggere in modo inequivocabile ciò che il fascismo è storicamente stato in Italia, vale a dire una risposta della Chiesa, della Monarchia e delle classi privilegiate alla paura sollevata dalla crescita del movimento rivoluzionario proletario e dell’anarchismo. Il fascismo è stato un regime repressivo delle istanze popolari che, in un determinato momento storico, ha trovato una giustificazione ideologica, per i fini di subordinazione sociale, nel suprematismo, nel maschilismo, nel razzismo, nel militarismo, nel culto delle tradizioni, nella religione, nell’uso reazionario della cultura classica.

Essere antifascisti oggi significa comprendere la portata intersezionale con cui le varie forme di oppressione interagiscono e producono disuguaglianze sociali sistemiche.

Significa lottare contro il maschilismo, il militarismo, il razzismo, la gerarchia e il disciplinamento sociale che ancora oggi vengono imposti e propagandati con violenza dai governi e dalle istituzioni.

Significa demistificare i miti ideologici del nazionalismo, della patria e del tricolore, respingere le spinte identitarie divisive che vogliono distruggere solidarietà e internazionalismo, cioè quelle pratiche che furono determinanti per sconfiggere il fascismo.

Essere antifascisti oggi significa contrastare la violenza con cui lo stato, la Chiesa, i governi e le istituzioni vorrebbero reprimere chi lotta per la libertà e una vita migliore per tutte e tutti. Oggi come ieri, per liberarsi dal fascismo.

Federaziona Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

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25 aprile – Liberare l’antifascismo – ore 17 ai Tre Ponti

[Nella foto scattata probabilmente nel 1913 Errico Malatesta al centro tra alcuni anarchici ardenzini. Il secondo in piedi da sinistra è Amedeo Baldasseroni]

25 aprile
Dalle ore 17
Al gazebo di Largo Christian Bartoli di fronte ai Tre Ponti

25 aprile – Liberare l’antifascismo

Per ricordare l’insurrezione popolare che ci ha liberati dal fascismo e dalla guerra. Per ricordare gli anarchici Averardo Nardi e Amedeo Baldasseroni, che in quella località furono assassinati dai fascisti nel 1921

Il 25 aprile è antifascista. E’ una data che non ricorda l’unità nazionale, ma l’insurrezione popolare con cui ci si liberò dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla dittatura. Il 25 aprile ricorda la liberazione dal fascismo, con tutto quello che il fascismo portava con sé in termini di violenza , di repressione, di dominio, di alleanza con il padronato e con la Chiesa, di esaltazione del militarismo, del razzismo, del sessismo.

L’antifascismo, oggi come allora, significa riconoscere i nodi dell’oppressione e agire, in modo solidale, per liberarsene.

Il 25 aprile è la liberazione.

Ma anche l’antifascismo deve liberarsi. Liberarsi dalla retorica del tricolore, da sempre simbolo di nazionalismo patriottardo malamente adattato ad una insurrezione popolare che era tutt’altra cosa. Dai richiami all’unità nazionale, con cui i governi impongono continue politiche di sacrifici. Liberarsi anche dall’utilizzo strumentale della paura del fascismo, elemento che ha regolato la politica soprattutto negli ultimi tempi.

Lo spettro del fascismo è stato agitato per far diventare Giani presidente di Regione e Draghi presidente del Consiglio, secondo le improbabili alleanze e i giochi politici di chi l’antifascismo non sa nemmeno dove sta di casa. All’ombra di questo governo sedicente antifascista si dà agibilità ai fascisti e si manganellano i manifestanti No Tav, si sgomberano occupazioni, si taglia scuola e sanità, si alimentano politiche sessiste, si gestisce militarmente una campagna vaccinale fallimentare, si reprimono diritti sindacali, agibilità politica e sociale, si impone povertà.

La paura del fascismo rende un cattivo servizio all’antifascismo: gli antifascisti legalitari e istituzionali finiscono per accettare tutte le scelte dei governi, comprese quelle liberticide, guerrafondaie, antipopolari.

L’antifascismo è altro. Innanzitutto significa leggere in modo inequivocabile ciò che il fascismo è storicamente stato in Italia, vale a dire una risposta della Chiesa, della Monarchia e delle classi privilegiate alla paura sollevata dalla crescita del movimento rivoluzionario proletario e dell’anarchismo. Il fascismo è stato un regime repressivo delle istanze popolari che, in un determinato momento storico, ha trovato una giustificazione ideologica, per i fini di subordinazione sociale, nel suprematismo, nel maschilismo, nel razzismo, nel militarismo, nel culto delle tradizioni, nella religione, nell’uso reazionario della cultura classica.

