E’ necessario organizzare la solidarietà, perché la lotta del movimento NO TAV non è la lotta della Val di Susa ma è la lotta di tutti.
Collettivo Anarchico Libertario – Livorno
E’ necessario organizzare la solidarietà, perché la lotta del movimento NO TAV non è la lotta della Val di Susa ma è la lotta di tutti.
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– Marzo 5, 2012
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– Marzo 5, 2012

Mercoledì 21 febbraio la palude parlamentare è stata inaspettatamente animata da due eventi di routine.
Il primo è stato l’audizione del presidente del consiglio Monti davanti al Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, di cui è presidente Massimo D’Alema; il secondo la relazione presentata dal capo della polizia Antonio Manganelli davanti alla Commissione Affari costituzionali della Camera.
Al termine dell’audizione di Monti, D’Alema ha affermato che “l’anarcoinsurrezionalismo è un fenomeno colpevolmente trascurato in questi anni, mediaticamente capito poco anche perché solo per caso non ha portato a dei morti, non sempre compreso nella sua effettiva dimensione anche da una legislatura come la nostra che in alcuni settori come questo denuncia dei ‘buchi'”. I poliziotti, si sa, odiano gli anarchici e appena possono ne parlano male; D’Alema invece dovrebbe sapere che il movimento anarchico è il primo ad essere attaccato quando le classi dominanti decidono di affidarsi ad uno Stato forte, ad una qualche forma di fascismo. E’ un fenomeno che si ripete storicamente, perché il movimento anarchico è, fra le tendenze politiche che si ispirano al socialismo, quella che più decisamente si batte, con coraggio e coerenza, a fianco delle rivendicazioni popolari e proletarie. Una volta liquidato il movimento anarchico, le classi dominanti, i circoli militaristi e clericali si liberano anche di quelle tendenze democratiche e liberali che in un primo tempo avevano appoggiato la reazione. D’Alema conosce bene la storia, ma evidentemente oggi l’interesse delle coop rosse legate al cemento e alla speculazione in Val di Susa è più forte di tutto.
I poliziotti, dicevo, odiano gli anarchici, e i superpoliziotti come Manganelli nutrono un superodio nei confronti degli anarchici. La cosa è facilmente comprensibile: una persona che guadagna 621 mila euro l’anno senza fare nulla vede come il fumo negli occhi una trasformazione sociale che gli offre la prospettiva di guadagnarsi la vita magari raccogliendo pomodori nell’agro nocerino-sarnese. Chi si è messo una divisa perché non aveva voglia di lavorare e vive di prepotenze combatte con tutti i mezzi chi nel popolo alza la testa e diffonde idee e pratiche di libertà, di uguaglianza e di solidarietà.
Il capo del blocco nero-blu dice che gli anarchici vogliono il morto. Sono stati gli anarchici ad uccidere Carlo Giuliani? Sono stati gli anarchici ad uccidere Sole e Baleno? Sono stati gli anarchici ad uccidere Marcello Lonzi, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e gli altri più o meno noti? Chi è che sparge il terrore con queste morti, con le aggressioni alle donne, agli extracomunitari? Chi spende miliardi in aggressioni a popoli pacifici dall’altra parte del mondo che non ci hanno fatto niente; solo per garantire la carriera di qualche macellaio gallonato?
E’ una tattica ben nota della guerra psicologica attribuire all’avversario le proprie intenzioni, giustificando in anticipo le più lampanti violazioni della legalità. La cosa più grave, nelle dichiarazioni congiunte di Manganelli e D’Alema è che entrambi auspicano una legislazione speciale contro gli anarchici, che ci riporta addirittura a Crispi.
Così si afferma che sono gli anarchici a cercare il morto mentre quotidianamente le forze dell’”ordine” si addestrano ad uccidere, così si afferma che le vittime sono i colpevoli della crisi, e si colpiscono i pensionati, i cassaintegrati, i lavoratori e le loro organizzazioni.
Le dichiarazioni congiunte di D’Alema e Manganelli testimoniano che lo Stato è pronto ad innalzare il livello dello scontro: all’odio della classe dominante nei confronti dei ceti popolari si accompagna sempre più la paura che non siamo disposti a tollerare ancora, si accompagna la paura che nei settori più bassi della burocrazia statale, perfino fra poliziotti e carabinieri covi il seme della rivolta sparso a piene mani dalla politica economica del Governo.