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Contro la cementificazione! Solidarietà con l’occupazione al “Loghino”!

Contro la cementificazione! Solidarietà con l’occupazione al “Loghino”!

L’area del podere “Loghino” tra la Via Aurelia e Coteto è stata venduta dal Comune di Livorno a privati per un valore sottostimato. Insieme ad altre simili transazioni anche questa è finita in un’inchiesta per corruzione e abuso d’ufficio.

Sosteniamo ogni iniziativa che con pratiche di lotta denunci la compiacenza delle amministrazioni pubbliche verso gli interessi privati e si opponga alla speculazione.

Abbiamo visto come nel caso degli Orti Urbani di Via Goito l’azione diretta e l’autogestione siano riusciti a fermare la cementificazione e la speculazione, tutelando i beni collettivi sottraendo sei ettari di verde alle mire di costruttoti e amministratori.

La lottizzazione a Coteto è solo l’ultimo episodio, dopo piani regolatori e varianti che hanno stravolto le aree a verde e gli spazi agricoli della città, sconvolto l’assetto idraulico, mentre l’edilizia popolare è sempre più ridotta e malmessa.

Al di là dei casi di corruzione contestati la svendita degli immobili e terreni pubblici ha portato negli ultimi venti anni a cedere ai privati spazi che avrebbero potuto essere utilizzati dalla collettività.

Si trovano milioni di euro per l’ippodromo, e la Torre della Cigna è ancora in possesso dei proprietari che una trentina di anni fa vi avevano dovuto rinunciare per 600 milioni di lire di IVA evasa. Intanto l’edilizia scolastica resta al palo, con scuole costrette a spezzatini, doppi turni e classi pollaio.

Il “Loghino” è solo l’inizio, continuiamo la lotta.

Federazione Anarchica Livornese

Collettivo Anarchico Libertario

24/04/2021

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Moby Prince: A 30 anni dalla strage, lottare insieme per verità, giustizia, salute e sicurezza

Moby Prince: A 30 anni dalla strage, lottare insieme per verità, giustizia, salute e sicurezza

A trenta anni dalla strage del traghetto Moby Prince del 10 aprile 1991 in cui furono uccise 140 persone, passeggeri e membri dell’equipaggio, la Federazione Anarchica Livornese e il Collettivo Anarchico Libertario tornano ad esprimere la propria vicinanza ai familiari delle vittime, da lungo tempo impegnati nella battaglia per la verità e la giustizia. Anche tra noi c’è chi ha perso una persona nella strage, conosciamo la durezza e l’importanza dell’insostituibile attività di ricerca, memoria e lotta condotta in questi trenta anni. L’impegno dei familiari ha permesso in questi anni che la verità si affermasse a livello collettivo, nella società, dissipando gli strati di menzogne costruiti sulla vicenda, ricordando sempre le responsabilità dell’armatore della Navarma Onorato, che faceva viaggiare un traghetto senza le minime condizioni di sicurezza, e della Capitaneria di Porto di Livorno, comandata da Albanese, che non ha soccorso chi si trovava sul Moby Prince avvolto dalle fiamme.

Il Moby Prince non doveva viaggiare. Il traghetto aveva l’impianto antincendio sprinkler disattivato, due radar non funzionanti su tre, aveva malfunzionamenti alla radio legati a cali di frequenza, inoltre il traghetto viaggiava con il portellone di prua aperto, circostanza che avrebbe facilitato la propagazione delle fiamme e dei fumi all’interno del garage del traghetto dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo.

Come a Viareggio, a Pioltello, a Andria, come nella strage alla Thyssen di Torino, anche a Livorno nella strage del Moby Prince le responsabilità sono chiare. Ad uccidere 140 persone sono stati armatori e manager che per avere maggiori profitti e premi hanno risparmiato sulla sicurezza, sono state le autorità che prima hanno concesso il certificato di navigazione al traghetto, poi non hanno soccorso chi si trovava sulla nave, e infine hanno coperto le responsabilità degli armatori. L’impegno costante dei familiari delle vittime del Moby Prince ci mostra allora quanto sia importante la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori per la salute e la sicurezza, ad ogni livello, anche su una sola postazione di lavoro, su un solo mezzo.

Coperture, manomissioni, depistaggi, minacce. Le storie cambiano ma i metodi utilizzati dai potenti per nascondere le proprie responsabilità sono molto simili. Basti ricordare come nel 2014 per la strage della Norman Atlantic, traghetto della ANEK Lines a bordo del quale scoppiò un incendio mentre attraversava il Canale d’Otranto, si tentò di addossare la responsabilità ai migranti che viaggiavano clandestinamente sulla nave, alcuni dei quali rimasero uccisi nel disastro.

In questi anni la verità è emersa grazie alla tenacia dei familiari delle vittime, che hanno condotto la propria lotta riuscendo a muovere anche un’ampia solidarietà nei momenti cruciali, costruendo legami con realtà di base, facendo fronte comune con chi a Viareggio o in altre città come a Casale Monferrato, a L’Aquila stava portando avanti una simile battaglia. È grazie a questa pressione dal basso se la Commissione d’inchiesta del Senato sulla vicenda del Moby Prince, tra 2015 e 2019 ha ufficializzato molte delle questioni che venivano sollevate dai familiari, fornendo anche nuovi importanti elementi.

Ma nonostante i nuovi elementi, a dicembre 2020, il Tribunale di Firenze ha respinto la causa civile promossa dai familiari delle vittime del Moby Prince, che chiedevano, accusando lo Stato, di vedere riconosciuta la responsabilità della Capitaneria di Porto per non aver garantito la sicurezza della navigazione nella rada del porto di Livorno e per non aver non aver portato i soccorsi al traghetto.

Comeavvenuto per la strage di Viareggio a gennaio 2021 e in molti altri casi simili, la magistratura ha scelto di proteggere padroni e istituzioni.

Oggi si prepara una nuova Commissione d’inchiesta alla Camera sulla vicenda del Moby Prince. I presupposti non lasciano presagire che questa nuova commissione possa portare qualche passo più avanti rispetto a quella del 2015 al Senato, anche perché questa nuova commissione non presenta al momento novità rilevanti rispetto alla precedente, e la magistratura ha già dimostrato con la sentenza di Firenze di non voler riaprire il caso. Ad ogni modo anche in questo caso sarà la pressione della lotta e della solidarietà a far emergere eventuali nuovi elementi.

Sta alle forze di base, sui posti di lavoro come in altri ambiti, rilanciare la lotta per la sicurezza e la salute, contro l’arroganza del potere.Ora più che mai la lotta per la sicurezza e la salute di lavoratrici e lavoratori è fondamentale. Ora che i posti di lavoro sono i principali luoghi di contagio. Ora che, con la miseria e la disoccupazione in crescita, governo e padroni spingono con il ricatto a lavorare a condizioni sempre peggiori. Ora che non solo in Italia vengono limitati con provvedimenti autoritari la libertà di sciopero e di manifestazione, mentre i lavoratori impegnati per la sicurezza sono vessati, come nel caso dei 6 Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza di Trenitalia costretti a pagare 80000 euro di spese legali dopo la sentenza di Cassazione dello scorso gennaio per il processo sulla strage di Viareggio.

È importante anche per questo sostenere la lotta dei familiari delle vittime ancora di più in questo momento. Ma la lotta per la giustizia non può pesare solo sulle loro spalle, perché la lotta per la sicurezza e la salute, la lotta contro l’arroganza del potere ci riguarda tutt*.

Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.
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federazioneanarchica.org

Collettivo Anarchico Libertario
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Da Livorno a Malta: Libertà per i tre della El Hiblu!

Resisting push-backs to Lybia is not a crime! Free the El Hiblu 3!

Resistere ai respingimenti in Lybia non è un crimine! Libertà per El Hiblu 3!

Il 28 marzo del 2019 l’imbarcazione battente bandiera turca El Hiblu1 salvò 108 naufraghi partiti dalla Libia su mezzi di fortuna. Imbarcati e messi in sicurezza fu detto loro che sarebbero stai portati in salvo in Europa, ma la nave fece rotta per la Libia. Nel momento in cui le persone a bordo si resero conto che stavano per esser riportate in Libia, furono prese dal panico. Dopo alcune trattative sulla Hiblu 1, la nave decise di invertire la rotta e sbarcò i sopravvissuti a Malta. Tre giovami ragazzi che avevano fatto da interpreti e mediatori fra l’equipaggio e le persone salvate furono arrestati con l’accusa, fra le altre, di terrorismo e pirateria. A seguito di tale accusa, un ’ampia rete di associazioni per i diritti umani, ONG e collettivi chiede alle autorità maltesi competenti la cessazione del processo verso i 3 giovani della El Hiblu. Alcuni media e politici maltesi cavalcano la storia, accusando i tre ragazzi di avere sequestrato la El Hiblu. I tre giovani vengono fatti sbarcare dalla nave in manette, nonostante la polizia testimoni che l’equipaggio abbia tutto sotto controllo, nessuno sia stato ferito e non ci siano danni. Oggi i tre ragazzi rischiano di passare il resto della loro vita in prigione. Come collettivo anarchico condividiamo la campagna lanciata da attivist* ed ong per la rimozione dell’accusa e la totale libertà per i tre giovani. Opporsi e resistere ad un rimpatrio verso una terra dove si sono subite torture ed abusi è giusto. Solidarietà ai tre ragazzi, Elhiblu3 liberi!