I poliziotti permanenti ed occasionali vorrebbero che gli anarchici assomigliassero all’immagine deformata che ne danno i mezzi di comunicazione asserviti: noi siamo orgogliosi di essere anarchici, siamo orgogliosi di batterci per una società di liberi e di uguali, siamo sicuri che le menzogne e l’odio che i nemici del popolo ci vomitano addosso non riusciranno a far impallidire l’ideale per cui ci battiamo, ideale che diviene realtà ogni giorno di più.
Tiziano Antonelli
da: Umanità Nova, n.8 del 4 marzo 2012
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– Marzo 4, 2012
da: senzasoste.it
Questo pomeriggio a Livorno un centinaio di No Tav sono partiti in corteo in direzione stazione centrale in solidarietà alla lotta dei valsusini. Giunti alla stazione i manifestanti hanno occupato i binari 3 e 4 in prossimità dell’arrivo del Frecciabianca delle 17.16 che a causa della manifestazione ha subito un ritardo di 20 minuti che Trenitalia ha dovuto annunciare ai megafoni.
Nel frattempo sono stati distribuiti volantini e fatti interventi al megafono all’interno della stazione dove i manifestanti hanno trovato interesse e solidarietà da parte delle persone presenti. Dopo pochi minuti dall’occupazione dei binari si è presentata la polizia in assetto antisommossa. Dopo circa 45 minuti i manifestanti hanno lasciato i binari per dirigersi in corteo verso la sede de Il Tirreno (gruppo l’Espresso) dove c’è stato un contronto con i redattori.
In Italia intanto si moltiplicano le iniziative di solidarietà con la Val di Susa e i più presi di mira rimangono Repubblica e il Pd, veri e propri soggetti “embedded” nella propaganda a favore del Tav con punte di ridicolezza come molti hanno potuto constatare sia nella linea del gruppo l’Espresso sia nella presenza di Bersani al programma Servizio Pubblico di Santoro.
Link: Occupata la Sede di Repubblica
Link: Val di Susa chiama, Anonymous risponde. Fuori uso i siti istituzionali del Piemonte
Link: Roma. Notav occupano la sede del Pd



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– Marzo 4, 2012
da: http://anarresinfo.noblogs.org/2012/03/02/no-tav-ancora-sullautostrada/
Giovedì 1 marzo. L’appuntamento è in piazza del mercato a Bussoleno. Lungo la A32 scorazzano lunghe colonne carabinieri e poliziotti, blindati e defender. Lo svincolo di Chianocco, in località Vernetto, è ancora chiuso e presidiato da ingenti forze.
A Bussoleno – in un angolo della piazza – ci raduniamo per un’assemblea molto partecipata. La decisione è veloce veloce, si torna a bloccare.
Nonostante la gente abbia ancora addosso i segni delle manganellate la voglia di riscossa immediata è forte.
Un corteo imbocca la statale in direzione Torino, poi si ferma. A migliaia attraversano il pratone alle spalle della A32. Le recinzioni non sono un problema. Presto i No Tav invadono la prima corsia e, dopo poco, anche la seconda è occupata. All’ingresso della galleria di Prapontin una barricata improvvisata prende fuoco.
La polizia c’è ma non si muove. Una carica nel mezzo del paese potrebbe essere un boccone troppo grosso anche per loro
In contemporanea altri No Tav salgono verso l’alta valle: l’autostrada è chiusa da una barricata anche allo svincolo di Venaus.
Da tutta Italia arrivano le notizie dei blocchi, delle manifestazioni, che inceppano strade, autostrade, ferrovie. A Torino un corteo paralizza il traffico del centro per ore e si conclude sui binari di Porta Nuova.
In tarda serata i blocchi si sciolgono. Nonostante un apparato repressivo impressionante, siamo riusciti a fargliela in barba, bloccando l’autostrada in ben due punti per diverse ore.
La scelta del’occupazione dell’autostrada, delle iniziative che improvvisano il luogo e il tempo, per la prima volta da diversi mesi, sta davvero mettendo in difficoltà un governo convinto che i No Tav si sarebbero lasciati serrare nel catino militarizzato della Maddalena.
Giorno dopo giorno il movimento cresce.
Questa mattina è arrivata la buona notizia che Luca è fuori pericolo di vita: i medici hanno sciolto la prognosi.