@elhiblu3

[ENG] Common statement

Free the ElHiblu3! End the Trial!

Two years ago, on 28 March 2019, the merchant vessel ElHiIblu1 arrived in Malta and three teenagers were arrested and accused of having committed a multiplicity of crimes, including acts of terrorism. An alliance of human rights activists calls on Malta to drop the charges immediately.

On 26 March 2019, 108 people were rescued from a rubber boat in distress. The boat had departed Libyan shores trying to escape to Europe. Co-ordinated by an airplane of the EUNAVFOR Med operation, the people in distress were found and rescued by the merchant vessel ElHiblu1.

After the rescue operation, the captain of the ElHiblu1 reassured the rescued that they would be brought to a port of safety in Europe. Yet, following the order of European authorities, the crew tried to return the 108 survivors to the inhumane conditions in Libya from which they had just escaped.

When the survivors realised they were being returned to Libya, they began to protest the attempted push-back. Three of them, who we collectively refer to as the ElHiblu3, acted as translators and mediators between crew members and the rescued. The captain of the ElHiblu1 redirected its course and steered north to Malta.

Upon arrival, the three teenagers aged 15,16 and 19 at the time were arrested and accused of having committed multiple crimes, including acts of terrorism. The three, who we collectively refer to as the ElHiblu3, were imprisoned for seven months before they were bailed out in November 2019.

Since then, they have remained on parole in Malta. They have to register every day at the police station and attend monthly hearings during which the prosecution seeks to establish the potential charges to be brought forward. If found guilty by a jury in Malta, they could face a lengthy prison sentence.

Until recently, none of the people rescued by ElHiblu1 were heard in court. While members of the Maltese police and crew members of the merchant vessel were heard promptly after the landing of the ElHiblu1, it took the Maltese prosecution two years to ask one of the rescued witnesses to testify. Only in March 2021 the first, and so far only, survivor was asked to testify.

To us, an alliance of human rights activists in support of the ElHiblu3, it is clear that the Maltese state is trying to make an example of the three accused in order to deter others from protesting push-backs to Libya.

The criminalisation of the ElHiblu3 in Malta is yet another puzzle piece in a systematic attempt to oppress acts of solidarity and dissent at Europe’s borders. In Greece, on Lesvos, two minors were sentenced to five years in prison for arson one week ago, following a deeply unfair trial lasting one day that didn’t bring any credible evidence to light. In Italy, several human rights groups and NGOs face charges of “aiding and abetting illegal immigration”, simply for having rescued thousands in distress at sea. While we witness how EU member states and institutions continue to break international law through violent push-backs as well as forms of non-assistance and abandonment, migrants trying to escape from inhumane conditions and those in solidarity with them become criminalised.

Instead of being prosecuted, the ElHiblu3 should be celebrated for their actions in preventing the return of 108 precarious lives to Libya. Their imprisonment and prosecution constitutes a deep injustice.

Resisting illegal push-backs to Libya is not a crime! Dismiss the trial in Malta immediately! Free the ElHibl3!

 

[ITA] Comunicato condiviso

ElHiblu3 Liberi! Porre fine al processo!

Due anni fa, il 28 marzo 2019, la nave mercantile ElHiIblu1 è arrivata a Malta e tre adolescenti sono stati arrestati e accusati di aver commesso una molteplicità di reati, tra cui atti di terrorismo. Un’insieme di attivist* per i diritti umani chiede a Malta di far cadere immediatamente le accuse.

Il 26 marzo 2019, 108 persone sono state salvate mentre stazionavano su di un gommone in evidenti difficoltà. L’imbarcazione era partita dalle coste libiche cercando di fuggire in Europa. Coordinati da un aereo dell’operazione EUNAVFOR Med, le persone in difficoltà sono state trovate e salvate dalla nave mercantile ElHiblu1.

Dopo l’operazione di salvataggio, il capitano della ElHiblu1 ha rassicurato i salvati che sarebbero stati portati in un porto sicuro in Europa. Tuttavia, seguendo l’ordine delle autorità europee, l’equipaggio ha cercato di riportare i 108 sopravvissuti in Lybia da cui erano appena scappati per le condizioni disumane in cui vivevano nel paese africano.

Quando i sopravvissuti si sono resi conto che li stavano riportando in Libia, hanno iniziato a protestare contro il tentativo di respingimento. Tre di loro, che chiamiamo collettivamente ElHiblu3, hanno agito come traduttori e mediatori tra i membri dell’equipaggio e i salvati. Il capitano della ElHiblu1 ha reindirizzato la sua rotta e ha puntato a nord verso Malta.

All’arrivo, i tre adolescenti di 15, 16 e 19 anni sono stati arrestati e accusati di aver commesso diversi crimini, tra cui atti di terrorismo. I tre sono stati imprigionati per sette mesi prima di essere rilasciati su cauzione nel novembre 2019.

Da allora, sono rimasti in libertà vigilata a Malta. Devono registrarsi ogni giorno alla stazione di polizia e partecipare alle udienze mensili durante le quali l’accusa cerca di mantenere stabili le potenziali accuse a loro rivolte. Se trovati colpevoli dalla giurisdizione maltese, potrebbero affrontare una lunga pena detentiva.

Fino a poco tempo fa, nessuna delle persone salvate da ElHiblu1 è stata ascoltata in tribunale. Mentre i membri della polizia maltese e i membri dell’equipaggio della nave mercantile sono stati ascoltati subito dopo lo sbarco della ElHiblu1, l’accusa maltese ha impiegato due anni per chiedere a uno dei testimoni salvati di testimoniare. Solo nel marzo 2021 il primo, e finora unico, sopravvissuto è stato chiamato a testimoniare.

Per noi, un’alleanza di attivisti dei diritti umani a sostegno degli ElHiblu3, è chiaro che lo stato maltese stia cercando di usare l’accusa verso i tre ragazzi per dissuadere altri dal protestare contro i respingimenti verso la Libia.

La criminalizzazione degli ElHiblu3 a Malta è un altro pezzo del puzzle di un tentativo sistematico di reprimere gli atti di solidarietà e di dissenso ai confini dell’Europa. In Grecia, a Lesbo, due minorenni sono stati condannati a cinque anni di prigione per incendio doloso una settimana fa, dopo un processo profondamente ingiusto della durata di un giorno che non ha portato alla luce nessuna prova credibile dell’atto. In Italia, diversi gruppi per i diritti umani e ONG sono accusati di “favoreggiamento dell’immigrazione illegale”, semplicemente per aver salvato migliaia di persone in difficoltà in mare. Mentre siamo testimoni di come gli stati membri dell’UE e le istituzioni continuino a violare il diritto internazionale attraverso violenti respingimenti e forme di non assistenza e abbandono, i migranti che cercano di fuggire da condizioni disumane e quelli solidali con loro vengono criminalizzati.

Invece di essere perseguiti, gli ElHiblu3 dovrebbero essere celebrati per le loro azioni nel prevenire il ritorno in Libia di 108 vite precarie. La loro incarcerazione e la loro persecuzione costituiscono una profonda ingiustizia.

Resistere ai respingimenti illegali verso la Libia non è un crimine! Annullare immediatamente il processo a Malta! Liberate gli ElHiblu3!

#Elhiblu3 #Malta #defendSolidarity

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18 marzo: Per Lorenzo, per il Rojava, per la libertà!

18 marzo: Per Lorenzo, per il Rojava, per la libertà!