L’appuntamento per oggi è alle 21 al Polivalente di Bussoleno.
Un’assemblea popolare per fare il punto. E già di parla di sciopero generale.
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– Marzo 2, 2012
da: http://anarresinfo.noblogs.org/2012/03/01/no-tav-una-lunga-giornata-di-resistenza-tra-botte-gas-insulti/

Giovedì 1 marzo, ore 3,46. Si è appena conclusa una lunga giornata di resistenza. Una di quelle che resteranno impresse nella memoria. Per oltre quattro ore i No Tav hanno resistito sull’autostrada e sulle rampe di accesso. Seduti in terra, tra slogan e canti.
Il più gettonato, pressati dai poliziotti in tenuta ninja, è stato “Vamos alla playa”. Poi la polizia porta via di peso, uno ad uno, i No Tav seduti sul’autostrada. Guarda il video Anche i giornalisti vengono allontanati con modi un po’ bruschi dalla polizia. Guarda il video. Il dispiegamento di polizia era impressionante, le luci blu dei blindati rompevano la notte.
Il fronteggiamento è andato avanti per ore e ore. Intorno alle nove di sera era tutto un brulicare di bandiere e persone. Poi hanno piazzato gli idranti, calato le visiere, indossato le maschere antigas. Hanno bagnato e picchiato e ancora picchiato. Si sono accaniti su tutti con determinata ferocia. Poi hanno sparato i gas: la notte si è fatta densa di fumo bianco, acre, velenoso. Hanno sospinto la gente giù dalla rampa, sino al bivio con la statale 25.
Una marea di uomini blu. Non paghi hanno sparato i lacrimogeni nella case della frazione Vernetto: in una di quelle case c’era un anziano che si stava spegnendo. Come vere truppe di occupazione hanno proceduto sin dentro il paese, dando la caccia a chi cercava rifugio. Tante case e tanti cortili si sono aperti ad ospitare la gente. Diversi No Tav sono stati rastrellati lungo il percorso, malmenati e caricati a forza su un furgone. In sei verranno poi condotti in questura a Torino.
Alcuni No Tav avevano trovato rifugio in un bar ristorante lungo la strada: una ventina di uomini dell’antisommossa spaccano a calci e manganellate la vetrata di ingresso ed irrompono urlando con il volto mascherato da passamontagna.Sbattono la gente contro il muro, la tirano fuori dal bagno, mentre una bambina scoppia a piangere. Le auto lungo il percorso vengono danneggiate a colpi di manganello, le gomme vengono tagliate.
Intorno alle 10,30 alla rotonda che immette sull’autostrada la polizia carica ancora un ultimo gruppo che si stava radunando in zona. Bussoleno sembra un paese in guerra. È un paese in guerra. Intorno alle 11 i resistenti No Tav si ritrovano al Polivalente, la sala che ha ospitato tante assemblee popolari, quelle della rabbia e quelle della festa, quelle della riflessione pacata e quelle del tempo che si accelera. Tanti zoppicano, si massaggiano un braccio, un’anca, la testa. Parecchi sono fradici dopo la doccia fredda al peperoncino sparata dagli idranti montati sui blindo della polizia. Si intrecciano i racconti, si contano i feriti, si mettono insieme i frammenti di una serata di guerra. Si discute sul da farsi. Non ci sono dubbi: domani si torna a mettersi di mezzo.
Le botte, la caccia all’uomo, gli insulti – vecchia ubriacona ad un’anziana compagna da sempre in primissima fila – il veleno bianco del gas non ci fermano.
Anzi! Dall’assemblea parte un appello all’Italia, perché domani – ormai da lunghe ore è già oggi – in ogni dove ci siano blocchi, azioni, iniziative.
L’appuntamento qui è per le 18 a Bussoleno.
La Valsusa paura non ne ha.
video:
la polizia fa irruzione in un bar di Chianocco: http://www.youtube.com/watch?v=akakIPUV4G0&feature=youtu.be
la polizia sfonda la vetrata di un bar a caccia di NO TAV: http://www.youreporter.it/video_Polizia_sfonda_vetrate_bar_a_caccia_dei_NoTav
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– Marzo 1, 2012
da: http://anarresinfo.noblogs.org/2012/02/28/val-susa-la-resistenza-continua/

Lunedì 27 febbraio ore 8. La polizia in assetto antisommossa esce dalle reti e circonda la baita Clarea, la baita dei No Tav, il simbolo della resistenza alla violenza dello Stato.