Oggi anche a Livorno abbiamo ricordato Lorenzo Orsetti di fronte alla Lapide del partigiano. Due anni fa a pochi giorni dalla sua morte a Baghouz quando ci ritrovammo in questo stesso luogo la guerra sembrava essere vicina alla fine. Ma l’esperienza alternativa del Rojava continua a doversi difendere dalla guerra degli stati. Una sessantina di persone hanno partecipato a questa iniziativa di memoria e di lotta, organizzata dal Collettivo Anarchico Libertario e dalla Federazione Anarchica Livornese a cui sono intervenuti anche Ex Caserma Occupata, Potere al Popolo e alcune compagne della Rete Jin. Negli interventi è stato ricordato l’impegno di Lorenzo come anarchico al fianco dell’esperienza rivoluzionaria del Rojava, il valore di liberazione sociale e di pace dell’esperienza alternativa in atto in quelle regioni, schiacciata dalle guerre degli stati. È stata espressa solidarietà a Eddi Marcucci e a tutte le compagn* che in Italia come in altri paesi sono stat* e sono tuttora perseguitat* per il loro impegno internazionalista. È stata ricordata anche la drammatica situazione di tutt* coloro che sono reclus* nelle carceri, ovunque nel mondo, in particolare dei prigionieri politici in Turchia. In particolare sono stati ricordati gli appelli circolati negli ultimi giorni per le iniziative di solidarietà con Öcalan e gli altri prigionieri politici sepolti vivi nell’isola carcere di Imrali che dal 27 aprile dello scorso anno non hanno contatto con i propri avvocati.

Il 18 marzo è anche una data simbolica per i movimenti rivoluzionari internazionali, oggi sono 150 anni dall’insurrezione della Comune di Parigi e 100 anni dalla caduta della Comune di Kronstadt. La rivoluzione sociale è oggi l’unica prospettiva possobile di fronte al fallimento dello stato, del capitale e del patriarcato che a livello globale inaspriscono la morsa autoritaria su miliardi di persone pur di mantenere potere privilegi e profitti.

Di seguito il testo di convocazione del presidio:

Per Lorenzo, per il Rojava, per la libertà

Giovedì 18 marzo 2021

ore 18

Di fronte alla Lapide del partigiano

Via Ernesto Rossi, Livorno

Due anni fa veniva ucciso Lorenzo Orsetti a Baghouz, nel nord est della Siria, mentre lottava per la libertà e l’internazionalismo. Seguendo gli ideali di giustizia, libertà ed eguaglianza aveva scelto di unirsi alla lotta delle popolazioni del Rojava e delle YPG/YPJ nel 2017, combattendo contro lo Stato Islamico a fianco del Tikko e negli ultimi mesi nella formazione Tekoşina anarşist (lotta anarchica) con il nome di Tekoşer Piling.

In questi due anni lo stato turco ha continuato con bombardamenti e attacchi via terra a portare la guerra contro la popolazione e il movimento di liberazione curdo in Rojava e nel nord dell’Iraq. Questa guerra punta a cancellare quella prospettiva di pace e di cambiamento radicale della società per cui anche Lorenzo ha lottato sacrificando la propria vita.

Questa guerra contro la libertà è condotta non solo dalla Turchia ma da tutti gli stati. Perché un’esperienza alternativa come quella del Rojava è in sé una minaccia per la dimensione egemonica e di guerra prodotta dagli stati. Ma anche perché un simile esempio rischia di riaccendere anche in altri parti del mondo la speranza della rivoluzione sociale. Per questo anche in Italia, come in Germania, Francia e in altri paesi, compagne e compagni che hanno sostenuto direttamente la lotta delle popolazioni del Rojava sono stati o sono tuttora soggetti alla persecuzione dello stato.

Invitiamo a partecipare al presidio tutt* coloro che vorranno ricordare Lorenzo, manifestare sostegno per il Rojava e esprimere solidarietà a tutte le compagne e i compagni che anche in Italia sono perseguitati per il loro impegno internazionalista

Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Per Lorenzo, per il Rojava, per la libertà

Per Lorenzo, per il Rojava, per la libertà

Due anni fa veniva ucciso Lorenzo Orsetti a Baghouz, nel nord est della Siria, mentre lottava per la libertà e l’internazionalismo. Seguendo gli ideali di giustizia, libertà ed eguaglianza aveva scelto di unirsi alla lotta delle popolazioni del Rojava e delle YPG/YPJ nel 2017, combattendo contro lo Stato Islamico a fianco del Tikko e negli ultimi mesi nella formazione Tekoşina anarşist (lotta anarchica) con il nome di Tekoşer Piling.

In questi due anni lo stato turco ha continuato con bombardamenti e attacchi via terra a portare la guerra contro la popolazione e il movimento di liberazione curdo in Rojava e nel nord dell’Iraq. Questa guerra punta a cancellare quella prospettiva di pace e di cambiamento radicale della società per cui anche Lorenzo ha lottato sacrificando la propria vita.

Questa guerra contro la libertà è condotta non solo dalla Turchia ma da tutti gli stati. Perché un’esperienza alternativa come quella del Rojava è in sé una minaccia per la dimensione egemonica e di guerra prodotta dagli stati. Ma anche perché un simile esempio rischia di riaccendere anche in altri parti del mondo la speranza della rivoluzione sociale. Per questo anche in Italia, come in Germania, Francia e in altri paesi, compagne e compagni che hanno sostenuto direttamente la lotta delle popolazioni del Rojava sono stati o sono tuttora soggetti alla persecuzione dello stato.

Invitiamo a partecipare al presidio tutt* coloro che vorranno ricordare Lorenzo, manifestare sostegno per il Rojava e esprimere solidarietà a tutte le compagne e i compagni che anche in Italia sono perseguitati per il loro impegno internazionalista.

Collettivo Anarchico Libertario

Federazione Anarchica Livornese

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Livorno: striscione al consolato greco per Dimitris Koufontinas

Solidarietà a Dimitris Koufontinas!

Stato assassino! Libertà per tutt*!

Striscione solidale anche a Livorno oggi al porto di fronte al consolato greco, nella giornata internazionale di solidarietà con Dimitris Koufontinas che dall’8 gennaio è in sciopero della fame contro la politica carceraria assassina del governo greco.

Il governo di destra guidato da Nuova Democrazia non intende accettare la richiesta di trasferimento per cui Koufintinas ha iniziato prima uno sciopero della fame e poi anche uno sciopero della sete. Il governo vuole in questo modo uccidere Koufontinas e cancellare ogni forma di protesta dalle strade del paese. Negli ultimi giorni la polizia ad Atene attacca violentemente le manifestazioni organizzate dagli avvocati in solidarietà con lo sciopero della fame, la polizia scioglie le manifestazioni con la forza prima ancora che inizino, impedendo ogni forma di raduno nelle piazze. Nonostante questo nelle ultime settimane migliaia di persone sono scese in piazza ogni giorno nelle principali città della Grecia. Gli anarchici sono una componente significativa di queste manifestazioni. È importante rompere il silenzio a livello internazionale sulla situazione in Grecia rilanciando le iniziative di solidarietà internazionale.

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8 marzo in piazza a Livorno ore 10 in P Grande: appello di NUDM

pubblichiamo volentieri l’appello di NUDM per la giornata di lotta dell’8 marzo

8 marzo 2021: Sciopero globale femminista e transfemminista. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

A LIVORNO

Dalle Ore 10.00
Piazza Grande, lato bar Surfer Joe
piazza dello sciopero:
banchetti, musica, testimonianze, microfono aperto, distribuzione materiale