Un compagno dell’alta valle, Luca Abbà del Cels, riesce a eludere la sorveglianza della polizia e si arrampica su un traliccio dell’alta tensione a trenta metri dalla Baita. Da lì fa una diretta con Radio Blackout annunciando l’intenzione di resistere per rallentare lo sgombero dell’area.
Un carabiniere rocciatore comincia a salire per bloccarlo: Luca grida di non proseguire altrimenti sarebbe salito ancora. Con criminale determinazione gli uomini dello Stato vanno avanti. Luca viene folgorato da una scarica elettrica e cade sulle pietre da sei /sette metri d’altezza. Lì rimarrà per oltre tre quarti d’ora. Nonostante all’interno del fortino ci siano ambulanze, nonostante l’evidente gravità dell’episodio, i soccorsi tardano a venire. La quindicina di compagni che sono alla Baita cercano di avvicinarsi, ma vengono fermati con la forza. Una compagna medico di Roma, chiamata per dare soccorso a Luca, non viene fatta passare.
Solo dopo 45 interminabili minuti di rabbia e dolore Luca viene portato via.
Le sue condizioni sono gravissime. Mentre scriviamo si trova in rianimazione al CTO di Torino. Ha avuto un versamento ai polmoni, emorragie interne, costole rotte, trauma cranico, una lesione al rene. I medici non sono ancora in grado di valutare le conseguenze della folgorazione sul cuore.
La prognosi è riservata, anche se le sue condizioni sono lievemente migliorate.
Il teorema Manganelli e i No Tav
Il 22 febbraio il capo della polizia, il questore Antonio Manganelli, il funzionario pubblico meglio pagato d’Italia, nella sua relazione alla Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati, aveva dichiarato esplicitamente che i No Tav e, in particolare, gli anarchici cercavano il morto tra le forze dell’ordine. Luca è anarchico e No Tav. Nemmeno cinque giorni dopo, con un’azione criminale gli uomini in divisa agli ordini di Antonio Manganelli hanno quasi ammazzato un anarchico e No Tav.
Quello capitato a Luca non è un incidente. In casi analoghi – l’anarchico e nonviolento Turi salito su un albero quest’estate – vengono chiamati i vigili del fuoco, che non intervengono se la loro azione rischia di minare l’incolumità di chi, volontariamente, attua un’azione di protesta.
La guerra dichiarata dal governo Berlusconi alla popolazione della Val Susa e a tutti quelli che resistono alle politiche di rapina delle risorse e devastazione del territorio, ha fatto un salto di qualità con il governo Monti, che, specie su questo terreno, gode del sostegno bipartisan del centro destra e del centro sinistra. Gli uni e gli altri stanno facendo fare il lavoro sporco al tecnocrate voluto dalle banche per normalizzare – con le buone o con le cattive – il paese.
Quella che si sta giocando in Val Susa è una partita cruciale per il futuro di noi tutti.
Non è più solo una questione di ambiente: oggi più che in passato è diventata la sfida di chi si batte per l’interesse generale contro l’arroganza di chi vuole imporre con la forza un’opera inutile, dannosa, costosissima.
La partita sulla linea ad alta velocità tra Torino e Lyon è diventata di giorno in giorno più pesante. È in ballo un intero sistema, un sistema elaborato e oliato per anni, per garantire agli amici degli amici di destra e sinistra, un bottino sicuro e legale.
Le linee ad alta velocità costruite nel nostro paese sono state l’ossatura del dopo tangentopoli: un sistema raffinato e semplice per dribblare tutti gli ostacoli, senza rischiare che un giudice troppo intraprendente mettesse nei guai l’intera cricca di amiconi. Leggi obiettivo, siti di interesse strategico, general contractor sono stati alcuni degli strumenti adottati per cementare un sistema sicuro di drenaggio di denaro pubblico a fini privatissimi. Un sistema che funziona perché va bene a tutti, per tutti c’è un posticino a tavola.
Un sistema che nessuno può permettersi di far saltare. Un sistema che il movimento contro la Torino Lyon ha reso trasparente, mostrandone i meccanismi, aprendo crepe, costruendo una resistenza popolare alla quale guardano in tanti.
La strategia del governo è chiarissima: celare le ragioni della lotta No Tav, declinando nella categoria dell’ordine pubblico un movimento che non riescono a piegare a suon di botte e gas.
La posta in gioco va ben al di là dell’affare Tav. Sul piatto è il disciplinamento di un movimento che è divenuto punto di riferimento per i tanti che si battono per la salvaguardia del territorio, contro lo sperpero di denaro pubblico per fini privatissimi. Un movimento radicato e insieme radicale, capace di autogovernarsi, resistere, mantenendo salda negli anni la propria sfida.
Un movimento che ha saputo intrecciare la lotta concreta contro l’imposizione violenta di scelte non condivise con la spinta a costruire relazioni politiche e sociali all’insegna della partecipazione della solidarietà della giustizia sociale.
Un affronto intollerabile per padroni e governanti, impegnati a trasformare i lavoratori in schiavi docili e sottomessi, impegnati a far pagare a noi tutti il prezzo della loro crisi, un governo che taglia sulla salute, sull’istruzione, sui trasporti pubblici e spende per la guerra, la guerra globale contro i poveri e i ribelli. Compresi quelli di casa propria.
La decisione di allargare il cantiere, a due giorni dalla grande manifestazione del 25 febbraio da Bussoleno a Susa, la dice lunga sull’arroganza del governo, deciso a calpestare la volontà di un popolo che in un sabato di primavera anticipata ha marciato compatto in solidarietà ai No Tav arrestati il 26 gennaio per le giornate di resistenza del 27 giugno e il 3 luglio.
Il corteo del 25 febbraio e le cariche a Porta Nuova
Quella del 25 febbraio è stata una delle più grandi manifestazioni della storia del movimento No Tav. Una manifestazione popolare, acefala, forte delle ragioni di chi lotta contro il supertreno, come emblema di un sistema di relazioni sociali ingiusto e predatorio. Lo striscione di apertura di sindaci e amministratori resta indietro, saltato dal passo veloce di centinaia di No Tav.
Una risposta forte, corale alla repressione e al tentativo di dividere i buoni dai cattivi, i valligiani da quelli venuti da fuori. Se, dopo dieci mesi di occupazione militare, dopo la decisione di Monti di dichiarare la zona del “cantiere/fortino” luogo di interesse strategico militare, speravano di aver fiaccato e logorato il movimento, si sono sbagliati.
Alla conclusione del corteo pochi ascoltano la passerella della triste sinistra senza lotta e senza poltrone, all’inseguimento di voti, nella promessa inutile di tutele, nella speranza vana che la gente abbia la memoria corta sulle giravolte fatte nel convulso valzer del potere.
Bello e partecipato lo spezzone dell’anarchismo sociale, aperto dallo storico striscione di tante manifestazioni: azione diretta autogestione.
Una manifestazione che era difficile criminalizzare, se la feroce fantasia del potere non fosse sempre all’opera.
Alla stazione di Porta Nuova la polizia in assetto antisommossa – centinaia di uomini e una quarantina di blindati – aspetta al binario 20 i manifestanti provenienti dalla Val Susa. Quando scendono li blocca sulla banchina e, con il pretesto del biglietto a prezzo politico pagato all’andata, carica e apre la testa a due No Tav. Parte una trattativa per un nuovo prezzo del biglietto. Quando tutto pare concluso, la polizia apre un corridoio per far passare i No Tav diretti a Milano. È una trappola. Gli agenti caricano con grande violenza. Quando i No Tav riescono a guadagnare le carrozze del treno per Milano hanno sul corpo i segni delle manganellate.
Il giorno dopo, come prevedibile, i quotidiani – in prima fila Repubblica – aprono gli editoriali con la notizia degli scontri a Porta Nuova, con l’immancabile poliziotto ferito da una sassata partita durante le cariche.
L’assemblea di Villarfocchiardo
Il giorno successivo, è domenica 26 gennaio, il Polivalente di Villarfocchiardo è affollatissimo. Le notizie sull’arrivo di truppe ormai sono più che sicure: gli alberghi sono pieni, le caserme anche, il tam tam del movimento ne racconta i movimenti. Da alcuni giorni la polizia è nervosa ed aggressiva, un No Tav di Casellette, di turno con il suo comitato alla Baita, si guadagna un pugno in faccia da un agente per aver osato fotografare la perquisizione di un ragazzo. Nel fortino della Maddalena, dopo il lungo sonno invernale, c’è gran movimento di uomini e mezzi. Tutto sembra pronto per martedì notte.