APPELLO DI NUDM VERSO L’8 MARZO
Negli ultimi anni abbiamo vissuto lo sciopero femminista e transfemminista globale come una manifestazione di forza, il grido di chi non accetta di essere vittima della violenza maschile e di genere. Abbiamo riempito le piazze e le strade di tutto il mondo con i nostri corpi e il nostro desiderio di essere vive e libere, abbiamo sfidato la difficoltà di scioperare causata dalla precarietà, dall’isolamento, dal razzismo istituzionale, abbiamo dimostrato che non esiste produzione di ricchezza senza il nostro lavoro quotidiano di cura e riproduzione della vita, abbiamo affermato che non siamo più disposte a subirlo in condizioni di sfruttamento e oppressione.
A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, la pandemia ha travolto tutto, anche il nostro movimento e la nostra lotta, rendendoli ancora più necessari e urgenti. Lo scorso 8 marzo ci siamo ritrovatə allo scoccare del primo lockdown e abbiamo scelto di non scendere in piazza a migliaia e migliaia come gli anni precedenti, per la salute e la sicurezza di tutte. È a partire dalla consapevolezza e dalla fantasia che abbiamo maturato in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo iniziato a ripensare le pratiche di lotta di fronte alla necessità della cura collettiva, che sentiamo il bisogno di costruire per il prossimo 8 marzo un nuovo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. Non possiamo permetterci altrimenti. il prossimo 8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi.
Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo. Non abbiamo bisogno di spiegare l’urgenza di questa lotta. Le tantissime donne che sono state costrette a licenziarsi perché non potevano lavorare e contemporaneamente prendersi cura della propria famiglia sanno che non c’è più tempo da perdere. Lo sanno le migliaia di lavoratrici che hanno dovuto lavorare il doppio per ‘sanificare’ ospedali e fabbriche in cambio di salari bassissimi e nell’indifferenza delle loro condizioni di salute e sicurezza. Lo sanno tutte le donne e persone Lgbt*QIAP+ che sono state segregate dentro alle case in cui si consuma la violenza di mariti, padri, fratelli. Lo sanno coloro che hanno combattuto affinché i centri antiviolenza e i consultori, i reparti IVG, i punti nascita, le sale parto, continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di personale e di finanziamenti pubblici aggravata nell’emergenza. continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di fondi.
Lo sanno le migranti, quelle che lavorano nelle case e all’inizio della pandemia si sono viste negare ogni tipo di sussidio, o quelle che sono costrette ad accettare i nuovi turni impossibili del lavoro pandemico per non perdere il permesso di soggiorno. Lo sanno le insegnanti ridotte a ‘lavoratrici a chiamata’, costrette a fare i salti mortali per garantire la continuità dell’insegnamento mentre magari seguono i propri figli e figlie nella didattica a distanza. Lo sanno lə studenti che si sono vistə abbandonare completamente dalle istituzioni scolastiche, già carenti in materia di educazione sessuale, al piacere, alle diversità e al consenso, sullo sfondo di un vertiginoso aumento delle violenze tra giovanissimə. Lo sanno le persone trans* che hanno perso il lavoro e fanno ancora più fatica a trovarlo perché la loro dissidenza viene punita sul mercato. Lo sanno lə sex workers, invisibilizzatə, criminalizzatə e stigmatizzatə, senza alcun tipo di tutela nè sindacalizzazione, che hanno dovuto affrontare la pandemia e il lockdown da solə.
A tuttə loro, a chi nonostante le difficoltà in questi mesi ha lottato e scioperato, noi rivolgiamo questo appello: l’8 marzo scioperiamo! Abbiamo bisogno di tenere alta la sfida transnazionale dello sciopero femminista e transfemminista perché i piani di ricostruzione postpandemica sono piani patriarcali.
A fronte di uno stanziamento di risorse economiche per la ripresa, il Recovery Plan non rompe la disciplina dell’austerità sulle vite e sui corpi delle donne e delle persone LGBT*QIAP+. Da una parte si parla di politiche attive per l’inclusione delle donne al lavoro e di «politiche di conciliazione», dando per scontato che chi deve conciliare due lavori, quello dentro e quello fuori casa, sono le donne. Dall’altra non sono le donne, ma è la famiglia – la stessa dove si consuma la maggior parte della violenza maschile, la stessa che impedisce la libera espressione delle soggettività dissidenti ‒ il soggetto destinatario dei fondi sociali previsti dal Family Act. E da questi fondi sono del tutto escluse le migranti, confermando e mantenendo salde le gerarchie razziste che permettono di sfruttarle duramente in ogni tipo di servizi. Così anche gli investimenti su salute e sanità finiranno per essere basati su forme inaccettabili di sfruttamento razzista e patriarcale. Miliardi di euro sono poi destinati a una riconversione verde dell’economia, che mira soltanto ai profitti e pianifica modalità aggiornate di sfruttamento e distruzione dei corpi tutti, dell’ecosistema e della terra.
Poco o nulla si dice delle misure contro la violenza maschile e di genere, nonostante questa sia aumentata esponenzialmente durante la pandemia, mentre il «reddito di libertà» è una risposta del tutto insufficiente alla nostra rivendicazione dell’autodeterminazione contro la violenza, anche se dimostra che la nostra forza non può essere ignorata. Questo 8 Marzo non sarà facile, ma è necessario. Lo sciopero femminista e transfemminista non è soltanto una tradizionale forma di interruzione del lavoro ma è un processo di lotta che attraversa i confini tra posti di lavoro e società, entra nelle case, invade ogni spazio in cui vogliamo esprimere il nostro rifiuto di subire violenza e di essere oppressə e sfruttatə. Questa è da sempre la nostra forza e oggi lo pensiamo più che mai, perché ogni donna che resiste, che sopravvive, ogni soggettività dissidente che si ribella, ogni migrante afferma la propria libertà fa parte del nostro sciopero.
Il 30 e 31 una prima tappa verso l’8 marzo, nel corso della quale ci siamo incontrat* in gruppi divisi per tematiche per costruire le prime tappe dello sciopero femminista ed il 6 febbraio l’Assemblea per discutere collettivamente e indicare quali sono per noi terreni di lotta nella ricostruzione pandemica.
Proprio oggi che il nostro lavoro, dentro e fuori casa, è stato definito «essenziale», e questo ci ha costrette a livelli di sfruttamento, isolamento e costrizione senza precedenti, noi diciamo che “essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!”.

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