Si discute a lungo ma la scelta è chiara a tutti: bisogna resistere. In prima fila si offrono gli anziani, disposti a legarsi ad un albero e a farsi portar via di peso. I giornali diffondono la notizia.
Il governo decide di anticipare l’attacco.
La mattina successiva viene resa nota una nuova ordinanza prefettizia che vieta le strade, i sentieri, i boschi, i prati. Centinaia di poliziotti escono dal recinto e circondano la Baita. Luca sguscia davanti ai poliziotti e sale sul traliccio. La criminalità del potere non ha limiti. Luca viene folgorato e cade. Mentre il suo corpo esamine giace a terra per quasi 50 minuti, gli operai si mettono al “lavoro”: spianano il terreno, abbattono alberi, fanno i buchi per le palificazioni. Una scena che colpisce duro allo stomaco. Da sempre c’è chi, servo sciocco e brutale, si mette al servizio degli interessi dei suoi stessi sfruttatori.
Quello stesso giorno nelle scuole elementari della Val Susa le lezioni si sono interrotte più volte, perché i bambini vogliono notizie di Luca, perché sono bambini cresciuti bene, respirando l’aria dei presidi, delle manifestazioni, l’aria di un movimento che lotta perché il futuro di chi viene dopo sia migliore del presente terribile in cui siamo forzati a vivere.
Il blocco dell’autostrada
Il tam tam di movimento suona veloce. Alla Azimut di Avigliana gli operai entrano in sciopero e bloccano la produzione. Cub e Cobas proclamano lo sciopero ad oltranza: l’adesione è alta in numerose fabbriche della Valle.
Alle 11,30 i No Tav cominciano a radunarsi alla rotonda di Vernetto, sulla statale 25. Dopo nemmeno una mezzora l’autostrada è occupata. Per l’intera giornata vengono erette barricate, sbarramenti, mentre si allestiscono punti ristoro sia sulla A32 sia sulla statale 24, che è bloccata per impedire il passaggio alle truppe di occupazione, mentre le auto sono dirottate sulla ciclabile. La 25 resta aperta ma è presidiata da manifestanti pronti a chiuderla.
Alle 18 all’assemblea popolare la tensione si taglia con il coltello. Le notizie dall’ospedale confermano la gravità delle condizioni di Luca.
Si decide di mantenere l’occupazione ad oltranza sulla A32 e di provare a bloccare il cambio turno anche in alta valle. Con il blocco dell’autostrada i blindati della polizia sono obbligati a fare il giro dalla Val Chisone e dal Sestriere impiegando un paio d’ore in più per arrivare allo svincolo di polizia di Chiomonte.
In tarda serata la statale 24 e l’autostrada sono bloccate a Salbertrand. Intorno all’1,30 parte l’attacco da oltre quaranta blindati della polizia. Hanno usato idranti e sparato gas sino a saturare l’aria, inseguendo i No Tav anche dentro il paese. Non hanno però fermato nessuno: le porte delle case si sono aperte per dare rifugio ai resistenti. Una tazza di the e il calore di una casa, che si apre di fronte ai partigiani della Val Susa, a quelli del paese e della bassa valle come a quelli venuti da lontano.
Sgombero e nuova occupazione
Martedì 28 febbraio. Intorno a mezzogiorno decine e decine di blindati raggiungono il blocco sulla A32: entrano in azione le ruspe, gli idranti i lacrimogeni. La solita canzone. Ma la gente non scappa. Tanti si siedono a terra, un gruppo musicale suona canzoni popolari. La polizia va avanti, fronteggia i No Tav sulla rampa. Il canto ritmato di quest’ultimo anno si lotta si leva forte e chiaro: “la Val Susa paura non ne ha” Dopo un paio d’ore passano con i blindati.
Nemmeno un’ora dopo l’autostrada è nuovamente occupata.
Di fronte alle ragioni della forza si erge la forza delle ragioni. Le ragioni di tanti uomini, donne, ragazzi, anziani che hanno deciso che la misura è ormai colma.
Maria Matteo (questo articolo uscirà sul prossimo numero del settimanale anarchico Umanità Nova)
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– Febbraio 29, 2012
OGGI IN PREFETTURA
PRESIDIO UNITARIO NO TAV!
ORE 18
SIAMO TUTT* NO TAV!
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– Febbraio 27, 2012
Sabato 18 febbraio oltre 200 persone sono scese in piazza a Livorno per dire che il mare non può essere una discarica per rifiuti tossici, né un sito industriale.
Lo scorso 17 dicembre, durante una violenta libecciata, due semirimorchi contenenti 198 fusti tossici vengono “persi”, al largo dell’Isola di Gorgona, dal cargo “Venezia” della compagnia armatrice Grimaldi. Questa vicenda è stata caratterizzata da due mesi di silenzi, omissioni e notizie contrastanti da parte delle istituzioni e della compagnia armatrice. Queste hanno avviato le operazioni di recupero dei fusti tossici ormai con un grave e colpevole ritardo, sotto la pressione della protesta popolare che si stava organizzando.
È una notizia della scorsa settimana, che siano stati individuati i semirimorchi ad una profondità di circa 500 metri, a nord-ovest della Gorgona. Nei giorni immediatamente precedenti alla manifestazione, l’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana) emette un comunicato sul proprio sito in cui afferma che i fusti tossici si sarebbero aperti a causa della pressione, e che quindi le acque marine già sarebbero contaminate. Subito scatta la reazione da parte di Vertenza Livorno (rete per la difesa della salute e dell’ambiente) che, la mattina di sabato 18, denuncia in una nota i ritardi delle autorità competenti e della Grimaldi ed invita a partecipare alla manifestazione organizzata per il pomeriggio. A quel punto l’ARPAT ritratta, aggiungendo un “forse” alle dichiarazioni fatte poche ore prima.
La manifestazione di sabato è stata importante e significativa. Si è rotto il silenzio e la disinformazione, portando nelle strade della città la ferma protesta contro l’ennesimo disastro ecologico. Sono stati affissi striscioni in luoghi simbolici, sulle scale monumentali del Municipio e di fronte alla sede in città della compagnia Grimaldi. Tra gli altri, nella manifestazione, presente anche uno striscione di solidarietà per il movimento NO TAV: “Libertà per i/le NO TAV – le lotte ambientali non si arrestano!”. Nutrita la presenza anarchica al corteo, anche se poco visibile, vista l’indicazione di manifestare senza bandiere data dagli organizzatori.
Dopo aver attraversato il centro cittadino, la manifestazione si è conclusa al porto, di fronte alla lapide che ricorda le vittime della tragedia del Moby Prince. Tra gli interventi anche quello di Loris Rispoli, presidente dell’Associazione 140 dei familiari delle vittime del Moby Prince.
Con gli interventi si è chiuso il corteo, ma non si è certo conclusa la lotta. Una lotta che, se per ora ha ottenuto il risultato di rompere il muro di silenzio che si era creato attorno alla vicenda, dovrà essere capace di mettere di fronte alle proprie responsabilità le autorità e la compagnia armatrice.
Chi si assume a parole la responsabilità di tutelare la sicurezza e la salute pubblica (Capitaneria di Porto, Prefettura, Enti locali) privilegia sempre la tutela degli interessi capitalistici, sia degli armatori che dei produttori dei rifiuti.
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– Febbraio 19, 2012
Federazione Anarchica Livornese
Via degli Asili 33
57126 Livorno
Livorno, 18/02/2012
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Livornese, appreso dell’avvenuto ritrovamento dei rifiuti tossici persi dall’Espresso Venezia al largo dell’isola di Gorgona, e appreso altresì che il contenuto tossico si sarebbe disperso nell’ambiente;
rileva che:
denuncia che chi si assume a parole la responsabilità di tutelare la sicurezza e la salute pubblica (Capitaneria di Porto, Prefettura, Enti locali) privilegia sempre la tutela degli interessi capitalistici, sia degli armatori che dei produttori dei rifiuti;
sottolinea che questa logica è la stessa del governo nazionale e dell’Unione Europea, intenzionati a scaricare sui ceti popolari i costi della crisi;
esprime la propria solidarietà ai militanti del movimento no-tav, incarcerati per aver lottato contro l’ennesimo scempio ambientale e l’ennesimo furto di pubblico denaro, e ne chiede l’immediata scarcerazione;
invita a seguire l’esempio del popolo greco, scendendo in piazza per combattere attraverso l’autorganizzazione e l’azione diretta un sistema basato sulla disuguaglianza sociale e la gerarchia.
La Commissione di Corrispondenza
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– Febbraio 19, 2012